L’ULTIMA RACCONTA (ancora dallo Zibaldone Norvegico)

di Luigi Di Ruscio

Mi hanno pubblicato l’ultima raccolta. Non sono all’altezza per sostenere tutto questo casino. La cosa è superiore alle mie forze, oltre alla mancanza di coraggio morale subentra anche la mancanza di coraggio morale. Non al punto di chiedere scusa, perché in tutti i casi non meritate di meglio. Uno sta a casa lontano da tutto scrive tutto quello che gli passa in testa e poi quando la cosa riesce stranamente a diventare pubblica uno si mette paura. Vivo in un mondo in cui la lingua italiana è incognita. La dissociazione tra quello che scrivo e quello che il pubblico si aspetta è enorme. L’ipotetico lettore è lontanissimo, siamo distanti più di duemila chilometri e c’è anche una distanza umana, qui sono tutti luterani, i classici scandinavi non sono certo Pascoli e Carducci ma Ibsen e Kierkegaard e Strindberg. Il lettore si aspetta “belle lettere” ed invece il lettore riceve delle belle lettere cartate di merda in faccia. Il non aver frequentato le scuole dove per prima cosa per prendere voti buoni bisogna scrivere quello che fa piacere al professore, quindi lo scrivere diventa un aspetto della socialità, il sottoscritto avendo frequentato solo cinque classi delle elementari e avendo sempre preso voti bruttissimi e ripetuto diverse classi non è stato capace di una scrittura come uno degli aspetti del sociale dove vengono scritti e recepiti messaggi che non sono affatto in disarmonia tra lo scrittore e il ricevente, cioè il lettore. Nel caso del sottoscritto si instaura una specie di confrontazione e provocazione tra il sottoscritto e il lettore. In un saggio di Elia su Mozart viene costatata una tragica dissociazione,
il pubblico della musica in quel periodo era la corte e l’aristocrazia invece la musica di Mozart era quella del mondo che sarebbe nato con la rivoluzione francese. Quindi da una parte il comico ciò l’irrisione per i valori dominanti e dall’altra parte l’angoscia di non avere più committenti, essere tagliati fuori.

[anche quest’altro testo di Di Ruscio, come il precedente, fa parte dello “Zibaldone Norvegico”, in uscita da Luigi Pellegrini Editore, collana “Itaca Itaca” con una prefazione di Angelo Ferracuti e una nota finale di Mauro F. Minervino; il delizioso errore dell’autore nel titolo è stato mantenuto dall’editore]

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1 commento

  1. Di Ruscio, Lei è uno dei pochi che può davvero dirsi, oggi, poeta. Ottimi i due prefatori, l’edizione sembra splendida e prenderò il Suo libro. Eccellenti anche le sue ingrammaticalità da forestiero (come abitante la lussuria delle foreste dell’immaginario norvegese) riffaterriano.
    Inoltre in Norvegia che ho visitato tre volte può permettersi di essere persino comunista (bleah!; oppure: ahahahahahahaha!), anche se mi storna ogni entusiasmo quando parla dei baroni volponi.

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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