di Giacomo Sartori
Mio figlio ha trentatré anni, è ormai un adulto. È stato concepito nel millenovecentosettantacinque, l’anno della fine della guerra del Vietnam, della torbida agonia di Francisco Franco, della maggiore età a diciotto anni e della parità giuridica tra i coniugi, della morte della terrorista Mara Cagol, del sangue sui marciapiedi, dell’esecuzione su uno sterro sporco di Pasolini. L’anno in cui sono uscite di produzione la Cinquecento e la Citroen DS, e in cui ha cominciato a volare il supersonico Concorde. Non so perché tutti citano sempre la data di nascita, come se fosse l’unico punto fermo, quando invece quello che conta davvero è il concepimento, a cui fa seguito la poi rimpianta vita intrauterina. Lui è stato concepito in un anno in cui sono successe molte cose, non tutte limpide, e certo proprio per questo è un iperattivo inquieto, una di quelle persone che manco a farlo apposta sono presenti quando succede qualcosa di raccapricciante. Lo fa anche per lavoro, ma è innanzitutto un richiamo di pelle: per avere la sensazione di esistere ha bisogno di sentirsi nei muscoli i pizzicottini dell’adrenalina. Terremoti, naufragi, tamponamenti automobilistici a catena, rapine, stragi: lui passa sempre di lì.










