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Riduzionismo (sillabario della terra # 13)

di Giacomo Sartori

Fino a tempi molto recenti i suoli venivano rispettati senza conoscere la loro diabolica complessità. Per buon senso, visto che davano il cibo agli uomini e ai loro animali. Per intuito. E certo fino alla prima metà del secolo scorso per gli strascichi della visione organicista, spazzata via da tempo dai modi di vedere delle società capitalistiche, ma che aveva nel mondo contadino più difficoltà a morire. Lì resisteva la consapevolezza che l’uomo fa parte di una rete di relazioni più grande di lui, non è isolato, non può fare qualsiasi cosa, non padroneggia tutto. E poi nella terra doveva pur risiedere un qualche mistero, se essa era capace di quel perenne miracolo, se si prendeva il compito di accogliere le nostre spoglie quando la nostra vita finiva.

Ci siamo in seguito messi a trattarla come fosse un semplice substrato, un supporto passivo sul quale applicare le tecniche più appropriate per generare nel corto termine i profitti maggiori: una materia morta e stupida, per dirla con le parole di Cartesio. La giovanissima chimica agraria aveva scoperto nella prima metà dell’Ottocento che la pianta ha bisogno soprattutto di azoto, fosforo e potassio, e che prende questi elementi minerali per mezzo delle radici: si è quindi cominciato a ritenere che si dovesse mirare a aumentarne la riserva del suolo, mediante l’apporto di concimi chimici. Senza prendersi la briga di considerare gli altri fattori in gioco, e ottenendone immediato vantaggio.

Per paradosso questo è successo proprio mentre si cominciava a capire, utilizzando la stessa arma delle sperimentazioni scientifiche, quanta e quanto varia vita albergasse la terra. L’attività microbiologica nel suolo è stata messa in luce infatti a partire dall’ultimo scorcio dell’Ottocento, in contemporanea con i primi utilizzi e l’ascesa delle concimazioni chimiche. Pur rendendosi conto che tutto quello che succedeva nella terra era dovuto al lavoro dei batteri e dei funghi, fino all’apparire delle tecniche genomiche, in questi ultimi decenni, i biologi non avevano strumenti per arguire nei dettagli chi c’era e cosa faceva: la maggior parte dei microbi non si lasciavano isolare e coltivare, come si dice in gergo. Ma insomma si sapeva che tutti i processi che sfociano nella cessione degli elementi minerali alla pianta sono svolti da organismi viventi: sono biochimici, non chimici.

Ha prevalso però la credenza che si trattasse di restituire in forma inorganica il maltolto (questo sì in forma inorganica, perché le piante vogliono quella). Una interpretazione completamente fantasiosa, che si è rilevata profondamente dannosa per i poveri suoli. L’apporto di elementi minerali con i concimi chimici inibisce infatti la maggior parte dei suoi processi biologici, tra i quali proprio quelli della naturale cessione degli elementi stessi alla pianta. Il risultato immediato c’è, perché le colture ricevono pur sempre il nutrimento di cui hanno più bisogno, ma la terra soffre e smette di lavorare, diventa un peso morto, uno zombie sempre più dipendente, come tutti i drogati, dai suoi fornitori. E per quanto si faccia attenzione una gran parte degli elementi somministrati finisce nell’ambiente, creando enormi problemi.

L’aumento delle produzioni agrarie mondiali è stato però impressionante, facendo mettere in sordina i danni, e anzi apparendo come un passo fondamentale nel progresso dell’umanità. Ancora adesso la cosiddetta Rivoluzione verde della seconda metà del secolo scorso è considerata dai più una magnifica e intoccabile prova delle capacità umane, e della Scienza, un esempio da seguire. Senza considerare che i buoni risultati produttivi, lasciando stare i drammatici guasti ambientali, li ha dati solo nelle terre migliori. Ha fallito invece completamente in quelle con limitazioni, contribuendo anzi al loro degrado. E ha causato una drammatica perdita di sostanza organica, il capitale alla base della loro fertilità, nei suoli di gran parte del Pianeta.

