“Ahimè, non ci sono più i poeti di una volta!” Su di un topos intramontabile
di Andrea Inglese
“Una volta c’erano i poeti veri (con le palle?), oggi ormai ci sono solo i quaraquaquà”. Il piagnisteo poetico è senz’altro una forma espressiva, una forma prediletta ovviamente da poet* – e, secondo me, più dai poeti che dalle poete –, ma un forma espressiva ampiamente codificata, ossia è un topos, un luogo comune, una struttura retorica più che la formulazione di un’esperienza singolare. E ci si rende conto di questa dimensione “strutturale”, di forma collettiva e ben sedimentata di pensiero, in quanto gli argomenti e i motivi agitati nel piagnisteo sono incredibilmente simili da poeta a poeta, nonostante la diversità di età, esperienze e contesti specifici in cui la lamentazione poetica avviene. Di certo nessuno esprime il piagnisteo attraverso la metafora virilista che ho citato nell’incipit, anche perché ormai ampiamente sorpassata – almeno nell’ambiente poetico presumibilmente progressista. Ma il senso è quello di un decadimento di virtù, che una volta appartenevano a “veri”, “autentici” poeti, e che ormai sono rimpiazzate da patetiche debolezze, ben dissimulate però da nuove generazioni di millantatori in versi. Da noi, uno dei grandi codificatori del topos, è stato senz’altro Alfonso Berardinelli. Ma qualcuno di più giovane è già pronto a ergersi come principale continuatore dell’esercizio – Matteo Marchesini credo sia tra i candidati di spicco, ma confesso che non ne sono un lettore, dunque vado per sentito dire, e per qualche suo post, in cui mi sono malauguratamente imbattuto sui social. Di certo, come ho già ricordato altrove, Berardinelli ne ha fatto una matrice generativa di veri e propri libri. Ma il topos in sé circola più modestamente, ma anche più trasversalmente. Soprattutto alligna con gran facilità in rete. D’altra parte, cosa c’è di più virale di un “luogo comune”, una bella somma di piastrelle ben calpestate su cui con fiducia posare il piede del proprio discorso, e prendere slancio per darsi voce? Tipico del luogo comune è che si manifesta anche nelle migliori famiglie, e negli ingegni più vivi e perspicaci. Anche lo spirito più tonico e addestrato ha i suoi momenti di rilasciamento: e lì interviene il luogo comune, come uno sgabellino infilato sotto il sedere dell’atleta in pausa.
Recentemente, un autore che stimo per intelligenza e talento, Fabrizio Maria Spinelli, ha dedicato un meritorio omaggio a Nanni Cagnone, poeta, intellettuale, traduttore, editore, che ha lavorato molto e bene, ma fuori dalla più tipica e contemporanea agitazione autopromozionale. Ebbene Spinelli, in questo omaggio a Cagnone, ad un certo punto, anche lui purtroppo, ha sentito il bisogno d’infilarsi sotto il sedere lo sgabellino della lamentazione. E lo ha fatto raccogliendo in un ampio paragrafo quasi tutti i migliori e più tipici motivi, che ne costituiscono appunto la struttura. Lo voglio citare questo paragrafo, e commentare brevemente, suddividendolo in due macro-motivi: A) i miei contemporanei sono solo l’ombra (la maschera inautentica), B) di una passata grandezza (autenticità).
Andiamo con il macro-motivo A:
“Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola.”
Lettura ravvicinata.
1) “Per quanto riguarda la mia generazione”. Spinelli decide di darsi un limite: “parlo dei miei, di quelli o quelle che conosco”. Vedremo però che, analizzando la seconda parte del suo ragionamento, la questione delle generazioni emerge in termini più confusi. Per me, la categoria “generazione” è sempre scivolosa, anche se capisco che è in parte utile, per tentare di articolare un campo poetico dato. Inoltre, nel topos, il riferimento generazionale serve per evitare indebite generalizzazioni. Ma la generazione è di per sé una categoria generalizzante! (A proposito: Spinelli è un millenials o generazione Y, quindi sono chiamati in causa tutti i pretendenti o le pretendenti all’arte poetica, compresi tra il 1981 e il 1996.)
2) “Non ci sono outsiders”, ossia – secondo Treccani – “chi opera in campo letterario, artistico e sim. al di fuori di ogni scuola o movimento”. Quindi i millenials scriventi in versi son tutti intruppati dentro correnti, scuole, movimenti. Qui non se ne cita nessuno in particolare, ma nella seconda parta del topos, sembra che alla fine si riducano “a due canoni”. Anticipo: i due canoni dominanti (prima e dopo il cambio di secolo) sono quello lirico-espressivista e quello sperimentale-di ricerca. Siam passati dalle scuole e movimenti ai canoni dominanti. E al di fuori dei due canoni dominanti, tra i millenials, nessuno oserebbe inoltrarsi.
3) La poesia non solo è un genere di nessun interesse culturale e estetico-letterario (“Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva”), ma non è neppure in grado di “incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale”. Ora, è pur vero che io ho un po’ più di fiducia nella poesia di Spinelli, ma pretendere proprio da essa un qualche impatto salvifico “sul corpo moribondo del mercato editoriale”, mi sembra troppo pretendere, troppo caricarla d’un tratto di superpoteri – lei che trionfava, invece, di tutti i vizi. Interessante è certo constatare che il mercato editoriale, non certo imperniato sul genere poesia, sia anch’esso moribondo, ma stavolta per vizi suoi specifici, che poco hanno a che vedere con quelli “poetici”. Di questa condizione ha parlato in tempi recenti e abbastanza impietosamente Francesco Quatraro (Mai più libri – Il Tascabile).
4) La poesia non solo può far ben poco per salvare il mercato editoriale, monopolizzato dal romanzo, ma non è neppure in grado di “fare egemonia”, produrre “comunità”, che non sia quella dei soli poeti. Ora chi è un po’ familiare con la storia della poesia, almeno dalla modernità e dai romantici in poi, sa che fare egemonia e produrre comunità non è una delle caratteristiche più felici e comprovate del genere. Ci sono circostanze in cui questo è sembrato accadere: i poeti come voci della nazione, nell’Ottocento; i poeti come voci della rivoluzione, nel primo novecento per certe avanguardie. Ma queste tendenze aggreganti, che intersecano percorso poetico e politico, con tutti i rischi e le meraviglie del caso, hanno sempre convissuto con le tendenze “disaggreganti”, ma non nella logica atomizzante di qualche individualismo borghese, bensì in quella che Jacques Rancière definisce dissensus. Affinché emerga un al di là della comunità borghese, o di altre identità collettive, il lavoro della poesia “anti-egemonico”, “de-condizionante” può essere prezioso.
5) “La maggior parte dei poeti sono professori associati o ordinari di letteratura; quelli che non lo sono, insegnano italiano nelle scuole secondarie.” Spinelli ha senz’altro ragione di notare, sul piano sociologico, che i poeti appartengono al comparto umanistico, e quindi trovano lavoro più “naturalmente” nel mondo dell’insegnamento – finite le assunzioni da Olivetti o, più generalmente, come copywriter durante i begli anni Sessanta! Solo che realisticamente dovrebbe invertire la distribuzione tra università e scuola secondaria. Gli universitari non precari sono comunque una minoranza a fronte di una gran quantità di poeti che insegnano nella secondaria. È senz’altro vero che il poeta-professore universitario ha su tutti gli altri poeti, impegnati a campare in altri ambiti più o meno prestigiosi, più o meno remunerativi, dei vantaggi: lui o lei, in breve, è sia giudice che parte in causa. Inoltre, può costruirsi delle reti d’influenza all’interno della corporazione, ecc. Alla lunga, però, questo vantaggio è assai relativo. I dipartimenti delle università sono zeppi di ordinari con raccolte di versi o romanzi nel cassetto, o direttamente in mano a qualche editore. Ma quando l’ordinario va in pensione, le sue reti d’influenza perdono di saldezza ed estensione, e restano i libri soli a difenderlo. Se consideriamo l’insegnamento nella scuola secondaria, non vedo quali siano né i “vantaggi” corporativi né le controindicazioni d’ordine estetico-creativo. Il precariato, inoltre, riguarda anche la scuola secondaria e, in via generale, conosciamo tutti le condizioni non particolarmente favorevoli di questo mestiere in Italia. (Per altro, grandi poeti e poete hanno insegnato per tutta la loro vita nelle aule di licei, istituti tecnici o persino scuole medie.)
6) “Le persone credono fin troppo nella letteratura, a causa dell’insegnamento scolastico della letteratura”. Questa è una variazione interessante e particolarmente paradossale del solito topos: se non ci sono lettori per comprare i libri di poesia (o anche gli ultimi romanzi) è perché nei programmi scolastici ci si ferma a Ungaretti (o Moravia). Spinelli propone di rovesciare di segno il luogo comune: la scuola ha sempre torto, ma stavolta perché “trasmette fede nella letteratura”. Interessante. Questo, in effetti, bisognerebbe rispondere al piagnisteo, che addossa tutte le colpe delle “mancate vendite” di poesia (ma ormai anche di romanzi) alla scuola. Nel mondo attuale in cui viviamo, che vuole imporre senza quartiere la logica del profitto economico come unica forma di razionalità umana, l’insegnamento della letteratura è qualcosa di irragionevole e obsoleto. Trasmettere “fede nella letteratura” è qualcosa di arretrato e pernicioso. LA GENTE NON DEVE AVERE GRILLI PER LA TESTA. Deve capire come sia possibile fare soldi nel modo più efficace possibile per consumare nel modo più intenso possibile. End of the story. Fortunatamente per il capitalismo, ma purtroppo per noi, il sistema “tiene” grazie al fatto che un sacco di persone non applicano alla lettera i suoi principi e che un sacco di forme di vita non rispondono alla sua logica. Se così fosse la società capitalista collasserebbe con gran rapidità. E questi tempi ahimè lo mostrano: più la società cerca di conformarsi all’immagine che lo specchio capitalista le rinvia, più rischia di implodere tra guerre civili e guerre interstatali, tra profezie di controllo definitivo e inefficienze proliferanti. Insomma, che ci piaccia o no, la precondizione culturale perché esista qualcuno interessato a leggere e scrivere poesia nella nostra società è la frequentazione della scuola secondaria.
Passiamo al macro-motivo B, formulato da Spinelli:
“Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano Sanguineti, Zanzotto, Rosselli e Zeichen, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, espressivista, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno colto –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come Vito Riviello, Giuliano Mesa e Emilio Villa, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di Nanni Cagnone, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in Liguria e morto a Bomarzo, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia.”
Lettura ravvicinata.
1). I poeti hanno rilevanza quando vanno in televisione. Oggi non ci vanno più, non hanno rilevanza. Non so per quali numeri di spettatori (e/o lettori) avessero rilevanza Zanzotto e Rosselli, di certo la televisione degli anni Settanta non è quella post-berlusconiana. Considerando la televisione così come è realmente oggi, in Italia, mi sorprenderebbe vedervi poeti o poete, a meno che ess* non abbiano già fatto un notevole sforzo per adeguarsi al codice televisivo, cancellando da sé tutta una serie di incompatibilità. Naturalmente qualcuno griderà all’elitarismo! Solo che io non sostengo che poesia e televisione, come medium di massa, siano di per sé incompatibili: sostengo che questa televisione italiana lo sia, per come è costruita sulla propaganda, sullo scandalo, sull’obbiettivo d’infantilizzare lo spettatore.
2) Oggi la poesia si riduce a due “canoni dominanti”, quello lirico-espressivista e quello di ricerca-sperimentale. Più che canoni mi sembrano categorie molto lasche che servono a stabilire un primo orientamento nella galassia certo gassosa della poesia contemporanea. Non nego che queste categorie abbiano un loro fondamento teorico-critico, ma mi sembrano in sé insufficienti a riassumere la ricchezza di posizioni nel campo. Se cominciamo ad avvicinare chi scrive, e i differenti libri che pubblica, ci troviamo confrontati a itinerari più complessi e sfumati, rispetto a queste due categorie “orientative”. A tal punto, che sono avvantaggiati, nel discorso divulgativo sulla poesia contemporanea, coloro che tengono posizioni di netta riconoscibilità: il lirico-lirico, o la sperimentale-sperimentale. Ma ciò è frutto sia di inevitabile schematizzazione, sia di pigrizia critica.
3) Tutti i poeti interessanti degli ultimi trenta, quarant’anni, sono stati degli outsiders rispetto a queste due categorie (scuole, canoni, correnti?), e per altro sono tutti scomparsi. Qui Spinelli mette assieme degli autori indubitabilmente molto importanti, con storie editoriali complicate – parlo almeno per Villa e Mesa, che conosco meglio. Ma non appartegono alla medesima generazione. Si tratta per Riviello, Villa e Cagnone di autori della generazione precedente a quella dei boomers, mentre Mesa fa parte dei cosiddetti boomers. L’autore che conosco meglio è Mesa, perché eravamo amici, e non c’è dubbio che lui fosse un outsider, ma nel senso sociologico del termine. Sul piano della parabola biografica, Mesa, di origini popolari e senza titoli di studio universitari, è stato un puro autodidatta. Inoltre, è vero anche che, pur essendo ben riconducibile all’area sperimentale, aveva una naturale diffidenza per le scuole e i gruppi costituiti, fattore, ad esempio, che lo ha tenuto lontano dal gruppo 93, nonostante le tante prossimità “ideologiche” e di amicizia.
Facciamo ora un bilancio, che vorrei intitolare:
Consiglio a un* giovane poeta
D’altronde, la libertà non ha buona reputazione, configurandosi ormai come anarchico rigurgito, vana ribellione, insulto alla sociale probità; innumerevoli, coloro che ambiscono al rango del servitore che farà carriera (patetica illusione, credersi servitori solo in basso).
Nanni Cagnone, Sans gêne
Siamo grati a Spinelli per l’omaggio realizzato a un poeta davvero “inclassificabile” come Nanni Cagnone, scomparso lo scorso aprile. E ne approfitto per segnalare un post che avevo dedicato a uno dei suoi ultimi libri proprio su Nazione Indiana. (Ero in contatto con lui, ma non conoscevo le sue condizioni di salute.) Cagnone possiamo considerarlo un maestro in effetti, un maestro discreto, perché oggi l’arte di scrivere – che è anche un’arte di pensare, e di vivere – non si può “trasmettere” che nella penombra. Le battaglie ideologiche importanti si possono, e per certi versi si devono fare in piena luce. Nel caso dell’arte, le cose funzionano diversamente. E chi pensa che “nella penombra” stia a indicare una postura elitaria, è davvero ottuso o ben farcito ormai dall’ideologia dominante. La penombra di cui parlo ha molto a che fare con la “granularità”, come la intende il poeta statunitense Guy Bennett, ma come in fondo la intendono tutti coloro che hanno una frequentazione sufficientemente lunga e tenace con il fatto letterario (il leggere e lo scrivere). In un’epoca come la nostra, dove l’azione di comunicare è inglobata capillarmente dal mercato, e subisce quindi inevitabili processi di standardizzazione o di rarefazione “lussuosa” a seconda dei casi, la trasmissione dell’arte (di leggere – lo ribadisco – e di scrivere) avviene per itinerari singolari, granulari, individuo per individuo.
Ora, a differenza però dalla lamentazione che Spinelli ha finito per infilare nel suo sacrosanto omaggio a Cagnone, io avrei da dire questo: considerate la poesia, oggi, come un genere fantasma, dall’esistenza incerta. È incerto che la poesia esista, è incerto che esista chi la legga, ed è incerto che esista chi la produca. Eppure un amico poeta e documentarista ha fatto ieri una battuta: “quand tout fout le camp comme aujourd’hui, la seule chose qui monte c’est la poésie” / quando tutto va in malora come oggi, la sola cosa che cresca è la poesia. L’ho già ripetuto in varie occasioni: i poeti e le poete palestinesi lo insegnano. In un territorio reso fantasma, e popolato di fantasmi assassinati, scrivere mantiene paradossalmente la tenacia indistruttibile di un’apparizione ossessionante, che sembra, nella sua condizione ectoplasmatica, incapace di modificare qualcosa nella realtà, eppure costringe gli esseri reali a sollevare il capo e a guardarla. Ma come: è ancora qui? Una voce (singola o collettiva) ancora perdura? Un discorso che ha la singolarità di un volto? Ma come! La distruzione armata non ha cancellato tutte le condizioni organiche e simboliche della sua esistenza?
E nel nostro caso, nel caso del tempo di “relativa pace” capitalista, si dirà: Ma come! Malgrado la realtà del mercato e delle supertecnologie, la si incrocia di tanto in tanto questa cosa poco vendibile, poco funzionale, poco spettacolare? Certo, si cercherà di imbarcarla, di darle un abitìno all’ultimo grido, per mostrare che anche lei tiene il passo coi tempi, ecc. Ma la forza degli spettri nasce dalla loro dissociazione temporale, dalla loro non contemporaneità. Abitìno all’ultimo grido o meno, se c’è una potenza della poesia, essa passa per qualcosa di meno vistoso, ma più imprevedibile, più carico di sorprese.
È del tutto comprensibile che, ad ogni nuova generazione, qualcuno si avvicini alla poesia spinto da desideri contraddittori: brillare, lasciare una traccia, imparare un’arte, emanciparsi da una certa eredità culturale, ecc. Ed è comprensibile, rendersi conto un giorno che l’arte del leggere e dello scrivere “poesia” (e forme affini) non soddisferà alcuni di questi desideri. Ed è questo un buon motivo per dedicarsi ad altro, ma non c’è bisogno per questo di rinnegare quella pur discreta, ectoplasmatica, esistenza, trascinando nel proprio disincanto e nella propria rinuncia tutti i propri coetanei, un’intera generazione di poeti e poete. Chi sceglie questa forma di comunicazione oggi, e chi la sceglie attraverso la tortuosità e difficoltà dell’arte, sarà confrontato a varie ingratitudini e frustrazioni. Ma anche a qualche tesoro fiabesco. A patto però di accettare i limiti e la forza del genere fantasma. In un mondo dove persino un genocidio può essere visionato, senza che questo provochi nella realtà sociale e politica grandi conseguenze, o comunque conseguenza “palpabili”, i fantasmi poetici hanno una loro forza. (Mentre scrivevo questo, da un ripiano alto della scrivania di fronte a me è precipitato un libro di Massimo Rizzante, Frontiere erranti, facendomi schizzar via dalla scrivania la tazza di caffè per fortuna vuota. Non aggiungo altro.) È la forza dei sinonimi che si trovano nel termine francese “hanter” e in quello inglese “haunt”. Tutto ciò ha a che fare con quello che Italo Testa ha più volte sottolineato come il potere contro-fattuale della poesia.
“Sono tutta la realtà, bevimi fino alla feccia”, intima lo Spirito del tempo.
“Non ti credo”, risponde sghignazzando o assorto su un dettaglio secondario, lo spettro poetico, anteriore.

Ciao Andrea, riporto qui quanto postato su fb.
Mi convince molto la prima parte, soprattutto quando smonti il luogo comune del “non ci sono più i poeti di una volta” e prova a ribaltare l’idea della marginalità della poesia da difetto a risorsa. Anche il concetto di granularità, che avevo già letto in un tuo pezzo di qualche giorno fa, mi sembra molto fecondo. L’idea che la letteratura trasformi una mente alla volta, che non abbia bisogno di inseguire gli effetti di massa, mi pare una delle cose più belle.
Proprio su questo, però, mi è rimasta qualche perplessità. La granularità della poesia italiana, secondo me, rischia di restare confinata soprattutto all’interno della stessa comunità poetica. Cioè, un poeta legge un altro poeta, un critico legge un poeta, un poeta legge un critico. Questo tipo di granularità rimane quasi tutta interna alla bolla, che finisce per diventare nei fatti un circuito relativamente chiuso. Anche ammettendo che questa sia la condizione della poesia moderna almeno da Baudelaire in poi, non so se questo basti a sciogliere il problema. Quella di Bennett, da come mi è sembrato di capire, implica invece un’azione su un campo più esteso, che qui sembra mancare.
Un’altra osservazione riguarda il passaggio sui poeti-professori. Mi sembra che, per verificare e quantificare il potere dell’accademia, si debba guardare non solo ai poeti ma anche ai critici (e sì, in alcuni casi, le due figure coincidono). Sono loro, spesso, a costruire le costellazioni di maggiore capitale simbolico, a legittimare autori, collane, premi, riviste, ecc. E questa forma di autorità non mi pare che decada necessariamente con il pensionamento. Non significa mettere in discussione la competenza, che potrà sempre essere valutata criticamente caso per caso; significa però riconoscere l’esistenza di un campo di potere. Naturalmente, questo non esclude assolutamente che vi siano anche accademici del tutto estranei a queste dinamiche.
Infine, qualche considerazione sull’ultima parte. Mi sembra che lì la poesia venga pensata come ciò che resiste: resiste sotto le bombe a Gaza come resiste nella “pace capitalista”. Mi domando, però, se non si finisca per identificare la poesia quasi esclusivamente con una postura di opposizione. Non c’è il rischio che la marginalità diventi quasi un’identità da rivendicare? Una sorta di orgoglio della minoranza, persino un “martirio felice”, per cui il valore della poesia consisterebbe soprattutto nel suo resistere, senza interrogarsi sulla possibilità di diventare un patrimonio condiviso. In questo senso, l’inattualità diventerebbe quasi una vocazione piuttosto che una condizione storicamente determinata.
Simone grazie. Sono punti importanti che sollevi. Parto da quelli a cui mi è più facile rispondere. Scrivi: “significa però riconoscere l’esistenza di un campo di potere. Naturalmente, questo non esclude assolutamente che vi siano anche accademici del tutto estranei a queste dinamiche.” E’ interessante che il “campo di potere” sia percepito come qualcosa di “estraneo” alla poesia. Questo tipo di “infrapotere” lo chiamerebbe Castoriadis è quello che fa si, in bene e in male, che delle scelte siano fatte, e che quindi la letteratura e il discorso su di essa, esistano e si sviluppino. I critici scelgono di quali autori parlare, quali categorie elaborare; gli editori scelgono chi pubblicare; i lettori scelgono chi leggere. Insomma, c’è inevitabilmente una forma di potere che fa parte della storia delle istituzioni culturali, universitarie e letterarie. Ma è un potere che circola. Fare un buon libro di poesia, cambia le carte in tavola per tutti. Anche se, per misere ragioni di competizioni, invidie, ecc., non se ne parla, chi ha sufficiente sensibilità percepisce la forza di una creazione letteraria. Ma naturalmente questo non garantisce che quella creazione abbia subito visibilità, o che addirittura non possa essere del tutto dimenticata. Insomma, c’è potere perché ci sono le istituzioni, ci sono azioni organizzate, c’è la società che funziona, ma questo di per sé non distrugge il fatto letterario (salvo in casi più rari ed estremi di rogo di libri, censure, ecc.). Il potere spesso è quello che permette a un testo di diventare libro, e di circolare, e di essere citato in un manuale scolastico, ecc. ecc.
La granularità dice che la lettura non solo non ha bisogno di inseguire effetti di massa, ma funziona in regime normale sopratutto in questo modo (almeno dalla modernità). Se siamo d’accordo su questo: il problema allora non è: chi entra o non entra in questo regime comunicativo (solo i poeti, solo i poeti e i critici, solo i poeti e i critici e alcuni lettori forti, ecc.). Il problema è: funziona ancora questo regime comunicativo? La poesia (non moderna), in occidente, esiste da più di duemila anni; e la nostra poesia moderna, che è comunque imparentata con quella della tradizione, ha circa duecento anni. Quindi con il fatto letterario e la granularità si è già da subito fuori dalla bolla, ci si misura su durate che non c’entrano né con l’istantaneità della comunicazione digitale né con la vita brevissima della merce culturale. Un buon libro di poesia (come un buon romanzo o una bona pièce d’altronde) hanno pretese spropositate: la loro vita non è basata su grandi numeri in intervalli di tempo brevi, ma su numeri relativamente piccoli, a volte molto piccoli, estesi pero’ su segmenti temporali molto ampi. Per questo quello che conta è la trasmissione, ossia i nuovi arrivati, i più giovani, scoprono la “potenza” delle lettura? E avendola scoperta, la vogliono mettere in atto anche attraverso la “potenza” della scrittura? Se questo accade, significa che la poesia è viva, il tipo “antropologico” che corrisponde a questa pratica storico-sociale non si è estinto, ma continua ad attraversare le epoche, trasformandosi ovviamente.
La tua ultima domanda è quella più difficile. Ma cio’ è coerente con la mia idea della poesia come genere spettrale. La poesia necessità per forza una postura d’opposizione rispetto alla cultura dominante? Per me, oggi, è cosi. E comunque voglia prendere la questione, non riesco a non vedere questo elemento. Ma questo elemento non dice tutto. Mi verrebbe da dire: la poesia tende a giudicare il mondo (a costituirne la voce critica), ma lo fa a partire dalle risorse positive del mondo (altri direbbe: a partire dalla bellezza che comunque c’è nel mondo). Se guardo, come mi capita, con passione una cavalletta, non posso poi che guardare con disgusto un cacciabombardiere. Tanto più il cacciabombardiere non mi convince, tanto più ho guardato, ammirato, una cavalletta. Ma questa è una semplificazione: una tempesa di cavallette puo’ far paura e disgusto quanto un cacciabombardiere. Spero ci siamo capiti.
L’arte (che sia in versi o in prosa) che si esercita sul linguaggio, in dialogo (critico) con le forme ereditate, è realizzata costitutivamente come un oggetto di condivisione. La condivisione è il presupposto di qualsiasi lavoro sul linguaggio, per potenziare il nostro rapporto con il mondo.
Ma Cortazar diceva: lo scrittore, quello che davvero puo’ fare, quello di cui davvero puo’ occuparsi, è tendere la massimo il suo arco (mentre scrive). Una volta che la freccia è partita, lui non puo’ più fare nulla per controllarla.
Ogni frase o verso che ho scritto, l’ho scritto per condividerlo. Ma non è in mio potere decidere per colui o colei o coloro che 1) avranno l’occasione per condividerlo e 2) decideranno di farlo.
Insomma: sull’opposizione e la condivisione, non ho nessun elemento di certezza. Personalmente, non riesco che a scrivere se non nell’opposizione; ogni cosa che scrivo mira alla condivisione, ma al di fuori di quello che mi sembra di riuscire a fare in un testo, non ho molte leve per risolvere il problema :)
Scusa se sono stato prolisso.
Non sei affatto prolisso, anzi, ribadisco il piacere dello scambio. Cerco di rispondere seguendo il tuo ordine.
Rispetto alla questione dell’accademia, anch’io sono più che d’accordo su un punto: se qualcosa vale, nel mondo, troverà probabilmente la strada per ritagliarsi uno spazio, anche in letteratura. Ciononostante, proprio perché fare poesia bypassando certe strutture di potere è sostanzialmente impensabile, mi sembrava importante sottolinearne la natura e l’esistenza. Poi che, oltre al potere accademico, a ogni livello si giochi entro certe dinamiche, pure per me è pacifico.
Rispetto alla granularità, mi piace molto la lettura che ne dai, misurata su scala diacronica. Nondimeno, non sono sicuro che questo risolva davvero il problema. Chi verrà dopo di noi, come chi c’è adesso, molto probabilmente incontrerà la poesia soprattutto a scuola. Questo però non garantisce che, terminato il percorso scolastico, qualcuno continui a leggerla, proprio come adesso e che quindi studierà ciò che il canone avrà inglobato fino ad allora. Con la narrativa accade qualcosa di diverso: esiste un bacino di lettori ampio, eterogeneo e, soprattutto, composto in larga parte da persone che non scrivono romanzi. Queste persone vanno in libreria, sono curiose, comprano dalle piattaforme, si confrontano etc. Per la poesia, invece, il timore è che la trasmissione finisca progressivamente per riguardare ancora chi poesia già la scrive o gravita attorno a quel mondo. La poesia, allora, sarà certamente viva, ma viva per chi?
Rispetto all’ultima tua posizione, la comprendo e, per certi aspetti, potrei farla pure mia. Mi sento distante, però, quando dici che la poesia tende a giudicare il mondo e che, se il poeta ama la cavalletta, non può che detestare il cacciabombardiere. Io credo che il giudizio possa certamente emergere dalla poesia, ma come effetto collaterale di un fatto primario che è la comprensione. Comprendere noi stessi, comprendere il mondo e, soprattutto, la relazione che intercorre fra questi due termini; capire cosa significhi stare con gli altri, stare nello spazio, stare nella storia. Ho l’impressione che questa comprensione sia già, di per sé, una forma di trasformazione del reale e che in questo risieda lo statuto autonomo della poesia, che non la rende ancella della politica.
Grazie ancora per il confronto!
Insomma Simone è proprio un’assillo, ma un’assillo molto numerico :) “Per la poesia, invece, il timore è che la trasmissione finisca progressivamente per riguardare ancora chi poesia già la scrive o gravita attorno a quel mondo. La poesia, allora, sarà certamente viva, ma viva per chi?”
