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La messa delle rane

di Michela Lazzaroni

Il signor Bertoni era il mio cliente peggiore, di rane ne comprava una sola e le sue monete erano sempre umide. Diceva «Brava bambina» con aria feroce, come un rimprovero, e aveva un odore di uva dimenticata al sole, eppure ogni sabato pomeriggio attraversavo in bici l’asse viscido sopra la roggia che separava la Cascinaccia dal resto di noi e gli vendevo quella singola rana per il puro gusto di vedergliela mangiare. Faceva così: la prendeva per una zampa – la coscia destra, di solito – e la sollevava con gesto aggraziato e il mignolo teso, come una damina veneziana, poi spalancava la bocca e la posava sulla lingua bene in fondo, attento a metterla voltata verso l’ugola, così che io vedevo la schiena butterata della rana e, subito sopra, le sue narici nere e gialle di catarro rappreso. Se c’era da aspettare si pettinava la barba con le dita, mentre io cincischiavo con la fibbia delle bretelle, in attesa che la rana saltasse. A volte si accoccolava sulle zampe posteriori, o si lustrava gli occhi con le dita a ventosa, ma alla fine saltava sempre nella gola di Bertoni, e non appena superato il pomo d’Adamo lui accompagnava il salto con la deglutizione, lasciando che la gravità facesse il resto. Il momento migliore era quando contava: tirava su il pollice, uno, poi l’indice, due, poi il medio, tre; di rado sollevava anche l’anulare e in un’unica occasione il mignolo, primato che festeggiai con un applauso. Nella mia testa la chiamavo “la messa della rana”, per via della gestualità liturgica di Bertoni e del fatto che ingoiasse senza masticare, secondo i dettami della comunione. Non so come la chiamasse lui, ma di certo la considerava una cosa seria, soprattutto il momento in cui contava – cioè contava i salti che la rana gli faceva in pancia prima di morire – perché più a lungo stava viva più era benefica, «Cura l’infiammazione» diceva. Io non rispondevo e salutavo con la mano, educata, poi andavo via e sciacquavo la moneta nella roggia prima di metterla in tasca.

 

Tutti i bambini catturavano le rane, non ero neanche la migliore, però i clienti preferivano le mie perché arrivavano più fresche alla vendita. Mi ero costruita la cesta di salice con un buon ricircolo d’aria e con due cinghie sulla schiena per poterla mettere in spalla e avere le mani libere – acchiappavo le mosche, i grilli e le tignole al volo, quasi fossi una rana anch’io. Provavo un piacere materno nel nutrirle con gli insetti infilzati su uno spillo, o nello spruzzare l’acqua sulla cesta per tenerle allegre. Finché erano vive condividevamo un certo grado di intimità, di simpatia persino, ma se capitava di vederne una schiacciata a lato della strada ero capace di vomitare. Da morte le rane si trasformavano in qualcosa di nudo, freddo e unto: l’emblema del cadaverico. La pancia morbida e sciropposa, le cosce affusolate e i tendini sottili come lenze mi ricordavano un esserino non sviluppato, morto prima ancora di nascere; che la gente le mangiasse nel risotto mi ripugnava. Mia mamma, per esempio, ne era ghiotta e spesso proponeva di tenerne da parte una decina per la polenta, o per farle fritte, se era giorno di festa. Non l’accontentavo mai, era meglio lasciarle agli acquirenti – che avevano la cortesia di ammazzarle lontano dalla mia vista – e guadagnarci qualcosa. Lei sul momento si arrendeva, salvo poi ripeterlo daccapo la volta successiva, come per la storia delle bretelle, che odiava, o della bici con la canna in mezzo. Un’altra sua raccomandazione era di non andare dal signor Bertoni. «Lo disturbi» diceva, però non era quello, e nemmeno perché era un uomo, visto che di clienti maschi ne avevo parecchi, compreso il parroco. Il motivo era un altro, un segreto da grandi, ma di scoprirlo non mi importava fintanto che da Bertoni ci andavo lo stesso e senza conseguenze, bastava tornassi per cena.

