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STAFFETTA PARTIGIANA gli esiti del concorso

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di Redazione

Come molte lettrici e lettori sapranno, Nazione Indiana ha deciso di onorare l’ottantesimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo con un concorso per testi inediti. Un concorso rivolto agli under 35 perché (citiamo dalla nostra call di autunno) “pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza“.

A fine gennaio abbiamo ricevuto i racconti, e ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo.

I testi ricevuti condividono un pregio non irrilevante, una volontà civile di raccontare quelle storie di antifascismo che, di per sé, va premiata e merita il nostro ringraziamento. Ma il nostro è pur sempre un concorso. Quindi abbiamo valutato i testi dividendoci in due giurie, e ne abbiamo selezionati 12 che ci sono sembrati i più meritevoli di pubblicazione su Nazione Indiana. In realtà 11 testi + uno: c’è una menzione speciale a un’autrice (Alice Ghinzani, 2010), una ragazza che ci ha colpiti per la sua giovane età e che abbiamo voluto premiare.

E così anche Nazione Indiana ha un concorso letterario e una… dozzina. Ci voleva l’ottantesimo della Liberazione per spingerci a tanto.

Le giurie (composte da: Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Silvia Contarini, Francesco Forlani, Lisa Ginzburg, Andrea Inglese, Renata Morresi, Davide Orecchio, Orsola Puecher, Ornella Tajani) si sono poi unite e hanno individuato il racconto vincitore: Sotto la terra di Claudia De Angelis. Il testo si ispira alla storia di un borgo tra Terra di Lavoro e Ciociaria, San Pietro Infine. I suoi abitanti, nel dicembre 1943, cercarono scampo dai bombardamenti nelle grotte della valle. Lo pubblicheremo il 25 aprile.

Ecco l’elenco dei vincitori con il calendario di pubblicazione sul sito.

  • 14 aprile
    Jenide Russo (Alice Ghinzani, 2010)
  • 15 aprile
    La staffetta (Federica Grasso, 2000)
  • 16 aprile
    Il canto (Sean Ashmore, 1993)
  • 17 aprile
    Nascondino (Nicola Maria Fioni, 1996)
  • 18 aprile
    Nun si parti (Sofia Rigoli, 2003)
  • 19 aprile
    Galline di Montagna (Rodolfo Sgro, 1994)
  • 20 aprile
    Vattinne (Giorgia Giuliano, 1994)
  • 21 aprile
    Nebbia di guerra (Chiara Cassaghi, 1998)
  • 22 aprile
    Io sottoscritto Parmigiano racconto e rinvengo il mio operato (Alessandro Tesetti, 2000)
  • 23 aprile
    Il brutto male (Camilla Pasinetti, 1994)
  • 24 aprile
    Nelle retrovie (Linda Farata, 1994)
  • 25 aprile
    Sotto la terra (Claudia De Angelis, 1992)

“Racconti vincitori”… ma dovremmo usare il femminile prevalente. Dovremmo parlare di “vincitrici”, visto che in 8 casi su 12 si tratta di autrici. Nel nostro concorso, insomma, c’è stata una piccola Resistenza delle donne, anzi delle ragazze, ed è forse un elemento virtuoso in più entro un’iniziativa che è sì culturale e letteraria, ma è soprattutto civile e politica.

Un aspetto comune ai testi ricevuti – che li abbiano scritti donne o uomini – è che pressoché nessuno (a parte qualche eccezione) ha scelto di mostrare la guerra vera e propria, né la violenza resistenziale. Ci sarà da riflettere su questo dato più esistenziale che estetico. La guerra resta sullo sfondo. Si incarna in un fratello, o in un padre, o in un figlio che combatte al fronte o in montagna, o che è già morto. In un’assenza. I fascisti e i nazisti ci sono, certo, eccome se ci sono, con le loro torture, con i loro rastrellamenti e i lager. Ma il racconto del combatterli (o del resistere nel sopravvivere, nel durare più che nel fare la guerra) predilige i sotterfugi, le astuzie e le manovre clandestine. E poi l’attesa ctonia in grotte e nascondigli.

Che sia un sintomo del nostro tempo, a suo modo attonito e impotente, più che del tempo che ci liberò ottant’anni fa? Avremo modo di tornarci sopra e rifletterci ancora.

