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Il mondo salvato dalle ragazzine

di Andrea Inglese

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Strettamente intesa la democrazia non è una forma di Stato. E’ sempre al di qua e al di là di queste forme. Al di qua, come il fondamento egualitario necessario e necessariamente dimenticato dello Stato oligarchico. Al di là, come attività pubblica che si contrappone alla tendenza di ogni Stato ad accaparrarsi la sfera comune e a spoliticizzarla.

Jacques Rancière, L’odio della democrazia

 

Noi che viviamo in regimi di tipo democratico (parlamento, pluralismo politico, libere elezioni), non sempre abbiamo chiaro quale sia lo “spirito” della democrazia. A volte pensiamo addirittura che sia una specie di prerogativa antropologica nostra. E poiché l’abbiamo alle volte esportata con le armi (i nostri alleati USA), allora se essa compare al di fuori dalle nostre frontiere è faccenda sospetta. Qualcuno mi ha detto letteralmente che quello che accade in Iran è una faccenda di ONG occidentali e di gente finanziata da Soros. Gli ho risposto che la sua visione incarnava una sorta di razzismo antropologico, errore più grave del cosiddetto “complottismo” tanto in voga. L’ho già conosciuto nel 2011, quando gli esperti di occulte trame della CIA dai loro osservatori casalinghi negavano ai rivoluzionari arabi anche quello che la polizia di regime era costretta a riconoscergli, ossia l’autonoma – seppur limitata – forza di ribellarsi.

Invece, più semplicemente, c’è un popolo che dà una lezione, a se stesso innanzitutto, ma anche a tutti noi.

1) Su cosa vuol dire “popolo”. Un popolo che sta chiuso in casa non è un popolo, se non in potenza. E anche se una maggioranza se ne sta chiusa in casa, è quello che diventa “soggetto”, uscendo per le strade, opponendosi alle sue istituzioni e al suo governo, che nel bene e nel male si rivela come “popolo”. (E sia detto di sfuggita, ma non è una battuta: se ancora esiste un popolo palestinese, è perché di tanto in tanto esce di casa, rischiando di farsi arrestare o ammazzare dall’esercito israeliano. Con una colonizzazione del tutto riuscita, sentiremmo solo parlare dei successi della Silicon Wadi e dell’high-tech israeliano o degli scandali per corruzione dei partiti conservatori al governo. E questo vale, purtroppo, per tanti altri popoli che esistono solo per decisione consapevole e rischio di morte.)

2) Combattere per l’autonomia e per soddisfare i propri bisogni materiali non è la stessa cosa. Chi guida la protesta in Iran sono le donne, e sono gli studenti, e più in generale una classe media, senza che ciò escluda il sostegno e la partecipazione anche delle classi popolari. Ma questo significa che le studentesse e gli studenti sono pronti a farsi ammazzare, perché vogliono essere padroni del loro destino. Noi piangiamo ancora sulla scomparsa dell’animale politico, ma in Iran assistiamo a una lotta perché le nuove generazioni abbiano il potere di criticare radicalmente e pubblicamente le proprie istituzioni. Per anni, le donne hanno vissuto senza velo, in privato, ritrovando la libertà nel chiuso delle loro stanze. Dopo la morte di Mahsa Amini questo compromesso tra la morale pubblica islamica e una certa libertà tra le mura di casa, è saltato. E’ divenuto semplicemente insopportabile.

3) È una lotta nata dalle donne, in difesa delle donne, e dell’inviolabilità e dell’integrità del loro corpo, ed è, nello stesso tempo, una lotta largamente condivisa dagli uomini, in una misura tale che – ma magari mi sbaglio – è rara anche in Occidente.

Alcune cose che mi ha detto un’amica iraniana, che da due settimane è tornata dopo un soggiorno di un mese a Mashhad. Cose che per altro sono circolate anche sui nostri media.

I più poveri dipendono interamente dallo Stato, secondo una logica di controllo clientelare che anche noi italiani abbiamo ben conosciuto.

L’odio nei confronti del regime è diffuso, anche da parte di quelle persone che, per ragioni di età, considerano questa lotta disperata.

Il regime ha svuotato le prigioni, liberando la criminalità comune, a patto che essa s’impegni a colpire “gli intellettuali” e “gli studenti” in piazza.

Gli “stranieri” di cui si parla non sono altro, quasi sempre, che membri della diaspora iraniana, ossia persone dalla doppia nazionalità: iraniana e canadese, iraniana e tedesca, ecc.

Vige il sistema cileno e argentino della più sanguinaria dittatura: ossia sequestri occulti, e ricomparsa di cadaveri sfigurati e violentati.

La cosa più agghiacciante. Persone da poco rimesse in libertà, dopo essere state sequestrate e torturate, che si tolgono la vita.

La cosa più commovente: le madri escono con le auto, quando le loro figlie o i loro figli sono in manifestazione. Fanno ronde ufficiose per essere pronte al soccorso, in qualsiasi evenienza e nei confronti di qualsiasi giovane.

Ecco, ho scritto questo, per prendere il tempo d'”immaginare” il coraggio che ha quel giovane popolo di ragazze e ragazzi, alcuni neppure maggiorenni, che si sono buttati nella lotta contro adulti armati e criminali, adulti vigliacchi quanto il loro potere basato su principi indiscutibili.

È difficile “immaginarlo” da lontano quel coraggio, magari lo sarebbe pure da molto vicino. Eppure anche noi ne abbiamo bisogno di coraggio, belli seduti che siamo sulle nostre risorse fossili, sempre di fresca e crescente estrazione. Noi che abbiamo decretato che l’animale politico si era ritirato dall’attività, rimanendo per sempre fisso come una statua di cera nel Museo del Novecento.

L’immagine è tratta dal sito d’informazione francese Mediapart. Sono foto che le ragazzine hanno scattato, per farle circolare nei social. Sono foto di azioni simboliche. Gente con il dito medio alzato e rivolto verso l’autorità suprema. Sembrerebbero scattate in una middle school inglese nel 1977, con al posto dell’ayatollah la regina (pace all’anima sua). Solo che i giovanissimi punk inglesi – per fortuna loro – non rischiavano la vita, con i loro gesti “simbolici”.

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2 Commenti

  1. Andrea, grazie per questo pezzo e per le informazioni che hai condiviso. Un popolo esce in strada quando la misura è colma, penso. Le “procedure” cilene e argentine anni 70 che descrivi confermano che certe pratiche repressive si trasmettono drammaticamente di epoca in epoca, di regime in regime.

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andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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