Gruyaert a Parigi: il miracolo del colore

 

Harry Gruyaert, Belgique, Bruxelles, Gare de Bruxelles-Midi, 1981

 

di Ornella Tajani

A Parigi, nello spazio espositivo Le Bal, è aperta fino al 24 settembre la mostra dal titolo La part des choses, dedicata al fotografo belga Harry Gruyaert, classe 1941: membro dell’agenzia Magnum Photos, è considerato uno dei maestri europei della fotografia a colori. In esposizione per la prima volta 60 sue fotografie realizzate tra il 1974 e il 1996.

Non stupisce, scorrendone la biografia, scoprire che Gruyaert abbia seguito da giovane anche studi di cinema: davanti a molti dei suoi scatti è difficile, in effetti, credere che siano “solo” foto e non piuttosto fotogrammi di un film, tali sono la potenza narrativa, la capacità di evocare un prima e un dopo l’attimo ritratto – di suggerire frammenti di storie non ancora accadute, forse prossime e inevitabili, come argomenta Richard Nonas in uno dei testi di presentazione.

 

Harry Gruyaert, Belgique, Anvers, 1988

 

A volte mi dico che sarebbe talmente più semplice mettere in scena le mie immagini, ricreare un certo muro come Antonioni, o chiedere al tal personaggio di vestirsi in modo diverso. Ma credo che perderei il miracolo istantaneo dell’inatteso che toglie il fiato,

si legge nelle parole del fotografo. Citando anch’egli Antonioni a mo’ di riferimento, come già nel caso di Raymond Depardon, Gruyaert sottolinea l’importanza della matericità del proprio lavoro, nel quale i colori acidi, saturi, la «matière couleur», come lui stesso la definisce, rivestono un ruolo di primo piano.

Il colore è un modo di scolpire ciò che vedo. Il colore non serve a mostrare un soggetto o la scena che sto fotografando, è un valore in sé. È l’emozione stessa della fotografia.

 

Harry Gruyaert, Belgique, Boom, 1988

 

Il miracolo del colore detta la ricerca di Gruyaert, lo si vede in ogni scatto: da quelli più minimalisti, in cui un idrante giallo troneggia fra due paletti rossi, a quelli più compositi, come questo. Lo stesso allestimento della mostra gioca con i colori, cambiandone uno per ogni tramezzo. Per il resto l’articolazione del percorso espositivo appare un po’ confusa, proponendo tappe perlopiù geografiche (Belgio, Stati Uniti, Maghreb, ecc.), criterio non sempre prioritario nei lavori del fotografo.

 

© Marc Domage
© Marc Domage

 

«Mi butto nelle cose per sperimentare il mistero, l’alchimia: le cose mi attirano e io le attiro», dice Gruyaert. La part des choses, dunque, perché ciò che gli interessa è «trascriverne la percezione, farsi veggente», come annota la co-direttrice di Le Bal Diane Dufour, con un clin-d’œil à Rimbaud e uno finale, più nascosto, a Jean Cocteau: «Fotografare può essere anche questo: comunicare uno stato di solitudine e dire una bugia più vera della verità».

 

Harry Gruyaert, Maroc, Ouarzazate, 1986

 

Narrare dunque mentendo, o meglio confondendo un po’ le carte, per raggiungere un diverso livello della realtà, per schiudere una visione. La fotografia di Gruyaert è déroutante, le sue luci catturano chi osserva in una dimensione apparentemente ordinaria eppure inafferrabile, davanti a immagini iperconcrete e nondimeno ambigue: così quello che a prima vista sembrerebbe un incrocio di strade statunitensi si rivela essere uno scorcio della città marocchina di Ouarzazate; altrove, lo scatto di un uomo che cammina fra due macchine suggerisce un paese dell’America latina, e invece è tratto dalla serie Irish Summers – serie magnifica, di cui purtroppo poco si vede in questa occasione.

 

Harry Gruyaert, Irlande, Comté de Kerry, 1983

 

Merita molto, ed è invece ben presente, il lavoro «Moscow», risalente al 1989: all’indomani della caduta del muro di Berlino, il fotografo viaggia in URSS, dove racconta di essersi ritrovato davanti a una società «congelata e fossilizzata»; lì «una tavolozza di colori sconosciuti, sbiaditi, attenuati» gli si è offerta alla vista, «l’immagine di un universo che era esistito tra due mondi».

 

Harry Gruyaert, URSS, Moscou, 1989

 

La part des choses resta dunque una mostra di indubbio interesse e godimento, in uno degli spazi fotografici più interessanti di Parigi. Si spera che possa arrivare anche in Italia, dove l’opera di Gruyaert è ancora poco nota.

 

articoli correlati

Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave

di Ornella Tajani
«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in "Riappropriarsi di sé". Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir, l’autrice dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero femminista ha rivestito nella sua formazione.

Si può uscire dalla catastrofe? Su “Adieu” di Balzac

di Marco Viscardi
Addio è una parola fatale, e come tutte le parole fatali porta con sé una carica di melodramma, di eccesso e di falsa coscienza. È davvero possibile dirsi addio? Lo si vuole davvero? Forse, dietro questo commiato così definitivo, c’è la speranza di una contraddizione, di un ritorno

“La donna della domenica”, ogni domenica: perché leggere Fruttero e Lucentini oggi

di Paolo Rigo
Insomma, questo è il finissimo universo della Donna della domenica, questo è l’universo di Fruttero e Lucentini, che meriterebbero di essere studiati, ricordati, omaggiati. Ancora di più? Meriterebbero semplicemente di essere letti, centenario o meno.

Hamnet e il problema del dolore

di Paolo Rigo
Nell’esperienza del dolore ci rinnoviamo, scopriamo noi stessi, saggiamo i nostri limiti e li superiamo. Nell’accettazione dell’impossibilità di guarire diventiamo maturi. E questo, forse, è il messaggio centrale dell’Hamnet di Chloé Zhao.

L’inferno che non si sente

di Marco Viscardi
L’accoltellamento avvenuto alla scuola media di Trescore Balneario, provincia di Bergamo, il 25 marzo 2025, è uno di quegli avvenimenti di cui non ci si vorrebbe occupare, perché troppo forte è il pericolo di venire invischiati, di farsi male o di colpire involontariamente la sensibilità altrui.

L’amore non ha etica. Su “Meglio così” di Amélie Nothomb

di Ornella Tajani
Avere a cena Silvio Berlusconi e servirgli per dispetto gli avanzi di sei settimane prima? Talmente spassoso che è successo per davvero: così almeno racconta Amélie Nothomb nel suo ultimo libro Meglio così (Voland, traduzione di Federica Di Lella).
ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: