Cara Giulia,
quando penso a te e a me mi viene in mente uno strano collage che forma due donne. Tu col tuo lavoro, e io col mio. Mi viene in mente, a pensare questo, che abbiamo una grande responsabilità verso chi oggi un lavoro non ce l’ha, o rischia di perderlo (a dire il vero anche io ho un contratto a progetto, come sai, ma sono serena e fiduciosa nel futuro). Abbiamo più o meno la stessa età. Siamo nate nello stesso periodo, ma siamo cresciute in maniera diversa. Qualcosa però nonostante tutto ci ha accomunate. Gli anni Settanta in cui siamo nate, l’amore per i libri, i nostri padri. Tuo padre è stato minacciato dalle Brigate Rosse, mio padre nel 1978 rischiava la pelle mentre faceva il suo lavoro, chiamato a presidiare come poliziotto le strade di Roma, nei giorni del rapimento Moro. Chiamava ogni sera, per fare sapere che era vivo.
In questi giorni dove per fortuna l’unico piombo è quello della carta, quegli anni in cui siamo nate sono stati evocati più volte. Io, a parere di alcuni, sono stata una terrorista a fare il tuo nome: non ho lanciato una bomba, ho lanciato una frase. Che in un paese attinto da venti anni di televisione spazzatura e di risse in tv si è trasformata in una slavina. Non mi sento vittima per le offese dozzinali e volgari, per le sentenze alla sottoscritta costruite sui sentito dire: è stato detto che sono un’idiota, una cretina, una prezzolata dal PD, una forcaiola. Qualcuno ha anche scritto che, a guardarmi bene, Lombroso non aveva tutti i torti. In quel famigerato intervento a “Le parole dell’Italia giusta”, mai concordato con nessuno, ci tengo a ribadirlo per l’ennesima volta, ho citato una tua intervista di qualche anno fa, in cui tu dicevi di essere stata assunta a 23 anni. All’epoca non eri neanche laureata, e come tanti altri che non l’hanno detto ma l’hanno pensato, sono rimasta sconcertata.
Non voglio più entrare in merito a questo caso velenoso e stupido, buono a togliere l’attenzione dal quasi milione di precari presenti in Italia e a dare la scusa per parlare sui giornali dell’ultimo scandalo piuttosto che dei problemi che stanno affossando questo paese. Per questo motivo non ti chiedo scusa (così come non chiederò le scuse di chi mi ha strumentalizzata e ricoperta di insulti in questi giorni), ma ti dico grazie. Grazie per avermi aiutata a riportare in primo piano questo problema drammatico.
Proprio oggi è uscito un comunicato sulla trattativa in corso per 51 precari in Mondadori. Bene. Augurandomi che queste assunzioni prevedano un’ effettiva acquisizione dei diritti impliciti in un contratto a tempo indeterminato, mi viene in mente che nell’azienda dove lavori, in tutto il gruppo editoriale Mondadori intendo, la Rete Redattori Precari di cui faccio parte ha rilevato un numero di precari ben maggiore. Uomini e donne che da anni lavorano in azienda ricoprendo diverse mansioni, donne e uomini meritevoli se un’azienda così importante si è avvalsa del loro lavoro per lungo tempo. Molti di loro avevano un contratto a progetto. Con la legge Fornero, come sai, questi contratti sono arrivati a un punto di svolta: o l’assunzione, o la consulenza tramite partita iva, o il licenziamento senza nessun paracadute sociale, che sai meglio di me che se un contratto a progetto non viene rinnovato non è previsto nessun TFR e nessun sussidio di disoccupazione.
Ieri i tweet di Monti cinguettavano ottimi propositi per i giovani, il lavoro e la meritocrazia. Ottimo, cara Giulia. Qualcosa mi dice che in tutto questo ci sia il nostro zampino. Tuo, tirata tuo malgrado in questo “catfighting” come l’ha definito qualcuno (e devo dire che in questi giorni di politici e cani non mi dispiace questa definizione) e mio, che comunque sto ancora sentendo dei bei sassi planare sul mio scudo.
Mi dispiace sinceramente per gli inconvenienti che ci sono arrivati addosso da questo strano caso, ma vedo che tu stai bene, che la tua reputazione ne è uscita rinforzata, e anche io ho ricevuto un tale calore e incoraggiamento da tanti, per quell’intero discorso, che ogni mattina invece di svegliarmi preoccupata sorrido, e sono quasi felice a vedere che questo paese non è morto e ottuso come ce lo dipingono.
Pensavo che tanta disattenzione alla vita quotidiana della gente avesse ucciso definitivamente la partecipazione, e invece riscopro con gioia che la gente interviene, dice la sua, addirittura in molti mi hanno detto che torneranno a votare, nonostante tutto.

Cara Giulia, dobbiamo fare un altro passo, un passo importante. So che per entrambe non è facile conciliare tanto lavoro con l’impegno, ma chi fa cultura in un modo o nell’altro prima o poi è chiamato, per forza, a fare qualcosa per quel paese che ci ha dato istruzione e possibilità.Facciamo in modo che queste possibilità siano per tutti. Che tutti abbiano la loro chance. Che sia davvero, e senza nessuna ombra, un paese democratico basato sul lavoro.
Dobbiamo ridare fiducia a questo milione di persone, che si stanno avvicinando pericolosamente alla soglia dei quarant’anni, quella soglia che un mercato del lavoro spietato ha segnato come il punto di non ritorno per guadagnare uno stipendio ed essere quindi dei liberi cittadini, capaci da soli di pagarsi un affitto e mantenere una famiglia. E non possiamo deludere quegli altri che ogni giorno, appena usciti dalle università, ci chiedono come si fa a entrare in questo mondo incantato dell’editoria. Verso di loro abbiamo una responsabilità ancora più forte. Non dobbiamo illuderli, e allo stesso tempo non dobbiamo deluderli.
Sappiamo entrambe che la flessibilità, nell’anno di crisi 2013, è indispensabile. Lavoriamo ogni giorno a fianco di situazioni difficili. Conosciamo entrambe persone che in questi mesi hanno perso lo stipendio. Dobbiamo lavorare anche per loro. Esercitare la nostra posizione per riportare ogni giorno sui giornali e nel quotidiano queste storie. Senza vittimismi (ecco, se c’è una parola che mi ha colpita di quelle che hai usato parlando di me e che non mi appartiene è proprio questa), mediando con chi può migliorare le condizioni dei nostri colleghi, rendendo il linguaggio difficile del mondo del lavoro alla portata di tutti. Spronando i numerosi intellettuali che conosciamo a tenere alto un dibattito civile e costruttivo sul valore della cultura pubblica e dell’uguaglianza sociale, a ricordarla e praticarla ogni giorno.
Così ho pensato che sarebbe bello davvero, se ci fossi anche tu sabato prossimo ad un incontro pensato proprio per i lavoratori precari. Si chiama “Alta Partecipazione”, l’ha organizzato un gruppo di associazioni che da più di un anno si batte per una flessibilità giusta, per dare stabilità a tutti ma senza perdere i nostri diritti. Perché il lavoro è cambiato, e bisogna dare a tutti quanti i mezzi per conoscerlo e interpretarlo meglio. Perché non esistano più partite iva con un solo committente uccise dalle tasse, perché non si chieda più alle persone di lavorare dodici ore al giorno senza neanche lo straordinario, perché la maternità sia una gioia e non un problema.
Dobbiamo spazzare via questa rabbia, questo sconforto.
Alta partecipazione è una bella occasione. Potremo finalmente conoscerci, riappacificare gli animi, partecipare attivamente a un dibattito portato avanti da un anno in maniera produttiva. Al momento l’unica forza politica che ha aderito è appunto il PD, ma sarebbe bello e auspicabile, visto che il lavoro è un diritto di tutti, a destra e a sinistra, che anche le altre forze politiche partecipassero.
Bene, è tutto. Non ti rubo altro tempo in questo lunedì pomeriggio.
Spero di vederti a Roma. Lo so che stai a Milano e che il tempo libero è poco, ma sarebbe davvero un segno di qualcosa di nuovo, di diverso rispetto agli spettri degli anni in cui siamo nate e che a qualcuno è tanto piaciuto rievocare, a sproposito.
Conto su di te. E perdonami se questa è una lettera aperta, ma non c’è niente da nascondere tra noi. Non più.
Ti aspetto sabato prossimo, al Centro Congressi Frentani, a Roma.
Un saluto, e intanto buon lavoro, a te e a tutti.
