La risposta si presentò quando la signora Claudia portò alla mamma le uova a pasta gialla e io spiai da dietro le persiane per assicurarmi non volesse farne frittata di rane. Intuii parlassero di lui perché citarono la Cascinaccia e le sue travi ammuffite; mia madre disse che restando lì peggiorava le cose, il figlio lo avrebbe ospitato anche subito, la nuora era pure dottoressa, e la signora Claudia ribatté che era un vecchio ostinato, malmesso di corpo e di testa, e alla fine sancì: «Canta da crèp», come la campana quando ha una falla, una crepa cioè, e suona stonata, ha poco da scamparla.

 

Non so perché né di cosa, tuttavia mi fu subito chiaro che il signor Bertoni non sarebbe morto in un futuro imprecisato, come noi altri, ma in un futuro imminente a cui potevo dare il nome: sei mesi, forse tre, un paio di settimane, giovedì prossimo. Da quella volta andai a trovarlo ogni sabato, cioè come prima, per quanto il motivo fosse diverso e ben chiaro nella mia mente: volevo vedere se era ancora lì, se non c’era più, o intercettare il momento esatto in cui scivolava da uno stato all’altro. Continuavo a guadagnarci poco e l’asse sulla roggia era sempre più marcio – anche quello cantava da crèp –, ma non disertai mai un appuntamento e scelsi per lui le rane più belle. Mentre contava lo spiavo con attenzione e ne immaginavo i sintomi, un giorno le dita mi parevano gonfie e livide, un altro le labbra pallide, quasi azzurre, la palpebra destra accennava un tremore involontario, forse i respiri si erano fatti più corti? E intanto lui non moriva, pagava, inghiottiva e contava: le rane lo tenevano in vita.

 

«Non andare, lo disturbi» disse la mamma con un tono più esasperato del solito, e io andai lo stesso perché così giravano le cose fra noi. Superai il campo giallo di ravizzone con la ruota che frustava le foglie basse, rallentai in vista della roggia e imboccai l’asse contando gli stridii del legno – tre, uno meno della settimana prima. Bertoni era seduto sulla panca fuori dalla Cascinaccia, ad aspettarmi, e quando mi vide si alzò. Smontai di sella senza dire una parola, secondo quel nostro rituale muto e solenne, e appoggiai la cesta in terra fra le sterpaglie. Aprii il coperchio giusto uno spiraglio, quel tanto che bastava a infilarci il braccio e lo sguardo; le rane sguizzavano come saponette, ma io sapevo impugnarle con presa salda e delicata, e loro me lo lasciavano fare perché si fidavano. Offrii la prescelta a Bertoni, lui mi fece scivolare in mano il soldino bagnato, prese la rana per la zampa destra, la sollevò con gesto aggraziato e il mignolo teso eccetera, non sto a ripetermi. Aspettando che la rana saltasse mi parve di scorgere una pulsazione anomala sul collo del signor Bertoni, la giugulare si gonfiava e distendeva a intervalli irregolari, sintomo di un cuore stanco, prossimo alla resa, e mentre fantasticavo di vederlo stramazzare lì, con la rana ancora in bocca, quella si girò. Non era mai capitato che una rana si girasse, né tantomeno che mi guardasse negli occhi, le iridi arancioni picchiettate d’oro, la pupilla oblunga e un’aria così annoiata che provai più pena per lei, per il tedio di quel momento fatale, che per il destino a cui avevo condannato tutte le altre. Poi, invece di saltare fuori e salvarsi, quella scema si girò di nuovo e si tuffò giù per la gola di Bertoni. Il pollice che segnava l’uno nemmeno lo vidi, tanto ero scossa; tra il due e il tre fui percorsa da un brivido di raccapriccio, come se la rana fosse saltata in bocca a me anziché a lui; al quattro rimisi in discussione la mia intera carriera, ripensai a tutte le rane-figlie che avevo accudito e alla figlia-rana che ero, sempre sfuggente, sempre ribelle, eppure viva per la volontà di mia madre di dar corpo al desiderio e tramutarlo in carne, nelle mie mani svelte, nella mia testa dura, nei miei fianchi magri. Al cinque decisi com’era andata: la rana aveva guardato me, io avevo guardato lei, e ci eravamo riconosciute.

