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Niente scherzi: Si parla di Bacon

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(Terzo e ultimo collage)

di Franz Krauspenhaar
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Facciamo finta che Francis Bacon io l’abbia davvero conosciuto perché inviato a intervistarlo da una Nazione Indiana prenatale, in versione ovviamente cartacea, nei primi anni 90. Io, giovane (allora) scrittore di belle speranze; e dal nome difficile. Io, che amo da impazzire non solo la Guinness ma anche le uova al bacon, per l’appunto. E la pittura di quel genio senza pietà.

Perché son tristi

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di Riccardo Ferrazzi
tel-aviv.jpg La città dove conobbi Judy ha un nome che significa “collina della primavera”, ma la collina chissà dov’è. La città è in riva al mare, ma non è un porto. Anche le strade ce la mettono tutta per incrociarsi ad angolo retto, ma finiscono sempre per confluire in qualche piazza sbilenca. In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano.

Case editrici i cui nomi suggeriscono pratiche porcellone

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di Tommaso Giartosio

All’insegna del pesce d’oro

E/o

Transeuropa

Sensibili alle foglie

Ponte alle Grazie

Olschki

Pendragon

Fabbri

Mazzotta

Rizzoli

Rapato a zero. Un ricordo di Carlo Coccioli

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di Giorgio Vasta

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Poco meno di un anno fa, il 5 agosto del 2003, moriva a Città del Messico Carlo Coccioli, scrittore multilingue (scriveva e pubblicava in italiano, spagnolo e francese), intensissimo, silenziosissimo e silenziato (“il silenzio era tanto che lo si sentiva alitare”). Qualche notizia in breve sui giornali, qualche nota su internet, poi più niente. Coccioli, oltre a essere quasi del tutto ignoto in Italia (era nato a Livorno nel 1920), muore in estate, addirittura ad agosto, ovvero al centro del legittimo oblio. Evidentemente doveva andare così, permanere in questa condizione di autore amatissimo in Francia e nei paesi di lingua spagnola ma eterno outsider in Italia.

Coccioli – del quale tra bancarelle e librerie si riescono a recuperare i bellissimi libri – mi è tornato in mente in questi giorni, per il caldo e per qualche altra ragione. Ho ricordato un suo pezzo, “Rapato a zero“, che chiude la raccolta omonima edita da Vallecchi nel 1986, brevi editoriali che Coccioli dettava telefonicamente e che venivano poi pubblicati su La Nazione. Mi è tornato in mente e sono andato a rileggerlo. Mi è sembrato nuovamente bello – lo spettacolo asciutto di una lingua perentoria, l’italiano arcaico e straniero che affiora qua e là come una sbucciatura – mi fa piacere proporlo ai lettori di Nazione Indiana.

Conigli per gli acquisti

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di Gianni Biondillo

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So già come andrà a finire. Ci saranno gli indignati che diranno: ecco, questa è pubblicità, neanche troppo occulta, vergogna!
Poi i precisetti, che diranno: In Sfiga all’OK Corral di Bartezzaghi sono state codificate delle regole precise che qui non vengono rispettate.
Gli snob: Comunque non fanno ridere.
I seriosi: Così si perde l’autentico spirito critico di Nazione Indiana. Questa è una calata di braghe, una spettacolarizzazione e volgarizzazione della cultura.

Mauro Curradi, scrittore d’Africa

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di Roberto Saviano

curradi.jpgUna complessa stratificazione di percezioni ed immagini: vicoli magrebini, cristalli d’ambasciate, aule d’università africane, liti politiche in interni borghesi, compongono il profilo di Mauro Curradi. Fuggo dalle contraddizioni di un presente che amo, fuggo da una generazione che vive lontano, troppo lontano da me. Fuggo da un Europa dissacrata dall’idiozia, dalla criminalità della morte. Questa confessione m’appare più d’ogni altra capace di mostrare la forma letteraria e biografica di Curradi, autore rarissimo che ha passeggiato per vie letterarie inesplorate dagli scrittori italiani.

ARRIVANO I MOSTRI

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di Sergio Baratto

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“Seduto in soggiorno, cercava di leggere. Si era preparato un whisky e soda al suo piccolo mobile bar e teneva il bicchiere in mano mentre era immerso in un testo di fisiologia. Dall’altoparlante sopra la porta del disimpegno usciva a volume altissimo la musica di Schoenberg.
Ma non bastava. Riusciva comunque a sentirli, lì fuori, a sentire i loro bisbigli, i passi, le grida, il ringhio e le risse tra loro. (…)
Ed erano tutti lì per la stessa ragione.”

