Alma
Gianni Biondillo intervista Federica Manzon
Federica Manzon, Alma, Feltrinelli, 2024
Il tuo è un romanzo che parla, sotto varie declinazioni, di esilio e di nostalgia?
Sì, i tre giorni della Pasqua ortodossa che Alma passa a Trieste sono per lei un tentativo di fare i conti con il nostro bisogno di andarcene dai luoghi che amiamo, di partire mossi un’irrequietezza che non sapremmo dire, da una curiosità per la vita che sta sempre altrove. Alma ha scelto di andarsene prima verso est, oltre confine, in quel di là da cui proviene suo padre e tutte le leggende; poi fuggendo verso ovest, per dimenticare i luoghi in cui è cresciuta. Ma da ovest la sua appartenenza al mondo, alla lingua, alla cultura del confine si fa per lei più stringente, e la nostalgia lacerante.
Siamo determinati, a detta di Alma stessa, più dalla “Geografia” che dalla “Storia”.
La Storia è accadimenti, incidenti, incontri. La geografia invece ci abita stabilmente, determina il nostro carattere, l’attitudine con cui ci affacciamo sul mondo. Essere nati in montagna, in una città affacciata sul mare o sul confine cambia tutto.
Anche “sangue” e “lingua” sono concetti ricorrenti nel romanzo. In una città, Trieste, crocevia di ogni confine.
Il padre di Alma le insegna fin da piccola a guardarsi dalle appartenenze del sangue: non importa da chi siamo nati e dove il nostro passato ci vuole radicati per discendenza (per etnia si dirà nelle guerre jugoslave), a contare è la libera scelta dei luoghi a cui decidiamo di legarci. E la lingua, in una città come Trieste, non è mai qualcosa di unico o stabile: è mescolamento e incrocio, è il dialetto come lingua franca, il tedesco come nostalgia, le lingue slave come passepartout per molti mondi.
Alma ricorda la guerra di disfacimento della ex Jugoslavia, oggi, mentre assiste alla guerra in Ucraina.
Mi importava capire cosa accade a quelle persone che appartengono per nascita a un paese governato da criminali di guerra, che non condividono nulla del proprio governo eppure amano il proprio paese: come accade a Vili, il bambino di Belgrado che cresce con Alma. Dobbiamo guardare a quelle persone, credo, per non far coincidere governi terribili con un popolo, per mantenere aperta una possibilità di ricostruzione quando la guerra finisce.
Cosa rappresenta la figura enigmatica del padre di Alma?
Per me lui è l’aria dell’est. Il vento alle porte che promette mondi seducenti e pericolosi, ma non si fa mai afferrare del tutto.
(precedentemente pubblicato su Cooperazione, nel 2024)
