Geopolitica di facebook e opacità del presente: un intervento a due voci

di Andrea Inglese e Pasquale Palmieri

 

Disagio da social e dissesto sociale

Per più di un anno, tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2025, siamo stati confrontati a qualcosa d’impensabile: non solo come cittadini mediamente informati assistevamo a un massacro ignobile di una popolazione civile e alla distruzione del suo territorio da parte di un esercito super armato, ma questa vicenda era tenuta in una sorta di sordina mediatica, anche da quei paesi occidentali che più rivendicano autonomia e libertà dell’informazione. Nonostante contestazioni di strada, occupazioni di scuole e atenei, iniziative pubbliche, dichiarazioni di ONG e istituzioni internazionali, mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale, l’informazione “ufficiale”, sostenuta da opinionisti, esperti e politici, riusciva in vari modi ad attestarsi nel migliore dei casi su di una mezza verità, ossia l’equivalente, vista la gravità e l’urgenza del caso, di una vergognosa menzogna. Questo ha costretto ognuno di noi a sintonizzarci più assiduamente su tutti quei canali alternativi d’informazione (siti, newsletter, social). Sappiamo che il tappo è saltato durante la primavera dell’anno scorso, ma lo sgretolamento della propaganda israeliana e filoisraeliana ha avuto nelle piazze il suo terreno privilegiato, e in questa fase è stata rilevante anche la reazione di una parte di cittadini italiani. Durante tali mesi di risveglio, l’azione diretta nelle piazze, sui luoghi di lavoro e nelle scuole, è stata accompagnata da un’intensa attività sui social, di discussione, controinformazione, riflessione. Per un lungo periodo i miei algoritmi mi hanno portato continuamente al centro della crisi che più mi ossessionava. Non so se parlare di circolo vizioso o virtuoso, ma leggere del “genocidio” palestinese – dal momento che alla fine se ne parlava in termini aperti, chiari e tendenzialmente completi – ebbene leggerne in continuazione era più tollerabile, paradossalmente, che non leggerne affatto, o solo attraverso i circuiti esili, saltuari, della controinformazione militante. Anche perché ora qualcosa anche sembrava accadere, toccando frange più ampie della popolazione occidentale.

A un tratto, però, in una fase successiva e più recente, ho preso coscienza di una situazione diversa. Le grandi azioni collettive erano venute meno. L’eccidio della popolazione palestinese si era ridotto d’intensità, ma non era cessato e anzi si prospettava un rapido peggioramento della situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme. Nel frattempo, su tutti gli altri fronti, dentro o fuori l’Occidente, il caos sistemico s’intensificava. E i social avevano ormai assunto la caratteristica di un’ininterrotta discussione geopolitica. Ed è la constatazione da cui voglio partire. A fronte di un’evoluzione politica che è vieppiù intricata, instabile e imprevedibile, sulle piattaforme digitali (Facebook e Instagram in particolare) si ha una sorta di rincorsa all’analisi politica a tutto campo, ovviamente in forma frammentata, aforistica, sull’evento del giorno, quasi sempre di rimbalzo a una fonte “ufficiale”, ossia a qualche informazione che venga da media televisivi o dalla stampa. In un’epoca di caos sistemico è in qualche modo comprensibile: si diventa sensibili alla geopolitica a forza, per ripetuti calci sui denti. Anche volendo postare i gattini – e quanto li rimpiango ora! –, si finisce alla fine per parlare della Groenlandia o dell’Iran. Però questa coralità in cui io stesso, consapevole o meno, mi trovo, mi ha provocato a un certo punto una sorta di disagio, persino di nausea. Mi sono chiesto se stessi facendo la cosa giusta. Se spendessi il mio tempo e le mie energie nel modo migliore. Se, insomma, per dirla in un altro modo, l’assiduità di “analista geopolitico in proprio” sui social fosse la risposta migliore al fascismo montante. Perché, quale che siano le dinamiche di potere tra le grandi potenze regionali e le loro strategie di approvvigionamento energetico o di controllo territoriale, un’internazionale neofascista esiste, e questo si avverte sia nelle politiche precise di alcuni governi, sia nelle costituenti ideologiche che ormai condizionano dibattiti pubblici e punti di vista privati.

