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TAV, Val di Susa e Corridoio5 (1)

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di Maria Luisa Venuta

A Margine
Le vicende della Val di Susa ci interrogano profondamente su quali siano i meccanismi che hanno portato allo scontro fisico tra le forze dell’ordine e i valligiani. Il presidio e il blocco dei cantieri sono stati considerati l’unica via possibile per far sentire la voce dei cittadini alle istituzioni. E’ grave. Molti hanno rivissuto le giornate del G8 di Genova 2001 che sono scolpite nella memoria cellulare di chi c’era e di chi attonito inseguiva le notizie sulle reti televisive italiane ed estere.
Tra il G8 di Genova e il blocco dei cantieri della TAV della Val di Susa ci sono profonde differenze.

IN-SEGNARE 2

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prosegue la con-versazione con Tina Nastasi

Ant
Mi sembra che uno dei fuochi del problema arda – anche nei commenti alla prima razione – attorno all’evocazione di Socrate. La capacità di aiutare il richiedente a mettere in luce il suo pensiero, perfino malgré lui, ha un fascino straordinario. Non v’è dubbio, mi sembra, che anche il Socrate che ci viene restituito dalla penna di Platone non esiti ad “indirizzare” opportunamente l’interlocutore per una strada o per l’altra. Quanto pesa quest’operazione sull’insegnante e quanta è la manovrabilità delle menti dei concreti preadolescenti romani?

Ti
Bisogna che ci mettiamo d’accordo in che senso intendere la metafora delle “strade”. Nell’uomo convivono, piuttosto poco pacificamente, due tipi di tensione che danno vita a due mondi: uno personale, riservato, a cui gli altri non hanno diritto di partecipare, in breve quello privato; l’altro che riguarda l’intera collettività, in altre parole quello pubblico. La tensione privata si esprime secondo ragioni singolari che possono essere comprese, che non devono necessariamente essere condivise, ma che vanno massimamente rispettate: ogni decisione di intervento sulla vita privata di un essere umano deve essere presa con la più profonda cautela e onestà intellettuale e l’intervento stesso essere condotto con la più elegante delicatezza affettiva.

Statistiche di novembre

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I dati sull’attività del sito Nazione Indiana lo scorso novembre: numero di articoli, pagine viste e un confronto con i siti affini nella rete italiana.

Nel camminare accanto. Piccola Fabrica per Biagio Cepollaro

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Postfazione a Fabrica, Zona Editrice, 2002.

di Giuliano Mesa

1. Un libro di transizione e di crisi, scritto fra il 1993 e il 1997, che Cepollaro pubblica quando la crisi, la frattura, è diventata ormai accoglimento, non più rifiuto, del passato, e quando la transizione si è già spostata, di un lustro ancora, oltre i Versi nuovi. Escludendo la sezione prima, Come un prologo, datata 1989-1991, che ha funzione di cerniera rispetto alle prime due ante del trittico De Requie et Natura (Scribeide, 1985-1989; Luna persciente, 1989-1992), questa Fabrica comincia nell’anno in cui la vicenda del Gruppo 93 si conclude.

Autobiografi con nome e cognome

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di Franz Krauspenhaar

Se è vero che l’autobiografismo, in letteratura, è croce molto più che delizia di ogni scrittore che voglia trascendere il puro gusto di narrare storie un tanto al chilo con poca o nulla messa in gioco di se stessi, nel secolo da poco passato a miglior vita – quella delle antologie, della storia- si sono riscontrati significativi esempi di scrittori che dell’autobiografismo hanno fatto una bandiera, perlopiù sbrindellata e senz’altro scomoda; e tre dei maggiori del secolo sono stati nei loro libri “io narranti” che si presentavano al lettore anche nelle loro narrazioni con quel tanto di nome e cognome già presente in copertina.

La mia rivoluzione mancata

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di Franco Arminio

ogni tanto mi chiedo
come sarebbe la mia vita
se ti potessi abbracciare.
la tua bocca le tue mani
sono la mia rivoluzione mancata.
veramente non capisco
perché il tuo corpo con me
è così retrivo e reazionario.
non capisco neppure le poesie
che ho scritto e tutta la bellezza
che ho tentato per convincerti
che ti volevo.
da stamattina mi sento strettissimo
nella mia prigione
scrivo e respiro a vuoto
perché la carne vuole la carne
e io qui faccio il fantasma
mentre nel buio di dicembre
e dentro la mia pelle
si ripete l’amoroso crimine
della tua assenza.

Odio la guerra, detesto gli eserciti, amo Franchini

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di Giovanni Choukadharian

Una roba curiosa di Antonio Franchini è che ha un agente letterario, o meglio si fa rappresentare da un’agenzia. Che bisogno può averne, un direttore di collana per Mondadori – cioè, della collana di narrativa più importante d’Italia – e uno scrittore di cui, in 15 anni quasi di produzione, nessuno ha mai scritto meno che benissimo? Questa domanda è buona per la prossima intervista. Intanto, senza nessun battage, privo di campagna preventiva à la George W. Bush, è uscito in settembre questo oggetto letterario non identificato. Romanzo o racconto non pare; somiglia a un reportage, ma per esserlo è troppo lungo; potrebbe passare per un illustrato, se le magnifiche foto di Pietro Pompili fossero un po di più e magari meglio stampate. In sostanza, con Franchini si pone sempre lo stesso problema: com’è che può piacere del materiale così inclassificabile? Forse questa è una delle ragioni. I libri di Franchini (in avanti, LdF) non somigliano a niente altro che circoli oggi da queste e altre parti. Un altro motivo buono è la forza della scrittura.

Microconsiglio sull’insulto

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di Andrea Inglese

Da noi, in Italia, se avete un vicino di casa africano d’origine, che non vi è particolarmente simpatico, potete dirgli o “pirla” o “stronzo” o “sporco negro”, scegliendo in modo casuale fra questi tre insulti “comuni”. Per essere veramente equanimi, poi, potete dare dello “sporco negro” anche al vicino finlandese, dai capelli rossi, se anche lui non vi sta simpatico. Quanto al vicino d’origine ebrea, non vi consiglio però di chiamarlo “sporco ebreo”. Potrebbe infatti darsi, nel frattempo, che la giurisprudenza patria abbia fatto entrare gli ebrei nel novero degli essere umani, uguali a tutti gli altri e con gli stessi diritti degli altri. Quindi, al vicino di origine ebrea che vi sta antipatico, limitatevi all’innocuo “sporco negro”.

Debord 4

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Questa è la quarta – e ultima – razione di Guy Debord, La società dello spettacolo che metto in rete. Con questa si conclude la parte I: La separazione compiuta. La seconda parte è La merce come spettacolo, ma chi è stato invogliato dalle prime razioni può spendere meno di 8 euro per comperare il libretto (Baldini Castoldi Dalai, 2004). Mai come in questi giorni, nei quali si consuma, in una delle nostre valli più belle, uno spettacolo che mai avremmo voluto vedere, m’è sembrato attuale Debord.
Ecco qua:

27. Per la riuscita stessa della produzione separata in quanto produzione del separato, l’esperienza fondamentale, nelle società primitive legate a un lavoro principale, si sposta oggi, al polo di sviluppo del sistema, verso il non-lavoro, l’inattività. Ma questa inattività non è per nulla liberata dall’attività produttiva: al contrario, dipende da essa, è sottomissione inquieta e ammirativa alle necessità e ai risultati della produzione; è essa stessa un prodotto della sua razionalità. Non può esserci libertà al di fuori dell’attività, e nel quadro dello spettacolo ogni attività è negata, esattamente come l’attività reale è stata captata integralmente per l’edificazione globale di questo risultato. Così l’attuale «liberazione dal lavoro», l’aumento .degli svaghi, non è in alcun modo liberazione nel lavoro, né liberazione di un mondo modellato da questo lavoro. Nulla dell’ attività estorta nel lavoro si può ritrovare nella sottomissione al suo risultato.

Nell’ora di visita

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di Davide Racca

Buio, buio pesto,
questo è il cominciamento.
Nessuna oleografia,
o panegirico,
mi spinge in un emblema
senza figuranti né passione…

e non cerco pensieri poveri
da breviario filosofico.

Cronache pavesiane

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disegno di José Muñoz

Hotel Occidente
di
Francesco Forlani

Quando ci siamo svegliati la città dormiva ancora. La pioggia tirava a lucido le strade e dalle finestre arrivava giusto il riverbero del lampione, dritto davanti al balcone. Non so neppur’io come nel giro di una serie di gesti, falsamente domenicali, macchinetta del caffè, lavarsi, vestirsi, allacciarsi le scarpe con la premura di chi si chiede perché ora, di domenica, mi sia ritrovato in un chiosco piantato come un chiodo ai piedi delle Molinette.

Alexander Hacke – Sanctuary Tour

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Teatro i
presenta
Martedì 6 dicembre 2005 ore 21

ALEXANDER HACKE
Sanctuary Tour

Alexander Hacke (Einstürzende Neubauten) voce, chitarra
SugarPie Ferris (ex-Celebrity Skin, ex-Cramps) basso
Ash Wednesday (attuale membro di Einstürzende Neubauten) tastiere ed electronics – australiano, sofisticato esperto di mutazioni sonore
Gordon W. (Member of Fuzzy Love) percussioni
Danielle de Picciotto – artista di NY residente a Berlino, si occuperà dei live visuals per il tour.

Al castello

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un microracconto di Elio Paoloni

Il bisnonno, amministratore dei Marchesi, prima dell’Unità. I nonni, fino alla vendita al Comune (1909). Lo zio (1946) ma per servizio: Ragioneria. E in Ragioneria è approdata lei, insegnante riciclata per chiusura dell’asilo (1994). Aveva già abitato quei corridoi (1963: prima media).

L’apologo della gobba, dell’autore e del telefonino

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un microracconto di Lello Voce

Un giorno l’autore incontrò la gobba di un senatore e le chiese:« Lei è quella che fa la pubblicità dei telefonini in Tv?»
«Sì – rispose la gobba – e lei, giovanotto, chi è?»
«Io sono l’autore di questo apologo, ma lei lo sa che il telefonino logora chi ce l’ha?»
La gobba non rispose e passò a riscuotere in cassa.

Libri che viaggiano in seconda

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di Marco Candida

Il terzo intervento che risponde all’iniziativa di Davide Bregola Il Romanzo del XXI° Secolo, è firmato da Giuseppe Caliceti e comincia così:

Il romanzo è una macchina. Dentro al romanzo c’è un motore narrativo. Se non ci fosse questo motore non sarebbe una macchina, un romanzo. […] Le ruote, il volante, i sedili anteriori e posteriori. […]

ALTRI FUOCHI /Alexandra Petrova

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E’ uscito presso la casa editrice Crocetti il libro di poesie Altri fuochi di Alexandra Petrova. Per Nazione Indiana Alexandra ha scelto l’ultima. Ma non avendola sotto mano vi mando questa che non è l’ultima, anzi.
Effeffe

IV

1.

Ci inoltrammo nella segale alta
prima ancora dell’alba.

Ascoltate, brava gente, pazientate, ve ne prego.
Ci sdraiammo.
Volevate una confessione? Ebbene, sì,
cominciammo in tutta fretta.

Sparavamo al dormiveglia intricato
alle sacche lacrimali, gonfie e stillanti
(ci tradivano, negli ultimi tempi)
ai sogni
e gli uccelli affamati in picchiata
li beccavano sulle loro morte calotte.

Catena di Sanlibero 312

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riccardo orioles
La Catena di San Libero
5 dicembre 2005 n. 312

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Cari amici,
la settimana scorsa la Catena (per la prima volta in sei anni) non
e’ uscita. Mah: un giornale piccolo e presuntuoso come questo
avrebbe almeno il dovere di essere sempre professionale – e certo
una mancanza del genere professionale non e’ stata. Altre volte il
giornale era uscito regolarmente anche in situazioni peggiori.
Stavolta no e non resta che segnare questo episodio fra i tanti
memento dei limiti individuali.

Vito Carta Neo-Visionary Tarot

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Un approccio assolutamente nuovo e potente nella millenaria storia dei Tarocchi.

Presso Yaonde Spazio d’Arte – 20123 Milano via Gaudenzio Ferrari,12. MM2 P.ta Genova tram 2,3,14. Tel.02 36555639 email yaonde@gmail.com

Inaugurazione martedì 6 Dicembre 2005 h 19.00 – mostra aperta fino a mercoledì 21 Dicembre h 18.00 – 21.00 o su appuntamento. Ingresso libero. Chiuso il lunedì. Nei giorni 7/8/9 Dicembre 2005 la mostra resterà aperta dalle h 11.00 alle 21.00.

www.vitocarta.it

Elogio di Sancio Panza

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Di Gianni Biondillo

Picasso

Tanto per dirla tutta: a me Don Chisciotte è sempre stato antipatico. Questa cosa del nobile intellettuale affascinato dall’azione, preso dalle sue manie d’avventura, dalla sua demenza idealistica…. io stavo con Sancio, il popolano, attento, dopo ogni follia del padrone, a dare la biada all’asina, intento ogni sera a trovare un riparo e qualcosa da mettere sotto i denti.

Il Babbo Mœbius

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di Andrea Inglese

Sorprendo Babbo Natale che sta infilandosi in una buca. Molto goffamente stende le braccia nel foro nero, piega il capo verso il basso, fa leva con i piedi per terra, le gambe ben allargate. Come faccio ad essere sicuro che sia Babbo Natale? Probabilmente da un dettaglio dell’abbigliamento: la forma dell’asola o la laccatura del bottone.
“Babbo vuole una mano?” gli dico caloroso.
“Ti ho chiesto pane?” risponde cattivo.
“Non è un camino quello. È una buca per terra. Ed emana cattivo odore”. Tutto quello che dico è vero.
“Credi che sia rimbambito? Lo vedo bene che non è un camino. Mi voglio nascondere.”
“Babbo Natale aspetta, forse posso aiutarti.” Mi avvicino a lui, con un largo sorriso.
“E come di grazia? Anche tu mi sembri male in arnese.”
“Se passasse qualcuno da queste parti, avrebbe l’impressione che tu stia vomitando. Tira almeno su la testa…”. Mi fermo a pochi metri da lui.

Umma di Gallarate

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di Helena Janeczek

islam

3) Preghiera del venerdì fra Piazza Liberta e Via Verdi, 2. settembre 2005, ore 12.30

Intorno a metà mattina arrivano le transenne a delimitare lo spazio assurdo che va dal angolo del palazzo del comune fino davanti al campanile romanico della basilica di Santa Maria Assunta, poi i cinque rotoli di passatoie rosse poste per terra una accanto all’altra- le stesse usate per le solennità ecclesiastiche- poi gli agenti e qualche macchina della polizia.