Alla conferenza stampa che precedette l’inaugurazione della mostra su Christo e Jeanne-Claude, allestita pochi mesi fa al Museo d’Arte Moderna di Lugano, la maggior parte delle domande rivolte dai giornalisti alla celebre coppia di artisti concernevano la suddivisione dei ruoli. Sebbene siano ormai trascorsi più di dieci anni dalla dichiarazione pubblica in cui entrambi rivelavano l’assoluta condivisione di tutte le scelte creative dei loro progetti, dal concepimento fino alla realizzazione, ancora persiste il pregiudizio di voler assegnare alla moglie dell’artista bulgaro il sessista e riduttivo compito di musa ispiratrice, tutt’al più dandole atto di possedere una certa abilità nello sfruttare appieno le potenzialità dei mezzi di comunicazione e nel suscitare consenso e reperire finanziamenti per le idee del marito. Il riconoscimento della paternità congiunta di quei lavori, che risaliva già agli 60, fu molto tardivo perché – come ebbe a dire Jeanne-Claude – “sarebbe stato difficile cercare di spiegare che si trattava di opere d’arte fatte da due artisti”, oltretutto legati pure sentimentalmente.
Chi non lavora non fa
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La legge 30 e il nuovo corso politico: quali prospettive sul lavoro precario?
di
Ignazio Riccio
Circa tre anni fa entrava in vigore la legge 30, conosciuta da tutti come legge Biagi, una normativa che continua a far discutere poiché ha dato un nuovo volto al mondo del lavoro in Italia.
Fare delle riflessioni sulla legge 30 è d’obbligo, visto che non ha migliorato le condizioni professionali e sociali dei lavoratori atipici, anzi in molti casi le ha peggiorate.
Lovehoudini, e altre
(Sono uno scrittore che talvolta scrive versi, ma solo per pigrizia. FK)
LOVEHOUDINI
1. le tue mutandine nere
traforate
escono come il coniglio
dal cilindro di una borsa
di pelle;
Seminario Internazionale sul Romanzo (SIR)
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La sindrome di Schwob
Finzione e documento nel romanzo
(…) Una domanda sembra essere al centro di questo momento estetico: perché l’arte per essere tale ha sempre più bisogno di «realtà»? Perché il «documento» concorre in misura così invasiva alla creazione? Un tempo non molto lontano il romanzo inglobava il saggio. Oggi, sembra avvenire il contrario. Mi chiedo: ciò dipende dal fatto che la nostra percezione fantastica del mondo si sta sempre più indebolendo, o meglio, è sempre più oppressa e sterilizzata dalla percezione documentaria dei fatti, delle informazioni, tanto che non riusciamo più a concepire un romanzo come una finzione?
Il bandito della Barriera
(Ieri è stato pubblicato un breve pezzo su Pietro Cavallero. Ecco una nota del regista del documentario sul famoso criminale, dal titolo “Il bandito della Barriera”. FK)
La prima volta che sentii parlare di Piero Cavallero e di quella che tutti chiamavano la “ Banda Cavallero “, fu una sera del 25 settembre del 1967, il giorno della tragica rapina di Milano, quando durante la sparatoria che ne conseguì con la polizia, morirono 4 persone e altre 20 rimasero ferite.
Tre avvicinamenti alla vertigine
di Christian Raimo
1.
C’era una volta in America di Sergio Leone è stato per me “un film primario”. Una delle poche volte che con mio padre ci dicemmo qualcosa che andò aldilà delle nomali pratiche educative. Come esistono le scene primarie, mi ricordo i sentimenti che provai la prima volta che vidi C’era una volta in America in televisione, nel salotto di casa, insieme a lui mio padre, mia sorella e mia madre. Era un film che possedeva già un valore, interno nell’economia domestica. I miei, che in genere uscivano poco, andavano al cinema o a cena fuori rarissimamente, un giorno di qualche anno prima ci avevano lasciato a casa con una baby-sitter perché erano stati invitati all’anteprima a Cinceittà, con Sergio Leone, e Robert De Niro venuto apposta dagli States. (Mio padre ha lavorato per trentott’anni nel cinema, ma è stato completamente alieno da qualsiasi forma di mondanità).
Tira al camion!
Pietro Cavallero, il bandito della Barriera di Torino, il compagno, quella specie di Pancho Villa motorizzato che tentava la rivoluzione con la pistola spianata davanti alle banche e agli uffici.
Una Risata vi disseppellirà
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http://www.mostradellasatira.com/
Storia d’Italia nel pennino della satira
Museo dell’Automobile di Torino
dal 15/12 2006 al 25/2/2007
10, 100, 1000 VIGNETTE
(testo introduttivo al catalogo)
di Dino Aloi e Paolo Moretti
La satira, per assurdo, è qualcosa di serissimo. Ha infatti, anche in Italia, una lunga storia che inizia con la comparsa delle riviste nel 1848 e continua, tra alti e bassi sino ai giorni nostri. La satira è un modo di raccontare ed interpretare la realtà, il quotidiano, che con il passare degli anni viene consegnato alla storia esattamente come il fatto che rappresenta e ne diviene, suo malgrado, documentazione e testimonianza del fatto stesso contribuendo, a volte in modo determinante, alla miglior comprensione di un personaggio o di un accadimento quando ormai questi sono lontani nel tempo e la memoria non potrebbe più colmare la lacuna.
