“Cellulosa” di Sofia Pirandello: una nota e un estratto
Il club del lettore

La bomba dei ragazzini
Cellulosa, terzo romanzo di Sofia Pirandello (e/o 2026), mette in scena elementi felici per la resa narrativa. Il primo sta nei personaggi, tutti protagonisti. Un gruppo di ragazzini e ragazzine, figli della transizione tra il vecchio secolo e il nuovo, li incontriamo adolescenti nei primi anni Duemila e poi, nell’ultima parte del libro, poco più che ventenni. Certo, un romanzo di ragazzi è sempre un romanzo avvincente. E Cellulosa lo è anche perché gli altri suoi elementi fanno di questa storia di inevitabile formazione (o “trasformazione”, come è stato scritto) qualcosa di più.
C’è infatti (secondo elemento) un luogo insolito che non è città: un paesino, Trecase, frazione di un altro paesino dal nome inquietante, Caino, in mezzo a una qualche area interna tra Umbria e Lazio. Nulla a che vedere con certe tendenze post-rurali, strapaesane e vagamente consolatorie di altra narrativa italiana. Il paese infatti non è immune all’industria, è sfregiato da una fabbrica (terzo elemento), una cartiera nella quale risulta il destino di chiunque abiti qui, unico destino disponibile di lavoro e a volte di morte in fabbrica, come il romanzo racconta.
In questi ragazzi, figli di genitori comunisti senza più molte speranze, si accende un desiderio di rivolta o rivoluzione (quarto elemento) contro la “serpentessa”, come chiamano il reparto macchine della fabbrica. Si costituisce una “cellula”. Si dichiara una guerra. Come se l’anemia della sinistra, nello scorrere e avvicendarsi delle sue generazioni, si potesse curare solo imboccando l’antica e terribile strada senza ritorno della distruzione. Ma il comunismo “classico” delle madri e dei padri era industrialista, in questo non era diverso dal capitalismo. La novità di questi ragazzi immaginati da Sofia Pirandello, invece, è che la loro utopia prevede la morte della fabbrica, e in questo, passata la sbornia dell’Antropocene, senza saperlo ritornano a un antico socialismo rurale, libertario e anti-macchinico, diciamo così, e riabilitano le bistrattate ragioni dei luddisti britannici. I luddisti, però, un loro progetto di lavoro e sostentamento alternativo alla fabbrica lo avevano. I protagonisti di Cellulosa, invece, se distruggeranno la “serpentessa”, poi di cosa camperanno?
A seguire un estratto, per gentile concessione dell’editore.
(d.o.)

Una pagina del romanzo
Futura è arrivata a Trecase qualche anno più tardi, precipitata tra loro come una meteora. Lei viene dallo spazio, dal tempo profondo, cadendo ha lasciato una traccia indelebile. Orlando e Re Bomba hanno preso a ronzarle intorno eccitati perché il suo arrivo ha sfondato l’orizzonte di Trecase. Futura profuma delle cose nuove di pacca, della civiltà usa e getta, della plastica lucida, della pelle vergine, dell’album di figurine appena stampato. A Futura quei due selvatici sono sembrati gli ultimi esseri viventi su un’isola deserta. Se li fa andare bene, anche se, certo, c’è ancora molto da lavorare.
I ragazzini di Trecase sono parte di un’unica struttura di materia vivente organizzata. Per loro il sangue non conta, a unirli basta la campagna. È importante avere amici più grandi, così si può far conto su un’automobile. Prendi la macchina, parcheggia la macchina. Fanno visita a qualcuno. Uno, due caffè. Poi di nuovo prendi la macchina, parcheggia la macchina. In paese la solitudine non esiste. Il presagio è la forma d’esperienza più diffusa: tutti sanno cosa è successo ancor prima che accada, proprio per questo ogni cosa si trasforma in uno scandalo succoso.
Ida e Pietro darebbero qualunque cosa per far parte del gruppo. Della cellula, anche adesso che la faccenda non ha ancora preso alcuna sfumatura politica. Le cose vanno un po’ meglio da quando entrambi esibiscono gambe di dimensioni finalmente ragionevoli e non sembra più di portarsi dietro dei lattanti. Solo avvicinandosi molto si nota che Pietro è un colosso con la faccia da bambino. La loro integrazione sta avvenendo lentamente ed è in fondo accolta con inatteso entusiasmo, soprattutto da Futura e da Re Bomba, perché si tratta di due sbarbatelli che è facile raggirare e che sono naturalmente portati all’idolatria.
Pietro imbocca prima la strada che porta a Caino e poi devia leggermente seguendo la discesa erbosa che conduce alla fonte. La vasca è lunga, stretta e profonda, stracolma di acqua gelida, il fondo scuro è ricoperto di un muschio nero e vivo. Le cicale segano le orecchie. È periodo di more e Pietro avrebbe voglia di gettarsi a rovistare tra i rovi a precipizio sulla valle.
Le pareti della fonte sono divorate dai rampicanti. Orlando è seduto sul bordo, le gambe divaricate penzoloni verso fuori e la schiena ingobbita. Non fa una piega quando lo vede avvicinarsi. Futura prende l’ultimo sole accanto a lui con apparente disinvoltura. I suoi pochi anni sembrano voler esplodere in tutte le direzioni, costretti malamente in un costume che ha comprato di una taglia troppo stretta perché i seni risultino più pieni, nonostante siano ancora poca cosa. Ida la sbircia di sottecchi, impara come si fa in religioso silenzio.
Dentro all’acqua fino al collo ci sono Re Bomba e il Conte. Ecco perché, pensa Pietro. Il Conte. Futura non lo ammetterebbe mai, ma è di certo lui il destinatario privilegiato della sua sceneggiata muta, il motivo per cui stamattina ha proposto un bagno alla fonte: per esibirsi.
Lo hanno così ribattezzato perché fin da ragazzino si fa portare a spasso da abiti di grande eleganza e alla fine del suo nome vero si è persa memoria. Non c’è niente che sia più adesivo di un soprannome affibbiato in tenera età. Il Conte è di Caino. Fuma le sigarette. È lui quello con la macchina. Probabilmente per questo riesce a guadagnarsi il rispetto di tutti. Persino in mezzo al nulla la gerarchia conta.
Peccato, avrà vita breve: una malformazione cardiaca è l’anatema che gli pende sulla testa e gli sussurra “Muori”, anche se è così giovane. Lo ha rovinato la nascita, la morte rimetterà a posto le cose.
A sedici anni doveva morire e poi, fatalità, non era morto. Allora si diceva che non avrebbe superato i diciotto, ma poi, incredibile, non era morto. La voce che il Conte deve morire a breve si è diffusa in fretta ed è diventata una barzelletta con cui lo si punzecchia senza pietà. Ogni tanto qualcuno grida: «E anche oggi il Conte è vivo!». E in coro gli altri rispondono: «Alé! Alé! Alé!». E nel coro, puntuale, anche il Conte grida e batte le mani. Gioca a rimpiattino con la fine, non può succedergli niente.
