Guy Bennett: un’intervista

[Ho chiesto all’amico poeta statunitense Guy Bennett di rispondere ad alcune domande intorno al fare poesia, con una curiosità specifica per il contesto statunitense, nel quale Guy vive e lavora, nato e residente a Los Angeles. Ma i poeti, in particolar modo, non sono rappresentanti che di loro stessi, e della loro maniera di traversare lingue, culture, luoghi geografici. Questo apparirà in maniera evidente proprio nelle sue risposte. Di Bennett, su Nazione Indiana ricordo in particolare: il progetto di cui è stato curatore, Poesia secondo istruzioni, e due suoi testi-chiave da En exergue. Segnalo anche alcuni testi da Self-evident poems, tradotti su GAMMM da Marco Giovenale, Gherardo Bortolotti, Andrea Raos. La versione originale (in francese) di questa intervista appare oggi anche sul sito francese Diacritik. a. i.]

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UN DIALOGO CON Guy Bennett

a cura di Andrea Inglese

A.

Come ti definisci o come definisci il tuo lavoro di scrittura? Il termine “poeta” lo trovi adatto? E soprattutto il termine “poesia” e il genere “poesia” li trovi appropriati per designare ciò che fai? La domanda può sembrare bizzarra, ma sei al corrente che in Francia, ad esempio, Jean-Marie Gleize ha parlato di “post-poesia” o di “prosa in prosa”. In Italia, alcuni autori preferiscono parlare di “scrittura di ricerca”, altri vogliono precisare che, si tratta, nel loro caso, di “poesia sperimentale”. Tutto ciò suscita risonanze con l’ambiente della poesia negli Stati Uniti o, in ogni caso, con la tua maniera di concepire il lavoro di scrittura?

Guy

Queste domande non mi sembrano per nulla bizzarre, in quanto emanano da una riflessione sulla poesia, argomento che m’interessa e a cui tengo.

Personalmente non mi dico “poeta” – e mi sentirei leggermente imbarazzato, anche se non ho niente contro questa etichetta e trovo che può benissimo applicarsi a me –, mi dico piuttosto “scrittore” e “traduttore” perché non scrivo né traduco esclusivamente poesia. Per quel che riguarda i miei libri più recenti (ossia quelli che ho pubblicato in Francia questi ultimi dieci anni), li definisco opere di non-poesia oppure scritti in prossimità della poesia – poetry adjacent writings –, dal momento che mi sembrano più vicini alla poesia rispetto ad altre forme letterarie (come il romanzo o il dramma teatrale), senza essere stricto sensu della poesia.

Per quanto riguarda le altre etichette che tu evochi, si dice in effetti expérimental poetry negli Stati Uniti (si diceva innovative poetry, ma ignoro se questa espressione è ancora attuale) per definire una “scrittura di ricerca”, formula che invece non viene usata. (Ripenso a Picasso che rifiutava l’idea di ricerca in arte, dicendo:«Io non cerco, io trovo».) Per tornare un istante a experimental : per Burroughs questa parola significava un’attività che andava fatta concretamente alla maniera di un’esperienza scientifica, piuttosto che qualcosa che andava dibattuto per vedere cosa producesse, mentre per Cage indicava un’attività il cui risultato non si poteva conoscere in anticipo. Queste due definizioni mi paiono adatte per il tipo di poesia di cui parliamo, ma anche per quanto scrivo io. E, infine, per quanto carino sia il termine “post-poesia”, lo trovo problematico, per la stessa ragione, per altro, del termine “post-coloniale” – il colonialismo non è mai finito, e neppure la poesia.

 

A.

C’è una tendenza o una famiglia d’autori o forse persino una corrente alla quale tu ti senti vicino o che è stata davvero importante per il tuo apprendistato poetico? E oggi, ti percepisci come un cane sciolto o invece in connessione con un progetto collettivo di tipo letterario?

