Siamo con voi

di Youth for Climate, France Nature Environnement, Extinction Rebellion, Soulèvements de la Terre

Ci rivolgiamo a tutti gli agricoltori e a tutte le agricoltrici che hanno manifestato la loro rabbia negli ultimi giorni, ma anche e a tutti quelli che ancora esitano a unirsi a loro. Noi, organizzazioni ecologiste, contadine e militanti che da decenni ci battiamo per un diverso modello di agricoltura, condividiamo questa rabbia e rifiutiamo il discorso dominante che vorrebbe fare di noi dei nemici.

Siamo arrabbiati perché sappiamo che la distruzione delle condizioni di vita degli agricoltori/trici e la distruzione degli ecosistemi vanno a beneficio delle stesse persone, che non sono né voi né noi.

Fin dagli inizi dei movimenti ambientalisti, ci siamo sempre mobilitati con determinazione sulla questione del modello agricolo e delle condizioni di lavoro e di vita degli agricoltori. Perché sappiamo che l’agricoltura ha un impatto enorme sull’ambiente: la qualità della terra, dell’aria, dell’acqua, di ciò che mangiamo e, naturalmente del clima, dipendono da ciò che coltiviamo e alleviamo e da come lo facciamo.

Abbiamo lottato contro gli accordi di libero scambio, per la sovranità alimentare e affinché ogni Paese – e ogni agricoltore – possa vivere della propria pratica agricola e mantenerla in vita, invece che sottometterla alla concorrenza internazionale. Abbiamo manifestato a fianco degli agricoltori contro la svendita del mondo agricolo alla finanza, contro il Tafta (con gli Stati Uniti), il Ceta (con il Canada), il Mercosur (con l’America Latina) e ora i trattati di libero scambio con la Nuova Zelanda, il Cile e il Kenya sostenuti da Emmanuel Macron.

 

Il principio di una previdenza sociale del comparto alimentare

Come consumatori e come attivisti, abbiamo sostenuto l’agricoltura contadina, abbiamo creato e promosso le Amap, i canali di distribuzione corti e l’agricoltura biologica, e ci siamo impegnati fino a mettere i nostri risparmi al servizio di nuove aziende. Da tempo chiediamo che in Francia ci sia almeno un milione di agricoltori, e sappiamo quanto sia urgente trovare dei rimpiazzanti, perché tra meno di dieci anni la metà degli agricoltori del Paese andrà in pensione. E anche se questo non basta, migliaia di attivisti ambientali hanno già intrapreso la strada dell’agricoltura per dedicarcisi nel concreto.

È per questo che molti di noi difendono oggi il principio di una previdenza sociale del comparto alimentare, un sistema di solidarietà tra consumatori e produttori che permetta a questi ultimi di vivere dignitosamente del proprio lavoro e di riprendere il controllo sulla nostra alimentazione.

Anche nel campo dell’agricoltura, come in altri, siamo ben consapevoli di tutta l’ambiguità delle normative. Esse possono certo tutelare la salute dei lavoratori, la fertilità della terra, le risorse idriche… ma con finalità lodevoli, a volte impongono vincoli tecnici e pratici e rendono asettica la professione, al punto da portare alla scomparsa delle piccole aziende agricole a vantaggio di chi può raggiungere una dimensione ancora più industriale e indebitarsi ulteriormente. Le normative ambientali non devono essere attaccate indiscriminatamente, ma queste devono piuttosto essere sostenute finanziariamente, in modo da mantenere i redditi e rendere la loro applicazione compatibile con le pratiche agricole.

È per questo che molti di noi hanno sostenuto e proposto senza successo una PAC diversa, che aiuti davvero gli agricoltori alla riconversione, e per non lasciarvi soli a affrontare restrizioni ambientali imposte senza alcuna contropartita e che possano essere applicati in modo pratico ed equo.

Anche – e si potrebbe dire soprattutto – quando ci battiamo contro questo o quel progetto agrario, contro dei megainvasi o degli allevamenti industriali di proporzioni assurde, lo facciamo sistematicamente con gli agricoltori e per gli agricoltori. Perché è ingiusto e ipocrita che pochi agricoltori monopolizzino l’acqua a scapito di chi cerca di produrre diversamente. Perché le fattorie industriali contro le quali ci battiamo distruggono posti di lavoro nel mondo contadino ed esercitano una pressione sleale sui piccoli allevatori, che sono costretti a conformarsi o a chiudere bottega. E tutto questo va a vantaggio dei grandi gruppi, che li spingono verso allevamenti sempre più grandi, per poi acquistare i loro prodotti a prezzi irrisori: questa è la strategia del gruppo Duc, ad esempio, come ha rivelato un’inchiesta.