Mentre ero assalito dal crescente disagio da “scorrimento social” sono finito su un breve intervento di Pasquale Palmieri, un amico virtuale di Facebook, di cui ho apprezzato spesso gli interventi per una certa loro obliquità rispetto al tema del giorno. (Facebook più di altri social vive del “tema del giorno”). E stavolta Palmieri sollevava i punti che ha poi svolto nell’intervento che leggete qui di seguito. Sono due quelli che mi hanno più colpito. Il richiamo al concetto di opacità, di illeggibilità relativa della storia, del presente storico, che di certo taglia un po’ l’erba sotto i piedi alle legioni di geopolitologi più o meno improvvisati, di cui ormai facciamo parte – ma, lo ripeto, quasi per necessità e controvoglia. E il secondo punto, riguarda uno strano fenomeno ottico, per cui perde di rilevanza tutto è quanto sotto il naso, tutto quanto ci condiziona più direttamente, ma su cui è anche, volendo, più plausibile intervenire. C’è Minneapolis, senza dubbio, ma c’è anche il sotto e dietro casa. Non si tratta di opporre un “particolare” o un “locale” più autentico a un “generale” o “globale” lontano e astratto. Il punto è che il dissesto sociale, sui cui campano populismi e ormai nuovi fascismi, già ci tocca quotidianamente. Minaccia in vario modo le nostre vite, solo che questa prossimità costituisce, o potrebbe almeno costituire, un’occasione d’intervento. A patto, però, che questo intervento non si limiti a una lucida analisi, a un brillante ragionamento e implichi di conseguenza una qualche forma d’azione con altre persone per costruire qualcosa sul territorio.

(Un po’ di tempo fa avevo notato che, per quel che riguarda il difficile, frustrante, a volte miserabile mondo del lavoro, i loquacissimi social mantengono una caratteristica “reticenza” (Di lavoro, non ne parliamo per favore | NAZIONE INDIANA). Il lavoro assorbe una fetta importante della nostra vita adulta, ma sulle condizioni in cui ciò avviene, in pubblico, si preferisce soprassedere. Quando qualcuno, invece di celebrare qualche magnifico successo, esibisce il retro della vetrina, e lascia trasparire un po’ di desolato e grigio quotidiano, vi è una sorta di soprassalto generale. Per qualche tempo si mette a fuoco collettivamente la situazione salariale. Ma i margini di manovra per mutare i rapporti di forza nella realtà sono minimi, anche se l’analisi è impeccabile, quindi si passa velocemente ad altro.)

Il monito relativo all’illeggibilità parziale del presente storico non funziona come alibi per rinunciare a ogni forma di pur germinale discussione pubblica e virtuale. Ma nemmeno come benedizione per restare appollaiati sopra i nostri mini-osservatori geopolitici, dedicandoci al nostro dispaccio quotidiano. L’oscurità parziale delle circostanze è ciò che per certi versi definisce il carattere della ragion pratica, ossia quel tipo di razionalità che ci accompagna nella deliberazione, nell’intervento diretto sul reale, e non semplicemente sulla dimensione conoscitiva o discorsiva. Questo sta a significare che bisognerebbe lanciarsi un po’ a testa bassa, accettando una certa inevitabile ignoranza e idiozia, piuttosto che ridurre tutto a una tenzone su chi possiede le chiavi dell’anticapitalismo più limate e perfette.

Inoltre, un atteggiamento volto a costruire con gli altri delle linee d’azione sollecita inevitabilmente la ricerca di un terreno comune d’intesa, più facile da trovare su obiettivi concreti e visibili, rispetto a obiettivi massimi e ultimi, sui cui è certo più difficile intendersi. Sono queste osservazioni in fondo banali, ma la pratica della geopolitica diffusa e digitale rischia di renderle esotiche e oscure.

In conclusione, vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.

                                                            Andrea Inglese

 

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Gli algoritmi e la geopolitica dell’io

Negli ultimi mesi ho provato a comunicare all’algoritmo di Facebook e di Instagram le mie preferenze. Con risultati disastrosi. È stato infatti del tutto inutile inviare segnalazioni sui lunghi post dedicati a temi di politica internazionale, usando l’opzione “non mi interessa”, “non desidero più vederli nella mia sezione notizie” (ho seguito la stessa strategia per gli aggiornamenti su Corona, Signorini, Toffanin e delitto di Garlasco, solo per dire quanto ormai mi erano venuti a noia). Avrei il desiderio di ascoltare di tanto in tanto – anche solo per mettere in pausa i lambiccamenti della geopolitica o le amenità del pettegolezzo corrente – qualche voce che racconti lo stato pietoso dei trasporti, i ritardi insostenibili dei treni, i prezzi dei biglietti e dei pedaggi autostradali, la sanità a pezzi, i milioni di malati che rinunciano alle cure per mancanza di mezzi economici, il dramma delle abitazioni nelle grandi città, la scuola ridotta a una vuota macchina burocratica, le università pubbliche diventate gabbie di privilegio, i giovani del sud che continuano a emigrare, lo sfruttamento del lavoro, i salari da fame. Quasi niente, purtroppo. Temo che questi argomenti non siano di tendenza.