Una modesta richiesta
di Christian Raimo
È difficile criticare l’amministrazione veltroniana proprio sulle politiche culturali non correndo il rischio di sembrare elitari, bastian contrari, inutilmente polemici. Dalla Festa del Cinema alla Notte Bianca al Festival delle Letterature a Massenzio ai concerti al Colosseo alle varie Case (del jazz, della letteratura, del cinema, dei bambini…), l’immagine di Roma, l’offerta di iniziative, e soprattutto l’indotto economico legato alle manifestazioni culturali parla da solo. E dice: crescita, internazionalità, trasformazione. Le due giunte Rutelli prima e le due Veltroni ora, tutte sotto l’egida di Gianni Borgna, hanno cercato di espandere all’intero anno solare la formula dell’Estate Romana che fu di Nicolini. Un modo per trasformare una città a fortissima vocazione provinciale e paesona in qualcosa che assomigliasse, almeno sulla carta, a una metropoli.
Juke box/La ballata del Cerutti
(Parlato)
Io ho sentito molte ballate
quella di Tom Dooley
quella di Davy Crockett
e sarebbe piaciuto anche a me
scriverne una così
invece… invece niente
ho fatto una ballata
per uno che sta a Milano
al Giambellino
il Cerutti, Cerutti Gino
Porrajmos – L’annientamento
a Kornel, deportato in Romania
di Marco Revelli
Quasi tutti sanno (o dovrebbero) cosa sia la Shoà. Pochi invece, quasi nessuno, cosa voglia dire Porrajmos. È il termine che in lingua romané significa «distruzione », anzi «qualcosa di più» – come spiega Giorgio Bezzecchi, il rom hervato che ha tradotto per Fabrizio De André le ultime strofe di Khorakhané -: «devastazione», «divoramento », comunque ««annientamento ». Sta a indicare lo sterminio degli zingari, Rom e Sinti, per opera dei nazisti e dei fascisti, nei luoghi – Auschwitz soprattutto – che a stento, e di malavoglia, la nostra memoria contemporanea accetta di ricollegare alla tragedia dei nomadi europei preferendo tenerli segregati in una terra di nessuno della storia, esattamente come ne tiene segregati i discendenti nelle tante terre di nessuno delle nostre periferie urbane.
Due ballate eretiche
di Francesco Marotta
DOPO LO TSUNAMI (CANTO PER LA NOTTE DI CAPODANNO)
rovine aperte al nulla del risveglio
aborti di rose nel grembo umido dell’alba
che rampica latrine e
accende lumi su terre di naufragio –
un faro
dove solitario frange
il canto veggente dell’onda
l’eco che dilegua
del suo piumato alfabeto di semi
la schiuma che resta
un attimo e non dura…
Uno zero, il venticinque
di Giorgio Vasta

Il 25 dicembre del 1956, Robert Walser esce dall’istituto per malattie nervose di Herisau, dove vive dal 1929 trascorrendo parte del tempo a piegare sacchetti di carta, dormendo in una camerata da dieci letti. Va a fare una passeggiata. Fa spesso passeggiate, gli piace. Esce alle 12,30, ritorna dopo un’ora. Ritorna sempre puntualissimo. Durante il periodo trascorso in istituto, ventisette anni, Robert Walser non si rivela particolarmente socievole. Ha le sue abitudini, un suo modo preciso di organizzare il tempo e di contarlo. Lo stesso fa con lo spazio fisico, quello intorno a lui. Lo organizza, lo conta, lo studia, se ne assume la responsabilità. Se qualcuno gli si avvicina troppo, Walser, perentorio, esclama: “Gönt Sie wäg!”, Se ne vada!
Repetita Iuvant / Giorgio Agamben vs Amnistia
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Erano alcune settimane che avevo voglia di dire anzi urlare:no. Da più parti mi arrivano segni – sintomi?- addirittura libri, di Restaurazione. Scrittori , peraltro stimati, partecipano all’ambaradan dello scandalo gridato sui giornali e provocato dalla rimessa in libertà dopo trent’anni di galera – e mi chiedo quante settimane, giorni, ore, minuti facciano trent’anni – di ex terroristi. Ho sempre lottato per l’amnistia, e ho partecipato a manifestazioni, incontri, firmato appelli, quello per Cesare Battisti o Paolo Persichetti, per Toni Negri o Scalzone (Oreste).