 

Il fallimento e il dramma di un modello produttivo

Fermare questi progetti significa difendere un modello agricolo che salvaguarda gli organismi viventi, ma soprattutto permette al resto del mondo agricolo di vivere dignitosamente di un lavoro di qualità.

Perché chi c’è dietro il calo del numero di agricoltori/trici in Francia, sceso a meno di 500.000? Chi c’è dietro i suicidi di ogni giorno degli agricoltori, delle montagne di debiti? Dietro agli obblighi di rese sempre più elevate, alla concentrazione sempre più spinta delle terre nelle mani di pochi, ai prezzi sempre più bassi per ciò che producete? Solo nell’ultimo anno i prezzi agricoli sono scesi in media del 10%, mentre l’inflazione si è impennata, così come i profitti dei grandi gruppi agroindustriali e della grande distribuzione.

Questo fallimento e questo dramma sono il frutto di un modello produttivista, sostenuto dalla grande distribuzione e dai governi che si sono succeduti da decenni, contro il quale abbiamo ci battiamo da molto tempo.

Il modello agricolo che sosteniamo mina per l’appunto le cause di queste tragedie. Ma combatte anche contro l’autoritarismo che viene proposto come soluzione, quando l’estrema destra, escludendo invece di unire, non è mai stata dalla parte dei lavoratori.

Siamo da sempre gli alleati dei contadini. E contrariamente a quello che sostengono la propaganda governativa e i discorsi autoritari che fomentano l’odio tra noi, con il fine di arricchirsi sulle spalle delle nostre vite, continueremo a essere vostri alleati, perché è una questione di sopravvivenza.

È quindi in quanto alleati che vi chiediamo di unirvi a noi nelle azioni dei prossimi giorni: per portare questo messaggio e difendere il mondo agricolo.

Saremo presenti con una serie di presidi per parlare con tutti gli agricoltori che lo vorranno, e assieme a voi fare presente che i veri colpevoli della crisi in cui versa la professione non sono né i consumatori né gli ambientalisti, ma la vigliaccheria dei governi che si sono succeduti, della grande distribuzione e dell’agroindustria, che si ingrassano mentre molti di voi si uccidono di lavoro.

Ci rifiutiamo di lasciare che gli industriali possessori di migliaia di ettari di campagna, il governo o gli editorialisti della televisione CNews, ben al calduccio nei loro uffici parigini, ci trattino come la causa della crisi che il mondo agricolo sta soffrendo da tanto tempo.

Noi vogliamo costruire insieme un modello che sia vantaggioso per gli agricoltori, i consumatori e alla vita biologica, come avrebbe dovuto essere da sempre. E saremo in piazza insieme per discuterne e manifestare, perché sì, è possibile battersi per l’ambiente e al contempo per l’agricoltura del futuro.

 

Primi firmatari: Alix Brun per Youth for Climate, Jean-François Deleume, portavoce di Alerte des médecins sur les pesticides, Cyril Dion, regista e scrittore, Simon Duteil e Murielle Guilbert, co-portavoce di Union syndicale Solidaires, Khaled Gaiji, presidente di Friends of the Earth, Antoine Gatet, presidente di France Nature Environnement, Hanzo per Extinction Rebellion, Axel Lopez per la coalizione Résistance aux fermes-usines, Gilbert Mitterrand, presidente della Fondation Danielle-Mitterrand, Lotta Nouki, portavoce di Soulèvements de la Terre, Sandy Olivar Calvo, responsabile della campagna Agricoltura e alimentazione di Greenpeace France, Alessandro Pignocchi, autore di fumetti, Priscille de Poncins, segretaria di Chrétiens unis pour la Terre, Jérémie Suissa, delegata generale di Notre affaire à tous, Emma Tosini, portavoce di Alternatiba, Victor Vauquois, co-coordinatore di Terres de luttes…

(tradotto da DeepL.com e Giacomo Sartori)

 

NdR: questo appello collettivo di importanti organizzazioni e associazioni è apparso sul quotidiano Libération del 27 gennaio. Ci sembra fondamentale, mentre i movimenti degli agricoltori si espandono in molti Paesi europei, dare voce a chi si batte contro una contrapposizione – che giova solo a chi vuole che nulla cambi in agricoltura, e alle destre estreme, retive anche in campo ambientale – tra rivendicazioni del mondo agricole, più che motivate, e chi milita per una transizione agroecologica

(l’immagine è tratta da un filmato di Sud Ouest: 22/03/2023 a La Rochelle)

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3 Commenti

  1. La cosidetta “crisi degli agricoltori” oggi in Francia è una delle tante crisi locali di una crisi più generale, che riguarda la compatibilità tra il sistema di produzione capitalistico e il mondo in cui viviamo. E’ quindi una crisi da studiare da vicino, perché ci riguarda tutti, almeno a livello europeo (e non solo). Essa nasce come sofferenza della fascia più debole impegnata nell’industria agroalimentare, ma riguarda un modello economico di produzione, di distribuzione e consumo, un modello politico di gestione della cosidetta “transizione ecologica” e la cultura materiale di tutti noi, che ci sediamo a tavola nel migliore dei casi tre volte al giorno.

    Alcuni elementi di contesto, per comprendere l’importanza di questo manifesto. Siamo in una situazione in parte simile a quella dei gilet gialli. Dove sta il punto comune? Che anche in quella caso la contestazione nata da ragioni profonde aveva mobilitato subito forze di destra e sopratutto di estrema destra, paralizzando la sinistra istituzionale, incapace di accogliere le istanze progressiste di quella lotta. Lo fece invece la sinistra non istituzionale. E quello che sembrava un movimento reazionario si trasformo’ in un esperimento politico con tratti persino rivoluzionari. Non a caso fu represso con estrema violenza. (Mentre il movimento attuale è stato fino ad ora incredibilmente “tollerato” da polizia e prefetture, anche quando trasgrediva le norme – manifestazioni non autorizzate, ecc.) Credo che qui stia acadendo qualcosa di simile sul piano politico, ossia una tipica lotta per l’egemonia, anche se il mondo agricolo è complesso e in questo caso sostenuto da sindacati conservatori. Le forze più radicali nella battaglia per un’agricoltura diversa, più equa socialmente e rispettosa degli equilibri ecologici, sono pero’ quelle che hanno firmato questo testo. E dicono infatti:

    “Siamo da sempre gli alleati dei contadini. E contrariamente a quello che sostengono la propaganda governativa e i discorsi autoritari che fomentano l’odio tra noi, con il fine di arricchirsi sulle spalle delle nostre vite, continueremo a essere vostri alleati, perché è una questione di sopravvivenza.

    È quindi in quanto alleati che vi chiediamo di unirvi a noi nelle azioni dei prossimi giorni: per portare questo messaggio e difendere il mondo agricolo.”

    Questa possibile alleanza è una sfida politica, che le forze progressiste (non istituzionali) hanno subito colto, e stavolta (pare) anche quelle istituzionali; mi sembra che il Partito comunista e i Verdi cerchino anch’essi di far sentire la loro voce. E’ una sfida, perché l’estrema destra tenta fin dall’inizio di ottenere l’egemonia politica della protesta.

    Ai microfoni, rappresentanti sindacali e semplici contadini, ribattono due punti maggiori, in forma di slogan condiviso: non vogliamo la concorrenza dei prodotti alimentari meno cari, che non rispettano le norme europee che dobbiamo rispettare noi e non vogliamo l’eccessivo peso delle norme (legate alla transizione ecologica) che l’Europa ci impone.

    Già in queste due rivendicazioni si annidano diverse contraddizioni. La Francia ad esempio è il primo beneficiario del PAC, ossia dei soldi europei a sostegno della politica agricola comune, il cui quarto beneficiario, per importanza, è l’Italia. La Francia inoltre – mi corregga Sartori se sbaglio – è il primo produttore agricolo d’Europa e una parte importante di questa produzione è destinato all’esportazione. Questo è un punto importante, per due ragioni. Il sindacato agricolo maggioritario, che oggi sostiene la protesta, l’FNSEA, ha appoggiato in passato gli accordi di libero scambio. Seconda ragione: gli accordi di libero scambio e il sostegno economico all’agricoltura europea sono considerati responsabili di una concorrenza sleale sul piano mondiale, in quanto danneggio sopratutto la produzione agricola nei pasi in via di sviluppo.
    Infine, è evidente che le sovvenzioni europee sono condizionate all’applicazione di regole (quelle appunto che pesano sull’attività quotidiana del singolo agricoltore).