La situazione è dunque rimasta invariata. Penso di avere tante opzioni, ma sono sintonizzato sempre sullo stesso canale, come se non ci fossero altri palinsesti possibili. Rileggo sempre le stesse persone – una quarantina in totale, a conti fatti – che ripropongono in buona sostanza le stesse linee di pensiero, autoproclamandosi competenti su ogni affare umano emerso dal magma degli ultimi 3000 anni di storia, denunciando con solerzia alcuni crimini di guerra e ignorandone altri, alimentando feroci doppiopesismi, sottoponendo le idee altrui a logiche riduzioniste, pronunciando giudizi inappellabili su quello che accade in 48 angoli diversi del pianeta.

C’è un po’ di tutto in questa “fauna” (una parola che Pier Vittorio Tondelli amava usare): opinionisti radiofonici, critici letterari, editorialisti di quotidiani, blogger, saggisti, influencer più o meno improvvisati, insieme a professori universitari di diverse discipline, dalla filologia romanza alle scienze agrarie, dalla storia greca alla fisica nucleare. Molti di loro sono assenti dai miei contatti, ma comunque appaiono come “suggeriti per me”. Spesso puntano il dito contro una massa indistinta, opaca, accusandola di essere ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche. L’obiettivo è chiaro: fare in modo che la comunità dei followers si senta inclusa in una minoranza illuminata che mira a redimere un popolo stolto e manipolabile.

Ci troviamo, con tutta evidenza, di fronte a un meccanismo consolidato, che si ripresenta con forza di fronte ai nostri occhi. La politica internazionale è un grande specchio deformante, sul quale proiettiamo i temi del nostro dibattito interno. Siamo ormai abituati a riascoltare con insistenza chi si dichiara preoccupato per il destino della popolazione di Gaza, ma si rammarica per la mancanza di una sensibilità adeguata verso l’Ucraina, verso i dissidenti iraniani, verso i paesi del sudamerica governati da dittatori, verso le comunità del continente africano sottoposte a massacri. È fin troppo palese che questo gioco retorico non favorisca nessuna di queste cause e non abbia alcun effetto mobilitante. Serve invece ad alimentare un processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per regolare i conti con le voci concorrenziali e coagulare piccole bolle di consenso.

Non serve far riferimento ai tanti studi dedicati a questo tema, per il semplice fatto che lo possiamo verificare anche nella nostra esperienza quotidiana. I calcolatori della macchina social premiano l’uso della prima persona singolare. In altre parole, raccogliamo un numero maggiore di like quando scriviamo o diciamo “io”, “io”, “io”. Questo meccanismo produce delle conseguenze del tutto prevedibili quando ci confrontiamo con contesti distanti. Per quanto sia surreale, il problema smette di essere la sofferenza di un popolo, ma diventa quello che gli altri intorno a me pensano – o si presume che pensino – della sofferenza di quel popolo, in una grottesca competizione alla ricerca di un primato sul piano conoscitivo, argomentativo o morale: ne so più di te, sono più coerente di te, sono più onesto di te. Anche quando diamo l’idea di avere a cuore i destini del pianeta, quindi, stiamo in realtà parliamo soltanto solo di noi stessi, delle nostre ansie, delle nostre ambizioni, delle nostre idiosincrasie, delle nostre paure, dei nostri vicoli ciechi, del nostro rapporto col potere.

Ecco, il rapporto con il potere. Risulta forse utile tornare su un concetto che potrebbe apparire scontato: le grandi ondate di dissenso si sviluppano contro un decisore politico visibile, prossimo, concreto, o quanto meno percepito come tale. L’indignazione per Gaza deriva soprattutto dal fatto che i nostri governi sono vicini a Nethanyahu e al suo esecutivo. Pur trovandosi di fronte a crimini mastodontici (di certo non catalogabili come legittime reazioni ai crimini di Hamas), non hanno prodotto alcuna sanzione verso l’alleato. Abbiamo quindi la sensazione – o forse solo l’illusione – di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti. Quel massacro è anche roba nostra, lo sentiamo nostro. La Flotilla ha avuto questo ruolo: smuovere i nostri rappresentanti politici, metterli di fronte alle loro contraddizioni, sperare di rompere la spirale di violenza.

Sul fronte ucraino, invece, accade qualcosa di completamente diverso. Siamo coinvolti direttamente, certo. Ma non siamo schierati – in quanto cittadini (ed elettori) italiani, europei o “occidentali” – dalla parte del carnefice. Possiamo muovere qualsiasi obiezione a Meloni, Macron, Von Der Leyen, Merz, ma di certo non possiamo accusarli di aver protetto Putin, di non averlo sanzionato o combattuto. Questo significa che non esistono in Italia sostenitori di Putin? Esistono, e hanno voce. Come i sostenitori di Trump o di Nethanyahu, che sono parecchi, agiscono in maniera più o meno subdola, talvolta rivendicando con orgoglio le loro posizioni.

