Note sull’ultima manifestazione parigina (5/11/2026)

di Andrea Inglese
È la terza a cui partecipo a Parigi, e la terza che è impressionante per numero e varietà di profili sociali dei partecipanti. Ieri in tutta la Francia, vi sono state manifestazioni indette dai sindacati per riunire lavoratori del settore pubblico e privato per l’innalzamento dei salari e la difesa del lavoro. Manifestazioni così ne ho viste parecchie in Francia e in Italia, ma non assomigliavano a quella di ieri. In quella di ieri, in più, c’era la marea di studenti, liceali e universitari. La presenza massiccia degli studenti a una manifestazione intersindacale non è solo una questione di sovrappiù numerico. Muta globalmente la prospettiva della lotta. Alla logica razionale della negoziazione sindacale, i giovani aggiungono il desiderio. La loro lotta è nello stesso tempo l’espressione di bisogni e la realizzazione di un’esperienza esistenziale. Come Fortini ben sapeva, e come il 68 ben sapeva, la lotta per l’uguaglianza è già una forma di rivoluzione in atto. Mia figlia sedicenne, tornando dalla partecipazione a un blocco dei corsi nel suo liceo, mi ha detto: ho avuto una sensazione di libertà come non l’ho mai provata. E questa libertà, in effetti, che Cornelius Castoriadis chiamava autonomia, non la si può sperimentare in astratto, ma nel momento in cui ci si rende conto che il potere che ci governa è illegittimo, non fa parte di noi, è un entità estranea. Ed è quello che gli studenti hanno sperimentato non attraverso la semplice protesta per una scuola più decente e più democratica, ma sperimentando la reazione del governo attraverso un’assoluta brutalità poliziesca. In quell’istante preciso gli adulti hanno perso tutti i loro requisiti di autorevolezza, legittimità, saggezza, razionalità, ecc. E di conseguenza le loro istituzioni. E gli studenti hanno capito che un enorme spazio non ancora riempito e definito si offriva a loro. Lo spazio di situazioni ed esperienze costruite da loro.

Mi hanno fatto sorridere i commenti di quei maturi osservatori di sinistra che storcevano il naso principalmente per due ragioni. C’erano quelli che consideravano le rivendicazioni, nate dai liceali della periferia, un po’ meschine: corsi che funzionano, aule adatte alle ore d’apprendimento e studio, orari meno pesanti, sistemi di selezione per gli studi universitari più trasparenti ed egualitari. (Come a dire: i figli dell’immigrazione devono sempre dimostrare di essere due volte migliori in tutto. Se osano rivendicare il funzionamento della “loro” scuola pubblica, devono nello stesso tempo esibire ricette e attitudini da rivoluzione bolscevica. Altrimenti sono dei poveri piccolo borghesi.) Altri storcevano il naso, perché pretendevano che gli studenti facessero pure il lavoro “tecnico” del governo, sfornando un programma legislativo con tanto di voci di finanziamento ben fondate. (E per altro sono stati, anche su questo versante, efficaci e concreti: con tanto di programma articolato per punti fondamentali…) A forza di non avere più diretta esperienza di lotte collettive, ci si dimentica di come funzionano. Ma un buon consiglio che mi permetto di dare, e che ho dato anche all’occasione del movimento dei gilet gialli, prima di parlare state ad ascoltare e state a vedere, ma possibilmente da dentro.
I ragazzi non portano solo il desiderio, ossia la loro decisione di sperimentare situazioni nuove, non già tracciate dalle istituzioni educative, formative o dal mercato del lavoro. Portano anche la loro sensibilità per questioni, che altri signori della famiglia di sinistra, utilizzando il vocabolario “orientato” della destra, definiscono “woke”. Perché bisogna dirlo, anche se è abbastanza inverosimile – soprattutto après coup –, in Italia almeno si è riusciti a creare una sorta di incompatibilità tra rivendicazioni di ordine esistenziale, culturale, democratico, e rivendicazioni di ordine sociale ed economico. Nella manifestazione sindacale di ieri, gli slogan, gli striscioni e i cartelli dei più giovani erano globalmente focalizzati sulla questione democratica: antifascismo, antirepressione poliziesca, anticolonialismo, antirazzismo, ecc. Dobbiamo accusarli di essere andati “fuori tema”? Oggi nessuno nega che si stia realizzando la tanto attesa convergenza delle lotte. Ma questa convergenza è forse la semplice natura multiforme delle lotte in una società complessa e che vuole mantenere vivo il suo progetto democratico[1].