1) Pessoa pubblica in portoghese un unico libro in vita, nel 1934, un anno prima di morire. In Europa c’erano a quell’epoca gatte serissime da pelare, altro che poesia in portoghese ed eteronimi. 2) 2024 (90 anni dopo) prima mondiale a Firenze di “Pessoa. Since I’ve been me” del regista teatrale statunitense Robert Wilson, basato sopratutto su testi inediti, scoperti dopo la morte di Pessoa. Si, certo, Pessoa scriveva su riviste spesso fondate da lui, per quattro gatti di lettori, poeti avaguardistici o meno, in una zona dell’Europa considerata piuttosro provinciale. Novant’anni dopo spettatori di tutto il mondo scoprono o ritrovano la sua poesia, attraverso uno dei grandi maestri del teatro di ricerca tardo novecentesco, M. Wilson. Questa è la potenza della poesia.
Poi: la trasmissione riguarda soli i poeti o chi gravita intorno a quel mondo. Allora mettiamoci d’accordo: se “tutti scrivono poesia”, come si ama dire spesso, allora i “poeti” che leggono poesia è parecchia gente. Se invece la poesia la scrivono in pochi, ci sono come lettori quelli che “vi gravitano attorno”, che non so pero’ che colpe abbiano, se non il fatto d’interessarsi ai libri o alle letture di poesia.
Inoltre sembrerebbe che i lettori di romanzi vadano nelle librerie, siano curiosi, comprino dalle piattaforme. Non mi sembra che questi requisiti manchino ai lettori di poesia, che CERTO sono numericamente molto più bassi. Nel mondo della musica ci sono concerti negli stadi con duecentomila persone e sale da concerto che ospitano 80-100 persone. I musicisti che fanno jazz, o robe più sperimentali, o la setta degli improvvisatori, sono li ogni due minuti a domandarsi: ma abbiamo il diritto di esistere, anche se il nostro pubblico è una frazione minima di quello che va a vedere Taylor Swift?
Quindi la domanda che ora ti rivolgo Simone è: per te la poesia, quella che leggi, scopri, o eventualmente anche realizzi, ha valore? Un valore che trascende le tue semplici idiosincrasie? Un valore nel senso di una cosa importante che ti sentiresti di difendere e trasmettere a un’altra persona? Non ad uno stadio pieno, o alla massa innumerevole di compratori di un best seller. Se la risposta è si, allora il tuo “timore” è ingiustificato. Se invece tu stesso non sei tanto convinto che la poesia sia una cosa per te e per i tuoi simili importante – ed è sacrosanto avere dubbioni su questo -, allora la questione dei numeri comincia ad avere il suo peso.
Ahahah, no, non è un assillo quello dei numeri. O meglio, non lo è in senso quantitativo. La questione, per me, è la natura del pubblico della poesia; non a caso chiedevo per chi? e non per quanti?
Secondo me qui sposti leggermente il piano della discussione. Non ho mai dubitato del valore della poesia, né del fatto che possa attraversare i secoli e Pessoa è un esempio perfetto, come potrebbe esserlo Emily Dickinson. Su questo credo siamo completamente d’accordo.
Il punto che mi ponevo è un altro. Non riguarda la sopravvivenza della poesia nel tempo, ma il suo rapporto con la società in un determinato momento storico. Che fra cento anni qualcuno possa riscoprire un poeta di oggi mi sembra bello. Ma non credo che questo elimini la domanda su quale sia oggi il suo spazio pubblico.
Quando dicevo “viva per chi?”, non intendevo “viva per quanti?”, ci ritorno; intendevo: viva all’interno di quale tessuto sociale? Mi sembra che, come ho già detto, almeno in Italia, la poesia rischi sempre di più di trasmettersi prevalentemente entro chi la pratica già.
È in questo senso che richiamavo la narrativa. Il punto non è che abbia più lettori, e i numeri non costituiscano di per sé un valore (quello è solo un effetto riflesso). Il punto è un altro. Il pubblico della narrativa è trasversale. Un romanzo può essere letto da un insegnante, una dottoressa, un operaio, una studentessa, una pensionata, senza che nessuno di loro senta il bisogno di diventare scrittore. Mi domando come la poesia possa produrre, almeno in parte, questa stessa trasversalità. Non mi interessa che diventi maggioritaria; mi interessa che non finisca per essere percepita come una pratica destinata a un ecosistema chiuso.
Per questo la tua lettura della granularità mi convince sul piano storico, ma mi chiedo se la trasmissione possa essere pensata soltanto in senso diacronico. Mi sembra una domanda legittima interrogarsi anche sulle forme della trasmissione sincronica, su come la poesia possa continuare a incontrare persone che non l’hanno ancora scelta e incontrarle oggi.
Alla tua domanda finale, invece, rispondo senza esitazione, sì. Credo nel valore della poesia e credo che valga la pena trasmetterla. Credo che la poesia, proprio perché nasce dall’esperienza umana, possa dire qualcosa a tutti noi. Ed è questo, per me, il senso del leggerla a scuola, del condividerla, del non farne un discorso riservato ai cultori del genere o agli addetti ai lavori.
Simone, scrivi: “viva all’interno di quale tessuto sociale? Mi sembra che, come ho già detto, almeno in Italia, la poesia rischi sempre di più di trasmettersi prevalentemente entro chi la pratica già.”
