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“Non sono una donna, io”: alle origini del femminismo nero di bell hooks

 

 

di Daniele Ruini

«Per me il femminismo non è semplicemente una lotta per porre fine al potere maschile o un movimento per assicurare che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini; è un impegno a estirpare l’ideologia di dominio che permea la cultura occidentale a vari livelli – sesso, razza, classe, solo per citarne alcuni – e un impegno a riorganizzare la società statunitense in modo che la crescita
della comunità abbia la precedenza sull’imperialismo, sull’espansione economica e sui desideri materiali.»
(bell hooks)

 

Dopo i testi pubblicati negli ultimi anni, prosegue la meritoria riproposizione da parte della Tamu edizioni dei lavori della femminista e studiosa afroamericana Gloria Jean Watkins (1952-2021), nota come bell hooks; e come già accaduto con Il femminismo è di tutti e Da che parte stiamo, anche Non sono una donna, io: donne nere e femminismo (Ain’t I a Woman: Black Women and Feminism) è qui offerto per la prima volta al pubblico italiano (grazie alla traduzione di Federica Fugazzotto). Tuttavia, l’occasione di questa uscita è forse ancora più interessante, trattandosi dell’opera prima di bell hooks, edita negli Stati Uniti nel 1981 (lo stesso anno di un altro importante libro sugli stessi temi come Women, Race and Class dell’attivista di colore Angela Davis).

Dedicato alla madre Rosa Bell Watkins (dal cui nome bell hooks ha tratto la prima parte del suo pseudonimo), Non sono una donna, io affronta di petto una delle questioni centrali del femminismo intersezionale, ovvero il rapporto problematico tra la lotta per la liberazione delle donne nere e il movimento femminista. Quest’ultimo avrebbe infatti colpevolmente del tutto trascurato la situazione di inferiorità sociale delle donne di colore, finendo per perpetuare un’ideologia razzista che assimilava l’esperienza della donna bianca a quella della donna americana tout court, e negando per principio qualunque possibilità di condurre una lotta che intrecciasse la questione razziale e quella sessista. Non ci si potrà stupire, allora, se le donne nere –che pure nel XIX secolo si erano esposte in prima persona contro il sessismo– finirono per allontanarsi dalle organizzazioni femministe.

La ricerca pionieristica di bell hooks nasce quindi dalla necessità di rifondare un femminismo nuovo, capace di riconoscere i vari livelli di oppressione di cui gruppi di donne diverse sono state e sono ancora vittime. Iniziato quando l’autrice era studentessa universitaria, Non sono una donna, io impiega programmaticamente un linguaggio semplice per poter arrivare a tutti, compresi lettori con un basso livello di istruzione: un’impostazione influenzata dalla delusione dell’autrice per gli ambienti accademici, dove i Women’s Studies erano dominati da studiose bianche e incentrati quasi esclusivamente sulla condizione delle donne bianche. Ma bell hooks non si fa scrupoli nemmeno ad evidenziare i limiti delle opere delle più importanti attiviste di colore, come per esempio Black Macho and the Myth of the Superwoman (1979) di Michele Wallace, incapace a suo dire di dimostrare l’impatto che il sessismo ha avuto sulle donne nere.

Animata dal desiderio di uscire dalle aule universitarie e di sedersi nelle cucine delle donne di colore per ascoltare la loro voce, bell hooks si rende conto, ai tempi dei suoi vent’anni, che le donne nere del dopoguerra avevano di fatto rinunciato a valorizzare la loro femminilità, adattandosi al maschilismo della società; in questo modo finivano per negare una parte di loro stesse usando la questione razziale come unico elemento di identificazione. D’altra parte questa loro remissività era raccomandata dagli stessi leader del movimento dei diritti dei neri, dato che Malcolm X, Martin Luther King e tanti altri erano «fermi sostenitori del patriarcato» (p. 152) e non tolleravano le poche donne nere che osavano esporsi pubblicamente a favore dell’emancipazione femminile. La conseguenza fu che le donne nere si trovarono «obbligate a scegliere tra un movimento nero che faceva principalmente gli interessi dei patriarchi neri e un movimento delle donne che faceva principalmente gli interessi di donne bianche razziste.» (p. 29)