Guy

Ci sono certamente correnti / movimenti / scuole – anche molte – che hanno influito sul mio sviluppo della mia concezione di poesia come sulla mia pratica di scrittore, ma non vengono tutti dall’universo letterario:

l’ukiyo-e, l’arte concettuale degli anni Sessanta, la musica minimalista statunitense e il cinema strutturale dello stesso periodo, certi movimenti e correnti neo-avanguardistiche degli anni Cinquanta e Sessanta (tra cui Fluxus, la poesia concreta, etc.), l’Oulipo, e così via. Quanto agli autori/autrici/artisti/compositori che hanno contato per me, non sono meno numerosi: Borges, Brakhage, Cage, Lispector, Mingus, Monk, Pessoa, Ponge, Reich, Sandri, Satie… La lista è lunga! (Chi ne volesse sapere di più, può consultare il mio libro

Remerciements [Ringraziamenti], in cui evoco appunto il mio debito nei confronti di tutta questa brava gente.) Suppongo che il filo conduttore che li/le lega tutti/e è un’attitudine, un approccio al tempo stesso concettuale, formalizzante, ludico, neofilico [“che ama le novità”], qualità che stimo e alle quali aspira il mio lavoro.

Quanto alla percezione che ho di me stesso in tutto questo, sarebbe effettivamente quella di un cane sciolto. Non ho mai fatto parte di un gruppo letterario, anche ad alcuni, a volte, mi sento vicino (all’ Oulipo ad esempio).

 

A.

A quale livello si può esistere in quanto poeta negli Stati Uniti? Intendo dire: si è innanzitutto in poeta di Los Angeles? Un poeta californiano. O, appena si hanno alcune pubblicazione, si accede al campo letterario “federale”? Non è una domanda sul livello di celebrità di un poeta, ma sul modo in cui si organizza la circolazione dei libri di poesia, delle occasioni di lettura e incontri, in una paese così grande come gli Stati Uniti.

Guy

Devo far precedere la mia risposta da una constatazione: mi sono più o meno disimpegnato dall’ambiente della poesia negli Stati Uniti e, più in generale, dalla poesia anglofona, e questo ormai da una decina d’anni, almeno in veste di partecipante-produttore. La leggo sempre, la insegno, leggo i manoscritti di alcuni amici e a volte li traduco, ma non pubblico più in questo paese / in questa lingua. Non posso sostenere che la mia opinione sia sempre d’attualità e bisogna quindi prendere con le pinze i miei commenti a proposito.

Da quado ero attivo qui (dai primai anni Novanta fino a circa il 2015, ci sembravano essere divesri “poli” di poesia: New York, San Francisco, Los Angeles, Chicago, e un po’ più tardi Minneapolis. Ce n’erano altri che si erano formati attorno ad alcune università, che includevano programmi di creazione letteraria – a Iowa City, a Boulder, a Providence, a San Diego, ad esempio. Certi poeti e poete erano associati a queste città, la poesia che vi si faceva aveva spesso un certo “aroma” e vi si trovavano istituzioni – come il Poetry Center (San Francisco), la Poetry Foundation (Chicago), Poets House (New York) – così come altri luoghi che parevano meno istituzionali – Beyond Baroque (Los Angeles), il Poetry Project (New York), Small Press Traffic (San Francisco), – dove si tenevano letture; incontri e altri avvenimenti intorno alla poesia. C’erano anche delle reading series ben note, organizzate di solito dai poeti nelle diverse città. Avevano luogo nei caffè, nei bar, nelle gallerie e persino a casa di qualcuno. Si assisteva agli avvenimenti che si realizzavano nella propria città e in quelle non troppo lontane; se ci si recava in un’altra regione o città, si cercava sempre di organizzarvi una lettura e /o d’incontrare i poeti che vi abitavano. E poi c’erano le riviste di poesia, le pubblicazioni delle small presses (e sia chiaro che small non ha niente di peggiorativo in questo contesto – significa solo non commerciali), e le antologie, la maggior parte del tempo fondate / dirette / create dai poeti e le poete stesse, che si leggevano e alle quali si contribuiva. Tutto ciò permetteva una buona circolazione di poesia e di poeti, che si facevano conoscere a livello nazionale.