In Francia, sotto il presidente Macron, eletto per la sua “centralità”, novità, non appartenenza alle tradizioni ideologiche parlamentari, la polizia picchia come e di più della polizia italiana del governo Meloni, utilizza l’armamentario giuridico elaborato nel contesto della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, in alcuni casi documentati “fraternizza” con gruppi neofascisti, che scendono in piazza per aggredire i manifestanti del movimento. Si è disquisito sul termine “fascismo” con dovizia filologica, ma i ragazzi e le ragazze delle manifestazioni francesi, senza doversi riferire a Vichy, sembrano aver capito di che si tratta. Fanno parte di una società, in cui una parte dei media privati sono in mano al signor Bolloré, un miliardario che sostiene la propaganda di estrema destra, in tutta la sua composizione ideologica. In questa stessa società, nelle ultime settimane, si è assistito all’attentato omicida di un neonazista bianco, che si è lanciato in una ronda automobilistica per realizzare una strage di neri e arabi a Trappe, una cittadina francese con una storia operaia e popolare alle spalle. Il terrorista ha ucciso Pengo Bossio Wangi, un ragazzo franco-congolese di 26 e ha gravemente ferito altre quattro persone, tra cui una bambina di 12 anni. Tutte persone “razzializzate”. Settimana scorsa, un incendio di origine criminale in un edificio di Clermont Ferrand ha fatto quattro morti, tra cui Sidiki Doumbia, un giovane lavoratore di 25 anni. All’origine del crimine ci sono due giovani, ma di questa inchiesta si parla per ora pochissimo. A fine ottobre, sulla piattaforma X (quel bel luogo di dibattito democratico!), è apparsa una discussione dal titolo “L’heure est à l’action face à la violence des islamo-collabos antifas”(È ora di agire contro la violenza degli islamo-collabos antifascisti). Dietro questa formula bizzarra si celano i lavoratori stranieri (neri e arabi, per intenderci) che sono impiegati come ciclo-trasportatori di piattaforme come Uber Eats, ben attive in Francia. Alcuni di questi messaggi invitavano a realizzare delle vere e proprie trappole omicide per questi trasportatori, invitando i “patrioti” a fissare degli appuntamenti con questi lavoratori per poi “farli scomparire”.

Il neofascismo esiste come orizzonte politico, come discorso razzista e suprematista nei media e sulle piattaforme, e come pratica violenta sul territorio, in modalità solitaria o di gruppo. E questi ragazzi lo avvertono direttamente, tanto più che molti di loro fanno parte dei gruppi razzializzati presi a bersaglio. Più in generale le sensibilità legate alle questioni di genere e decoloniali hanno fatto sì che le rivendicazioni economiche, di “classe”, si saldassero naturalmente alle questioni di ordine democratico, legate ai processi di emancipazione e rappresentazione propri a quei gruppi sociali che si percepiscono come subordinati. Insomma, nel corso della lotta si è reso evidente che le strutture di potere, favorevoli alle oligarchie neoliberali, non permettono allo scontento popolare che di sfogarsi come guerra tra poveri, nelle forme tollerate di un neofascismo diffuso e mai dannoso per i più forti e più ricchi. Di qui la congiunzione naturale tra desiderio di autonomia e esigenza di maggiore uguaglianza sociale. Oggi i giovani sanno bene che agire sulle rappresentazioni sociali, conquistarsi spazi dentro la sfera pubblica, sono momenti indispensabili alla lotta per ottenere risorse “pubbliche” e “progressi salariali”. Tutte le rivendicazioni sindacali – lo sappiamo bene – sono in fondo riformiste, virtuosamente riformiste, ma non certo rivoluzionarie. Paradossalmente, la richiesta di democrazia mette in questione i fondamenti dello Stato, criticando l’apparato poliziesco e giudiziario, e anche la presunta autonomia dell’informazione, oltreché l’autentica efficacia del dibattito parlamentare.

Note
[1] Elementi di questo “progetto democratico” ce ne sono un certo numero, ad esempio, nella nostra Carta costituzionale. Carta che da quando è stata redatta, viene costantemente tradita o comunque non “realizzata” da governi che si ammantano tutti di incarnare un” regime democratico”.