Hai ragione, è una domanda legittima, e proprio sulla questione delle “forme di trasmissione”, e quindi anche d’incontro nel tessuto sociale, è molto probabile che anche noi poet* abbiamo autocritica da fare; non tanto su quello che scriviamo, buono o cattivo che sia, ma sul modo di farlo circolare. Sulle forme “pubbliche” che scegliamo o a cui ci adeguiamo per far esistere la poesia. Di errori senz’altro ne facciamo. Quello della lamentazione indiscrminata, per esempio, ne è già uno :) Ma probabilmente anche quello di dare per scontato che certe cose che facciamo non possono essere capite da chi non ci somiglia sociologicamente. Quando io stesso penso cosi, in realtà contraddico tutti i miei principi sulla “potenza granulare” della poesia, che non è certo limitata da frontiere di classe e da titoli di studio, anche se tali fattori hanno il loro peso condizionante. Su questo punto, ad esempio, trovo ammirevole il lavoro divulgativo che fa una Gilda Policastro. Magari non son sempre d’accordo sulle sue valutazioni, ma lo sforzo è meritorio e nella direzione giusta.
Esatto, è sostanzialmente quando rispondevo a Franca Alaimo su fb sotto al post: la prima cosa su cui agire è proprio la maniera in cui la poesia comunica sé stessa.
Scrivo poesia. Ma sono poco poeta, a quanto pare. Vivacchio in una certa mediocrità. Tra parentesi i poetucoli come me evitassero di lagnarsi, in genere chi viene pubblicato nell’editoria NON a pagamento, lo merita grossomodo. Chi no, non lo merita grossomodo. Il problema è complesso, lo so, ma mi si passi un po’ di accetta con l’oggidiana canicola.
Comunque, sono un assiduo lettore di contemporanea, e trovo che la poesia italiana sia ottima e abbondante. Che si tratti di lirica o di ricerca.
Mentre la narrativa italiana la trovo illegibile, tranne i soliti nomi Pecoraro Siti Pincio Mari e poco etc.
Non riesco più a districare lo gnommero litigioso tra la pattuglia della poesia di ricerca e la massa inerziale dei lirici.
Certo, non riesco ad accettare la gnagnera che ormai ci rifilano da 30 anni Berardinelli, Manacorda o Siti, o quella ancor più aggressiva e affilata del più giovane Marchesini ( tutte belle teste, eh ), secondo i quali dopo Raboni o la Cavalli l’universo si è incartapecorito e giace ormai sterile, infragilito dal nichilismo estetico e morale della sperimentazione.
Per ignoranza, leggo lirica, semilirica, prosa, prosa in prosa, purché funzioni.
È un peccato che tra i due fronti non ci sia, non dico una qualche comunicazione, ma nemmeno un alfabeto comune. Peccato, forse no.
Ciao Roberto, non sei l’unico credo ad avere una valutazioni positiva sulla qualità della poesia italiana contemporanea, anche in rapporto alla narrativa italiana contemporanea. Solo per dire, che non tutti s’imbarcano sul luogo comune da cui è partita la riflessione. Come sarebbe importante ricordarlo: una buona parte degli esordienti nel romanzo, resterà esordiente, ossia non arriverà mai a pubblicare un secondo romanzo. La quantità di romanzi sfornati ogni anno è tale, che una parte ha vendite molto basse, non lontane da quelle di un libro di poesia almeno ugualmente distribuito. Infine, ma questo lo aggiungo più per chi crede ancora in una condizione sociologica molto diversa tra romanzo e poesia, come è il caso di Simone, ben presto si potrà dire – io già lo dicevo al momento del mio romanzo d’esordio nel 2016 – “un romanzo oggi non lo si nega a nessuno”.
Ma vengo lla questione che tu sollevi su poeti lirici e “di ricerca”. E’ una questione complicata. Io più che di post-poesie o di altre categorie, preferisco parlare di chi è dentro il paradigma lirico, e di chi ne è fuori. Chi ne è fuori è per forza, in parte, in una terra incognita. Inoltre c’è il discorso dell’ibridazione dei generi. Rimane il fatto che pur nella pluralità di percorsi e a fronte di un paesaggio che si presenta assai disperso, vi è un tentativo di costruire una scena “ufficiale” intorno ai i poeti più riconoscibili, più vicini alla tradizione, più interni al paradigma lirico dominante. Laddove i poeti più innovativi sul piano delle concezione e della pratica poetica sono visti come gustafeste, anche perché sono animati spesso da uno (secondo me sano) spirito polemico, e inoltre rievocano il trauma subito dalla corporazione con l’avvento dei novissimi, trauma non ancora rimarginato. Detto questo, le frontiere sono frastagliate e i dialoghi esistono eccome tra poeti di sensibilità e pratica diversa. Meno male. Io per primo, pur collocando una parte importante del mio lavoro fuori del paradigma lirico, apprezzo e leggo poeti e poete che continuano sostanzialmente a scrivere entro quel paradigma.