Più schifo di prima

di Marco Corvaia

Se la tenera luce dellʼalba le facesse visita ogni mattina, rendendo affabili tutte le superfici, e la sua pelle, e lʼaria, quasi non le dispiacerebbe abitare in questo seminterrato, sotto sua madre, che chiama solo Vania; quei colori ammalianti le infondono una sensazione di benessere che la accompagna a lungo. Invece capita di rado, e oggi non è uno dei giorni fortunati. Mangia uno zabaione davanti alle uova che accudisce, illuminata dalla lampada che ha trovato tra la spazzatura, nel soggiorno consumato dallʼumidità.

Quelle stanno bene. Dormono, orfane e indifferenti, negli alloggi dellʼincubatrice, che ha una temperatura stabile, confortante. Aggiunge dellʼacqua nella vaschetta e ammira la loro intatta perfezione. Manca poco alla schiusa. La rottura dei gusci però la disturba, preferirebbe si aprissero come dei fiori che sbocciano, per poi tornare alla forma originaria. Accertarsi che contenessero embrioni e rubarle non è stato facile. Terminata la colazione, gli scatta una foto con il cellulare.

Non si era mai occupata di qualcosa di vivo in modo esclusivo, non ha nemmeno una pianta. Lʼunico essere vivente che è stato in casa sua è un topo. Lʼha catturato con la colla, spappolato a martellate e messo in bellavista, finché non si è putrefatto, come avvertimento per i suoi simili.

Spazzola i capelli, che le nascondono viso e collo, ma non abbastanza, e si veste pesante, anche se fuori non fa freddo. Saluta i surrogati da maternità ed esce.

 

Dalla fermata dellʼautobus vede la finestra della camera da letto di Vania. Come sempre a questʼora lì è tutto spento, lei si sveglia quando le pare. Non deve pagare lʼaffitto, e lʼassegno di invalidità, sommato a qualche lavoretto di sartoria, le basta. Lo riceve da quando un tizio lʼha buttata giù dalle scale, per farle capire che la loro relazione era finita. Caviglia e rotula le si sono sbriciolate, ma non lʼha denunciato. Da allora è zoppa e non frequenta più uomini.

Deve aspettare cinque minuti. Le viene in mente la volta in cui ha chiesto a Vania: «Come si legge lʼorologio con le lancette?». Aveva sei anni; le ha detto che non lo sapeva.

Qualsiasi domanda le facesse, la risposta era sempre la stessa: «Non lo so». E con uno sdegno che le atrofizzava lʼintenzione di insistere. Da bambina credeva che Vania fosse la donna più ignorante del mondo, non conosceva niente. Crescendo ha capito che semplicemente non voleva parlarle, per guardarla il meno possibile. Ha dovuto imparare tutto da sé, suo padre è sparito prima che fosse in grado di conservarne dei ricordi.

Una cosa però glielʼha insegnata: i periodi buoni sono unʼillusione. Lo ripete spesso, appena i problemi si assentano per un poʼ. Ne è convinta anche lei.

Prende posto in fondo, come ai tempi della scuola. Non si è mai pentita dʼessersi ritirata dopo le medie. Di studiare non le importava, e fare da bersaglio era snervante; veniva offesa e derisa da tutti, ogni giorno, perfino dai bidelli. Non se nʼè mai lamentata, non avevano torto, i suoi occhi sono troppo distanti e allʼingiù, la mandibola è troppo stretta, il mento non cʼè, il naso è piatto, gli zigomi sono incavati, i denti stanno nella bocca a casaccio e al posto delle orecchie ha dei residui di cartilagine senza senso. Ma la reiterazione è una tortura. Se non avesse i dotti lacrimali tanto ristretti, quando la esasperavano avrebbe pianto.

Lʼudito invece le funziona benissimo. Sente tutto quello che dicono i presenti. Qualcuno si lagna degli immigrati, qualcun altro dellʼinflazione, dei ragazzini sono in ansia per il compito in classe. Un tipo scheletrico suggerisce a uno con la gobba di non voltarsi, altrimenti rischierebbe di vomitare, quello non gli dà retta e vedendola sussulta; poi commentano con disgusto la sua bruttezza. Lei sogghigna, la mancanza di solidarietà dei difettosi la reputa una patetica rivalsa.