In questa situazione, resta comunque decisiva la posizione assunta dalle rappresentanze politiche, che ci piaccia o meno. E dovremmo guardare in primo luogo a questo problema, alla coerenza e alla linearità di chi ci governa, senza cedere alla tentazione di sciogliere i nodi in modo sbrigativo, puntando il dito contro le incoerenze – il più delle volte immaginarie, e quanto meno non paragonabili a quelle dei governi – delle opinioni pubbliche, dei popoli, dei cittadini. Si ritorna sempre, in un verso o nell’altro, alla tenuta del sistema democratico. I dibattiti sulla politica internazionale ci dicono ben poco, purtroppo, sulle tragedie del pianeta, ma ci dicono molto sul nostro rapporto con il potere, con le istituzioni italiane ed europee. Ci parlano di noi stessi, in sostanza, ed è per questa ragione che sono accarezzati o ingigantiti dagli algoritmi.

Abbiamo quindi l’impressione di trovarci di fronte a un effetto di asimmetria generato dalle scatole virtuali in cui siamo immersi, interessate in primo luogo a farci rimanere dentro il flusso (e sarebbe difficile raggiungere questo scopo se, tanto per dire, ci inducessero davvero a studiare le dinamiche politico-economiche della Groenlandia, dell’Argentina, della Corea o della provincia di Catanzaro). In parte è così, poiché l’irradiazione dei contenuti agisce sul nostro stato intellettuale ed emotivo. Ma dobbiamo pur sempre ricordare che i problemi “mediatici” non nascono dentro un astratto universo tecnologico o dentro una macchina industriale avulsa dalla realtà sociale: sono legati al nostro modo di interagire con le persone, al vivere comunitario, alle regole della convivenza civile. Vogliamo davvero capire perché alcune cause mobilitano e altre meno? Beh, guardiamo prima alla cabina di regia e poi agli umori della platea. Conta la capacità dei nostri rappresentanti di intervenire sulla realtà e di cambiarla. Credere nella politica significa sentirsi coinvolti, poter partecipare, poter decidere sul futuro. Quando mancano questi presupposti, ogni conseguenza diventa plausibile, anche la più nefasta.

                                                            Pasquale Palmieri

 

 

