“Quando nel tuo presente…”

di Emiliano Reali
Quando nel tuo presente mancano baci e carezze non puoi far altro che rifugiarti nel passato. Solo, in un letto enorme, la mano sul cuscino abbandonato. Cuscino che ogni notte trasformo nel mio bisogno: un’immagine, un volto, una presenza. Stringerlo mi illude.
Ma lo stupore è in agguato come un sole tiepido, quello che ti sorprende nelle giornate invernali, a ricordarti che le ombre possono scostarsi e da quegli spiragli filtrare stupore inatteso.
Sono a Trastevere, cammino lento, osservo. Il fascino è intatto, il quartiere resiste all’invasione di turisti che riportano in vita vicoli silenziosi che la gente non sa più ascoltare. Di fronte a me una figura, ha i capelli che arrivano alle spalle, una linea sottile, non la capisco fino in fondo. Una giacca, dei pantaloni e dei sandali aprerti.
Non indossa calzini. Come prima cosa penso: “Che freddo!”. Poi noto che nella mano tiene una busta di carta che immagino dalle fattezze contenga o del pane o della pizza. Mi sorgono a raffica una serie di domande, è un ragazzo? Una ragazza? È un senzatetto? Un alternativo?
Il tempo di evitare un avvallamento sul marciapiedi e quegli interrogativi sono scomparsi, cammino rilassato verso l’appuntamento che mi aspetta.
A Trastevere i grandi portoni degli edifici possono celare tesori preziosi, statue al loro interno, giardini segreti dalla bellezza sorprendente, una pace e una quiete che mi curano nell’eterna corsa a raggiungere obiettivi e traguardi.
Proseguo lento quando sento una voce, un canto, note profonde di voce di uomo. Arrivano da dentro un palazzo alla mia destra. Volgo lo sguardo in quella direzione e riconosco la sagoma di prima. Cammina lentamente, canta.
D’istinto entro anche io e accendo il cellulare per fare un video. Quando l’ho quasi raggiunto, interrompo le riprese per pudore e lo supero svelandone finalmente le sembianze. Rimando senza fiato per la sua somiglianza a un attore che amo molto, tra i più belli e talentuosi del panorama mondiale. I capelli sono morbidi e circondano un viso delicato, dai lineamenti spigolois ma talmente armoniosi nel loro insieme da stupirmi.
Lo fisso un attimo, poi rivolgo lo sguardo altrove per timidezza.
Attraversando l’androne siamo sbucati su un giardino con palme, pappagalli e gabbiani. Due di loro devono aver rubato un piccolo di pappagallo da un nido e lo stanno divorando. Mi concentro su quell’immagine di impermanenza, quando dei passi sopraggiungono. Sono arrivati due turisti con la loro bambina nel passeggino. Il giovane senza calzini, con occhi verdi che tremano per la loro fragilità ma che pulsano di una purezza inusuale, si inginocchia e tira fuori da un fodero di stoffa un flauto. Inizia a suonare guardando negli occhi la piccola, le sta regalando la sua musica. Io non resisto e faccio un breve video rapito dall’intensità di quel momento.
Quando soffia l’ultima nota le fa un cenno con la testa e si porta una mano sul cuore. Io sto lì che vorrei avvicinarmi, parlargli, ma poi con che scusa, senza risultare patetico? Decido di andarmene e quando gli passo accanto sussurro un “ciao” al quale risponde con un filo di voce.
Una decina di metri e qualcosa mi trattiene, non voglio andare. Mi fermo rivolto verso il portone e mi giro. Lui è ancora lì, in piedi, che guarda dalla parte opposta la natura che esplode prepotente appena fuori dal palazzo. Prende di nuovo il flauto che aveva riposto con cura nella sua custodia e ricomincia a suonare. Che stia lanciando un incantesimo per trattenermi? Allora chiudo gli occhi, ascolto la musica, mi concentro sull’energia che le note muovono, cerco di connettermi con quella e attraverso di essa di arrivare a lui. Sto lì, invaso da sensazioni ed emozioni, in un attimo semplice che si insinua oltre la pelle, tra il respiro e i brividi.
Appena smette di suonare si gira verso di me, come avesse percepito la mia presenza, e con un cenno della testa mi invita a raggiungerlo. È tutto così strano, inusuale, in un mondo che corre, urla, che performa, che fa la guerra, io cammino verso di lui pieno di ingenuità e stupore. Ha una voce sottile, calma, lenta, che non sembra quella di un uomo che mi ha spinto a seguirla. Non distoglie lo sguardo, ci immergiamo l’uno nell’altro. Il suo italiano è buono, meditato, mi dice che viene da Barcellona ma sua madre è italiana. Poi mi invita: “Mi piacerebbe continuare questa conversazione camminando”.