Eppure un secolo prima c’erano state numerose attiviste di colore impegnate nella lotta contro il sessismo e a favore dei diritti di tutte le donne. Tra di esse un ruolo di primo piano spetta a Sojourner Truth, che nel 1851, durante un raduno contro la schiavitù, si scoprì il seno domandando più volte al pubblico se per loro non era una vera donna: «Ain’t I a Woman?» (una domanda che bell hooks ha significativamente scelto come titolo del suo libro). Queste donne hanno cercato innanzitutto di ribaltare lo stereotipo secolare, fatto proprio anche da alcuni maschi neri, per cui le donne di colore sarebbero state immorali e dissolute, ovvero il simbolo di una sessualità selvaggia; e si sono impegnate attivamente per far uscire le donne nere da quel recinto di prostituzione e povertà in cui erano spesso confinate. Tuttavia la mancanza di solidarietà da parte delle donne bianche, preoccupate di conservare una superiorità gerarchica nei confronti dei neri (come dimostrò la loro frustrazione quando negli Stati Uniti venne introdotto il diritto di voto per i maschi neri) condusse, nel XX secolo, al progressivo disimpegno delle donne di colore nella lotta femminista.

Uno dei punti fermi dell’argomentazione di bell hooks è che l’atteggiamento delle donne bianche risalirebbe all’epoca della schiavitù degli afroamericani. Infatti di fronte alle molestie sessuali e agli stupri che le schiave dovevano subire da parte dei loro padroni (i quali sommavano al razzismo una feroce misoginia tramandata da secoli di ideologia patriarcale), le donne bianche tendevano ad incolpare non i mariti ma le schiave nere, additate come tentatrici sessuali la cui lussuria avrebbe indotto gli uomini al peccato. E talvolta le mogli stesse degli schiavisti partecipavano in prima persona alla brutalizzazione delle schiave.

L’aggressione sessuale alle donne afroamericane è continuata molto a lungo anche dopo la fine della schiavitù, e senza che ciò attirasse grandi attenzioni (contrariamente a quanto accadeva quando le vittime di stupri erano bianche): la società americana aveva infatti completamente interiorizzato l’immagine –veicolata anche dal cinema e dalla televisione– delle donne di colore come sgualdrine sessualmente sempre disponibili e prive di ogni moralità. E siccome il sessismo razzista della cultura patriarcale bianca era stato assorbito anche dai maschi di colore, accadeva non solo che anche questi ultimi si macchiassero di violenza verso le donne nere ma che tale violenza fosse passivamente accettata nelle comunità di colore. Come sottolinea bell hooks, «questo è solo un altro esempio del modo in cui la pervasiva preoccupazione che le persone nere nutrono nei confronti del razzismo permette loro di ignorare, opportunisticamente, la realtà dell’oppressione sessista.» (p. 115).

Ciò su cui l’autrice insiste a più riprese è insomma come il razzismo e il sessismo siano aspetti costitutivi della società capitalistica americana e come questa (in)cultura dominante abbia finito per contagiare anche gruppi minoritari in lotta per i propri diritti. Ecco allora, per esempio, che la diffidenza dei maschi neri verso le donne di colore che entravano nel mondo del lavoro non era altro che una replica dell’analogo sentimento provato dai maschi bianchi, i quali vedevano nella donna lavoratrice una minaccia alla propria posizione sociale e alla propria virilità. E come si è già detto, a promuovere un tale sguardo erano gli stessi uomini alla guida del movimento per i diritti degli afroamericani: una colpa molto grave agli occhi di bell hooks, dato che questo ha contribuito a spegnere lo spirito di rivalsa di molte donne di colore, spingendole ad abbandonare la prospettiva di una lotta collettiva contro la duplice oppressione, sessista e razzista, di cui erano vittime.

Invitando a superare quegli steccati gerarchici che hanno a lungo tenuto le donne di colore fuori da organizzazioni femministe rivelatesi razziste e classiste, bell hooks riconosceva la necessità di un profondo lavoro culturale e politico: è solo così che si possono creare le condizioni per una vera sorellanza femminile in grado di immaginare una rivoluzione femminista che conduca all’eliminazione –per ogni donna– dell’oppressione sessista. Fino a quando non si ribalterà alle radici lo stesso sogno americano –«un sogno essenzialmente maschile di dominio e successo a scapito degli altri» (p. 178) e che sprona i maschi a credere che l’oppressione delle donne sia un passaggio necessario per la propria affermazione personale– ogni lotta rischierà infatti di rimanere isolata e di riprodurre quelle stesse dinamiche di potere contro cui si batte.

Sono passati quarant’anni da queste riflessioni; e se in Occidente molti passi sono stati fatti verso una maggiore consapevolezza delle discriminazioni razziali e di genere, ciò che continua a succedere nelle nostre società rende la lucidità combattiva della giovane bell hooks ancora più attuale che mai.

 

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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