E non si hanno nemmeno prove concrete del loro pentimento– essi scrivono. La parola pentito mi addolora, quando non è uno stato interiore, un sussurro o un grido, da sè a sè, e diventa invece la prova fondante della buona coscienza, magari da dire in conferenza stampa, davanti a un giudice o a Porta a Porta…
Il pentimento non fa parte dello stato di diritto. Come diceva un filosofo, non Marx, la legge morale dentro di me…
Per questo Natale ho un solo sogno: Amnistia, e un cielo stellato, fuori, di tutti. Vittime e carnefici.
Francesco Forlani
Cattive memorie
di Giorgio Agamben
La classe politica italiana rifiutando l’ipotesi dell’amnistia per i reati degli anni di piombo si condanna al risentimento: ciò che dovrebbe essere oggetto di indagine storica viene trattato come un problema politico di oggi.
L’orizzonte si era appena schiuso
L’orizzonte si era appena schiuso quando nelle pianure del sommo cielo spuntarono gli esseri misteriosi che chiamiamo il sacro Amenominakanushi, il sacro Takamimusuhi e il sacro Kamumusuhi, tre, solitari, invisibili. Fra terre informi come grasso sull’acqua e alla deriva come meduse, da creature simili a germi di giunco spuntarono il sacro principe Umashiashikabi e il sacro Amenotokotachi, entrambi altresì solitari e invisibili. Cinque esseri sacri di un mondo separato.
Cerca di ascoltare anche chi tace
di Sergio Garufi
Tutte le storie d’amore felici si assomigliano, ogni storia d’amore infelice è infelice a modo suo. Se sia il principio di individuazione, l’estrema consapevolezza di sé, a farci sentire estranei agli altri, o, più banalmente, se sia la snobistica arroganza del vittimismo a indurci a credere che il nostro dolore non possa essere condiviso, a impedirci di riconoscere la sostanziale identità del destino di ciascuno, questo Tolstoj non lo spiegò nella sua Anna Karenina. Come la scrittura ebraica, che non possiede vocali perché esse vanno integrate nell’atto della lettura, la grande letteratura è sempre un po’ sibillina, preferisce l’allusione all’espressione ed esige un interlocutore che colmi gli spazi vuoti e partecipi alla costruzione del senso dell’opera.
Sostila o Berolda balla
Era notte fonda quando una donna, di ritorno a Sostila, sentì all’improvviso provenire voci e musica dalle finestre aperte di una vecchia casa abbandonata. Curiosa, entrò e con suo grande stupore si trovò nel bel mezzo di una festa da ballo. Gli uomini vennero subito a invitarla e lei non si fece pregare due volte. Ballò sfrenatamente tutta la notte finché, verso l’alba, una voce le sussurrò all’orecchio di smettere: i morti sarebbero troppo deboli per una donna giovane e forte come lei…
Buon compleanno, mostro
Da ieri ha 90 anni. Non li dimostra per niente. Sì, ha detto che attende la fine, che ha perso il gusto. Forse scherzava; per allontanarla ancora e ancora, la Baldracca.
La giornata del rabbioso
di Franz Krauspenhaar
(Da un fortunato “format” di Gianni Biondillo)
Sono pieno di rabbia come un cane: pape satan pape satan alane.
Il mondo è immondo: mai mondato di vizio, l’unico sfizio è il mio telecomando.
Per calmare i miei nervi il professore – m’ha dato il cadaverilene malmostato; ne ho preso assai, fino all’ esaurimento: ora, di male in peggio di così si muore.
Vogliono seppellire da ateo Welby: per questo fatto m’incazzo come Humphrey.
Anteprima Sud: Renata Prunas vs Anna Maria Ortese
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Anna Maria e gli anni della Nunziatella
di
Renata Prunas
Gli anni della Nunziatella iniziano nel 1945.
Tornati a Napoli, dopo gli anni difficili vissuti da sfollati, inseguiti dai bombardamenti e dai rastrellamenti a tappeto dei ‘traditori italiani’, da parte dei tedeschi in ritirata, La Nunziatella apparve a tutta la famiglia come un meraviglioso, inespugnabile e solido ‘Castello’, nascosto in cima ad una strada dal nome più che rassicurante: Monte di Dio!
Tutto evocava finalmente una protezione e forse un po’ di serenità.
Si lasciavano a valle strade devastate, ostruite da interi palazzi in macerie e la città ridotta ad un “paesaggio con rovine”, come la definirà lo scrittore Samy Fayad.
Annunci di lavoro
[Severino Colombo, giornalista freelance, in questo periodo di scioperi a singhiozzo dei giornalisti, mi delizia di tanto in tanto via email con questi suoi annunci di lavoro. Gli ho chiesto il permesso di renderli pubblici. Nel caso qualcuno gli trova un impiego poi mi da la percentuale! G.B.]
Giornalista specializzato in lavori irregolari e sottopagati si offre per ogni tipo di articoli, inchieste e interviste. Tutto senza fare mai troppe domande e senza chiedere di essere pagato (mail: Ctrl_C@Ctrl_V.it)