10 Commenti

  1. Scrivo un appunto qui perché questi argomenti mi interessano un po’ almeno per due ragioni: ho eliminato i miei cosiddetti profili social per motivi consonanti con le ragioni di Andrea e di Pasquale Palmieri; ma non mi trovo del tutto d’accordo con le loro ragioni.
    Quanto a me avvertivo un disagio simile a quello descritto da Inglese, che mi portava soprattutto a rimpiangere il mio di tempo, quello perso in un’attività che non saprei riassumere se non così: spostare il mondo di un miliardesimo di millimetro, o anche meno, per una quantità di moto sufficiente a riscattare la frustrazione dello stare al mondo con la finestra aperta a Occidente.
    Insieme a tanti altri, vivevo lo spazio pubblico dei social come reagente. Per sopportare la sofferenza e l’ingiustizia raccontata cinicamente ogni giorno nei media, dovevo fare qualcosa di microscopico ma di terapeutico (per me e, di riflesso anche se microscopicamente, per indefiniti altri). Poi ho deciso che i miliardesimi di millimetro erano troppo pochi in relazione all’impegno, ovviamente.
    Ma è vero – se posso riassumere uno dei punti toccati nei due interventi qui – che la geopolitica è per sua stessa implicazione ‘esotica’, dunque un’interfaccia per pensare il mondo in grande e da lontano. C’è qualcosa di vagamente turistico nell’interesse diffuso per la politica internazionale. Magari piace anche perché distrae dal locale, che per sua natura è angusto e insanabile (in quanto soggetto a un sano realismo politico di piccolo cabotaggio: partiti, elezioni, oppure udienze, processi ecc.) mentre la politica internazionale è presente nell’immaginario collettivo come territorio selvaggio, privo di regole eppure di esse bisognosa, essenzialmente non democratica (dove anche i Paesi democratici agiscono in modo non “democratico”), insomma un far west fecondo per l’immaginazione e dunque per azioni immaginarie.
    Però c’era questo tentativo. E sì, spostare, anche se in modo minuscolo, qualcosa foss’anche un’opinione, in questo far west può dare l’impressione di essere utili, e – paradossalmente – qualche volta utili lo si è.
    A dirla tutta, mi sembra inattuale l’idea per cui sui social network si ha solo l’illusione “di poter fare qualcosa per salvare le vite di persone innocenti” (Palmieri). Quest’idea mi pare figlia di un tempo in cui esistevano altri luoghi. Ora non ci sono più. Anche le piazze sono irradiazione dei luoghi virtuali che effettivamente riuniscono i partecipanti, non esistono per così dire ‘offline’. Nel concreto, le piazze come le altre leve dell’opinione (tra cui i consumi, in un’ottica di boicottaggio nella forma tradizionale o di minaccia come nell’attivismo woke) dipendono da ciò che accade online. E l’online è solo intercomunicabile, ‘social’.
    E di nuovo, è sentitissima l’impressione ben descritta da Inglese, per cui molti cittadini/utenti si sentono immersi in una massa “ignorante, insensibile, distratta, soggetta a immaginarie opinioni egemoniche”, e dunque reagiscono sui social network. Che sono per l’appunto un reagente, più che un luogo politicamente generativo.
    Ma l’impressione è falsa, il sospetto infondato? Lo stesso Inglese ci ricorda cosa è accaduto con Gaza. Non è forse vero che, almeno fino a un certo punto, queste “opinioni egemoniche” sono state tali al punto da imporre moralmente o moralisticamente un silenzio colpevolizzante? E la consapevolezza, anche se in modo perlopiù tardivo, non si è irradiata ex nihilo ma è cresciuta rapidamente nelle piazze nella misura in cui invadeva l’online.
    Perché, allora, ciò che è accaduto per Gaza non dovrebbe riguardare i persiani, o le quotidiane prepotenze dell’egemone, o ancora i riflessi del caso Epstein che in ogni modo viene tenuto sotto chiave interpretativa evitando l’esondazione in territori rischiosi, ecc.?
    È vero che la mancanza di attenzione a temi ‘prossimi’, i cui effetti si vedono concretamente nelle nostre vite, è qualcosa di colpevole. Sono d’accordo su questo punto. Credo che l’attivismo social soffra di straniamento esotizzante, come dicevo; ma per causa di una disintegrazione di senso che ha investito la politica, e che viene portata avanti anche, per esempio, da chi fa di tutt’erba un fascio, nel senso di reductio ad Mussolinum, e di chi, per usare l’espressione di Inglese, reagisce al “fascismo montante” con uno strepito uniforme e colloso, che amalgama retoricamente tutto e non fa capire niente tranne l’ideologia presunta (destra, sinistra, estremo centro). Anche per uscire da questo niente che appiccica (ma non solo per questo ovviamente), c’è l’esotizzante, la pratica turistica di vedere come la gente si fa del male nel mondo.

  2. “ vorrei citare anche un’osservazione di Paolo Pecere, che in uno scambio mail esprimeva un disagio molto simile a quello di cui parliamo io e Palmieri. E metteva in evidenza come sui social “ci si esprim[a] soprattutto per etichettarsi, per liberarsi la coscienza, o, nel migliore dei casi, per auspicare scenari e esercitare il ragionamento, piuttosto che per organizzare azioni”. E sia ben chiaro, che il problema non è l’uso dei social. Il problema siamo noi. Il nostro ripiegare sui tanti monologhi corali, per tenere fermi nella violenza e nel disordine che ci sta sommergendo almeno il nostro profilo, la nostra identità, le nostre aspirazioni a un mondo migliore.
    Io sono d’accordo con Paolo Pecere e intanto i miei applausi per l’ottimo articolo

  3. Credo, anche il dubbio si assale, che i social, ma oramai gli stessi partiti politici, filosofia, letteratura, miti, gli stessi movimenti o azioni di protesta che via via sono emersi negli anni, da Occupy WS alle Sardine italiche, agli attivismi ecologisti, alla Flotilla anche, altro non siano che macchie d’inchiostro nella grande carta assorbente (assolvente) del mondo come è diventato.Tutto viene tamponato da questo TEMPODENARO, dove i morti in guerra per un Occidente che ancora non si dispera, raffigurati su un casco sono visti di sfregio ad un’olimpiade. Come può il monologo farsi dialogo, se interlocutore ed interloquito, e vice versa, fanno giusto in tempo, se ci riescono, a intuire che (se) pensano e (se) parlano, lo fanno solo appena prima che li spazzi subito via il Big Buffer, come il camion della N.U. che la mattina dà una ripulita alle strade?

  4. @Daniele Muriano: mi trovo in sintonia con il modo in cui descrivi il rapporto tra il locale angusto e il geopolitico. Del locale angusto siamo co-autori, più o meno attivi, o più o meno passivi. Della geopolitica (far west selvaggio) siamo spettatori giudicanti.