Richard Matheson, Io sono leggenda

Ma che orrore la faccenda dei 37 sudanesi imprigionati per giorni su una nave e ora imprigionati in terraferma.
E poi la farsa delle identificazioni: sono veri profughi in fuga dalla guerra (Darfur: oltre un milione di sfollati interni, 160.000 profughi, dai 10.000 ai 30.000 morti) o sono soltanto veri desperados? Ma se anche fossero solo 37 banalissimi ghanesi o nigeriani in fuga dalla miseria, dico, cambierebbe qualcosa? Comunque sia, a quanto pare 37 negretti assediano l’Europa. Pazzesco.

ESCLUSIVO: KRAUSPENHAAR INVITATO A CASA MAZZANTINI

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di Franz Krauspenhaar

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Eccomi arrivato. L’emozione è tanta. Ho l’anima sudata. Ebbene si, rubo un’espressione di lei, la padrona di casa, un’espressione del suo “Non ti muovere”.
Mi manda Nazione Indiana. Mi hanno inviato. Mi ci hanno mandato. Sono un invitato speciale. Ce l’ho fatta. Potrò assistere all’intervista della giornalista Stella Pende di Panorama alla scrittrice. Unica ma tassativa condizione posta dalla Pende: dovrò tacere. Ce la farò?

La lista di Natale

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di Marco Candida

Seguo da svariati anni ciò che fa, dice, scrive il giovane Marco Candida. Ieri ha pubblicato nel suo estroso blog un pezzo assai interessante; che ha l’aspetto di un racconto ma non è un racconto (è però letteratura); che è in sostanza l’ennesima formulazione di una domanda semplice, semplice: una di quelle domande che un narratore dovrebbe scriversi sul muro, e contemplare tutti i giorni; e pur essendo l’ennesima formulazione, mi è sembrata così elegante e utile (fare bene le domande, è un’attività utile) da meritare di essere letta da più persone. Così mi permetto, con il suo consenso, di riprendere il pezzo qui in Nazione Indiana. [giulio mozzi]

Ballarò o della Sindrome di Stoccolma

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di Simone Ciaruffoli

floris.jpgLa politica corre dietro ai suoi tempi, dimostrando che se esiste un concetto primario di identificazione tra messaggio e ricezione dello stesso, quello risiede nella priorità dell’immagine. L’identità politica dunque è oggi un complesso mostro sociale che prende forma dallo “stimolo” televisivo promosso dalle nostre trasmissioni. Il mezzo televisivo acquisisce la sua caratteristica e soggettività, come pure l’idea di società e di politica che proietta, non (solo) attraverso il suo palinsesto, per via delle sue trasmissioni, ma (anche) grazie al rapporto economico dettato dalla compagnia proprietaria dell’emittente televisiva stessa.

THE RAY AND MARIA STATA CENTER DI FRANK O. GEHRY

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di Gianni Biondillo
stata.bmpNon è difficile voler bene alle architetture di Frank Owen Gehry. Non ostante lo stile “terremotato”, l’accartocciarsi e il frantumarsi dei suoi volumi edilizi, non ostante l’insistente sensazione di perdita dell’equilibrio, il disprezzo per le regole base della statica e della “buona educazione” urbana, le opere di Gehry, canadese di nascita ma statunitense d’adozione, sono per loro natura amichevoli. Lo sono per l’insita spettacolarità barocca, certo, ma questo non basterebbe, lo sono perché hanno, caso non unico ma di certo raro in tutta la storia dell’architettura, un gran senso dell’umorismo.

Rabelais, illustratore del nuovo mondo

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Giuliano Della Casa illustratore di Rabelais
di Elena Volpato

giuliano.jpgSguazzavano nel sangue fino alle ginocchia, i cavalli nel Tempio. Anche questa era stata un’immagine di Medioevo, quello europeo, delle croci infuocate sui manti bianchi, resi immacolati dalla benedizione del Papa, partiti per sollevar polvere a Gerusalemme. Quel Medioevo, però, lucidato e rimpennacchiato, giungeva nei lieti palazzi in scrigni di libri, illuminati e ingentiliti da cornici, come i chiostri da ombrose e istoriate fontanelle. Quei libri portavano immagini d’amore e galanteria, nelle ore pomeridiane, con misurata grazia, e Orlando, e Artù, e il più romantico tra loro, Lancillotto, tracciarono con le loro lance, quasi fossero i lunghi pennelli del vecchio elegante Degas, merletti, e vesti di vaghi colori per le dame, perché potessero sorridere un po’, e un po’ potessero piangere delle scure trine purpuree con cui la morte, talvolta vincitrice, miniava i fregi gotici delle loro corazze.

