di
Francesco Forlani
Vorrei raccontare di un uomo che, addormentato su un lettino da spiaggia, non si accorge di sé.
Una distesa di ombrelloni azzurri. Prima un riflesso. A perdita d’occhio le sdraio appaiate in file interminabili a ridosso della riva. E i lettini con i capezzali rovesciati. Due riflessi, poi, leggermente sincroni. Il brusìo delle prime ore del pomeriggio fa da rumore di fondo all’annuncio distratto dell’altoparlante. Ora son diventati cento, mille, i riflessi che sembrano moltiplicarsi e seguono a vista le onde fino a perdersi nella sabbia. La spiaggia è abitata per lo più da famiglie e in una fila poco distante dalla passerella, sopra a un lettino è disteso un uomo.
La tranquillità dello sguardo spento dagli occhiali da sole, la posizione neutra, le braccia lungo il corpo, le mani penzoloni con le dita quasi a toccare sabbia, le gambe leggermente divaricate e i piedi all’ombra di poco inclinati e puntati sui due lati: il piede sinistro sulle nove e quello di destra sulle quattordici. La particolarità delle spiagge a conduzione familiare sta nella presenza accanto ad ogni ombrellone di suppellettili giocattolo per lo più ingombranti, colorati e gonfiabili. Come statue a guardia delle facciate dei palazzi qui sembrano custodi degli effetti personali e governano l’andirivieni dei bagnanti dal bagnasciuga alla sabbia asciutta e cocente delle postazioni. Il lido, che diremo di Lerici per comodità, ha una disciplina del personale di terra e mare a immagine e somiglianza della coppia di proprietari; lui è uno scrittore di romanzi d’avventura e lei una ex modella che è rimasta tale; lui e lei sono semplicemente e oggettivamente belli; di una bellezza che porta in sé qualcosa di naturale e non la costruzione sofisticata di corpi estranei a sé e portati in modo maldestro in giro, per lo più.
Vorrei raccontare di un uomo che, addormentato su un lettino da spiaggia, non si accorge di sé. Non può rendersi conto, perché dorme un profondo sonno, dell’erezione che sta avendo, visibile e impertinente per quanto involontaria e dunque irresponsabile.
Una distesa di ombrelloni azzurri. I riflessi ora si perdono al largo dove non c’è più piede. A tratti risalgono lungo gli alberi maestri delle imbarcazioni ormeggiate al porticciolo. La spiaggia si popola adesso di giovani alle prese con la maturità: ripeness is all. La prima ad accorgersi della cosa è una signora dall’aria intelligente. Ha l’aria intelligente perché sul tavolinetto ci sono due libri, quello di Luciano Gallino e uno di Fabio Volo che sicuramente appartiene alla figlia adolescente scesa da poco e che è in acqua insieme alle amiche. “Gallino in Volo” ha sicuramente pensato spostandoli per prendere la crema solare; è stato proprio nel mentre di quel movimento di leggera torsione del busto che ha scorto dapprima il libro del vicino, un libro di Sinistra e a seguire l’erezione del lettore. Un leggero turbamento la coglie, un trasalimento la porta a guardarsi intorno per precauzione e prova un lieve imbarazzo in quell’atto di vedere e non vedere. Tanto più che pochi minuti dopo la scoperta si accorge di come, dal costume aderente a strisce bianche e rosse del vicino, quasi rispondendo alla sicuramente inconscia domanda della signora, la cosa si stia facendo strada superando il debole fuoco di sbarramento che un elastico un po’ rilassato stenta a fare, cedendo.
Vorrei raccontare di un uomo che, addormentato su un lettino da spiaggia, non si accorge di sé. Non può rendersi conto, perché dorme un profondo sonno, dell’erezione che sta avendo, visibile e impertinente per quanto involontaria e dunque irresponsabile. Dapprima castigato dal costume, insolito per questi lidi, poi evidenziata dalla fuoriuscita del prepuzio a cielo aperto.