    “C’è qualcosa di vagamente turistico nell’interesse diffuso per la politica internazionale. Magari piace anche perché distrae dal locale, che per sua natura è angusto e insanabile (in quanto soggetto a un sano realismo politico di piccolo cabotaggio: partiti, elezioni, oppure udienze, processi ecc.) mentre la politica internazionale è presente nell’immaginario collettivo come territorio selvaggio, privo di regole eppure di esse bisognosa, essenzialmente non democratica (dove anche i Paesi democratici agiscono in modo non “democratico”), insomma un far west fecondo per l’immaginazione e dunque per azioni immaginarie.”

    Poi dici: “E la consapevolezza, anche se in modo perlopiù tardivo, non si è irradiata ex nihilo ma è cresciuta rapidamente nelle piazze nella misura in cui invadeva l’online.”
    Forse non ha senso chiedersi se viene prima l’uovo o la gallina. Ma la mia impressione è che i social nel caso migliore accompagnano azioni collettive, sia radicali come le rivoluzioni arabe sia più puntuali e circoscritte come le grandi manifestazioni a sostegno della Palestina. Non vedo come potrebbero provocarle queste azioni. Conoscere non significa agire. Ma cio’ non toglie che possono avere un loro ruolo positivo nella strutturazione della coscienza critica di minoranze della popolazione, ma assieme a molte altre realtà come i media, la stampa, i libri, i siti, i documentari, ecc.

    Detto questo ribadisco quello che per me è un duplice disagio.
    1) Non è perché si pensa e si scrive bene, che si agisce altrettanto efficacemente. C’è un salto tra ragione teorica e pratica che è nella natura delle cose. Chi ha un approccio prevalentemente intellettuale alla realtà tende a dimenticarlo.
    2) Mi sembra che alla fine l’abitudine a denunciare le nefandezze delle nostre società sui social abbia qualcosa di consolatorio, di rassicurante. E io non voglio essere né consolato né rassicurato.

  5. Grazie, Andrea, per la replica ampia e chiara. Credo di capire il tuo punto di vista, tranne forse che in questo passaggio, dove scrivi: “non ha senso chiedersi se viene prima l’uovo o la gallina”, in relazione al nesso tra la consapevolezza acquisita tramite i social, dove circolano informazioni altrimenti inaccessibili ai più, e le proteste nelle piazze. Mi sembra che il nesso sia irreversibile. Sui grandi problemi internazionali la politicizzazione avviene mutuamente attraverso i social, e la piazza ne raccoglie il risultato. Non potrebbe essere l’inverso, mi pare; o meglio, dei social network oggi possono sicuramente fare a meno per situarsi le persone intellettualmente strutturate che studiano la complessità dei problemi e ne ricavano la necessità di agire o di farsi sentire, come te e molti lettori di Nazione Indiana per esempio, non però la maggior parte dei cittadini (che, come ebbi a dire con un articolo proprio qui su NI, non hanno nemmeno il tempo per sapere chi siano gli italiani, figurati gli israeliani o i palestinesi – seppelliti dal lavoro salariato, e da quello di cura, oltre che spesso svantaggiati dal non avere le basi di metodo su cui edificare una conoscenza anche essenziale di un argomento complesso in tempi ragionevoli e cioè compatibili con la vita). I social sono – purtroppo, sì – una scorciatoia politica per la complessità di questo mondo che, altrimenti, ai più apparirebbe o troppo semplice e dunque trasparente, o troppo complesso e dunque indistricabilmente opaco. O almeno questa è la mia impressione. Alimentata anche dalla partecipazione molto sentita e diretta all’attivismo per la causa palestinese.
    Questa mutua politicizzazione è consolatoria? Un po’, sì. È semplificatrice, esotizzante nel senso in cui abbiamo detto, vagamente turistica in certi effetti? Eccome, e su questo siamo d’accordo.
    Io posso farne a meno? Credo di sì. Tu puoi farne a meno? Di sicuro sì, e forse anche meglio di me.
    Tuttavia non estenderei idealmente ai più questo privilegio.

  6. Grazie di questo dialogo e del prosieguo della discussione nei commenti. Tristemente ritrovo condivisi pensieri ormai ultradecennali nella mia testa, splendidamente cristallizzati dalle vostre parole: da Palmieri che definisce il gioco retorico della politica internazionale sui social come uno strumento “per alimentare il processo di autoaffermazione e di ricerca di visibilità nel grande magma degli universi virtuali, anche per coagulare piccole bolle di consenso”, a Muriano che scrive che “I social sono una scorciatoia politica per la complessità di questo mondo che, altrimenti, ai più apparirebbe o troppo semplice e dunque trasparente, o troppo complesso e dunque indistricabilmente opaco”. Mi sembra molto lucido.
    Mi è tornato in mente un pezzo di “fenomenologia dei social” che avevo pubblicato qui su NI 11 anni fa, l’ultimo di una piccola serie, probabilmente perché mi era venuto il dubbio, leggendo qualche commento ricevuto, di essere “à côté de la plaque”, di stare interpretando male i segni del presente. Rileggendolo oggi, mi pare di non aver esagerato all’epoca con l’idea che i social plasmino in qualche misura le coscienze, e sono ormai stanca di questa idea che la tecnologia sia neutra, idea che Andrea stesso non smette di smontare.
    «Conoscere non significa agire», scrive Andrea qui sopra: mi pare sacrosanto, scriviamocelo pure sui muri, per ricordarcelo (“conoscere è possedere”, diceva, criticamente, Abraham Moles in Psychologie du Kitsch). Lungi da noi screditare la conoscenza, ma, proprio in un’ottica di pensiero critico, c’è da ricordarsi la differenza fra l’impegnarsi per esprimere sui social la propria solidarietà alle donne di una tribù dell’Amazzonia e l’andare nelle scuole a spiegare alle ragazze della provincia italiana cosa sono i consultori, dove si trovano e come si fa ad abortire (due proposte di due diversi gruppi del collettivo “Non una di meno” al raduno nazionale di diversi anni fa; mi è rimasto impresso lo scarto).

    • Grazie della consonanza. D’accordo su tutto, anche sul pezzo di undici anni fa che, per curiosità, sono andato a leggermi (“Il protocollo”, se non ho frainteso).
      Mi sembra tutto sommato raro incontrare opinioni di dieci o quindici anni fa a proposito dei social che siano coerenti e dello stesso segno rispetto a quelle attuali della stessa persona; quanti entusiasmi e tecno-entusiasmi abbiamo visto schiantarsi su effetti sistemici non così imprevedibili dopo tutto. Anche io – ma forse più su impulso del pessimismo, visto che quindici anni fa ero molto più incolto e meno sveglio di ora – ho la fortuna di poter dire “oh, non avevo visto male”.
      La confusione di valore politico, se possiamo dire così, tra dichiarazione e azione è (come emerge dall’esperienza di ciascuno, mi sembra) una delle vittime di quest’ultima fase della rivoluzione digitale, magari anche con la complicità involontaria di una teoria del potere sullo sfondo che vede in ogni gesto o minuscolo atto linguistico un avamposto da conquistare o da difendere, il che distrae un po’, e fornisce alibi alla stanchezza. Come patenti di attivismo praticamente a ogni parlante.

  7. Ritrovo nei due testi proposti la mia stessa percezione delle cose del mondo che mi attraversano senza lasciare un segno così profondo da indurmi a dedicarmi in modo totale a una pratica che si faccia carico delle cose del mondo. E non avrei nemmeno la più efficace delle argomentazioni per sottrarmi a quel movimento paventato da Andrea: sai, c’ho famiglia. Allora che cosa mi trattiene dal buttarmi anima e corpo nelle “Grundfragen”, questioni o terre fondamentali della mia natura politica e responsabile, di abbracciare “a piene gambe a pieni malleoli” ( cit. Boris su Vladimir) una causa vitale del mio stare al mondo? La magra consolazione di costruire progetti collettivi, ora una rivista, una compagnia teatrale, aiutare un amico in detresse, per provare a “dire” la lingua che queste cose del mondo potrebbe aiutare a decodificare? O come diceva Ornella a farsi testimone, fino a incarnarsi, in un principio di realtà – che poi sarebbe anche una forma di coerenza tra il dire e il fare- e alla manifestazione da lei citata proporre azioni concrete, picchetti, raccogliere energie e anime pronte a confrontarsi sul campo? Ha senso la parola en soi? Se è una parola come questa, pubblicata a quattro mani su NI, non ho dubbi. Un senso ce l’ha. Ma in quale direzione? effeffe