Buone letture e buon anniversario della Liberazione.

“STAFFETTA PARTIGIANA” concorso letterario

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Nazione Indiana promuove un concorso per racconti e scritture brevi inedite sulla Resistenza e la Liberazione.

[Aggiornamento 2 febbraio 2025] Ringraziamo tutti per i contributi inviati. In questi tempi bui, in quest’onda autoritaria, essere controcorrente non è una cosa scontata e raccogliere il testimone di valori e storie è sempre più importante e significativo. Cominceremo a breve le letture dei testi.

Nazione Indiana ha deciso di onorare l’80esimo anniversario della Liberazione italiana dal nazifascismo, che si celebrerà il 25 aprile 2025, con un concorso per testi inediti.

Il concorso è rivolto agli under 35 perché pensiamo sia importante un passaggio del testimone, che quindi una nuova generazione di italiane e italiani assuma il compito di ricordare e raccontare la Resistenza.

La nostra iniziativa può fare per te se hai meno di 35 anni e ami le storie della Resistenza, le storie di chi ha lottato per liberare l’Italia dal nazifascismo.

Pensiamo che valga la pena di leggerle e narrarle ancora perché la memoria storica cambia, si evolve, ma raccontare la Resistenza non perde il proprio valore morale e politico, anzi farlo diventa ancora più importante nell’Italia di oggi, governata da forze che non hanno mai fatto i conti col proprio passato fascista e neofascista, che non lo rinnegano, che al contrario lo alimentano e lo tengono più in vita che mai.

Se ti vuoi mettere in gioco provando a raccontare in un testo – in un racconto appunto, o una biografia, o una scrittura breve o ibrida – una storia della Resistenza e della Liberazione, ecco le regole d’ingaggio di questo concorso:

  • I testi inediti (inediti anche sul web) dovranno essere lunghi minimo 12mila battute e massimo 24mila battute spazi inclusi. I testi che non rispetteranno questa lunghezza non saranno letti.
  • Dovranno essere inviati in formato .doc alla mail staffettapartigiana.ni@gmail.com.
  • La data ultima per la ricezione dei materiali è il 31 gennaio 2025.
  • Per comunicare l’età del mittente basterà un’autocertificazione.
  • Le redattrici e i redattori di Nazione Indiana leggeranno e valuteranno i testi e i migliori saranno pubblicati su Nazione Indiana a partire dal 25 aprile 2025.
  • Il racconto che giudicheremo più riuscito sarà premiato con la pubblicazione su Nazione Indiana il 2 giugno 2025, e il suo autore sarà invitato a leggerlo in occasione della Festa annuale di Nazione Indiana.
  • I migliori racconti ricevuti saranno poi raccolti in un e-book che si potrà scaricare gratuitamente dal sito di Nazione Indiana.
  • Hai carta bianca e piena libertà di invenzione, oppure puoi ispirarti a una storia realmente accaduta, usando e citando documenti e fonti, attingendo dagli archivi, dalle biblioteche o dalle risorse online.

Aspettiamo di leggerti!

VOLANTINO STAMPABILE PER CHI VOLESSE DIFFONDERE LA NOSTRA INIZIATIVA

Oh my bike! Ruote, caucciù e colonie

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di Jamila Mascat

(Tim & Puma Mimi, Oh My Bike, 2019)

