L’unica lezione che la vita mi ha insegnato

di Martino Costa

(Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un estratto dal romanzo Trash di Martino Costa, Pessime idee edizioni 2021, finalista al Premio Calvino 2020).

***

È una sensazione davvero strana e non sono sicuro che sia così per tutti, eppure credo non sia molto diverso, o no? La vita, dico. Non è così un po’ per ciascuno di noi, che ci sei tu e poi c’è la vita? E non è che sia la stessa cosa, proprio per niente. Quando mi iniettavo l’eroina per esempio, questo concetto era così chiaro che non c’era bisogno di alcuna spiegazione. È quando sono lucido che le cose si complicano, i contorni non sono più così netti, tutto si confonde e non capisco più nemmeno dove finisce il dolore degli altri e dove comincia il mio. Presto mi manca il respiro persino, come se l’aria dovessi litigarmela con tutto l’universo e non ce ne fosse abbastanza per tutti. Devo inspirare con urgenza, quasi con violenza, per non farmela strappare. Come nelle riunioni del sindacato. Sembra una cosa idiota, a dirla tutta. Siamo lì a tirare con forza per i nostri diritti, che in fondo sono come l’ossigeno, e dall’altra parte della fune c’è il resto del mondo. E mi chiedo ancora una volta: dove finisce il nostro dolore, e dove comincia quello degli altri? E so bene che la colpa è di quella cagna bastarda che mi accompagna da mattina a sera. È lei che mi tira fuori con foga da casa e mi fa andare a un passo molto più svelto di quel che vorrei. È lei che mi sprona ad alzarmi, a confrontarmi, che mi fa sbattere contro cose e persone. A me in fondo basterebbe così poco: quel tanto di ossigeno, di acqua e di calorie a tenermi in vita; una coperta per le notti gelide, i miei occhi per osservare e una buona droga a farmi compagnia. Sarebbe così semplice. Mica andavo in giro a disturbare nessuno, no no. E invece, sai come si dice: i fatti della vita, appunto. Che se uno si limita a farsi gli affari suoi tutto fila liscio come l’olio. È quando ti tirano in mezzo a mille cose che non avresti nemmeno voluto sentir nominare che tutto si mescola e si complica.

Io alla fine, mi son ripulito. Adesso prendo cose legali: una ricetta medica, un salto in farmacia, e son tutti contenti. Però non è più come prima. Solo mi son detto: a far dentro e fuori dalla galera non mi va.

Dentro si sta uno schifo: prima ti arrivano le botte, poi ti arriva la rota e alla fine, quando credi che in fondo ci potresti pure vivere lì, ti risbattono fuori con un calcio nel culo. E di nuovo sei in strada, di nuovo a cercare chiarezza e semplicità. Ma niente, proprio niente è chiaro e semplice in questo mondo. Ecco forse questa è l’unica lezione che la vita mi ha insegnato. Sarà che ho la testa dura. In fondo deve essere per quello che mi scrivo le parole che non conosco su un taccuino. Così almeno apprendo ogni giorno qualche cosa di nuovo, e mi si aprono nuovi orizzonti. Faccio bene? Mah, non lo so. Ieri ho imparato la parola “vorace”. A quarantotto anni. Che miseria. La cosa buffa è che io non ho mai fame e mangio perché è ora, mica per altro, forse è per quello che non ne conoscevo il significato. Eppure non mi pare che a imparare cose nuove la vita si arricchisca, direi anzi il contrario: si restringe fino ad appiccicarmisi addosso come un goldone. Io do la colpa al Lexotan, che non è abbastanza forte. È una mezza sega di droga, a essere sinceri. Così alla sera non è più un cane cencioso che lascio fuori sullo zerbino, ma la mia stessa pelle, che appendo a un gancio e per qualche istante rimango a fissarla immobile, mentre ciondola lentamente e sgocciola. Ne provo ribrezzo. Rientro di fretta tra le mie quattro mura, accendo la televisione e un poco mi assopisco in quell’atteggiamento di ricezione passiva e indolore. Bevo il mio tè ed è un piacere sentire il calore scendere per la gola e depositarsi nello stomaco. Mi disturba solo il fatto di dover pisciare subito dopo. Avevo persino pensato a delle soluzioni da ottuagenario per evitarmi la scocciatura di alzarmi e raggiungere il gabinetto. Poi ho desistito perché trovavo la cosa indecorosa, il che mi ha stupito, e di nuovo ho dato la colpa al Lexotan, o meglio ai suoi deboli principi attivi.

Per il resto non posso lamentarmi troppo. Ho una casa di trenta metri quadri tutta per me, fin troppo. Ho uno stipendio che sarebbe da fame, se avessi qualcuno da mantenerci, oltre me.

Le mie esigenze sono contenute. Sono pelle e ossa, non bevo e non mi drogo più. Il Lexotan me lo passa lo Stato e io sto una bellezza. Mangio come un criceto, e mi compro magliette da mezzo euro al mercato dei sudamericani. Solo non riesco a far pace con la mia vita. Sta lì mi guarda, ammicca a volte e sembra portarmi per strade che mai avrei voluto percorrere, verso luoghi che mai avrei voluto visitare.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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