Dallo stile singolare all’ibridazione plurale

Di Andrea Inglese
[Questo testo è apparso sul n° 28 della rivista “Smeriliana”, in un dossier curato da Eugenio Lucrezi sulla nozione di “stile”.]
Singolarità e imitazione: lo stile tra dimensione estetica e sociologica
Nel regime moderno della letteratura, quello che subentra al modello umanistico e classico, la nozione di “stile” si accompagna al mito dell’individualità, anzi della singolarità dell’espressione linguistica e letteraria. Non è più il genere dentro cui lo scrittore opera né la lingua letteraria ereditata, che garantiscono la sua rilevanza, ma la sua capacità a differenziarsi dai modelli passati e dalle norme vigenti, che uniformano il lavoro letterario dei suoi contemporanei. Solo imprimendo la sua singolarità empirica (biologica) nell’enunciato globale dell’opera, come complessivo scarto dalla lingua letteraria e comune, l’individuo autore conquista uno stile proprio, une voce inconfondibile. L’autorità (e l’autorevolezza) dell’autore non vengono dalla capacità di padroneggiare un codice letterario trasmesso dalla tradizione, ma d’introdurre in esso l’unicità di un’esperienza individuale e dell’espressione letteraria che le corrisponde.
Fin da subito, però, come Balzac e Baudelaire insegnano, l’assillo per la singolarità (estetica) dello stile nella scrittura letteraria si accompagna all’assillo per la distinzione (sociologica) dello stile nel comportamento sociale. Vi è un preciso parallelismo, che pensatori acuti della modernità come Georg Simmel hanno rilevato, tra ciò che accade nella privatezza della stanza del poeta e in mezzo alla folla degli spazi pubblici, in cui si trova l’individuo metropolitano. Per quest’ultimo è chiaro come “l’istinto di differenziazione” sia l’altra faccia dell’”istinto d’imitazione”, dal momento che ogni distinzione sul piano sociale crea, al tempo stesso, una separazione e un’appartenenza. Ma questa ambiguità tra “singolarità” di un comportamento e “generalità” di un modello comportamentale, è già riscontrabile nell’accezione puramente letteraria dello stile. Lo evidenzia la studiosa francese Marielle Macé, in un saggio del 2016 intitolato Styles: “Lo stile rimanda sempre a una forma singolare e in quanto tale è un marchio d’individualità. Ma questo marchio d’individualità è sempre in un processo di ‘generalizzazione’. (…) [È] l’individuale (il “tale”) che si apre alla condivisione, al comune, e quindi anche all’espropriazione”.
È importante ricordare gli elementi ideologici che in una circostanza storica determinata – l’emergenza della modernità letteraria – hanno caratterizzato la nozione di “stile”. Questi elementi sono stati, infatti, riconsiderati in modo critico dalle avanguardie nel primo Novecento e soprattutto dalla stagione strutturalista e post-strutturalista a partire dagli anni Sessanta. Basti ricordare due interventi di Roland Barthes, che segnano appunto il passaggio tra fase “strutturalista” e fase “post-strutturalista”. In Il grado zero della scrittura, del 1953, Barthes afferma: “Si tratta di superare qui la Letteratura, confidando in una sorta di lingua elementare, ugualmente lontana dalle lingue viventi e dal linguaggio letterario propriamente detto. Questa parola trasparente, inaugurata da Lo straniero di Camus, realizza uno stile dell’assenza, che è quasi un’assenza di stile”. In La morte dell’autore del 1968 è l’ideale espressivista in quanto tale a essere decostruito in favore della nozione di scrittura: “se [l’autore] volesse esprimersi, dovrebbe sapere che la ‘cosa’ interiore che ha la pretesa di ‘tradurre’, non è essa stessa che un dizionario interamente composto, le cui parole non possono spiegarsi che attraverso altre parole, e questo indefinitamente”.