Colpisce ragionando a posteriori la simultaneità dell’acquisizione delle conoscenze e del loro occultamento. Per la sua natura la scienza è divisa in domini che sono quasi compartimenti stagni, anche quando l’oggetto di studio è lo stesso, quindi la cosa non è poi così difficile: si tratta solo di marginalizzare le discipline indisciplinate. In tanti altri campi la chimica aveva grandi e assai decantati successi, certo questo contava molto. E soprattutto nell’industria, la quale diveniva sempre di più il modello a cui riferirsi, la via vincente che anche la natura doveva seguire, se voleva imboccare anche lei la via del progresso. Ma certo aiutava anche la semplicità della visuale, così vicina alla contabilità a partita doppia, con le due colonne delle entrate e delle uscite.

La miopia con la quale si rappresentava la terra, perdurata per più di un secolo, è stata pilotata dalla scienza stessa, e a dispetto che le prove sperimentali, quindi scientifiche, che quel modello fosse sbagliato diventassero sempre più numerose e schiaccianti. Si propagandava una terra di natura solo chimica, senza sostanza organica, senza vita, senza interrelazioni di organismi, che non ha corrispettivo nella realtà. Spesso si parla di riduzionismo, ma è forse una definizione troppo clemente, che non rispecchia la sua anima farlocca e fuorviante, di esasperato stampo meccanicistico, agli antipodi degli oggettivi funzionamenti. Agli strapotenti gruppi che dominano il mercato dei concimi chimici, e ora anche delle sementi e dei pesticidi, e che hanno la mano anche sulla ricerca scientifica e tecnologica, e sui governi, faceva però comodo restare aggrappati a quel modo di vedere le cose, e sono riusciti a far sì che esso non fosse detronizzato, o anche solo scalfito.

La scienza è partita una volta per tutte per la tangente nell’euforia del secondo dopoguerra, dopo qualche decennio di tentennamenti, durante i quali alcune voci anche molto prestigiose hanno cercato di mettere l’accento sulla complessità di ogni ambiente coltivato e di ogni terreno. In Italia quella in particolare dell’agronomo più prestigioso e più conosciuto nel suo tempo, Alfonso Draghetti, il quale rispolverando l’impostazione organicista del passato, aveva una visione della terra e delle coltivazioni molto ecologica e attuale.

Chi dà per scontato che la scienza abbia una esse maiuscola e sia sempre infallibile, o anche solo saggia, dovrebbe tenere presente questa sua sbandata tutt’altro che anodina nella storia recente dell’agricoltura, che è diventata così centrale nei rapporti tra uomini e ambiente. Il vero problema è che la scienza, con la costellazione di tecnologie innovative che le sciama attorno, ha molta difficoltà a rappresentare la complessità della terra, per il suo modo di funzionare e per le sue necessità epistemologiche ha bisogno di separare i vari comparti e le varie problematiche e di trattarli separatamente, anche laddove  tutto è interrelazione.

Pure le soluzioni tecnologiche che ci vengono proposte adesso, più accorte e seducenti ma pur sempre miopi e incuranti della variabilità delle terre e dei territori, e poco attente nei fatti ai processi ecologici e ai consumi energetici nascosti, vanno quindi prese per le pinze. Senza mai dimenticare che quasi sempre hanno tendenza a riflettere gli interessi di giganti globali, a andare dove le spinge l’economia che non contabilizza i danni ambientali e non sanno cosa vuol dire inventare modelli adatti alle varie situazioni. Bisogna invece riuscire, è uno dei caposaldi dell’agroecologia, a metterle al servizio delle varie realtà, sempre ancorate nella terra, con tutte le sue complicazioni e bizze, e degli espedienti poco impattanti adatti a ognuna di esse.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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