  8. Secondo me va meglio descritto il terreno di cui stiamo parlando. Mi pare fuorviante rappresentare i social come una sorta di arena aperta al pubblico in cui si manifestano, si confrontano e si organizzano liberamente punti di vista di singoli attori. Intanto perché, identità multiple a parte, vari studi dimostrano che in realtà sono all’opera sciami di umani eterodiretti (v. https://jonaskunst.net/wp-content/uploads/2026/02/cyborg_propaganda_preprint.pdf) e di agenti AI in grado di fingere plausibili identità autonome ma di agire di concerto (v. https://arxiv.org/html/2506.06299v2). Poi per il ruolo dei proprietari delle piattaforme, dei quali non si possono ignorare le strategie di business e le agende politiche. Infine per le caratteristiche del “confronto” che vi si svolge: irrilevanza delle basi fattuali e della stessa tenuta logica delle argomentazioni, falsificazione delle prove, degenerazione della retorica in eristica, squadrismo verbale. Da questo punto di vista i social sembrano il laboratorio di processi più ampi. Il documento, la fotografia, il filmato non possono più – definitivamente – essere presi per “calchi” della realtà, sono sempre suscettibili di alterazione e quindi sospetti. Viene meno la NECESSITA’ stessa del “vero” per sostenere un’opinione, né vale l’appello ad autorità indiscusse o a regole di razionalità condivise. Il linguaggio sembra essersi scollato dal mondo dei fatti: pensiamo alle torsioni politiche del termine “antisemitismo”. Il contesto, insomma, è quello della propaganda, non della dialettica.
    Per questi motivi non assegno ai social nessuna capacità di elaborazione o mobilitazione politica, se non di tipo organizzativo (“tutti in piazza il”) o identitario (l’indignazione, il “retwittiamo Barbero”). L’azione di massa più recente e interessante, quella legata a Gaza, ha certo trovato nei social una sponda, ma si è anche già sfarinata: il social non crea un soggetto politico antagonista, né è in grado di sostenerne lo sviluppo e il consolidamento. In un humus del genere non può svilupparsi un discorso collettivo forte, argomentato, convincente. Non sarebbe un gran problema se esistessero altri luoghi, verità, argomenti – e soggetti politici in grado di abitarli, documentarle, elaborarli e tradurli in azione. I social sono buone macchine per la propaganda. Forse gli anziani, noiosi patiti del longform e del discorso razionale vanno ormai sostituiti con brillanti giovani influencer, e le scuole di partito con software house in cui vibe coder generano sciami di AI agent addestrati al confronto politico: à la guerre comme à la guerre

  9. Stefano Duri’ condivido molto di quanto hai scritto, ed è per queste ed altre ragioni che non ha senso considerare i social uno strumento neutro di comunicazione, che a seconda della buona o cattiva volontà puo’ funzionare o meno. Il tuo discorso pero’ si sposta, risptto a quello che abbiamo fatto io e Palmieri, dalle attitudini degli utilizzatori alle caratteristiche intrinseche delle piattaforme. Ovviamente le cose sono legate, ma in fase di analisi è importante distinguerle. Tu scrivi: “Mi pare fuorviante rappresentare i social come una sorta di arena aperta al pubblico in cui si manifestano, si confrontano e si organizzano liberamente punti di vista di singoli attori.” Certo. E alle ragioni che hai ricordato, ne aggiungo alcune altre.

    I social condizionano la forma del messaggio, e questo condizionamento è legato alla logica intrinseca dei social che non è informativa ma commerciale e pubblicitaria. La cornice del messaggo non la decide l’utente, ma la piattaforma, e la cornice condiziona il messaggio.

    Secondo punto, evidente, ma spesso dimenticato: la maggior parte dei contenuti informativi che circolano su FB o Instagram non sono stati prodotti in quella sede, dagli account che vi sono iscritti, ma da fonti esterne, più o meno indipendenti, e in larga parte connesse – nel migliore dei casi – con un buon giornalismo d’inchieste che ancora sopravvive anche grazie ai media mainstream. La maggior parte delle nostre bacheche sono zeppe di commenti sui fatti del giorno, che abbiamo reperito al di fuori dei social, preso fonti di tipo giornalistico. Questo non toglie che in certi casi un giornalista possa decidere di usare un suo accaount social come canale diretto di informazioni.

    Aggiungo un terze aspetto che limita la libera discussione democratica tra individui autonomi che i social dovrebbero idealmente permettere. Ne hanno parlato Vivien Garcia e Carlo Milani nella voce “Gamificazione” per il volume collettivo “Le parole della tecnica”, uscito recentemente per Einaudi a cura di Maurizio Guerri. In modo convincenti questi due autori hanno mostrato come la logica dei videogiochi e altri dispositivi simili sia divenuta un paradigma soggiacente anche alla comuniazione social. E scrivono a un certo punto:

    “Le attività gamificate sfruttano una tensione intrinseca al gioco umano, ma non sono giochi proprio perché le regole sono decise dal sistema, non negoziate fra i giocatori, che anzi non hanno nemmeno contezza di trovarsi in schemi di gioco”.

    I like, i follower, ecc. tutto cio’ fornisce una connotazione specifica alla comunicazione, che in qualche modo si esaurisce con la gratificazione effimera ma immediata fornita dagli emoticon, dalle condivisioni, ecc. Sono circuiti estremamente brevi rispetto a quelli della comunicazione politica in senso ampio, che implicano feed-back lenti e spesso tortuosi.

    Sono infine d’accordo su un altro punto. “Non assegno ai social nessuna capacità di elaborazione o mobilitazione politica, se non di tipo organizzativo”. La mobilitazione, se esiste, troverà nei social una sua sponda, ma non le sue radici.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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