Nonna Anna avrebbe detto “sempre meglio che una disgrazia”. Lo ripeteva con nonchalance ogni volta che – e, spesso, per quel che mi sembra di poter ricordare – perdeva un documento, un portafoglio, una chiave di casa. Perfino dopo uno scippo che nel 1985 le era costato trecento o quattrocentomila lire. Da piccola non riuscivo a immaginare una disgrazia senza contemplare la fine del mondo, perché tutto il resto apparteneva alla categoria del sempre meglio. Crescendo, però, ho imparato che anche il dispiacere vuole la sua parte, discretamente e senza clamore. A volte le cose semplicemente dispiacciono. Come la settimana scorsa che mi hanno rubato la bicicletta. Ho reimparato ad andare in bicicletta a 42 anni, dopo 30 anni di astinenza, senza aver mai coltivato alcun feticismo delle due ruote, senza aver mai partecipato a una Critical Mass, senza aver mai nutrito un grammo di ammirazione per i ciclisti vestiti da ciclisti che affannati in fila indiana arrancano sulle strade provinciali la domenica mattina presto, i fanatici del vélib parigino, gli irriducibili che si lanciano nel traffico maleodorante di Roma con o senza casco, gli inossidabili impermeabili che sfidano la pioggia battente di Amsterdam. Al culmine dell’orrore i sellini: stretti, squadrati, appuntiti, rigidi, ridicoli anche se ergonomici, per cui ho sempre provato un’inspiegabile repulsione. Poi sotto la pioggia di Amsterdam, che non è sempre così battente come la credevo, ci sono finita anch’io e sono stata catapultata in un universo della mobilità fino ad allora sconosciuto, ad andamento lento ma non troppo, alternando omafietsen (le bici della nonna, che frenano retropedalando) e bakfietsen (le bici cargo su cui si caricano bambini, cani o oggetti di grandi dimensioni).

(Shadi Ghadirian, Qajar #6, 1998)

La scoperta della bicicletta è stata un’iniziazione alla settima dimensione dei trasporti terrestri. Perché la velocità e la visuale in bici non hanno nulla a che vedere con quello che offrono piedi, treni, auto, tram, bus, quad e motorini. Pedalare è panta rei. Un pezzo pubblicato sul San Francisco Chronicle il 25 gennaio del 1879 – San Francisco a fine Ottocento è l’avanguardia ciclistica degli Stati Uniti –  e intitolato “The Winged Heel” (Il tallone alato) rende omaggio a “l’euforia della bicicletta” celebrando “un’estasi di trionfo sull’inerzia, la gravitazione e gli altri pigri vincoli che ci trattengono”.  In bici, conclude, “You are traveling! Not being traveled!”

(San Francisco, 1870).

Così, l’euforia della bicicletta ha riattivato anche in me quel residuo di ostinazione infantile, a dispetto dell’età, che di fronte al non sapere rivendica ossessivamente il diritto di capire tutto, l’utile e l’inessenziale – Come si raddrizza un manubrio storto? Come si allacciano i catarifrangenti ai pantaloni? Come decorare a festa i raggi delle ruote, ma soprattutto perché? – fino ad essere risospinta alla domanda sulle origini – ma chi ha inventato la bicicletta? –  per rimbalzare sugli orrori estrattivi del caucciù.

Come nel caso di tante invenzioni, perfezionate nel corso dei secoli, anche la bicicletta è il frutto di un general intellect che si è dispiegato lungo circa un secolo per arrivare a produrre un dispositivo su due ruote che somiglia alle bici che conosciamo. In questa staffetta di eureka si susseguono il velocipede (o draisina), ideato nel 1817 dall’aristocratico tedesco Karl Drais, la Treadle bycicle (1839) a pedali, ma senza catena, costruita dal fabbro scozzese Kirkpatrick Macmillan, la Michaudine di Pierre e Ernest Michaud (1869) che sposta i pedali in avanti, sulla ruota anteriore, quest’ultima in crescita esponenziale fino ad arrivare al Grand bi che sfoggia 150 cm di diametro (1870). E ancora la prima bici con catena (1880), fabbricata dal londinese Harry Lawson, e infine la Hirondelle (1900) – la bici dei poliziotti francesi il cui nome deriva proprio dall’aspetto dei ciclisti che indossavano un mantello nero e si aggiravano con ali di rondine –  la cui sagoma già ricorda da vicino la silhouette di una bicicletta dei nostri giorni. Senza addentrarsi nei meandri delle catene, degli ingranaggi e dei freni, di cui l’evoluzione meccanica rimane per me incomprensibile, non si può parlare di bici senza inciampare nel mistero delle ruote e dei materiali di fabbricazione di questi cerchi magici, e poi la fattura, la consistenza, la resistenza, la resilienza. E come per incanto le ruote delle biciclette dischiudono il sipario sugli imperi coloniali.

