di Marco Rovelli
Gli anarchici, a Torino, sono un elemento di disturbo. Forte. Un virus inoculato nelle arterie della città, che mostra l’esistenza di una società non pacificata. L’accanimento nei loro confronti, perciò, non stupisce. E’ facile immaginare un sospiro di sollievo all’interno delle stanze della politica – di tutto l’arco politico, indistintamente. Essi rappresentano, e sono, il rimosso che affiora: scomodo, inopportuno. E non gentile. Il rimosso che affiora non è, né puoi mai esserlo, gentile.
Gli atti contestati agli arrestati sono risibili in quanto capi d’accusa tali da meritargli un soggiorno alle Vallette in isolamento. Non possono leggersi se non come rifiuto di una militanza politica la cui grammatica non è accettata né accettabile. Due degli arrestati – Andrea Ventrella e Fabio Milan – lo scorso anno avevano subito la misura, genealogicamente fascista, della sorveglianza speciale, per la loro “pericolosità sociale”.







Di seguito il terzo intervento della rassegna Sguardi a perdita d’occhio. I poeti leggono il cinema. L’introduzione e gli altri interventi si posso leggere 



