“Filosofia della casa” pop-rock-punk: i Babilonia Teatri rileggono Emanuele Coccia

di Silvia de March

 

È stato un vero e proprio allunaggio quello dei Babilonia Teatri a Treviso, ospiti domenica 16 luglio all’interno della rassegna di teatro contemporaneo Gea.23. Evidentemente non erano bastati due Premi Ubu (2009 e 2011), né un Leone d’Argento alle Biennale di Venezia (2016), nemmeno il passaggio in Rai con la rilettura di Romeo e Giulietta (2021), per accreditarli tra le proposte da avanzare al pubblico trevigiano, da decenni escluso da una circuitazione non convenzionale e non condizionata dal mainstream televisivo.

Dichiariamo subito le costanti della poetica sovversiva del loro teatro pop-rock-punk che abbiamo ancora una volta piacevolmente ritrovato: una drammaturgia apparentemente destrutturata, spesso declinata attraverso lunghe elencazioni, abbinamenti non-sense, elementi di denuncia sociale e momenti di pathos integrati in una parodia della società dall’ilarità irrefrenabile; irruzioni musicali ad altissimo volume, luci a tratti accecanti, colori sgargianti. Le scene allestite dai Babilonia Teatri, così come le loro drammaturgie, sono un coacervo di ready-made decontestualizzati e rimontati con un effetto fortemente straniante. Sul palco ci può stare di tutto, nel tentativo di ridurre la complessità della realtà ad un microcosmo che inevitabilmente finisce per apparire caotico: antenne, una pianta appesa a testa in giù, un divano ciclopico gonfiabile, persino una betoniera; e soprattutto si può fare di tutto: saltare su un tappeto elastico, usare un letto a rotelle come una giostra rotante, far deflagrare due cuscini e spargere le loro piume al soffio di un ventilatore. Tutto in un’orchestrazione mai improvvisata, dominata con precisione e sicurezza, puntellata da istanti iconici ed epigrammatici di grande incisività.

I Babilonia sono sbarcati a Treviso con Pietre nere, uno spettacolo che affronta il concetto di casa da multiformi prospettive, ricavate dal saggio Filosofia della casa di Emanuele Coccia e dai dati raccolti attraverso un’indagine condotta sul territorio di Asti (all’interno di Casa Mondo, progetto vincitore del Bando Art Waves di Compagnia San Paolo) in luoghi diversamente abitati, come le residenze per anziani o i dormitori per clochard.

È senz’altro tra le loro produzioni più appropriate per questa città loro refrattaria, visto che tutti i candidati alla carica di sindaco alle elezioni primaverili hanno riconosciuto l’emergenza casa che ci contraddistingue: decine di migliaia di immobili sfitti, canoni insostenibili, un centro storico divenuto appannaggio di un’élite, con un dormitorio clamorosamente insufficiente (solo una ventina di posti) rispetto alle crescenti emergenze. Insomma, il capoluogo della nostra provincia è sempre meno abitato e sempre più relegato a mero polo funzionale e a ipermercato diffuso, disseminato di retail di grandi brand. Se la dinamica è comune ad altre grandi città, le piccole dimensioni della nostra suggeriscono che qui il processo avrebbe potuto essere da tempo diversamente governato.

Pietre nere è un’inesauribile ed inesausta sollecitazione, non solo intellettiva ma anche sensoriale – e per gli attori persino ginnica -, sul ruolo assunto dall’abitazione tanto nell’immaginario collettivo e merceologico, quanto nella nostra singolare identità: come un abito, come una pelle magari tatuata, la casa ci racconta, agli altri e a noi stessi. Cosa significa non averla? Cosa significa abbandonarla? E viceversa, cosa implica identificarsi eccessivamente o esclusivamente in essa?

Diritto o privilegio, fisiologica aspirazione o proiezione idealizzata, guscio o barricata, vantaggio sociale o costrizione subita, oasi o prigione, radura o tana. Con rapidi ma caustici accenni, ci vengono illustrate le variegate accezioni che convivono e confliggono nel medesimo spazio, al tempo stesso fisico e simbolico, e che si moltiplicano in rapporto alle relazioni che vi sono ospitate e tra le quali occorre considerare anche la coesistenza immateriale dei contatti social. C’è chi una casa non può permettersela nemmeno in affitto, chi trasloca di contratto in contratto, chi trova la sua collocazione per un breve tratto o per

sempre o chi si sente sradicato: non hanno dunque un medesimo abito gli abitanti delle case, né gli abitanti delle città – dipende e cambia in rapporto a possibilità economiche, fattori sociali, background culturali, non di meno in una misura corrispondente alla nostra personale capacità di “fare casa”, di creare e modulare il nostro spirito di appartenenza, in particolare oggi in un contesto in cui il mondo reale sembra la piattaforma d’accesso a quello virtuale in cui più frequentemente ci spostiamo.

Non è uno spettacolo dedicato soltanto agli interni, anzi, forse il piano su cui la critica sociale sa pungere in modo costruttivo è proprio quello che indaga le interazioni tra ciò che c’è dentro e ciò che c’è fuori. Fingiamo di abitare case in cui torniamo a dormire; fingiamo di abitare città che non frequentiamo se non attraversandole per dirigerci al lavoro, lungo corridoi che tracciano le stesse abitazioni l’una accanto all’altra. I veri abitanti della città, ci suggerisce Enrico Castellani, sono i senzatetto; non sarebbe perciò privo di senso spostare i nostri letti nelle piazze o nei parcheggi dei grandi supermercati per sperimentare con maggior autenticità cosa significhi far parte di un luogo e di una cittadinanza.

Già in exergo, Enrico Castellani aggancia un aneddoto personale ad un altro storico più fecondo: Boston, 1916, durante una calda notte Flavio Machicado Viscarra termina di ascoltare uno dei suoi dischi e scattano gli applausi dei vicini; tornato in Bolivia, il medesimo nel 1938 comincia ad aprire regolarmente le porte di casa sua a La Paz a chiunque voglia apprezzare la musica classica e dal suo nome vengono intitolate “Las Flaviadas” le sessioni settimanali di ascolto collettivo. Una casa dalle porte aperte, luogo di incontri e incrocio di traiettorie, può essere ancora oggi un modello nei nostri orizzonti?

È proprio questa la direzione a cui ci invita la compagnia. “Mia nonna diceva che il radicchio va mangiato con tutte le radici / le radici sono amare e sono la parte più buona del radicchio / senza le radici il radicchio non è niente”; eppure, alla fine, oltre la morte, si scopre che per apprezzare l’amaro c’è bisogno della foglia più morbida e dolce che dalle radici si allunga verso l’esterno.

A questa conclusione, in realtà il pubblico è orientato sin dall’inizio: infatti, si entra in sala scoprendo il teatro nella sua nudità, totalmente esposta in assenza di quinte e fondali; i componenti della compagnia sono già sul palco e stanno facendo le pulizie come se stessero nel loro e anche nostro salotto. Siamo i benvenuti in una casa che abbiamo dimenticato essere nostra, il teatro, luogo che potenzialmente potrebbe tornare ad essere un’agorà calamitante se la si rendesse disponibile per opere come questa, di stringente attualità e dalle forme espressive imprevedibili e coinvolgenti. Una casa – il teatro – che ci consente di uscire dall’isolamento, ci offre l’esperienza sempre più esclusiva di condividere emozioni e riflessioni, trasforma gli sconosciuti in affini e ripara molti altri danni da omologazione ed appiattimento culturale. Non è un caso che Àlex Rigola, direttore della Biennale Teatro che nel 2016 assegnò ai Babilonia Tetri il Leone d’Argento, nella motivazione indicò la loro capacità di «essere terapeutici» e descrisse il loro come un «teatro necessario».

Fortunati quindi i figli di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani, Ettore e Orlando, che, pur essendo ancora ai primi cicli scolastici, hanno il privilegio di andare in scena insieme ai genitori: stanno scoprendo non solo la sana adrenalina della creatività ma una prospettiva illuminata a pochi, ovvero la stretta attinenza dell’arte ai nostri vissuti e alla crescita collettiva. Non dell’arte tutta, ma di quella con la A maiuscola che dismette la facile tentazione dell’intrattenimento o una sterile quanto pericolosa autoreferenzialità.

Pietre nere

di Enrico Castellani e Valeria Raimondi, e con Francesco Alberici, Ettore Castellani, Orlando Castellani – visto a Treviso al Teatro Del Monaco il 16.7.2023. Produzione Babilonia Teatri e La Corte Ospitale, coproduzione Operaestate Festival Veneto, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo.

 

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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