È soltanto alla fine del 1800 che la gomma diventa un ingrediente fondamentale per la costruzione delle biciclette, mentre fino ad allora circolavano soltanto ruote rigide e non ammortizzate, di legno e metallo Nel 1888 sembra che il chirurgo veterinario scozzese John Boyd Dunlop, osservando il figlio pedalare con fatica in sella ad un triciclo su un pavimento accidentato, si sia posto il problema di come fare per ridurre i contraccolpi. Allora avvolge le ruote con strisce di gomma incollate e gonfiate con una pompa meccanica creando la prima rudimentale camera d’aria della storia. Nasce così il pneumatico, e nasce nel 1890 la Dunlop Rubber che brevetta e commercializza con successo le ruote di gomma. Édouard Michelin l’anno successivo perfeziona l’invenzione di Dunlop e costruisce il pneumatico smontabile, facile e rapido da riparare, con cui Charles Terront nel 1891 vince la corsa ciclistica Paris-Brest-Paris. Inizia così l’età dell’oro della bicicletta che realizza il sogno di libertà di chi non può permettersi le carrozze (né le neonate automobili) e delle donne della buona società.

Nel 1895 si contano 7 milioni di biciclette in tutto il mondo. Dunlop, Michelin, Good Year, Continental, Pirelli fanno impennare la domanda di caucciù per fabbricare pneumatici di gomma. La gomma non è una novità assoluta, già intorno alla metà dell’Ottocento viene utilizzata nelle ferrovie o nell’industria militare per produrre scarpe, stivali, protezioni per baionette, teli, borracce, bottoni, e anche protesi ricostruttive. Soltanto l’invenzione del pneumatico e il boom del ciclismo, però, inaugurano la corsa al caucciù. La gomma sintetica fa la sua comparsa solo dopo la prima guerra mondiale; fino ad allora viene ricavata dal lattice prodotto dagli alberi della gomma (l’Hevea bresiliensis o siringueira) in Amazzonia e dalle viti selvatiche (Landolphia) del Congo. La giungla congolese e la foresta amazzonica (e solo successivamente le piantagioni del Sud-est asiatico) saranno per un quarto di secolo circa i luoghi di estrazione del caucciù per excellence. Così, mentre l’Europa e l’America del Nord si godono la libertà delle due ruote, sotto l’Equatore milioni di individui vengono condannati dalla gomma ai lavori forzati.

In The Thief at the End of the World: Rubber, Power, and the Seeds of Empire (2008), lo storico Joe Jackson racconta che la popolazione dello Stato Libero del Congo, in realtà proprietà privata del re del Belgio Leopoldo II dal 1885 (Conferenza di Berlino) fino al 1908, passò da 25 milioni a 10 milioni, sacrificando 15 milioni di morti sull’altare del caucciù. Un simile destino toccò in sorte alle popolazioni indigene del Putumayo tra il Perù e la Colombia. Leopoldo II non mise mai i piedi in Congo, amministrando a distanza i proventi del caucciù prodotti dalla Anglo-Belgian India Rubber Company, rifondata con capitale unicamente belga nel 1898 come ABIR Congo Company. A vegliare sui dannati del caucciù furono predisposte le milizie della Force Publique, truppe di mercenari, volontari ed ex ufficiali degli eserciti europei (belgi, italiani, danesi, svedesi, norvegesi) amanti dell’avventura, del sangue e delle punizioni corporali.

Alice Seeley Harris, missionaria inglese in Congo considerata come l’iniziatrice di una delle prime campagne internazionali per i diritti umani, raccoglierà centinaia di foto con la sua Kodak, documentando per la prima volta gli orrori delle mutilazioni inflitte quotidianamente alla popolazione congolese per sostenere il ritmo della produzione della gomma. All’inizio del 1906, Alice Harris e suo marito John viaggiano negli Stati Uniti proiettando in 49 città, con il supporto delle lanterne magiche in voga all’epoca, le immagini scattate da lei. Alcuni di questi scatti, quello stesso anno, saranno pubblicati dal quotidiano New York American durante una settimana.

Nel King’s Leopold Soliloquy (1905) Mark Twain aveva indirettamente reso omaggio alla fotografia militante di Harris per bocca del re Leopoldo che, nel corso di un’oscena apologia di se stesso, agita lo spauracchio dei missionari  – “They travel and travel, they spy and spy!”-  e della macchina fotografica – “Then that trivial little Kodak, that a child can carry in its pocket, gets up, never uttering a word, and knocks them dumb”.