Quando le amiche della figlia della signora, ormai impegnate nel rito del dopobagno, seguendo le istruzioni della figlia, si passano prima gli asciugamani poi le creme con gesti meccanici e rodati da catena di montaggio, ridendo e scherzando, la signora gli fa cenno di fare silenzio; lo fa dapprima abbassando il palmo di mano in linea con il braccio teso come quando si regola il volume di una radio, e portandosi quasi contemporaneamente l’indice dell’altra mano tra le labbra e la punta del naso: shhhhhhh! Nelle spiagge a conduzione familiare è un gesto che ricorre spesso per quanto indirizzato ai componenti della stessa tribù, tra uno slalom e l’altro in mezzo ai passeggini parcheggiati in doppia fila, sotto lo sguardo vigile delle mamme affrancate dal dormiveglia dei pargoli, libere per poche ore dall’esercizio costante dell’attenzione verso le piccole macchine da guerra. Lo spirito del tempo si offre alla vista in modo inequivocabile, nella sua istanza demografica; le madri per lo più e i pochi padri presenti sono cinquantenni alle prese con figli alle prime armi della parola e del camminare. A quella prima vista si sarebbe potuto scambiarli per i nonni ma allora i veri padri e le vere madri dov’erano finiti? Era come se una guerra avesse spazzato via una generazione, quella di mezzo, uno Tsunami avesse scatenato un’onda in grado di rendere la situazione anomala e inconcepibile fino a pochi anni prima.
Vorrei raccontare di un uomo che, addormentato su un lettino da spiaggia, non si accorge di sé. Non può rendersi conto, perché dorme un profondo sonno, dell’erezione che sta avendo, visibile e impertinente per quanto involontaria e dunque irresponsabile. Dapprima castigato dal costume, insolito per questi lidi, poi evidenziata dalla fuoriuscita del prepuzio a cielo aperto. Un dettaglio nello sterminato paesaggio marino, in grado di scatenare una reazione incontrollata e maldestra, una reazione anticipata dell’eletto.
Le amiche della figlia della signora fanno capolino e scoprono l’arcano; sul chi va là le ha messe la figlia che ha raccolto il messaggio della madre all’inverso e mettendo il Volo davanti alla faccia, a non farsi vedere, in quello stesso grado di separazione se la ride sotto i baffi contaminando le amiche come quando si sbadiglia. L’azione asseconda la prima volontà della madre a questo punto preoccupata di due cose, uguali e contrarie. Intanto un coccodrillo gonfiabile gigante con la testa appoggiata tra i seni di una madre di seconda fila sbuca tra gli ombrelloni. Il sudore e l’acqua di mare in mezzo agli occhi fanno pensare alle lacrime dell’animale. Da poco sopraggiunti gli amici metropolitani della signora, invitati alla casa al mare, sono informati dell’accaduto, dei fatti. Il fatto è che nel frattempo l’ospite ingrato, leggermente arrossato, arrotondato in punta e sovrastato da un taglio come da scalpello aveva guadagnato terreno grazie a piccole spinte che lo fanno pulsare come un cuore. Il leggero movimento coordinato al respiro pesante dell’uomo, fumatore, lo rende di colpo più umano, quasi infantile; la stessa innocenza di un bruco, di un baco da seta, sospeso nell’incerto divenire, nell’ipotesi di una metamorfosi l’unica in grado di fargli spuntare le ali come il cielo agli uccelli; la stessa operosità dei pesci che tentano con tutte le forze di aprirsi un varco in mezzo alle reti, la stessa tenacia di uomini e donne a forgiarsi un destino in un pezzo di vita.