Oggi evidentemente le cose sono più facili con Internet e tutto quello che vi si trova in materia di poeia (riviste e archivi, siti web di editori e degli stessi poeti e poete, blog letterari, social media, registrazioni di letture su YouTube, ecc.). Non dimentico comunque le librerie, benché siano rare quelle che dispongono di un buono scaffale di poesia. Ce ne sono comunque due non lontano da casa mia. Ci vado regolarmente a guardarmi le novità editoriali e ci scopro sempre delle cose.

 

A.

Una domanda sociologica. I tuoi genitori hanno fatto studi universitari? Hai potuto godere di un certo “capitale simbolico”, per riprendere un concetto di Pierre Bourdieu. La cultura era importante per la tua famiglia?

Guy

I miei genitori non hanno fatto studi universitari; come molti statunitensi della loro generazione, si sono sposati poco dopo il liceo e hanno formato subito una famiglia. Mio padre (che non ho mai davvero conosciuto – è partito quando avevo sei anni) lavorava in un supermercato e mia madre faceva la casalinga, crescendo da sola i loro tre figli. Per quel che riguarda l’ambiente culturale: le trasmissioni televisive del momento, i film per il grande pubblico, o i successi che si sentivano alla radio, ecc., hanno costituito la sola cultura che ho conosciuto diventando grande. Non abbiamo mai messo i piedi in un museo, in una sala di concerto, in un teatro, e non ho alcun ricordo di discussioni su di un libro in famiglia, a meno che non si trattasse di libri scolastici al momento di fare i compiti, e forse nemmeno.

 

A.

Noi poeti – parlo soprattutto riguardo alla Francia e l’Italia – amiamo sottolineare, in maniera più o meno giustificata, la dimensione politica della nostra arte. Questa dimensione esiste per te? Potresti, nel caso, esplicitarla? Se esiste, trova il suo terreno nella scelta dei soggetti, delle forme o di una postura generale nei confronti delle istituzioni letterarie (editoria, università, critica, finanziamenti privati o pubblici, ecc.)?

Guy

Tra i venti e i trent’anni, avevo difficoltà a concepire una letteratura / una poesia politica diversa da quella che potremmo definire “impegnata”, ossia che tratta in modo diretto di questioni socio-politiche, e queste ultime m’interessavano abbastanza poco. Oggi considero che questa valutazione manifestava un’ignoranza, e con essa una mancanza d’immaginazione e di comprensione, forse persino di coraggio da parte mia. Solo più tardi – intorno alla quarantina direi – ho capito che c’erano altre maniere più sfumate e sottili di abbordare questi temi in poesia.

Me ne sono reso conto nel momento in cui ho cercato disperatamente di metterle in pratica io stesso. Ho compiuto quarant’anni nel 2000; l’11 settembre 2001 ci sono stati gli attacchi che conosciamo e poi le rappresaglie statunitensi conseguenti e che non sono ancora terminate oggi (scrivo queste parole il 7 aprile 2026, dopo che il presidente del mio paese ha appena minacciato di “annientare una civiltà intera” in Iran, se i dirigenti di quel paese non si piegano di fronte a lui). Non potevo non voler dirne qualcosa nei testi poetici che scrivevo allora, ma la poesia come la praticavo a quell’epoca non me lo permetteva, o per dirlo più precisamente, io ero incapace di capire come potevo esprimermi su tali argomenti, scrivendo il tipo di poesia che avevo realizzato fino ad allora.

Dopo molti tentativi che non hanno portato a nulla, ho trovato un modo di abbordare le questioni socio-politiche che mi riguardavano in una poesia che mi assomigliava e che mi pareva degna di questo nome. All’inizio, e ancora oggi, si trattava più di un approccio che di soggetti o di forme specifiche, e esso consisteva principalmente nell’utilizzo della citazione (per mostrare chi ha detto cosa e quando), così come dell’ironia (per rivelare, se non fosse evidente, la mia posizione rispetto a queste cose), ma anche facevo spesso riferimento ad avvenimenti / luoghi / date specifiche, non soltanto per discuterne in concreto, ma anche perché non le si dimenticasse.