Nsala, di Wala, nel distretto di Nsongo a sud di Kinshasa, fissa la mano e il piede di sua figlia Boali, amputati. 14 maggio 1904 (Alice Seeley Harris).

 

“Esperimento su Bòttego”: un nuovo e-book di Nazione Indiana

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Un nuovo e-book di Nazione Indiana

di Andrea Inglese

Nazione Indiana, nonostante la sua un po’ spaventosa longevità, mantiene una sua giovanile inquietudine, una sua curiosità onnilaterale e poco addomesticata, anche se nel mondo letterario più si è domestici più si vive tranquilli. Segno di questa irrequietezza sono i suoi slanci editoriali, che in passato hanno prodotto incursioni puntuali, ma meditate. Alludo ai tre titoli della collana “Murene”, tutti volti all’altrove (Stephen Rodefer, poeta statunitense, curato e tradotto da Andrea Raos; Ingo Schulze, narratore tedesco, curato e tradotto da Stefano Zangrando; Miguel Torga, scrittore portoghese, tradotto e curato da Massimo Rizzante) e nati da una costante passione di condivisione, che ancora oggi non può non caratterizzarci, in quanto blog collettivo, entità policentrica e dialogante. Ai tre volumi cartacei di “Murene”, si affiancano però anche quattro e-book, che hanno la principale caratteristica di raccogliere una pluralità di voci, sia interne che esterne al blog. A parte 25 passi in file indiani, nato come raccolta libera di pezzi apparsi su Nazione Indiana a firma dei suoi redattori, sorta di “carotaggio” estemporaneo rispetto alla ricchezza dell’archivio, gli altri tre si concentrano su questioni d’attualità, cercando di “stringerle” attraverso la diversità degli approcci (e-book sulla “responsabilità dell’autore”, sugli “attacchi terroristici in Francia del 2015”, sull’esperienza della “pandemia di Covid-19”). A queste iniziative va ad aggiungersi, il volume collettivo Piccolo vocabolario autostradale a uso dei contemporanei, a cura di Gianni Biondillo.

Oggi vi presentiamo un nuovo e-book, stavolta non si tratta di una traduzione né di un lavoro collettivo. Il caso come sempre lavora per noi, dal momento che tendenzialmente anarchici come siamo non potremmo permetterci programmi di lungo periodo. Esperimento su Bòttego nasce da un “primo” esperimento, da un primo pezzo che Fabrizio Bondi, amico e attento lettore del blog, mi ha proposto di pubblicare (26 aprile 2022). La prima frase diceva: “Esperimento su Bòttego è un progetto che parte dalla mera e quasi disarmata descrizione di uno specifico oggetto culturale: il monumento parmigiano all’esploratore Vittorio Bòttego, appunto”. Il carattere anomalo, installativo, sperimentale, politico, di quel testo (corredato da fotografie), mi aveva subito convinto. E la sua fuoriuscita dal laboratorio privato ha permesso a Bondi di testarne la “resistenza” alla pubblica lettura e, chissà, ha magari contribuito a suscitargli il desiderio di radicalizzare quel primo accerchiamento / malmenamento di una celebrata figura di esploratore, militare, scienziato, avventuriero, a cui il colonialismo crispino aveva lasciato mano libera nel Corno d’Africa.

L’attuale e definitiva (?) versione di Esperimento su Bòttego arriva giustamente in ritardo rispetto a una recente ondata di attivismo decoloniale diffuso, che si è tradotto in più o meno riusciti sbullonamenti di monumenti possibilmente equestri, o comunque agghindati d’elmi, panciotti e sciabole. Ma è questo che c’interessa: con una zampata che accoglie il lato più corrosivo del post-moderno, Bondi sganghera ludicamente e perfidamente il Vittorio Bòttego, che campeggia intatto davanti alla Stazione di Parma. Mette mano alle opere di questo, riscrivendo, rimontando, sforbiciando. Nello stesso tempo, ne fa un racconto della propria infanzia, della propria vocazione mancata, di naturalista. Una tale opera imbarazzerebbe ovviamente l’asse editore-libraio. In quale collana e genere lo infiliamo? E in quale scaffale? Nazione Indiana non s’imbarazza di questa incollocabilità, nata da una del tutto avverata attitudine sperimentale. Ringraziamo, quindi, Fabrizio Bondi, che conoscevamo come studioso del Rinascimento e critico militante. Ora lo scopriamo scrittore di ricerca.

Un’ultima riga sul tema. Il pensiero decoloniale non è estraneo a Nazione Indiana, così come non lo è l’attenzione alla storia del Ventennio fascista, che riportò in auge miti, velleità e atrocità dell’imperialismo colonialista inaugurati nell’era crispina. (Ricordo, per altro, che Igiaba Scego è stata per un certo tempo, e sicuramente non invano, in Nazione Indiana.)

Il testo che segue, di Giuditta Bassano, introduce più approfonditamente di quanto abbia fatto io il nuovo e-book di Nazione Indiana. Un grazie particolare a Orsola Puecher e Jan Reister, senza i quali nulla di queste prelibatezze digitali sarebbe possibile.

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L’esploratore esplorato

di Giuditta Bassano

Vittorio Bottègo (1860-1897), giovane aitante capitano d’artiglieria, è stato protagonista di una serie di avventure nel Corno d’Africa; attraverso queste vicende, assurse a eroe del colonialismo crispino. Come esploratore di alcune aree fluviali della Somalia e dell’Eritrea Bòttego fu naturalista ma anche uomo d’armi di indiscussa violenza, emblema di un razzismo italico alquanto poco transeunte. Vittorio Bottègo era nato a Parma: davanti alla stazione della sua città esiste tutt’oggi un monumento che ne commemora il coraggio e le imprese. Fabrizio Bondi parte da qui, cioè dall’eredità sinistra di un monumento, “l’accrocchio”, di cui appare difficile riconoscere oggi l’appropriatezza. L’autore si immerge allora nella “pelle linguistica” del Bòttego, perché l’eroe parmigiano aveva eretto “un altro monumento, un monumento a se stesso” mettendo per iscritto i suoi viaggi. Potremmo parlare di una guerriglia ventriloqua, o di una poetica (sperimentale) della vendetta.

Ariostista e professore di letteratura italiana, Bondi arma infatti la  propria sensibilità letteraria e il proprio dominio della metrica italiana (contro la retorica italica dei resoconti dell’eroe) per “montare” una testimonianza su Bòttego con le sue stesse parole. Un esperimento di pidgin politico, in cui le immagini dell’esploratore, le sue impressioni in terra africana, la cosmogonia patriottica di epoca crispina forniscono un bacino semantico che Bondi stravolge attraverso una sintassi inaudita. Saggio e testo letterario insieme, un po’ in prosa e un po’ in versi, “Esperimento su Bòttego” è un lavoro che più che leggere si può piuttosto frequentare e abitare, entrando da un punto qualsiasi del suo congegno narrativo, persino cominciando, se si vuole, dalle note finali. In questa esplorazione ci si imbatterà in una serie di appunti filosofici sul concetto di monumento, nei rapporti tra Bottègo e Carlo Dossi, nelle raggelanti descrizioni dell’efferatezza coloniale, ma non meno nella fauna del Corno d’Africa e nella saggia battaglia che le piante di fico muovono indefesse contro le statue e le opere umane di ogni sorta. È probabile che se ne riemerga convinti, con Bondi, che la “pasta, la materia della lingua, è tutto”.

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Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato epub

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato mobi

Esperimento su Bottego – Fabrizio Bondi – formato pdf

Cosa strana a riferirsi

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Larry Racioppo, “Twenty-first Street Devil” , The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library Digital Collections. 1974 – 1978

Larry Racioppo, “Twenty-first Street Devil” , The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library Digital Collections. 1974 – 1978

di Laura Ramieri

Quella scatolina stupenda. Un carillon che suonava dolce le prime note, strideva per qualche battito, ricominciava: meraviglia, inquietudine. Custodito nel suo soffice interno qualcosa di orrendo bramava respiro.