Nessun oltraggio pare configurarsi al di là del comune senso del pudore. La naturalezza del corpo scappato, evaso dal costume bandiera di altre intimità non suscita alcuna reazione stizzita negli uni, accorsi poco dopo per passaparola e negli altri, quando ormai c’è una piccola folla, nessun moto di scandalo o riflesso di respingimento. Una giovane turista tedesca si è perfino proposta di rimboccarlo, di rimetterlo sotto coperta, rassicurando i presenti con la promessa di un tatto leggero e accorto al punto di non svegliare il signore. La questione che si pone adesso è infatti ben illustrata dalla signora che con padronanza di linguaggio e gestualità controllata spiega agli astanti come nei due casi, qualora il signore si svegliasse spontaneamnete o per manipolazione della turista nulla avrebbe potuto sottrarre la folla all’imbarazzo generale, in primis del malcapitato. Nonostante l’estraneità di quest’ultimo all’inottemperanza del prepuzio che certamente in un battibaleno si precipiterebbe nella risacca, accucciandosi sul lato sinistro come per lo più accade agli uomini di buona volontà, alla vista del capannello sarebbe minimo minimo morto di vergogna, annegato nelle pupille quasi cento degli spettatori. Se poi la causa del risveglio fosse un’incauta manovra della volontaria nordica dalle trecce bionde il signore si sentirebbe oggetto e vittima di molestie pretendendo immediatamente un risarcimento a quell’offesa magari facendo ricorso alle vie legali. Ecco perché il bagnino corre ad avvisare il proprietario che sopraggiunge per rimediare al guasto che aveva intaccato la magnifica macchina di sabbia. La soluzione? Sgombrare il campo da ogni iniziativa in grado, come una turbativa d’asta, di mettere a repentaglio il principio di domanda e offerta, con relativi servizi e benefici di cui il Lido, va detto, meritatamente gode. E il prepuzio? Anche lui pare godersela un mondo per quell’inaspettata e provvida attenzione a lui rivolta al punto che respira da sé in una totale indipendenza dal battito del sognatore.
Dopo una breve consultazione con prefetto e questore, il proprietario avvisa la clientela di lasciare la spiaggia con un’ora di anticipo rispetto all’orario di chiusura. Lo fa a mezzo bagnino e non via altoparlante per fare in modo che al risveglio il prezioso cliente non ritrovi nessuno al capezzale del proprio lettino e ritrovare nell’intimità la parte ribelle di sé a prescindere dal fatto che fosse dentro o fuori, la partita, e nel secondo caso accomodandolo come meglio avrebbe creduto, lontano da occhi indiscreti. Una saggia decisione malgrado la protesta degli uni, coloro che avevano pagato l’intera giornata ai bagni e soprattutto gli altri privati del finale della storia. Ai primi il proprietario offre un ingrsso gratuito per l’indomani e ai secondi, sempre per il giorno dopo, il racconto dettagliato che il suo bagnino fidato, unico autorizzato a restare nella torretta di avvistamento, avrebbe con dovizia di particolari rivelato.
Così, tutti cominciano, seppure a malavoglia, le operazioni di evacuazione della spiaggia. Si rivestono e coprono ogni centimetro di carne nuda indossando da prima mutandine e costumi, poi le camiciole e i bermuda. Sono stati autorizzati a lasciare i giochi di mare sotto gli ombrelloni con l’assicurazione del proprietario a prendersene cura. Da nudi che erano, integralmente e naturalmente dal momento che il lido in questione lo permetteva, tollerando chi non se la sente di varcare la soglia della propria totale nudità lasciandosi indosso il costume, raggiungono mesti chi la propria stanza d’albergo chi le bianche camere con vista sul golfo dei poeti, quasi increduli di come un semplice prepuzio li abbia di colpo riportati ad un’epoca felice e illusoria, come i riflessi sulle onde del mare.
Vorrei raccontare di un uomo che, addormentato su un lettino da spiaggia, non si accorge di sé. Non può rendersi conto, perché dorme un profondo sonno, dell’erezione che sta avendo, visibile e impertinente per quanto involontaria e dunque irresponsabile. Dapprima castigato dal costume, insolito per questi lidi, poi evidenziata dalla fuoriuscita del prepuzio a cielo aperto. Un dettaglio nello sterminato paesaggio marino, in grado di scatenare una reazione incontrollata e maldestra, una reazione anticipata dell’eletto. In una spiaggia di nudisti.
Nota al racconto
Il racconto fa parte di un progetto di scrittura chiamato taccuini. Lo scrivo a penna su un quadernetto e, dopo averlo trascritto, lo regalo a una persona che amo. In questo caso l’ho lasciato a mio fratello Geppi con la speranza che tra una cinquantina d’anni una sua nipote potrà venderlo e acquistare una casa a Lerici. effeffe




Egitto

Permunian letterato aristocratico, dunque? Forse semplicemente letterato che ne va del suo essere letterato, del leggere il mondo con occhi da letterato, e di quel mondo essere “sfregiatore”. “Lei non è uno scrittore da portare al Campiello o nella buona società letteraria, se ne faccia una ragione, – lo apostrofa un funzionario editoriale – lei è un teppista da latrina!”. Sì, perché il sogno di Permunian sarebbe scrivere versi sui muri di un vecchio bagno della stazione di Desenzano, località dove abita. Trasformarlo in un gabinetto delle frasi d’autore, un posto dove ci si rifugia “quando i rumori e le voci diventano insopportabili”, un posto che sia boudoir ferroviario-filosofico, fabbrica e alcova delle sue macchine mentali. Insomma, sembra che Permunian ce l’abbia con tutta l’umanità: con i baroni universitari, con il padre della sfortunata Carmen Barriento, con i preti spretati della Casa dei Gentili, con i vecchi compagni di scuola, con i fantomatici editor affermati, con Zefirina la zingara, con il criminale nazista dalla voce di femminuccia. Eppure non tutto è negatività, il mondo di Permunian è popolato anche di persone e fantasmi positivi. Poeti soprattutto, ossia sognatori come lui, inoltre scrittori artisti pittori filosofi intellettuali, tutti confinati al di fuori della celebrità ma all’interno della cultura: Andrea Zanzotto, Lucio Piccolo, Cioran, Sebald, Bruno Schulz, Robert Walser, Pasolini, Mario Giacomelli, Sergio Quinzio, Maria Corti, Angelo Fiore, Guido Cavani, Antonio Delfini, Silvio D’Arzo, Dolores Prato, Lucio Mastronardi, Amedeo Giacomini, Umberto Bellintani.



Calcolo di aver posseduto sette computer primari. Il più vecchio dei file, Tesina.doc, storicizzato in un’era che precede l’avvento di Berlusconi e la morte di mia madre, ha compiuto sei traslochi e ancora “è”.







Pure Brunetta, la ragazza che lavorava da mia madre, bella mora con due tette generosissime, stravedeva per lui. Per lui e Boninsegna. Brunetta tifava l’Inter. Anche sua sorella Nicoletta tifava Inter, ma le piaceva Bordon. Ricordo che partivano i mercoledì di coppa con i loro fidanzati e seguivano la squadra dovunque. Non capivo, dall’alto dei miei pochi anni, come potessero, quei ragazzi, permettere alle fidanzate di andare a vedere giocatori di cui erano palesemente innamorate, e di cui tenevano spudoratamente i poster in camera. A volte Brunetta, quando tornava da qualche vittoriosa trasferta europea, diceva che forse Bonimba era più bello di Franco Gasparri, ma la cosa durava solo un giovedì, perché poi il venerdì tornava a sospirare sulle pagine dei fotoromanzi insieme alle clienti. A volte Brunetta mi diceva che da grande mi avrebbe sposato, nonostante Franco Gasparri e Roberto Boninsegna, e se mi lavavo i capelli in negozio era lei che me li asciugava, e questo era sicuramente un segno d’amore. Ma devi sbrigarti a crescere, concludeva. Io guardavo mia mamma per vedere se aveva sentito, come a farle intendere che stava a lei aiutarmi in quell’impresa, e mia madre ogni volta rideva e faceva sì con la testa, e diceva sempre chissà che fila di donne ci sarà che ti vorranno sposare. Io mi gonfiavo di orgoglio maschio, ché pure le clienti facevano sì con la testa e le davano ragione e mi sorridevano, e Franco Gasparri mi sembrava meno pericoloso, e certe volte ho pensato pure che saremo diventati amici e che ci saremo divisi equamente le fidanzate, perché i grandi uomini sono pure generosi.