Scivoliamo lenti tra i vicoli, con un ritmo che è estraneo a qualsiasi altra cosa ci circondi. Gli occhi sinceri, parliamo di vita, obiettivi, paure, muri, dolori, del mettere radici o della ricerca di leggerezza. Discorro con lui in un modo così profondo, precluso talvolta anche alle persone che ho più vicino. Ascolta, riflette, sente, non butta le parole, non sputa aria. Gli confesso che amo scrivere, ma vivo con difficoltà la realtà editoriale, il bisogno di commercializzare per arrivare, di essere visti per diventare bravi. Lui, stupito, mi fa una domanda tanto chiara e potente da sorprendermi, da ricordarmi il valore delle parole, dell’atto creativo: “Scrivere non basta dentro di te?”. Ribatto incerto, dicendo di sì, ma anche che se vuoi che il tuo messaggio arrivi alle persone devi inserirti nel sistema.
So che è vero, ma la sensazione che la domanda di Matias ha fatto scaturire in me è uno strano benessere, un fregatene di ciò che ti circonda. Si è laureato in Svezia in Transizione energetica, è a Roma per un corso di teatro. Dice che ha sempre girato e che forse è il momento di mettere radici. Io invece vorrei sradicarmi, andare lontano, al caldo, in una terra semplice, piena di natura, aggiungo che non lo faccio per non lasciare le persone che amo. Mi chiede se a bloccarmi sia solo l’amore o ci sia anche altro.
C’è dell’altro, ha ragione! C’è il timore di lasciare il conosciuto, di lanciarmi in un’avventura nuova, di perdere i punti di riferimento che mi danno stabilità e mi tolgono ossigeno. Penso che se lo facessi insieme a qualcuno sarebbe più semplice, lanciarsi in due tenendosi per mano è diverso.
Quando sbuchiamo nella piazza di Santa Maria in Trastevere mi chiede se ho voglia di entrare nella chiesa. All’ingresso c’è una mendicante e Matias le regala la sua busta con dentro la pizza. Quando la chiesa ci sputa fuori e siamo di nuovo in piazza, si ferma un attimo. Ha l’aria dubbiosa, mi guarda. Riesce a strapparmi un sorriso quando mi dice: “Sono rimasto attaccato alla pizza, non so perché gliel’ho data”.
Gli chiedo se ha fame e lui risponde di no, ma che sta pensando a dopo. “E se vado a riprenderla?” mi chiede. Se lo facesse sarebbe una cosa epica, mai vista. Glielo dico. Allora si rassegna con un “la pizza è andata”.
Non ho ben capito come si mantenga, se ha il sostegno dei suoi, so solo che quella pizza mi ha detto che gliel’avevano regalata e che è ospite a casa di un suo amico. Non vorrei urtare la sua sensibilità dicendogli che se vuole gliene posso comprare un po’ io, quindi taccio.
Parliamo ancora, lo facciamo davvero. Sentendo le parole, ci guardiamo. È bello farlo, è vitale, mi riconnette con l’essenza più intima. Poi ci soffermiamo sulle barriere, spesso erette per colpa del dolore, della paura. Mi guarda con i suoi occhi verdi tremanti e mi chiede: “Perché non riesco a lasciar andare il dolore?”.
Provo a rispondergli con tutta l’onestà possibile: “A volta non lo facciamo perché restare attaccati al dolore ci permette di tenere con noi i ricordi. Oppure per paura, per lasciare andare è necessario rivivere o guardare davvero in faccia quello che ci è successo. Però io non conosco il tuo dolore, non so a cosa ti riferisci, ognuno è diverso”.
Mentre glielo dico siamo a piazza Sonnino, un flusso continuo di persone, penso che vorrei abbracciarlo e nell’istante in cui termino di rispondere mi guarda e mi dice piano: “Io ti abbraccio”. Ci stringiamo delicatamente, stiamo così per qualche minuto, protetti da un bozzolo che ci separa dal resto. In quella vicinanza, nell’atto di abbandonarsi all’altro, sento il suo cuore e la dolcezza e la fragilità che lo abitano, una pietra preziosa, lucente e delicata. Percepisco anche i suoi pensieri, il calore che generano nella sua testa.
Quando ci distanziamo ci fissiamo un attimo e io sono pieno di tutta quella tenerezza che mi commuove. Mi dice di volersi incamminare per prendere l’autobus e tornare a casa. Mi propongo di accompagnarlo. Nell’attraversare la strada per raggiungere Ponte Garibaldi, gli dico che comunque lui non sembra spagnolo. Mi chiede come sono gli spagnoli. Secondo me lo spagnolo può avere tanti volti, non riconducibili a tratti specifici. Annuisce e io aggiungo che lui sembra francese, come l’attore a cui assomiglia. Mi domanda a quale attore mi riferisca e, nel farlo, sorride, sa già la risposta. “Lo sai già, te lo diranno tutti”. Allora abbassa la voce ancora un po’ ‒ come se fosse possibile visto che soffia le parole e ogni volta fatico nel catturarle ‒ e pronuncia un flebile “Timothée”. Una parte di me pensa ancora che sia davvero lui, che si sia camuffato per passare inosservato, che forse sta lavorando allo studio di un nuovo personaggio che interpreterà.
