di Leonardo Palmisano
I miei figli sono morti.
Ci penso tutti i giorni, quando cammino lungo il fiume mentre vado in ufficio, e passo davanti alla scuola materna, e vedo i figli degli altri scendere dalle macchine e salutare con un bacio il papà che li ha accompagnati.
Li osservo finché qualcuno incrocia il mio sguardo: non mi piace che si accorgano di me. Mi volto verso il fiume e proseguo, e mi pare che nella mia testa tutto diventi freddo, ghiaccio, e che debba essere così in eterno. Poi, lentamente, ogni cosa torna quasi come prima.
Alcuni minuti dopo mi siedo alla mia scrivania e comincio a lavorare.
Leggo e scrivo per otto ore, più o meno. (Non serve entrare nei particolari.) Per farlo mi danno seicento euro al mese. Ho degli amici che per lo stesso lavoro prendono cinquecento o settecento euro. Per i più bravi – e i più fortunati – si arriva a ottocento. Si sentono felici. C’è anche chi non vede un soldo per sei mesi e spera che prima o poi gli facciano un contratto, che non lo caccino per far posto a un altro.
Non sempre la speranza si avvera.






