di Giacomo Sartori
Il suo concetto di amica era molto particolare. Per lui ogni ragazzetta che passava per strada era una sua potenziale amica, per non dire già un’amica di vecchia data. Era la prima volta che la vedeva, e molto probabilmente sarebbe stata anche l’ultima, ma per lui il legame era ormai indissolubile, si trattava solo di passare ai fatti. Bionda, bruna, piccola, stangona, seriosetta, oca giuliva, occhialuta, senza occhiali, pretenziosa, aveva dei gusti ampissimi. Se fosse stato per lui si sarebbe gettato seduta stante a stringerle la mano, si sarebbe fatto una delle sue sudate. Un cagnetto eccitato in confronto a lui era un pezzo di ghiaccio, un gentleman inglese. Non avevo mai visto una maleducazione e una sfrontataggine del genere. E poi il selvaggio ero io, secondo mia madre.
Lui però vedeva le cose altrimenti. Se la prendeva ogni volta con me. Mi diceva che era tutta colpa mia, se non aveva potuto fare conoscenza con questa o quella sua amica. Non mi ero impegnato, avevo fatto tutto il contrario di quello che avrei dovuto. Ero troppo timido, troppo imbranato, troppo timorato da dio. Il mio ideale erano in fondo ancora le innocenti coccole delle maestre dell’asilo. E per di più mi ero intestardito su una sola persona, come se vivessimo in un paese socialista con un unico tipo di vodka sugli scaffali. Ero un vero e proprio impiastro.






di Massimo Gezzi