 

A.

Di fronte ai mutamenti di carattere geopolitico accelerati durante il nuovo mandato Trump, ma già evidente con il masso dei Palestinesi e la distruzione di Gaza dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, hai sentito l’esigenza di esprimerti o di agire sul piano politico? Questo vale anche per l’impatto che la politica interna di Trump ha avuto per i cittadini statunitensi e particolarmente per quelli che sono attivi in ambito culturale e letterario.

Guy

Quello che ho provato è stato soprattutto scoramento, disgusto, collera. Di fronte alle situazioni che tu evochi e che ogni giorno peggiorano, mi sento schiacciato e sinceramente senza speranza, talmente il nostro sistema politico è corrotto e l’opposizione impotente. Ho l’impressione di essere incapace di fare qualsiasi cosa, se non aspettare le prossime elezione – se non verranno annullate – per cercare di indebolire l’amministrazione attuale e di frenare per quanto possibile le sue politiche catastrofiche, all’interno del paese come all’estero. Non l’avrei mai creduto possibile, ma in quanto paese abbiamo scelto di avere un governo ancora più odioso, ipocrita, crudele e pericoloso di quello di 25 anni fa, che sembrava un apice in questo senso. Per parafrasare il presidente di allora ((George W. Bush), che sembra davvero profetico oggi: non bisogna mai sottostimare gli Stati Uniti, né dimenticare che ci sono milioni di statunitensi che sostengono il presidente attuale e approvano le sue azione. È scoraggiante.

 

A.

Cosa pensi della critica letteraria? Leggi articoli o libri di critica? Ci sono autori che sono importanti per te, nel passato o nel presente? E più in generale la riflessione (la “teoria”) sulla pratica della scrittura è importante per te?

Guy

Amo molto une certa critica letteraria – quella che tratta delle idee che spesso sottendono i libri e che s’interessa più al funzionamento dell’opera e della scrittura che al significato di un testo o alla storia di tel gruppo o movimento. Autori di questo tipo li (ri)leggo volentieri: Barthes, Benjamin, Chklovski, Genette e, scoperta più recente per me, Josefina Ludmer, il cui concetto di letterature post-autonome mi ha permesso di comprendere meglio qualcosa che percepivo, ma rispetto alla quale ancora non avevo una parola / una base teorica. Sono scrittori o scrittrici che scrivono sulla letteratura e la società piuttosto che critici letterari in senso stretto. E come tu hai senz’altro colto, la riflessione sulla pratica di scrittura è per me molto importante, come testimoniano tutti i miei libri pubblicati in Francia. Si tratta in realtà dell’argomento principale di quasi tutti (in ogni caso di: Ce livre, Œuvres presque accomplies, Remerciements, e En exergue), come di quelli venturi – Afficher la source e Autre chose que des notes (il primo di questi uscirà per RRose Editions questo autunno, e il secondo presso le edizioni L’œil ébloui nella collezione Perec 53 nel 2028 o 29).

 

A.

Che rapporto hai con l’alterità linguistica e culturale che per te rappresenta la Francia, paese dove pubblichi e dove sei tradotto? Inoltre, tu traduci autori francesi in inglese. E negli ultimi tempi, scrivi direttamente in francese – penso al tuo ultimo libro En exergue, uscito per le edizioni Lanskine.