Nantonaku

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di Fabio Viola

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Scrive il critico Kato Shuichi della letteratura contemporanea giapponese: “Un fenomeno singolare degli anni Ottanta fu senza dubbio l’emergere di un nuovo tipo di romanzo best-seller, come Nantonaku kurisutaru (Quasi simile a cristallo, 1980) di Tanaka Yasuo, Noruwei no mori (La foresta norvegese, 1987, noto in Italia come Tokyo blues) di Murakami Haruki, Kicchin e Shirakawa yofune (Kitchen, 1987, e Sonno profondo, 1989) di Yoshimoto Banana. Questi libri acquistati da milioni di persone hanno dei tratti comuni. Diversi dai personaggi dei precedenti romanzi popolari, i protagonisti sono tutti giovani, non hanno legami familiari né preoccupazioni economiche, si muovono in uno spazio astratto, quasi artificiale, senza sentimentalismi, senza restare coinvolti con il destino di altri (questo corsivo è mio). Uomini e donne egocentrici, spesso intelligenti, spesso emotivi, e quasi sempre melanconici, che vivono una vita senza scopo. Si appassionano alle novità, alle cose che vanno di moda: vestiti, musica, vitto, località, e infine il rapporto tra uomo e donna; non fanno che andare a far spese, telefonare, incontrare gli amici, e andare a letto assieme. Né passione d’amore, né odio, né una forte personalità. I personaggi fanno questo, fanno quello, a casaccio, ‘nantonaku’, senza sapere perché, come l’ha definito Tanaka Yasuo. Sono ‘nantonaku storie’. […] Sembra proprio che, dovunque, la società consumistica porti le masse a ciò che una volta Carlos Fuentes chiamò ‘un torpore spirituale mascherato da beatitudine’”.

Scusi, è qui l’Europa?

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di Helena Janeczek

europa-02-ob-08.jpg Il 15 febbraio 2003 l’Europa sembrava qualcosa che stava per nascere, per nascere letteralmente, un fiume sgorgato da tutte gambe che si univano in manifestazione, una fioritura che si schiudeva nelle bandiere arcobaleno che comparivano persino alle finestre dei palazzi patrizi, delle villette isolate, dei casermoni periferici.

GLI UCCELLINI MIGRATORI #2

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di Antonio Moresco

flock 3.jpgAnche nel giochino della “letteratura” succede la stessa cosa. Anche qui ci sono griglie interpretative e piccoli sistemi che tengono fuori tutto il resto, autorappresentazioni antropocentriche che vorrebbero stabilire ciò che “sta dentro” e ciò che “sta fuori”, anche se, a ben vedere, quello che sta fuori sembra proprio la parte più grossa. Nelle settimane scorse, ad esempio, c’è stato un articolo scritto da un umano scrittore di nome Covacich e apparso su “L’espresso”. Il solito refrain sugli scrittori italiani che non sarebbero in grado di parlare della realtà e di fare quello che fanno invece gli scrittori umani di altri paesi, che abbiamo letto già tante volte – declinato in modi e forme diverse – sui nostri giornali. «Ragazzi, perché non riusciamo a suonare?» si domanda Covacich. «Perché la musica ci resta sempre lì, sul tavolo della pizzeria?» Ecc… «Parla per te!» verrebbe da rispondere, e la cosa sarebbe finita lì. Invece c’è qualcos’altro da dire. Sulla “realtà”, per esempio.

GLI UCCELLINI MIGRATORI #1

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di Antonio Moresco

flock 2.jpgFra qualche giorno partirò di nuovo. Riattraverserò di nuovo l’oceano assieme a Giovanni, tornerò a Buenos Aires, dove ci sono già Laura e Nic. Da lì scenderemo nella Patagonia, quella argentina o forse quella cilena, non lo so ancora, ma sempre più a sud, sempre più a sud, sulla curvatura della terra, fino alla fine del mundo.

Ho cominciato bene quest’anno, perché l’ho cominciato leggendo l’autobiografia di Billie Holiday, uno di quei libri che da molto volevo leggere e per il quale non trovavo mai il tempo, di quelli che si comperano e si leggono per puro amore. Il suo titolo è La signora canta il blues e si trova nell’economica Feltrinelli. È un libro che fa venire i brividi, emoziona, fa piangere. Non solo per le cose terribili che lei racconta (il riformatorio, il bordello a 14 anni, la disperazione, la fame, la droga, la galera, il razzismo, la lotta per l’esistenza, il riscatto, la storia di quella meravigliosa vocina che tiene testa al mondo…) ma anche e soprattutto per la crudezza, l’inermità, il modo orgoglioso e indomito con cui racconta.

LA NASSA

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Intercalare 3

I giochi non sono mai del tutto fatti

I giochi non sono mai del tutto fatti.
Perfino durante il regime nazista, Bertold Brecht
si chiedeva come sarebbe stato possibile dire
la verità in Germania. Nel suo saggio del 1935,

Le cinque difficoltà di scrivere la verità,
egli diede una lista di ciò che è necessario per scrivere la verità:
1. Il coraggio di scriverla.
2. L’intelligenza di discernerla.
3. L’arte d’impiegarla come arma.
4. Il buon senso di scegliere quelli nelle mani dei quali essa sarà efficace.
5. L’astuzia di divulgarla a molta gente
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Dialogo sull’entropia (#10 – Fine). L’Aristogas.

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di Antonio Sparzani e Dario Voltolini

E allora dimmi, cosa fa il nostro Aristogas nelle cellette? Si comporta discretamente, o fa il pazzariello?

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Ebbene sì, siamo noi che lo pensiamo comportarsi discretamente. Il pazzariello sarebbero forse quelle che i fisici chiamano “le fluttuazioni statistiche”, cioe’ i comportamenti fuori norma, quello che non riusciamo a spiegare altrimenti, sempre perche’ ignoriamo la meccanica dettagliata, abbiamo — ti ricordi — lo sguardo bovino — ma generale — d’insieme, che non vede i particolari.
Facciamo un iperstringatissimo riassuntino per punti, e nel frattempo cerchiamo di tirare le fila di questa storia.

In difesa della Minkiata Galattica

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(ovvero: il dialetto è morto?; ovvero: il dialetto è poi così inutile?)

di Flavio Santi

(Flavio Santi mi invia una sorta di replica a un commento circostanziato indirizzato al suo testo. Più che una replica mi sembra una postilla necessaria alla sua scelta di scrivere in friulano. Gli irritati dai dialetti – o dalle lingue minori – avranno pane per i loro denti. La sua riflessione tocca anche la prosa, e spero che ciò possa fungere da innesco per i prosatori. A. I.)

Caro videolettore che hai definito il mio Friûl-’srael-Palestine (messo in rete il 2 luglio) una “minkiata galattica”, può darsi che tu abbia ragione (mai sopravvalutarsi), ma può anche darsi (mai sottovalutarsi) che il tuo ispirato giudizio (se solo i critici di professione avessero un decimo della tua sincerità…) rispecchiasse un disagio o una perplessità suscitati da quella poesia messa lì così a brillare dal tuo video.

Friûl-’srael-Palestine

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Di Flavio Santi

Tornâ dîs ains daspò
’l sô amôr ’vee piardût
dutes les fuees
e cuant ai tucât te puarte
mi a aviert un frutin,
che frutin che a mi non me ’vee dât,
sigûr, iò a eri scjampât, lât vie,
Iugo, Croassie, Bosnie, Montenêgr,
dute le zingarìe dal mont
par la construsion d’un anarcjc:
vo’ a stavis chi, incapacs di revolusions.

Ernesto Calzavara. In memoria di un maestro-farfalla

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Di Massimo Rizzante

Sono già quattro anni che Ernesto Calzavara ci ha lasciato.
E’ stato un grande poeta, grande, come ha detto una volta il suo celebre conterraneo Andrea Zanzotto, soprattutto “nel conciliare il dialetto e la tradizione all’azzardo di forme sperimentali”.
Calzavara è un grande poeta: l’essenza stessa della lingua poetica, infatti, coglie sempre nel presente i frutti di chi ha saputo coltivarla con fedeltà. Senza dimenticare che i poeti sono quegli uomini attraverso i quali la lingua vive, compiendo i suoi esperimenti più originali. E l’originalità dei grandi poeti non sta nel voler essere a tutti i costi originali, ma nel servire con onestà il loro strumento, la lingua, sia essa il dialetto di Dante, Di Giacomo o Tessa, consapevoli in ogni fibra e a ogni istante che quest’ultima così come li ha preceduti di molti secoli, sicuramente non può e non deve morire con loro. Più il poeta è consapevole della sua finitezza rispetto alle infinite risorse della lingua, più aumentano per lui le possibilità di non esserne abbandonato.