Sappiamo come, in questo inizio di secolo, sia andata a finire. Per l’industria culturale e la sua provincia editoriale, l’autore in quanto individuo “distinto” è tornato ad essere decisivo, dal momento che deve svolgere il ruolo di testimonial del suo prodotto letterario. Ma, paradossalmente, interessa meno la sua singolarità “letteraria” che “sociologica”; egli deve insomma condursi pubblicamente come “un autore” – come un poeta, come un intellettuale, come un romanziere – e questo suo comportamento nei festival, nelle interviste televisive o negli interventi sulla stampa, permette al suo prodotto – al suo nuovo libro – di differenziarsi dagli altri libri nuovi sugli scaffali delle librerie, firmati da autori “anonimi”. D’altra parte, sul piano dei comportamenti sociali, ognuno, scrittore o meno, lavora spinto dal duplice istinto di differenziazione e di imitazione, per affermare la propria singolarità d’individuo con passioni e opinioni autonome sul mondo, grazie all’appartenenza a una “bolla”, ossia a una cerchia di simili, che apprezzano i suoi comportamenti digitali e si identificano a essi. Ancora oggi, quindi, non ci siamo liberati del tutto delle pretese “individualizzanti” dello stile né sul piano letterario né su quello sociologico, ma la singolarità di un testo conta comunque molto meno che la distinzione di un comportamento. È come se l’assillo per sfuggire all’anonimato percepito dall’individuo qualunque avesse finito per inghiottire gli ideali espressivisti dell’aspirante scrittore. Non che, come voleva Barthes nel 1968, questi ideali siano stati del tutto rinnegati: essi perdurano sullo sfondo, come presupposti che poco interessa verificare, dal momento che l’urgenza è posta sull’aspetto sociologico della faccenda: l’autore deve farsi riconoscere dai lettori innanzitutto grazie al suo “stile” pubblico, al suo comportamento in società, e questo funge da garanzia di una qualche singolarità (di un qualche stile personale, originale) sulla pagina.
Ricerca letteraria, écriture, ibridazione
Diamo per scontato che oggi, al di fuori delle dinamiche dominanti nel mercato editoriale, esistono ancora pretese d’innovazione, rottura, ricerca nell’ambito delle scritture letterarie, e che queste pretese si manifestino in modo vivace nei dintorni del genere letterario più irrilevante per quel mercato, ossia la poesia. È questo il mio caso, in quanto autore; vengo dalla “poesia”, e in tale campo letterario ho sperimentato la ricerca di forme nuove, rispetto innanzitutto a quelle ereditate dal paradigma lirico. Ciò significa anche riconsiderare, ma con spirito critico, alcune delle pratiche promosse dalle avanguardie novecentesche e dalle teorie che a esse si sono ispirate, come quelle di Barthes già citate. In particolar modo, penso che si possa ancora difendere l’opposizione tra écriture e stile, a patto di rettificare il tiro su un punto importante: l’obiettivo non è una fantomatica scrittura trasparente, neutra, elementare, senza stile, un grado zero della rappresentazione. L’obiettivo è, innanzitutto, l’ibridazione dei generi letterari e delle forme d’enunciazione, attraverso varie strategie di montaggio o, al contrario, di dissoluzione delle componenti figurative. Ma questo implica una funzione metalingustica, critica ed ironica, e non solo nei confronti della lingua ordinaria – permeata di ideologia – ma anche dei linguaggi settoriali, da quello letterario a quello scientifico, che similmente sono, seppure in modi meno evidenti, condizionati ideologicamente. Tutto questo mi porta a rovesciare la metafora centrale della tradizione lirica, che considera la poesia come una Voce Interiore. La poesia per me è (soprattutto) un Orecchio teso verso l’Esterno, anzi un sistema ricevente voci, suoni, rumori. Poco importa che si tratti di voci vive o morte, voci che veicolano stereotipi linguistici o frasi lungamente lavorate. Con questo materiale eterogeneo bisogna costruire qualcosa, una sorta di enunciato inglobante, di cui però non possiamo mai del tutto padroneggiare il senso.
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Immagine: Andrea Inglese, M. Salade, 2020