Bertoni restò così qualche secondo, con la mano alzata e le cinque dita ben aperte, congelato in un gesto di saluto. Rimisi la cesta in spalla senza applaudire, la messa era conclusa, potevamo tornare a ignorare le nostre rispettive esistenze, se non che Bertoni si accigliò e sollevò il pollice, l’altro stavolta, e io non seppi se proseguire a contare da sei o ricominciare da uno; poi alzò l’indice tremante, e poi il medio mentre la sua faccia si faceva rossa e il collo si piegava all’indietro, come volesse urlare, e in effetti spalancò la bocca ma invece dell’urlo dalla gola saltò fuori la rana. Bertoni schioccò le mandibole, come un cane che tenta di prendere al volo una mosca, ma la rana era già in aria, troppo lontana per essere riacciuffata. Atterrò da qualche parte nell’erba, la vidi per un attimo, poi sparì.

 

Un boccone che di proposito risale lungo l’apparato digerente ha del miracoloso, e ai miracoli non serve commento, così riflettevo mentre stavamo zitti l’uno di fronte all’altra, come incerti su cosa fosse lecito in quel nuovo rito. Bertoni mi tolse dall’impiccio di inventare una nuova gestualità proponendo quella vecchia: «Dammene un’altra» disse. Mi stupì volesse ritentarci subito, come se il prodigio non fosse avvenuto, o non significasse niente, però acconsentii, il cliente era lui, e mentre visualizzavo le rane nella cesta prefigurando la prossima eletta scovai in quel pensiero un senso di malessere, quasi di angoscia. Tergiversai e tesi la mano per ricevere la seconda moneta, un pagamento anticipato d’eccezione, ma Bertoni non volle darmela, neanche quando insistetti, perché secondo lui lo avevo imbrogliato. Realizzai che non attribuiva il miracolo alla rana, né a una qualche forza esterna, ma a me, come se volutamente l’avessi fatta tornare viva una volta morta. Alzò la voce, fece un passo e allungò il braccio verso la cesta, ma io sguizzai via come una saponetta, inforcai la bici e fuggii. Pedalai fino alla roggia senza mai toccare i freni e centrai l’asse a una velocità folle e immotivata, poteva spezzarsi e io cadere, battere la testa, morire annegata e tutte le rane morire di fame, prigioniere della cesta – a meno che la caduta non l’avesse fatta aprire e in quel caso sarei morta solo io. Invece l’asse non si spezzò, arrivai a casa alla solita ora e la mamma neanche mi punì.

Il giorno dopo iniziai a vendere gli insetti come esche ai pescatori o a chi riusciva ad ammazzare le rane senza resuscitarle. Anche se non ne avevo più motivo, continuai a far visita a Bertoni con la stessa frequenza. Lui sedeva sulla panca, come sempre, ma appena apparivo senza la cesta rientrava alla Cascinaccia in silenzio, deluso e infastidito; il nostro scambio si era fatto di soli sguardi rancorosi. Eppure ogni sabato tornavo, e ogni sabato era lì ad aspettarmi. Ignoro cosa ci legasse, forse sperava gli portassi altre rane salvifiche, mentre io speravo mi perdonasse per averlo condannato, o magari entrambi speravamo che al momento giusto avrei saputo resuscitarlo. Non si trasferì mai, né raccontò in paese del nostro piccolo diverbio, così il mio giro di affari rimase tutto sommato lo stesso e poco cambiò per me e mia madre in fatto di rane o di risotti. Non ricordo se morì.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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