    In questa fase il mondo contadino francese avanza mascherato, mescolando interessi molto diversi: quello dei grandi gruppi agro-alimentari che vivrebbero in un far west dove non esistono regole alla massimalizzazione dei profitti, e quello dei piccoli agricoltori, che non riescono a essere sostenuti nel loro lavoro, neppure attraverso le varie sovvenzioni.

    Un ultimo dato: è vero comunque che i lavoratori del comparto agricolo lavorano in media di più di tutti gli altri, in termini di ore settimanali.

    https://www.touteleurope.eu/agriculture-et-peche/production-revenu-pesticides-7-chiffres-sur-l-agriculture-en-europe/

    https://www.touteleurope.eu/agriculture-et-peche/budget-de-l-ue-a-qui-profite-la-pac/

  2. sì, è molto complicato, perchè appunto in generale l’agricoltura francese è la prima europea (la prima esportatrice europea di cereali, e la prima esportatrice mondiale di sementi), e quindi per moltissimi aspetti una grande nave che va a gonfie vele, altro che crisi, anche se le filiere sono molto diverse, con problemi diversi, e diversamente legate alle vicende geopoliche, con la guerra in Ucraina che ha fatto esplodere i prezzi dell’energia, e di conseguenza dei concimi chimici (che richiedono molta energia) e mangimi, ma anche i prezzi appunto dei cereali esportati. Però insomma in generale è una macchina che macina soldoni. Chi ha difficoltà sono i “piccoli” (in Italia sarebbero grandi) agricoltori, e in particolare gli allevatori di bovini.

    E anche il discorso sui sindacati agricoli è complicato, perchè in generale la delegittimazione dei sindacati tocca anche loro, e per certi versi sono terrorizzati dalle rivolte attuali, per molti versi spontanee, anche se fanno il massimo per mostrare di avere il controllo. Senza contare che la potentissima FNSEA (con rapporti non semplicissimi con la sua sezione giovanile, molto più radicale) è praticamente un partner governativo, che per decenni ha guidato, assieme appunto ai governi, le politiche agricole, a cominciare dal diktat degli accorpamenti. E nei fatti rappresenta anche e soprattutto le grandi aziende industriali, quindi sta nello stesso tempo da una parte e dall’altra, e le fa comodissimo che il mondo agricolo sia presentato come un comparto solo in crisi, strozzato dalle regolamentazioni di protezione dell’ambiente.
    Ma di tutte queste cose io non sono affatto uno specialista, orecchio solo un po’ qui e un po’ lì, e altri addentro alle cose economiche potrebbero parlarne con più cognizione di causa.
    Quello che mi preme sottolineare è invece che questa agricoltura in crisi delle rivolte è quella che potrebbe prendere una svolta ecologica, quella che potrebbe convertirsi all’agroecologia. Perchè quando le dimensioni delle aziende resta relativamente limitata è ancora possibile un equilibrio tra modi di produzione e esigenze degli ecosistemi. Quando invece le aziende diventano grandi industrie, con salariati che obbediscono a rigide consegne, e non hanno nei fatti nessuna conoscenza del territorio (che è ovunque varissimo e complicato), e nessun interesse a conoscerlo, l’ecologia diventa una maschera di facciata, strutturalmente impossibile. Quindi questi agricoltori che sono sempre più in difficoltà, e che mano a mano sono costretti a gettare le spugna, spesso con drammi umani (il padre del leader delle rivolte attuali si è suicidato, tanto per fare un esempio), sono un disastro anche dal punto di vista di una prospettiva ecologica. E in ogni caso la maggior parte di loro sono anziani, e nei prossimi 10 anni, venderanno le terre. I grandi gruppi e tante grandi aziende che cercano di ridurre i costi unitari stanno acquistando a man bassa, riuscendo abilmente a aggirare i meccanismi – che ci sono, e molto seri – per evitare gli accorpamenti eccessivi. E lì è la fine, perchè appunto non è possibile fare attenzione all’ambiente quando l’ambiente è solo un fattore tra i tanti, in modi di fare appunto puramente industriali, vale a dire uniformi e rigidi. Ma è una specificità dell’agricoltura, che appunto ha a che fare con la natura, con tutta la sua varietà e complicazione, che non è facile far capire a chi a come modello l’industria.
    Insomma vediamo…

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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