Articolo precedente
Articolo successivo

Il vergognoso silenzio dell’Occidente su Gaza – editoriale del Financial Times

 

Foto: Ansa

 

Ricevo e pubblico la traduzione dell’articolo “The west’s shameful silence on Gaza”, editoriale apparso il 6 maggio sul Financial Times.

Dopo 19 mesi di un conflitto che ha ucciso decine di migliaia di palestinesi e ha indotto ad accusare Israele di crimini di guerra, Benjamin Netanyahu si sta preparando ancora una volta a intensificare l’offensiva di Israele a Gaza. L’ultimo piano prefigura la piena occupazione del territorio palestinese con l’intento di spingere i gazawi verso sacche sempre più ristrette della striscia distrutta. Porterebbe a bombardamenti più intensivi e le forze israeliane sgombererebbero e prenderebbero possesso del territorio, distruggendo le poche strutture rimaste a Gaza. Ciò sarebbe un disastro per 2,2 milioni di gazawi che hanno già sopportato sofferenze insostenibili. Ogni nuova offensiva rende più difficile non sospettare che l’obiettivo finale della coalizione di estrema destra di Netanyahu sia quello di rendere Gaza inabitabile e di cacciare i palestinesi dalla loro terra. Per due mesi Israele ha bloccato la consegna di tutti gli aiuti nella Striscia. I tassi di malnutrizione infantile sono in aumento, i pochi ospedali funzionanti stanno esaurendo le medicine e gli allarmi su fame e malattie si fanno sempre più drammatici.

Eppure, gli Stati Uniti e i Paesi europei, che propagandano Israele come un alleato che condivide i loro valori, non hanno pronunciato alcuna parola di condanna. Dovrebbero vergognarsi del loro silenzio e smettere di permettere a Netanyahu di agire impunemente. Domenica, in un breve discorso, Donald Trump ha riconosciuto che i gazawi stanno “morendo di fame” e ha suggerito che Washington aiuterà a portare cibo nella striscia. Ma finora il Presidente degli Stati Uniti ha solo rafforzato Netanyahu. Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo di porre fine alla guerra a Gaza dopo che la sua squadra ha contribuito a mediare il cessate il fuoco di gennaio tra Israele e Hamas. In base all’accordo, Hamas ha accettato di liberare gli ostaggi in fasi successive, mentre Israele si sarebbe ritirato da Gaza e i nemici avrebbero dovuto raggiungere un cessate il fuoco permanente. Ma a poche settimane dall’entrata in vigore della tregua, Trump ha annunciato un piano bizzarro che prevedeva lo svuotamento di Gaza dai palestinesi e la sua acquisizione da parte degli Stati Uniti. A marzo, Israele ha fatto fallire il cessate il fuoco cercando di modificare i termini dell’accordo, con il sostegno di Washington. Da allora, alti funzionari israeliani hanno dichiarato che stanno attuando il piano di Trump di trasferire i palestinesi da Gaza. Lunedì, il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha dichiarato: “Finalmente occuperemo la Striscia di Gaza”. Netanyahu insiste che un’offensiva allargata è necessaria per distruggere Hamas e liberare i 59 ostaggi rimasti. La realtà è che il primo ministro non ha mai articolato un piano chiaro da quando l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha ucciso 1.200 persone e scatenato la guerra. Invece, ripete il suo mantra massimalista di “vittoria totale”, cercando di placare i suoi alleati estremisti per garantire la sopravvivenza della sua coalizione di governo.

Ma anche Israele sta pagando un prezzo per le sue azioni. L’offensiva allargata metterebbe a repentaglio la vita degli ostaggi, minerebbe ulteriormente la reputazione di Israele e approfondirebbe le divisioni interne. Israele ha comunicato che l’operazione estesa non inizierà prima della visita di Trump nel Golfo la prossima settimana, affermando che c’è una “finestra” in cui Hamas può rilasciare gli ostaggi in cambio di una tregua temporanea. I leader arabi sono infuriati per l’incessante ricerca del conflitto a Gaza da parte di Netanyahu, eppure festeggeranno Trump in cerimonie sontuose con promesse di investimenti multimiliardari e accordi sulle armi. Trump darà la colpa ad Hamas quando parlerà con i suoi ospiti del Golfo. È l’attacco omicida del 7 ottobre che ha scatenato l’offensiva israeliana. Gli Stati del Golfo concordano sul fatto che la sua persistente stretta su Gaza è un fattore che prolunga la guerra. Ma devono opporsi a Trump e convincerlo a fare pressione su Netanyahu per porre fine alle uccisioni, togliere l’assedio e tornare ai colloqui. Il tumulto globale scatenato da Trump ha già distolto l’attenzione dalla catastrofe di Gaza. Tuttavia, più a lungo si protrae, più coloro che rimangono in silenzio o che sono costretti a non parlare si renderanno complici. (traduzione di fd)

articoli correlati

L’amore non ha etica. Su “Meglio così” di Amélie Nothomb

di Ornella Tajani
Avere a cena Silvio Berlusconi e servirgli per dispetto gli avanzi di sei settimane prima? Talmente spassoso che è successo per davvero: così almeno racconta Amélie Nothomb nel suo ultimo libro Meglio così (Voland, traduzione di Federica Di Lella).

Ani-ma anima-lia. Su ‘Bestiario interiore’ di Silvia Argurio

di Paolo Rigo
In Bestiario interiore il mondo animale non è un rimando, non è l’agente della similitudine, ma il centro dell’intera opera, che ruota attorno alla famiglia di L. e alla sua lotta contro le consuetudini.

«Non è ancora l’ultimo febbraio…». San Valentino da una colonia penale russa

a cura di Giulia Marcucci
Ženja Berkovič è una regista e poeta russa, in carcere dal 2023 per apologia del terrorismo e «femminismo radicale e lotta all’assetto androcentrico della Russia». Presento qui in traduzione una sua poesia scritta il 14 febbraio 2025. "Il giorno di Valentino volge alla fine/Le donne stanno mute nello spiazzo/Vista di fiaba dalla finestra della quarantena"

Ripubblicare Francesco Orlando oggi

di Nicola De Rosa
Orlando ci invita a leggere il conflitto dove non si dichiara e a riconoscere nella forma un luogo in cui l’ideologia si struttura in modo non apodittico. Ripubblicarlo significa offrire uno strumento per pensare ancora la complessità e riconoscere l’ambivalenza del linguaggio

Vogliamo tutto. Vivere a Bagnoli prima della coppa

di Marco Viscardi
Le cose e le scritte vanno contestualizzate e lette alla luce di un principio di realtà e nei contesti in cui sono state prodotte. L’iperbole grottesca di un Manfredi nella colata è stata usata strumentalmente per ridurre ancora una volta un corteo di migliaia di persone alla sfilata di facinorosi e violenti.

La realtà del desiderio. “Dreams” di Dag Johan Haugerud

di Ornella Tajani
Dreams è un piccolo trattato sul desiderio, girato con grazia e pensato con una forma di sofisticata leggerezza, che tuttavia non toglie consistenza e serietà al tema. Alla fine sembra che sia proprio Johanne ad aver colto l’essenza delle cose: «So come si sente l'amore, non come appare».
ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: