Memorie di un netturbino

 

di Ornella Tajani

Le tas d’ordures a cela pour lui qu’il n’est pas menteur.
[Il vantaggio del mucchio d’immondizie è che non mente]
Victor Hugo, Les Misérables

Niente scompare per magia, annuncia Simon Paré-Poupart in apertura alle sue memorie di un netturbino di Montréal, da poco pubblicate col titolo Spazzatura! nella collana «Working Class» di Alegre diretta da Alberto Prunetti (traduzione di Silvia Turato). Il libro è un viaggio nel mondo di uno dei mestieri più invisibili, un road trip notturno fra cassonetti e discariche, attraverso una galleria di personaggi e aneddoti in cui la voce narrante accompagna chi legge con riflessioni profonde sulla società dei consumi e su questo oggetto ibrido, indefinibile, misterioso e a tratti terrificante che assume la forma esterna di un sacchetto di plastica rigonfio.
I rifiuti, nel loro rivelare una parte importante della vita intima di un individuo, rappresentano l’oggetto inaccettabile per eccellenza, sono lo scarto che palesa l’imperfezione dell’essere umano, al pari delle feci, da cui l’esigenza di nasconderli. Al tempo stesso costituiscono la prova materiale del tempo che passa: è ai nostri occhi che vogliamo celarli, prima ancora che a quelli degli altri. Il timore che qualcuno possa vederli e “riconoscerci” ha reso la scena di qualcuno che rovista nella spazzatura propria o altrui un topos ricorrente: per limitarmi a due esempi, si pensi al Jack Gladney protagonista di Rumore bianco di DeLillo, sul quale ritorno più avanti, o alla protagonista del film La sconosciuta di Giuseppe Tornatore, che mirava a carpire i segreti della famiglia in cui voleva essere assunta come tata. Ad ogni modo, il disgusto che i rifiuti suscitano non è soltanto di natura estetica (tattile, olfattiva, visiva), ma è collegato a un desiderio inconscio di controllo di sé e della propria vita.
Paré-Poupart sottolinea il potenziale orrifico della spazzatura partendo dall’etimologia del termine:

La parola “spazzatura”, “ordure” in francese, viene invece dal latino horridus, che significa orribile. In origine indica quella specie di compost fatto di escrementi, ossi e bucce, una melma che si rivalorizzava utilizzandola per fertilizzare i campi. A lungo l’immondizia è appartenuta a pieno titolo al ciclo della vita. Oggi invece minaccia quella stessa vita. E questo cambiamento ha un nome. Progresso.

È il progresso annunciato nel 1955 dalla rivista americana Life: in copertina si vedeva una famiglia felice di riempire il mondo di rifiuti grazie al nuovo Throwaway Living, lo stile di vita usa e getta: «L’epoca dello spreco comincia nel tripudio — commenta Paré-Poupart. — Tutto sarà più facile ora che più niente deve durare, essere conservato, lavato, curato, mantenuto o conservato. Settant’anni dopo, quel sogno è diventato un incubo».

Nella distopia sfrenatamente consumistica in cui viviamo, sempre più sommersi dalle tonnellate di rifiuti che produciamo, i netturbini giocano un ruolo cruciale. L’autore compie un giro completo della percezione che comunemente si ha di questo mestiere, passando dall’affermare «Sono la bestia insignificante che pulisce i vetri perché dei piccolo-borghesi possano ammirare i loro pesci esotici attraverso superfici immacolate», al raccontare la fascinazione che i bambini hanno della sua figura, fino all’indagare più profondamente cosa lo attrae della sua professione:

Il netturbino vive ai margini della società. È per forza di cose un anticonformista. Un ribelle senza causa, caotico, patetico, accanitamente indipendente, il contrario della normalità. Forse è quel disordine ad affascinare tanto i bambini. In ogni caso, io che ho studiato, che sono diventato un netturbino per scelta, per adesione e in tutta consapevolezza, è proprio questo che ammiro in loro. Da più di vent’anni.

Se molto spazio nel libro è riservato a questo «loro», cioè alla comunità di netturbini, anche attraverso un apparato fotografico che raccoglie diversi ritratti, il punto di partenza nella riflessione dell’autore è la propria consapevolezza, la ragione della propria scelta a fronte degli studi compiuti:

Se mi ci soffermo a pensare, non so perché mi intestardisco a fare lo spazzino. Forse per vocazione? In ogni caso provo grande fierezza a sgobbare quotidianamente per rendere più pulite le nostre città. Mi sento solidale con lavoratrici e lavoratori che operano nell’ombra affinché le nostre vite siano migliori. Provo rispetto per loro. Forse anche per questione di orgoglio, una specie di battaglia: voglio provare a tutti che non esistono mestieri inferiori.

È un obiettivo in cui l’autore riesce molto bene in questo memoir, in cui indaga a fondo il potere simbolico della spazzatura. Difficile non pensare, nel leggerlo, ai romanzi di Don DeLillo, in cui la spazzatura rappresenta perfettamente «il lato buio della coscienza consumistica», come rilevava Jack Gladney in Rumore bianco, ritrovandosi a frugare sconvolto nell’immondizia prodotta da lui e dalla sua famiglia; un lato buio poi ampiamente scandagliato, con esiti anche più vertiginosi, nel successivo e monumentale Underworld, in cui il protagonista Nick Shay è un manager dei rifiuti. Qui il riciclaggio diventava un’ossessione strettamente connessa alla paura della morte, una maniera di coltivare l’illusione in una possibile seconda vita, descritta perciò ripetutamente dall’autore in numerosi passaggi, anch’essi «riciclati» sul piano formale, cioè riprodotti più volte con parole e frasi simili (ne ho scritto ampiamente qui).
Pur non menzionandoli mai, Paré-Poupart si trova molto in linea con la visione proposta dai romanzi delilliani. Se per l’onesto cittadino il riciclaggio rappresenta «la promessa della vittoria contro l’inquinamento», per il netturbino quegli appositi bidoni raccontano un’altra storia:

Raccogliendo i bidoni verdi, io rassicuro il cliente. Creo l’illusione che il pianeta sia salvo. Il riciclo è magia. Il netturbino fa sparire la carta e la plastica e con esse anche la cattiva coscienza del borghese. In Europa i più grandi produttori e i più grandi consumatori di plastica sono i tedeschi, che sono anche campioni in tutte le categorie del riciclo. Le due cose vanno di pari passo. Vogliamo tutti vivere nell’illusione che la plastica che buttiamo venga recuperata, mentre la realtà dei fatti è che succede solo per un misero dieci per cento. Il resto finisce lontano dai nostri occhi, nei paesi poveri, o sotto forma di un nuovo continente galleggiante nel mezzo degli oceani.
La soluzione? Di sicuro consumare il meno possibile.

Il netturbino è lì per rassicurare la coscienza borghese, svolgendo una mansione a cui nessuno vuol pensare, che è opportuno mantenere nell’oscurità.

I netturbini adorano la notte. Pure troppo, forse.
L’oscurità e ciò che questa comporta si confanno perfettamente alla raccolta dei rifiuti. Un’attività che nessuno vuole vedere, compiuta da individui che nessuno vuole vedere, per far sparire cose che nessuno vuole vedere. Per lo spazzino è l’occasione di confondersi sullo sfondo, di farsi carico della sua diversità: è la possibilità del tutto. Pattumiere lanciate nella vasca del camion, sacchi neri lasciati sul marciapiede — perché o non li abbiamo visti o non li abbiamo voluti vedere —, urla che spezzano la tranquillità di chi dorme. Il buio ispira ai netturbini i peggiori comportamenti.

Anche di questi comportamenti racconta Paré-Poupart, la sua intenzione non essendo quella di fornire un ritratto agiografico della categoria: l’autore si sofferma ad esempio sul razzismo del «linguaggio dell’immondizia», così come sui modi talvolta brutali con i quali i colleghi si rivolgono l’un l’altro. Spesso però si tratta di modalità aggressive che si stemperano strada facendo, forse perché «correre dietro a un camion appiana le differenze etniche. Davanti al carico da sollevare siamo tutti uguali, uniti dal medesimo compito da portare a termine».
Un carico che richiede una fatica e un tempo, al quale l’automobilista in preda alla fretta non pensa mentre suona nervosamente il clacson, in fila dietro il camion della spazzatura:

Nessuno, nemmeno per un istante, pensa che la nostra lentezza in realtà gli fa guadagnare del tempo. Che occupandoci al posto loro dei loro rifiuti, permettiamo a tutti di concentrarsi su altro.

È per questo che l’autore propone nella pagina seguente un «esercizio sociologico del pensiero»:

Immaginiamo che si decida collettivamente di retribuire e di valorizzare i lavori secondo la loro utilità sociale o la loro necessità. E che per stabilire questa gerarchia, questa scala di valore sociale, ci si domandi cosa succederebbe se un gruppo o un altro smettessero di lavorare. Soffriremo collettivamente di uno sciopero di avvocati societari? Dopo quanti giorni di sciopero dei copywriter entreremmo nel panico? Potremmo più facilmente stare senza gli infermieri e gli insegnanti o senza i promotori immobiliari? Uno sciopero degli editorialisti condannerebbe forse la società a una crisi esistenziale?

Questo piccolo libro propone uno spaccato sulle vite di chi svolge un lavoro oneroso fisicamente e pieno di rischi per la salute, senza che ciò susciti attenzione da parte di chi dei suoi servizi beneficia. Oltre a fornire dati e informazioni utili, a proporre dei brevi passaggi di una storia dell’immondizia nel tempo, con incursioni nella gestione dei rifiuti di altri paesi – l’Italia, e in particolare la città di Napoli, vista la presenza della camorra nel business, è presa a esempio di pessimo modello, di vero e proprio «flagello» –, pone sotto gli occhi di chi legge le condizioni di un mestiere fondamentale come quello del netturbino, e invita a ragionare sugli aspetti più interstiziali della vita di ciascuno, a prendere coscienza di una catena di lavoro irrinunciabile cui sono legati aspetti materiali della nostra vita quotidiana, al di là degli scrupoli etici più o meno sentiti del rispetto del pianeta. A proposito di etica, l’autore è un militante del freeganesimo, il modo di vivere improntato al riutilizzo degli scarti, al recupero dai bidoni di oggetti ancora buoni:

Essere freegano significa anche rispettare i materiali, le merci, la catena di produzione. Essere contrari alle condizioni di lavoro atroci di chi, in Bangladesh o altrove, fa i nostri vestiti. Non voler incoraggiare questo sfruttamento. Credo di non aver acquistato nemmeno cinque nuovi capi di abbigliamento negli ultimi vent’anni. Un freegano non è un rivoluzionario. Il nostro è un modo di vivere e una pratica economica che hanno il merito di limitare realmente l’orgia di merci che caratterizza la società capitalista. La verità è che abbiamo già abbastanza, che non è necessario produrre di più.

Un’alternativa concreta, insomma, all’ormai apparentemente inattaccabile società dei consumi, che finisce per superare in immaginazione gli scenari delilliani di riciclaggio metafisico, spazzatura prodotta artificialmente o quotata in borsa, proponendo una prospettiva creativa, non schiacciata da uno sterile pessimismo.
Al termine della lettura torna in mente una delle città invisibili di Italo Calvino, Leonia:

Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.

Un passaggio che certo piacerebbe all’autore di queste memorie, ma solo così estrapolato: in realtà Leonia, che rifà sé stessa tutti i giorni, «più espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere», e in quanto tale somiglia pericolosamente alle nostre metropoli contemporanee.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

Riappropriarsi di sé: la conoscenza impegnata di Rose-Marie Lagrave

di Ornella Tajani
«Il femminismo mi ha fatto diventare donna», scrive Rose-Marie Lagrave in "Riappropriarsi di sé". Rimodulando la celebre affermazione di Beauvoir, l’autrice dichiara così il ruolo fondamentale che il pensiero femminista ha rivestito nella sua formazione.

SU LA TESTA

di Mauro Baldrati
Sento una contrazione allo stomaco. Non posso stare tre ore qui dentro, in questa polvere assurda. Nessuno ha la mascherina, nessuno si pone il problema. Gli altri la respirano tutto il giorno senza fiatare.

Terzo millennio: dalle “Lezioni americane” di Calvino a Massimo Onofri

di Pasquale Giannino
Di primo acchito, potremmo dire questo: è un'opera inclassificabile. Ma è proprio tale difficoltà evidente che incoraggia a superare l'impasse iniziale e ad approfondire l'opera. Il viaggio letterario, filosofico ed esistenziale che il lettore compie sotto la guida esperta e sicura di Onofri...

Calvino: tre maniere stilistiche (1963-1972)

di Chiara De Caprio
È apparso per la casa editrice il Mulino "La lingua di Calvino" di Chiara De Caprio, terzo volume della Collana Italiano d’autore, diretta da Andrea Afribo, Roberta Cella, Matteo Motolese. Per gentile concessione dell’editore, si pubblica il paragrafo Tre maniere stilistiche (1963-1972)

Il vagabondo ferroviario e le isole che si vedono dalla Liguria

di Marino Magliani
Calvino quella storia non la scrisse mai, però col tempo venne a sapere che un bambino vero aveva fatto ciò che lui aveva immaginato. E col tempo il bambino vero, diventato poi adulto e infine vecchio - un vecchio vagabondo lungo i binari - seppe che il famoso scrittore Calvino aveva inventato la sua storia.

Mostri sacri e complicanze storiche

di Antonio Sparzani
I miei mostri sacri della letteratura italiana sono Calvino e Gadda, rigidamente in ordine alfabetico. L’altra sera mi sono saltati addosso insieme. Cominciavo a leggere la quinta delle Lezioni americane di Italo Calvino: sappiamo che egli accuratamente scrisse le Lezioni prima di andare negli USA per portargli un po’ di cultura...
ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: