Il turismo triste
di Redi Salìasi

Un paio di mesi fa mi è stato chiesto di fare da guida a un gruppo di venti studenti norvegesi, accompagnati dal loro docente, in giro per la città di Tirana. Ho detto subito di sì perché attività del genere le ho sempre svolte: un po’ per il mio mestiere di interprete – in questo caso, è lavoro retribuito – ma soprattutto per passione, per promuovere (gratuitamente) il mio paese a chi decide di trascorrervi le vacanze o un certo periodo della propria vita. Il giorno prima della visita, con senso di responsabilità e rigore, ho letto, (ri)studiato e preparato un bel piano di visita della capitale. Dal momento che avrei parlato a ragazze e ragazzi di circa vent’anni, perché non avessero voglia di fuggire da me dopo i primi cinque minuti, ho cercato di immaginare quali storie e luoghi fossero più appetibili per loro. La mattina dell’incarico sono andato all’hotel dove gli studenti alloggiavano, e ho chiacchierato con il docente che li accompagnava. Mi ha spiegato che i ragazzi e le ragazze, secondo il sistema scolastico norvegese, stavano frequentando un programma biennale che li avrebbe alla fine aiutati nella scelta del corso universitario da intraprendere. A un certo punto, senza che mi rendessi ben conto che il suo discorso stava passando a un altro argomento, ha cominciato a raccontarmi che alcuni ricchi cittadini norvegesi lasciano la Norvegia per trasferirsi in Svizzera con la precisa intenzione di eludere il sistema fiscale. «Questo è ingiusto nei confronti della nostra società», mi spiegava, «perché si sono arricchiti grazie alle risorse collettive e ora abbandonano il paese per non contribuire più al suo benessere, al suo equilibrio».
Sempre desiderando cha la mia visita fosse interessante, ho domandato all’insegnante come avrebbe preferito che la organizzassi, su quali aspetti dovessi concentrarmi di più, se i suoi studenti fossero più incuriositi dalla storia antica o da quella contemporanea della città. Con mia evidente sorpresa mi ha risposto che il desiderio di tutto il corpo docente – ovvero, dei colleghi e delle colleghe rimasti a casa in Norvegia – era che io parlassi alle ragazze e ai ragazzi della qualità della vita nell’Albania di oggi: in poche parole, volevano sentirmi parlare della corruzione albanese che sta dietro (o sotto, dipende dalla prospettiva) i palazzi altissimi che vedevano in giro per la città, del riciclaggio di denaro, dei motivi per cui, si prevede, il 43% delle persone tra i 15 e i 25 anni lasceranno il paese entro il 2050.
In quel momento mi è stato chiarissimo: lo scopo della loro visita non era vedere l’Albania per impararne un po’ di storia e conoscerne le bellezze naturali, il cibo, l’ospitalità. L’obiettivo degli insegnanti era quello di formare cittadini consapevoli attraverso un esempio negativo. Come se dicessero: vedete come potremmo diventare? Volete davvero che la nostra nazione si riduca così, a una valle di cemento? Mi sono sentito male davanti a questa richiesta, non perché non rappresenti una fetta della realtà albanese, ma perché si tratta della faccia più brutta del mio paese, e loro erano attratti solo da questa. Eravamo per loro una sorta di cavia, un esperimento politico da osservare per prenderne snobisticamente le distanze. L’Albania era il miglior paradigma – o il peggiore, anche qui dipende dai punti di vista – per mostrare dove finisce una società miope nella quale ogni individuo pensa ad arricchirsi il più possibile, a qualsiasi costo etico, sulle spalle dei propri concittadini; per sapere come si muove e che fine fa un paese nel cui immaginario collettivo i sostantivi politica e oligarchia, politica e criminalità sono diventati coppie di sinonimi.
Mentre pranzavamo, i ragazzi e le ragazze mi hanno domandato se volessi continuare a vivere in Albania. Ho risposto che l’Albania è una terra magnifica, con una geografia straordinaria che va dai mari ai fiumi e ai laghi, dalle colline alle Alpi; ma che, allo stesso tempo, è mortificata dalla corruzione, dal nepotismo e dalle disuguaglianze. Ho detto loro che, se ne avessi la possibilità, emigrerei in una nazione che possiede una sorta di pace sociale, dove l’arricchimento personale non è l’obiettivo di una minoranza a discapito dei più; dove esiste un senso collettivo di sicurezza, e non il timore di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un luogo dove ti svegli un giorno e non trovi l’ennesima squallida torre di venti piani eretta come per magia; dove nessun milionario perde la testa per un’isola protetta e decide di comprarla per costruirvi un resort di lusso per sé e i propri amici.
Questo, purtroppo, è il volto dell’Albania di oggi. È la realtà difficile nella quale noi albanesi dobbiamo sopravvivere ogni giorno. Avrei voluto dimenticare per un istante le storture che incontro ogni giorno, e per le quali sono ormai insofferente. Mi ero immaginato una giornata diversa: seppur per poche ore, avrei passeggiato per Tirana con gli occhi nuovi (e forse più clementi) di uno straniero giunto dal Nord Europa. Non ci sono riuscito. Ho capito che tra i tanti generi di turismo che in Albania esistono, ce n’è uno molto particolare: il turismo triste di chi vuole assistere alla distruzione del paese. Un turismo colto della presa di coscienza, un turismo-monito: «guardate l’Albania, per non finire come l’Albania.»