Ma in fondo non mi interessa, quello che stiamo condividendo è così bello che non me ne frega nulla, mi piace quello che è e come lo è. Sul ponte osservo il cielo e il Tevere, penso che sarebbe bellissimo farci una foto, ma mi vergogno a chiederglielo.
Poi lui riprende i miei pensieri alzando lo sguardo e apprezzando la bellezza del momento, del cielo di Roma. Siamo alla fermata dell’autobus, spero ci metta tempo ad arrivare.
All’improvviso mi chiede di controllare se ha un ragno sul collo, specificandomi di non fargli male. Io mi avvicino e quando gli sono prossimo ho l’impulso di dargli un bacio lì dove non c’è alcun ragno. “Non hai nulla” gli dico. Poi aggiungo: “Tranquillo io non uccido nessun animale, a casa ho un bicchiere col quale prendo tutti gli insetti che entrano per poi liberarli in giardino”. Ammetto che elimino senza scrupoli solo le zanzare, anche se hanno una loro funzione, sono cibo per i bellissimi colibrì e poi non ricordo cos’altro.
Lui mi strappa di nuovo un sorriso quando mi dice che aveva pensato di fare un videoclip intervistando le persone e chiedendo loro cosa pensassero delle zanzare. Un’idea originale, non c’è che dire!
Arriva l’autobus e gli sussurro un “mi dispiace che te ne vai”. Lui replica: “Perché?”.
L’ultima immagine è la sua mano che si agita per salutarmi da sopra la vettura.
÷÷÷
Sanguino abbandonato, ferito dall’ipocrisia delle parole di George che mi hanno schiacciato contro un muro di chiodi. E anche se quel sangue non possono vederlo gli altri, dentro di me si fa emorragia. Ma ci sono i libri per fortuna, e oggi ho un firmacopie. Mentre stringo mani, sorrido, scambio parole e ne dedico, vedo un viso apparire tra gli scaffali.
È lui, Matias. Mi è capitato spesso dal giorno del nostro incontro di pensarlo, di ritornare con la mente alle emozioni che hanno galleggiato tra i rivoli di dolore che ancora mi irrorano.
Dal momento della sua apparizione non faccio altro che guardare l’ora, voglio che il firmacopie finisca il prima possibile. Lui non si avvicina, è in attesa. Lo siamo entrambi.
Quando saluto e ringrazio il responsabile della libreria per l’ospitalità, ci trasformiamo in due saette e scappiamo a Villa Borghese. Le schiene poggiate contro un grosso tronco di pino, gli aghi che punzecchiano i piedi, le sue parole soffiate delicatamente che mi penetrano con la furia dei proiettili.
Una lettera a cui affida le parole che la timidezza blocca, dove mi racconta cosa ha provato nel leggere il mio romanzo.
Abbandoniamo il parco alla volta del mio appartamento. Le sue mani si muovono veloci. Con una dimestichezza che non mi appartiene taglia il salmone, accende il fuoco, si prende cura di me: in casa mia è lui quello più a suo agio. Poi sul letto quanta tenerezza, carezze, uno su l’altro.
Le sue labbra morbide che scacciano la malinconia dalle lenzuola, il soppalco che cigola ma non ci facciamo caso. Mi stringe e con le mani, misura la mia schiena che si inarca di piacere.
È incredibile l’intimità raggiunta; mi sento accolto. Nulla è sporco, ci occupiamo l’uno del corpo dell’altro, abbandonandoci con semplicità e fiducia, come se il mondo non fosse mai stato duro, come se la parola “tradimento” non esistesse. Ha occhi grandi, liquidi, riceve e dona. Immerso nel suo sguardo dimentico la noncuranza e le facce cupe di ogni giorno.
Nessuna barriera né ostacoli, siamo solo carne ed emozioni.
Dopo essermi lasciato trasportare dai sentimenti, sfumato l’istinto, esaurita la passione, il passato mi mette in guardia. Dubbioso balbetto: “Io non cerco una storia. Poi tu sei troppo piccolo”.
Lo allontano dispiaciuto, combattuto da forze opposte, le mie braccia non lo vogliono lasciare, ma la mente è abilissima nell’elencare i rischi che non sono pronto a correre di nuovo. Forse lui non è stato altro che un regalo, un monito a non perdere la speranza, a non cedere al dolore che ogni santo giorno mi consiglia di indossare una corazza.
O forse vorrei unicamente che lui replicasse dicendomi di provarci, di darci una possibilità. Ma la risposta di Matias mi disarma: “Emiliano, io domani parto. Grazie per questa bella giornata”.
Se qualcuno, mentre lo osservavo allontanarsi, mi avesse detto che quello sarebbe stato il più recente attimo di purezza con un ragazzo che la memoria avrebbe potuto ripescare negli anni a venire, gli avrei dato dello iettatore.
Ma avrebbe avuto ragione.
(dal romanzo Chi lo dice a mamma che non sono più gay? Una confessione)