Origliare la tranquillizza, rende meno logorante la solitudine; è la sua abitudine sociale. Di recente un argomento ha contagiato tutti, il fatto di cronaca del momento: un bambino ha accecato il prete che voleva violentarlo, pugnalandolo nelle orbite con un crocifisso. Dicono che è un eroe, che merita una medaglia, che chissà quanti altri ne ha salvati così. E che è stato Gesù Cristo ad armare la sua mano, perché lo ama. Quando lʼha saputo, ha pensato a quel sacerdote orbo, che nega le accuse. Lo conosce, le ha fatto il catechismo, e in quei due anni non lʼha sfiorata neppure per sbaglio. Neanche un pedofilo mi ha voluta scopare, ha considerato, manco uno grasso e stupido.

Intanto marciapiedi e alberi scorrono, lʼautobus si svuota, le case si abbassano, si distanziano, diventano villette, e superato il campo di granturco, dove il territorio sembra spianato da una pialla colossale, che lʼha privato di qualsiasi punto di riferimento, tocca a lei scendere. Il resto della strada lo percorre a piedi.

 

Allʼingresso dellʼazienda, che molti definiscono lager nazista, le fanno subito notare che anche stavolta non è arrivata in motorino, come se non lo sapesse. È guasto e fino al prossimo stipendio non potrà ripararlo.

Nel magazzino, spacciato per spogliatoio dei dipendenti, si piazza sopra un sacco di plastica vuoto che fa da tappetino, toglie gli abiti in eccesso e li appende a un chiodo conficcato nel muro scrostato. Poi indossa guanti da giardinaggio, mascherina monouso e stivali di gomma.

Carica il mangime su una carriola e si avvia verso un capannone, incrociando qualche collega, con cui si scambiano lievi cenni del capo. Tranne un ex carcerato che ha trovato dio e che con questo impiego vuole continuare a espiare i propri peccati, sono tutti stranieri, e non durano granché. Loro le rivolgono la parola, se ne hanno il tempo, ma solo se ha il volto coperto.

Apre la porta di lamiera, accende i neon e si spinge dentro. Il fetore di ammoniaca è talmente intenso, e il convulso chiocciare di migliaia di galline ovaiole è così assordante, che il primo giorno lʼhanno fatta svenire. Ormai ne è assuefatta, procede tra le gabbie con disinvoltura, ignorando zampe spaccate sulle grate, becchi spezzati, creste mozzate e qualsiasi malformazione. Se ne frega anche di quelle morte, eliminarle è una mansione saltuaria, deve solo nutrirle, assicurarsi che abbiano da bere e raccogliere le uova.

Dopo il terzo capannone è il turno dei polli broiler. In questo cʼè buio, tira fuori una torcia per vederci qualcosa. Miasmi e baccano sono ancora peggiori, parecchi sono malati e di cadaveri ce ne sono di più; avanzando nella calca scalcia gli animali che le intralciano il passaggio. Fuori tossisce marrone, la polvere sembra averle bucato la protezione, intasandole la gola. E ne deve affrontare altri tre. Nellʼottavo, il suo preferito, andrà di pomeriggio.

Addenta il panino con la frittata, seduta su una pila di bancali, con le suole incrostate di merda e piume. Durante quella breve pausa pranzo, quando non piove, sta allʼaperto; nel magazzino spacciato per mensa ci sono soltanto delle sedie sgangherate, e il tanfo di muffa sovrasta quello del cibo. Ci starebbe anche quando diluvia, se ci fosse un punto dove ripararsi; le reazioni di ribrezzo le stroncano lʼappetito, nessuno sopporta vederla masticare.

In disparte evita ulteriori chiacchiere sul bambino e sul prete. Non capisce perché se ne parli tanto. Con il primo colpo si è difeso, con il secondo lʼha punito; è stato bravo, caso chiuso. Forse è solo più facile discutere di qualcosa che non ci riguarda, riflette, soprattutto se fa clamore, piuttosto che parlare di sé, e la gente non sa starsene zitta.

«Ehi, amica, mi dai un sorso di birra?» sente domandarsi da dietro.

«È limonata» risponde, risollevando la mascherina.

Un ragazzo le è girato intorno e adesso le sta davanti, con lʼespressione di chi non ha capito, mentre fissa la sua bottiglietta dal contenuto giallognolo. È nuovo, forse marocchino, non lʼha mai visto.

«Non è birra, io non ne bevo. Sono astemia» specifica.

«Ma sei di queste parti?»

Lei annuisce, appallottolando lʼincarto del panino.

«Cioè sei veneta e astemia? Non è possibile, qui vi ubriacate tutti».

«Io no».

«Non ci credo» dice, e si fa una risata. «Devi essere unʼaliena» aggiunge.

«Mi hanno chiamata anche così» ed espone la sua deformità, stroncando il divertimento.

Dopo lo sgomento e delle goffe scuse, il ragazzo si dilegua. Lei si rimette a lavoro.

E sgorbio, mostro, incubo, seppia, scorfano, senzʼanima, spaventacristiani, faccia sciolta, aborto fallito, bestia informe, immondizia umana, Super Sloth, film horror, maschera di Halloween, creatura dellʼinferno, errore della natura, fenomeno da baraccone. Le hanno dato così tanti soprannomi che non li ricorda tutti. Alcuni però lʼhanno fatta sorridere per lʼoriginalità.

Pulisce i viali attorno ai capannoni e ai magazzini, scarica da un camion dellʼattrezzatura per gli uffici, in gruppo, e riempie due furgoni di uova, fingendo di non sentire il marocchino che blatera del suo aspetto. Il sudore le infradicia la maglietta, percepisce tutto il peso del cielo trevigiano su di sé. Chiede al responsabile il permesso di andare in bagno.

Piscia in equilibrio precario, fra batteri e funghi patogeni, con i pantaloni alle ginocchia. Si sciacqua le mani con acqua non potabile, esaminando la ragnatela che sostituisce il solito fastidio dei bagni pubblici; di specchi non ce ne sono, come a casa sua.

Inizia a sentirsi smontata dalla stanchezza e a corto di fiato, le fanno male braccia e schiena, ma appena entra nellʼottavo capannone rinasce. Il sessaggio dei pulcini è stato quasi ultimato. Li sente pigolare, tutti insieme, frenetici e impauriti. Qualcuno sta già spostando le femmine nel pollaio. A lei spettano i maschi, e ne è felice.

Impila le cassette con quegli scarti di produzione su un carrello e li porta nella sala accanto. Il grande macchinario che chiama tritacarne è in funzione. È un imbuto di denti metallici che ruotano a una velocità esorbitante, sminuzzando tutto quello che ingurgita. Rastrella i piccoli a manate e ce li scaraventa dentro, assaporando ogni suono della triturazione, una cassetta dopo lʼaltra, finché sono tutte vuote. Ne adora il ritmo, ogni rumore prodotto, la trasformazione organica; quando nessuno la vede si ferma, chiude gli occhi e si gode quella sinfonia.

Sa che in altri allevamenti intensivi è tutto automatizzato, oppure il loro smaltimento avviene in modalità differenti; è una fortuna che sia stata assunta in questo, è la principale ragione per cui ci lavora. Torna di là, fa un altro carico e ricomincia.

In alcuni paesi europei questa pratica non esiste più, e ha letto che tra qualche anno verrà abolita anche in Italia, ma non vuole farsi rovinare la parte migliore della giornata da certi pensieri negativi. Dipendesse da lei, la estenderebbe ai neonati maschi, per avere delle chances in più con le ragazze. Non crede sia davvero crudele, è una morte più rapida di altre, ma meno convenzionale. Morire così le piacerebbe, diventando una nota della musica che la inebria, e non troppo tardi, è vivere male la vera crudeltà.

Rientra nel finto spogliatoio. Ripulisce gli stivali, conserva i guanti, getta la mascherina. E recuperati gli abiti appesi, se ne va.

Mentre si dirige verso lʼuscita del campo di concentramento, come un kapò che ha degli incarichi da eseguire allʼesterno, volge lo sguardo allʼedificio di cui si è innamorata allʼistante. Il primo ascolto è stato una rivelazione. Appena ne ha avuto la possibilità, ha registrato la sinfonia del tritacarne, per averla sempre con sé, scoprendo però che lʼeffetto era più blando. Per raggiungere lʼestasi deve esserne lʼimpulso scatenante, e già freme per la replica di domani.

Nessuno degli svaghi che ha provato è mai riuscito a darle il minimo piacere. Lo sport è ridicolo, il cinema è bugiardo, disegnare è frustrante, le escursioni sono deprimenti. In questo periodo sta testando videogiochi e pornografia. Con i primi spara, distrugge e ammazza chiunque, senza capirne lo scopo. Con la seconda guarda splendide ninfomani che si fanno di tutto, senza mai eccitarsi, così si sofferma sulle scenografie. Quella tenda è più attraente di me, pensa, quella sauna è più intrigante di me, quella Jacuzzi è più affascinante di me, quelle lenzuola sono più desiderabili di me.

Il suo edonismo risiede solo nel congegno che tritura quei pulcini maschi.

 

È di nuovo in autobus. Le vibrazioni sotto al sedile e il leggero dondolio nelle soste le danno sonnolenza. Le palpebre cedono. Appena sente nominare Venezia però si risveglia, come se fosse scattato un allarme.

Ricorda il treno che viaggiava su rotaie invisibili, con il mare a destra e a sinistra, in una suggestione di fantasia. Alla stazione, dopo un velo dʼombra simile a un sipario, sono apparsi canali, pontili, rii, imbarcazioni, filari di case basse e piantagioni di souvenir per turisti. Ne è rimasta stregata, si è detta che assuefarsi a quella meraviglia è impossibile, e ha contato quanti come lei erano rimasti in contemplazione: quindici.

È salita su un vaporetto, direzione Dorsoduro. Ha fissato per tutto il tragitto le gondole ormeggiate, mosse dalle onde, inconsolabili, e i segni dellʼacqua alta sui contorni, linee marcescenti e verdi muschi che le sono sembrati dei moniti. Ha sentito gemere le fondamenta delle architetture, di lamenti melmosi e ovattati. Ha annusato il profumo di un luogo che illude dʼimmutabilità, come una magnifica leggenda.

Si è inoltrata nei giardini di Caʼ Rezzonico, e ha proseguito per musei e antichi palazzi, passeggiando fino a piazza San Marco, senza che unʼocchiata di repulsione, o di commiserazione, le si posasse addosso. Indossava una bauta bianca e un cappello a tricorno con le piume. Era carnevale, nessuno faceva caso a lei.

Tra gli artisti del centro storico è il suonatore di calici ad averla rapita. Era un uomo corpulento, ma mentre le sue dita umide sfioravano quei bordi di vetro con la velocità e la grazia dei colibrì, lʼimpaccio della massa svaniva. Sprigionava la melodia dellʼinanimato, componendo motivi che le sembravano di un altro pianeta.

Dopo lo spettacolo serale avrebbe voluto vagare per le centinaia di isole e ponti di quella città dalla fragile naturalezza, che sprofonda per una fine poetica, in un futuro subacqueo chissà quanto lontano. Ma la folla era soffocante, ha ripiegato nellʼintimità di vicoli desolati, finché si è imbattuta in un ubriaco sconfitto, con la sua stessa maschera e un cappello identico, più un tabarro scuro e dei guanti eleganti, che gli ha portato via. Ha completato il suo costume e in una tasca interna di quel mantello ha trovato una cartolina dorata. Si è allontanata serafica, voltato lʼangolo ha visto uscire da un portone due gnaghe allegre, che parlavano di una festa folle. Ha aspettato che si aprisse di nuovo e si è imbucata.

Allʼingresso cʼera la sorveglianza. Le hanno chiesto lʼinvito e ha sfoggiato la cartolina. Era una casa sfarzosa, arredata in stile diciassettesimo secolo. Al centro della sala maggiore cʼera una piccola orchestra che suonava musica barocca, in quella successiva dominavano banchetti di pietanze pregiate e vini costosi, in tutte le altre cʼerano orge di sesso, bondage e cocaina. Si è aggirata tra quei corpi euforici come unʼinfiltrata, fantasticando di doverne analizzare i livelli di depravazione. Certuni ne sembravano succubi, altri la padroneggiavano con esperienza, e qua e là qualcuno la scambiava per la persona che aveva sostituito. Rispondeva con dei gesti e si defilava, sorseggiando champagne, ma lʼinganno non convinceva.

«Benvenuto nella prossima Atlantide, in cui dimorerà chi ha sangue diverso dagli esseri umani» le ha detto un medico della peste con accento slavo.

Quando ha provato a ripetere la tattica, quello lʼha afferrata per un polso e ha urlato: «Non conosci la risposta in codice perché sei un intruso».

Le ha ordinato di svelare la sua identità, ma lei non avrebbe mai rinunciato allʼanonimato. Non lʼha fatto neanche quando è stata legata a una cavallina da BDSM, a culo nudo, né quando lʼha avvisata delle conseguenze se non obbediva. Le ha spinto nellʼano tre uova sode, tra lʼesaltazione degli ospiti, e poi ha tolto la propria maschera, per mostrarle un volto che non doveva dimenticare. Quei lineamenti ruvidi, quegli occhi ferini e quella cicatrice da bocca a orecchio le tormentano ancora i sogni.

Appena ha ripreso a camminare bene è andata in unʼagenzia interinale. Le hanno offerto quel posto da inserviente, in mezzo a polli e galline. Ha accettato, dicendo che era ciò che meritava. A Venezia non è più tornata.

Riemersa dalle paludi della memoria, si accorge di essere scrutata da un bambino seduto davanti a lei, in una torsione elastica.

«Perché la tua faccia è così?» le domanda.

«Ho una malattia che si chiama sindrome di Treacher Collins».

«Ti fa male?»

«No».

«Puoi guarire?»

«Macché».

«Come ti sei ammalata?»

«Sono nata così».

«Tanto tempo fa?»

«Non direi, ho allʼincirca ventʼanni».

«Allʼincirca?»

«Non fa differenza se sono più o meno di venti».

«Perché?»

«Non cambia niente».

«Sei strana. Come ti chiami?»

«Non lo so più. Nessuno mi chiama mai per nome» e si alza, interrompendo lʼintervista. Deve scendere con un paio di fermate di anticipo, per comprare cartaculo e beveraggio a Vania; così le ha scritto per messaggio.

Ficca nel cestino gin, grappa, rum scuro, acqua tonica e carta igienica. Che si sfondi il fegato e caghi fino a morire, rimugina, se è questo che vuole niente glielo impedirà, tantomeno io. Poi cerca qualcosa per sé, ma la distraggono unʼanziana signora e la sua nipotina; sghignazzano come se fossero complici in uno scherzo, che vorrebbe capire quale sia.

«Menomale che nessuno ti vorrà mai, avrei odiato diventare nonna» le ha detto Vania nella sua ultima sbronza. Le ha bussato alla porta a notte fonda per farglielo sapere. Dopo è risalita, zoppicando e ridendo.

Averle confidato che è lesbica era stato inutile, non lʼaveva nemmeno ascoltata.

Sceglie carciofi, cipolle rosse, pomodori secchi, sapone liquido e un ammorbidente. Le servirebbe anche un bagnoschiuma, ma lʼeccessiva varietà la confonde. Distoglie lo sguardo per non perdersi in quegli scaffali, e tentando di ricordare quale ha comprato la volta scorsa, avvista qualcuno che le sembra familiare. Si avvicina per guardarlo meglio, senza farsi notare: è un signore di circa settantʼanni, tozzo, con la chierica, delle folte basette e una postura remissiva, da perdente. Crede che sia suo padre.

Non ne è certa, lʼha visto solo in qualche fotografia sbiadita. Se gli si parasse di fronte quello non avrebbe gli stessi dubbi, da queste parti nessuno è come lei. Ma non se la sente. Lo segue fra i reparti, alla cassa, per strada. Non ha la macchina, cammina da solo, così decide di pedinarlo, ignara della ragione.

Di quel genitore sa che è tornato dalla prima moglie, che vive nelle vicinanze e che ha spedito lʼassegno di mantenimento fino alla sua maggiore età. Nientʼaltro. Vania le ha detto anche che le ha abbandonate per colpa della sua orrenda fisionomia, la riteneva un castigo divino, ma sospetta che non sia la verità; non le ha mai dato motivi per fidarsi.

Gli va dietro con un paio di sacchetti. Svolta alla copisteria, poi alla clinica veterinaria, supera una piazzetta e aspetta fuori da unʼenoteca. Si domanda che lavoro facesse, se è in salute, se ha altri figli, se questi sappiano della sua esistenza, se lo hanno reso nonno, se detesta esserlo. Quando riappare, persevera con il pedinamento e le incognite.

Dopo unʼaltra decina di metri però quello si volta di scatto, facendo oscillare le sue provviste.

«Credi sul serio di poter passare inosservata?»

È questa la voce di mio padre?, sʼinterroga lei, è così raschiante? è con questo timbro cacofonico che si rivolgeva a me? oppure è stata tramutata dal tempo? Le sembra fatta di sabbia e sassi, dovrebbe appartenere a un uomo di pietra, non a un individuo comune.

«Che cosa vuoi?»

Lei vorrebbe unʼalba luminosa ogni mattino, dei soldi per aggiustare lo scooter, lavorare soltanto nellʼottavo capannone, la revoca allo stop dello sterminio dei pulcini, essere una buona mamma per le galline che nasceranno, infilare nel tritarifiuti gli eventuali maschi, fare sesso con le ragazze, imparare a suonare gli oggetti, scordare lo sfregiato e che la faccia di Vania diventi come la sua. Ma nessuna di queste risposte le pare corretta, così continua a tacere.

«Ti sei ingoiata la lingua, o sei sorda?»

È indecisa se dire che altri con la sua sindrome perdono lʼudito, e hanno problemi respiratori che possono ucciderli, ma a lei è andata bene. Oppure ribattere con un secco vaffanculo, un padre dovrebbe saperlo. Invece la attira un aroma. Sono davanti a una polleria. Dei polli allo spiedo girano sotto fiamme bluastre, in vetrina, come in una lenta danza di saggezza. Le rammentano che il presente conta più del passato. Deve controllare le uova nellʼincubatrice.

Rinuncia al confronto con il padre potenziale e prova a ripercorrere lo stesso tratto a ritroso. Volta da una parte, poi dallʼaltra, passa da un incrocio, attraversa una galleria, finché non sa più dove si trova; non è mai stata in questa zona. In giro cʼè ancora qualcuno, anche se è sera da un poʼ, ma di suscitare sconcerto chiedendo informazioni non le va. Accelera il passo, rimpiangendo di non avere prestato attenzione al percorso, alla ricerca di uno stralcio di senso dellʼorientamento, con la crescente convinzione che le uova abbiano bisogno di lei. E il boato di unʼesplosione terrorizza lʼintero isolato, e lʼonda dʼurto fa tremare ogni cosa, e un fumo catramoso appesta lʼatmosfera, mentre un blocco di muratura la sbalza contro unʼauto parcheggiata, facendole perdere conoscenza.

Rimane sul marciapiede, tramortita, a ricoprirsi di detriti e fuliggine, con gli abiti che bruciano e la spesa sparsa ovunque, ai piedi di una palazzina squarciata come se fosse di cartapesta.

 

Un acquazzone sta abbeverando terreni agricoli e vegetazione urbana, sta ripulendo stabilimenti, carreggiate e condomini, sta obbligando i passanti a proteggersi con gli ombrelli o a rintanarsi. Lei lo vede infrangersi contro la finestra della stanza dʼospedale, dove lʼilluminazione le trafigge i sentimenti.

Si sente imperniata a letto, con medicazioni, attrezzi chirurgici e terapie endovenose che le impediscono qualsiasi movimento, ed emicrania e acufene che le castrano ogni riflessione. Riesce a pensare solo agli analgesici, le sembrano dosati con avarizia. Immagina di stare là fuori e che quella sia una pioggia di morfina.

È rimasta in coma per un mese. Appena ha dimostrato di avere recuperato le capacità cognitive le è stato comunicato del trauma cranico, delle costole rotte, delle fratture alla clavicola, allʼomero e alla tibia, della perforazione di un polmone, delle ustioni di terzo grado su spalle, arti e viso, degli interventi operatori che ha subìto e di quelli a cui dovrà sottoporsi. Non sa se anche Vania ne è al corrente, è la prima volta che viene a trovarla, e non fa altro che stare seduta a sbevazzare da una fiaschetta.

«Fai più schifo di prima» le dice allʼimprovviso. E va via.

Non se la prende, sa che schiettezza spesso non fa rima con gentilezza, ed è sicura che non si sbagli. Non si è arrabbiata neppure quando le è stato raccontato del vecchio con la leucemia, che ha fatto scoppiare con il gas lʼappartamento in cui viveva insieme alla moglie malata di Alzheimer, per porre fine alle loro sofferenze; per una decisione che denota coraggio e amorevolezza prova rispetto, è la sfortuna che lʼha fatta essere lì nellʼattimo peggiore, e a quella è abituata. E per i pulcini che dovevano nascerle si è rammaricata, finché non ha realizzato che trasformare in un pollaio quel seminterrato era una bestialità. È lʼinsufficienza di antidolorifici che la fa schiumare di rancore, farebbe a pezzi qualunque cosa che le sta attorno e quel poco di sano che le è restato in corpo, se potesse. Ma può solo premere il pulsante per richiamare lʼinfermiera, sperando che le conceda un intermezzo di quiete, in quel lancinante supplizio che le fa desiderare di gettarsi in un tritacarne gigante.

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4 Commenti

  1. Sbalorditivo esempio di frustrante nichilismo, passibile quasi di istigazione al suicidio. Se scrivere significa piangersi addosso in questo modo come può la letteratura contribuire allo sviluppo delle società? Il faro che illumina il percorso della vita dovrebbe essere la ricerca dell’eccellenza e non il compiaciuto crogiolarsi in una miseria squallida che, se si va ad approfondire, ha sempre una ragione oggettiva che la giustifica.

    • La letteratura non si fa con i buoni sentimenti, ma con un corpo a corpo con gli aspetti deteriori della vita ed è proprio da questo che nasce il suo straordinario dono di insegnarci ad amare la vita. In una società come la nostra, tuttavia, che confonde la carta patinata o il cellophane che avvolge la cosa con la cosa stessa è comprensibile che ci siano reazioni come la sua, meno comprensibile è perché si avvalga del dono dell’anonimato chi ha a cuore la ricerca dell’eccellenza, eppure proprio il Deuteronomio insegna che munera excaecant oculos sapientium et mutant verba iustorum.

      • Il detto erudito che mi ha citato potrebbe riferirsi a chi considera il denaro fine ultimo della propria vita e non strumento indispensabile per migliorarla (da tutti i punti di vista) quando conseguito con impegno, merito e dedizione. Io mi sono sempre sforzato di appartenere alla seconda categoria e vado fiero dei successi professionali onestamente conseguiti senza piangermi addosso né aver mai privilegiato i diritti ai miei doveri. Comunque, per sintetizzare il mio concetto di letteratura ed il suo scopo riporto qui il mio motto « non scrivo per esprimere sentimenti né per suscitare emozioni bensì per stimolare riflessioni ed immaginare soluzioni, in una maniera tanto divertente quanto provocatoriamente irriverente ». La mia opera La generazione del pesce crudo » ne è un esempio concreto

  2. Non saprei…..C’é forse un pó troppo do tutto. Dalla vita reale e TERRIBILE dei polli campo di concentramento al resto. Forse le cose andrebbero o diluite o separate. Che la letteratura si faccia ” in un corpo a corpo con gli aspetti deteriori della vita “…Di nuovo non saprei.

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