Guy

Il mio rapporto con la Francia (tornerò in seguito sull’idea di alterità)… Ebbene, a vent’anni ho scelto, più o meno per caso, di studiare il francese. Non potevo prevedere che questa decisione avrebbe cambiato il corse della mia vita, ma è quanto è successo; ho finito per fare un dottorato in letteratura francese / ho insegnato il francese all’università durante 14 anni / ho sposato una francese, passando con lei diversi mesi ogni anno in Francia e questo per una quindicina d’anni. Durante questo periodo, mentre scrivevo e pure traducevo, ho potuto conoscere numerosi scrittori e scrittrici francesi e francofone, stringere amicizie con alcuni e alcune di loro, e nel 2015 pubblicare il mio primo libro in Francia, questo paese che avevo cominciato a conoscere attraverso lo studio della lingua trentacinque anni fa. Da allora, ho pubblicato altri quattro libri in francese e Francia, che non sono mai apparsi negli Stati Uniti in versione inglese. Dell’ultimo, En exergue, non esiste neppure una versione inglese – avevo cominciato a redigerlo in questa lingua, ma dopo una decina di pagine sono passato direttamente al francese e l’opera ha trovata la sua identità nel passaggio da una lingua all’altra. I miei scritti ulteriori (una serie di cronache per Diacritik nel 2024, un testo su certe opere di Perec, dal titolo Autre chose que des notes, e un nuovo manoscritto che sto redigendo attualmente), li ho realizzati / li realizzo in francese. Infine, come ho detto più sopra, non cerco più di pubblicare negli Stati Uniti / in inglese, perché quindi continuare a scrivere in questa lingua?

Ritorno sull’idea di alterità, almeno su quella che sarebbe rappresentata dalla Francia e la cultura, la lingua, la letteratura francese: col tempo, è divenuto una seconda natura a tal punto che non la percepisco davvero più come alterità o, detto altrimenti, è divenuta ormai parte integrante della mia identità. Invece, l’alterità più pronunciata che percepisco attualmente riguarda la società / la cultura del mio proprio paese, nel quale mi sento sempre di più out of place, out of phase, e francamente out of patience. Non è che “non riconosca più il mio paese”, come dicono alcuni negli Stati Uniti – al contrario, non lo riconosco che troppo bene, i suoi asoetti bellicosi, nazionalisti, razzisti, xenofobi, che fanno parte del carattere nazionale, e questo da ormai molto tempo, forse persino dall’inizio. Se nel passato si cercava di minimizzare / nascondere / a volte rinnegare queste qualità, oggi le si esibisce; occupano il centro della scena e un buon numero di miei concittadini le rivendicano. È ogni giorno più difficile sentirsi a proprio agio qui, e non avere vergogna di questo governo e delle sua azioni / politiche / posizioni deplorevoli, e non preoccuparsi del male che sembra godere nell’infliggere al resto del mondo.

 

A.

Che tipo di poesia t’interessa leggere e che tipo di poesia t’interessa fare oggi?

Guy

M’interesso a ogni tipo di poesia, poesia lirica, che sia contemporanea o del passato, poesie “sperimentali”, non poesia / scritture prossime della poesia… In questo momento sto (ri)leggendo Z/S d’Adília Lopes, l’opera d’Alejandra Pizarnik, quella d’Alberto Caiero [Fernando Pessoa] anche, Whereas di Layli Long Soldier, Le noir de l’image est plus vaste que l’image de Jean-Philippe Cazier, e Recours à la nuit di Virginie Gauthier.

La poesia che vorrei fare… Una poesia al servizio dell’idea, che rimetta in questione la poesia / i nostri presupposti su di essa, che tratti di questioni socio-politiche senza cadere nel dogmatismo e chi resta comunque una poesia degna di questo nome, infine una poesia che stimola, che smarrisce, che diverte, che fa riflettere. E soprattutto una poesia che dia voglia di leggere e di scrivere poesia.

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Immagine:  Narsiso Martinez, USA Product, 2021

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Il rumore è il messaggio, Diaforia, 2023 (Premio Pagliarani 2024). Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Stralunati, Italo Svevo, 2022. Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi, 2024. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato i volumi collettivi Teoria & poesia, Biblion, 2018 e Maestri Contro. Brioschi, Guglielmi, Rossi-Landi, Biblion, 2024. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.
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