Nella città di M., e più precisamente nella Contrada Della Segreta, e più precisamente ancora via Nerina Oscura, il banchetto di Corinna Love, la cartomante più celebre del quartiere, sfavillava nel buio invernale. Oscura come il suo nome e considerata maledetta, la via era famosa per le chiacchierate magie che attraevano i turisti nella bella stagione. Ovviamente, c’era chi ci abitava. Chi ne conosceva l’anima più sincera. Ma tutto, nella Contrada Della Segreta, era di proprietà della nebbia, del buio.

Mi è piaciuto, il ruolo cattivo.

Corinna Love, bocca scarlatta e seta dorata ad adornarle la testa, si concentrava sulle sue carte. La notte sembrava più cupa, e una strana angoscia aveva assalito Corinna quando la sua cliente più pretenziosa le era apparsa esigendo la suapremonizione di destino. Ines Argenti indossava pantaloni neri aderenti e stivali rosso scuro, sempre, come una divisa. I suoi stivali ritmavano le strade della Segreta riconosciuti ancora prima di lei. Ines Argenti credeva nella magia.

Corinna e Ines sedevano una di fronte all’altra, precise nei movimenti, opposte: Corinna un sogno abbagliante, Ines un incubo lugubre.

E così, accadde: il carillon suonò, lontano, e poi più intenso. Ines e Corinna tacquero, osservarono la via deserta. La musica, eccola, più vicina. Le due donne si alzarono, seguirono le note, poi il fastidio, poi il continuo ricominciare. Arrivarono fino ai gradini della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e la videro.

Abbandonata brillante nel buio, e nessuno, nessuno da nessuna parte, non un rumore, non un passo. Corinna si accorse di avere ancora in mano una carta, la guardò. Ines si chinò sulla scatolina.

-Come sei graziosa. Chi ti ha messa qui?

Nell’istante in cui la aprì entrambe le donne urlarono.

Corinna guardò la carta che aveva in mano, poi il contenuto della scatola.

-Il Diavolo!

Miei amati lettori, mi chiederete forse il contenuto del carillon? Eccovi la risposta: un rossissimo cuore. Un cuore umano.

Lo avrei rimirato all’infinito.

Mi chiamo Ines Argenti ma tutti, in questa dannata città, mi conoscono come Signora Disgrazia. Un soprannome che non mi fa ridere: ovunque vada succede una tragedia.

Al pic-nic del giorno della Rimembranza il mio accompagnatore sparì misteriosamente. Fu trovato annegato nella fontana del parco nel tardo pomeriggio: omicidio.

Alla festa della Prima Estate, evento in cui si proiettava un film di animazione nella piazza Santa Addolorata, due uomini seduti dietro me scatenarono una rissa. Un morto: omicidio.

La vigilia dello scorso Giorno dei Morti, notte in cui si celebrava una funzione nel cimitero della Contrada, un uomo venne pugnalato: omicidio.

Oltre alla malasorte possiedo una acutissima percezione dell’istante, come vivere al rallentatore; momenti in cui il tempo si immobilizza regalandomi ogni frammento, particolare, parola. Non dimentico mai nulla.

Forse romantico, un po’.

La carta del Diavolo, pensava Ines Argenti mentre aspettava la polizia sulle scale della chiesa del Santo Perpetuo Addio, e un carillon con dentro un cuore. Le luci della polizia dissolsero la nebbia per un momento.

-Ines Argenti nella Segreta, dobbiamo spaventarci?

L’ispettore Rubicondi sorrideva gentile. Lui e Ines si conoscevano da tempo. La Contrada Della Segreta aveva la fama peggiore della città, nemmeno la polizia ci andava volentieri. L’ispettore Rubicondi vantava un’intelligenza nella norma e un’arroganza altissima, e reputava Ines di un auspicio peggiore di tutta la Contrada.

-Luogo perfetto per un omicidio, Ines!

-Mi fa piacere rivederla, ispettore.

La polizia non trovò nessuno a cui fare domande, Corinna Love era scappata, i locali erano chiusi, e comunque nella Segreta nessuno vedeva mai nulla.

La chiesa del Santo Perpetuo Addio nella Contrada Della Segreta era un chiesa che apriva solo in giorni specifici. L’ispettore Rubicondi ne scrutò la facciata, poi spinse il portone: era aperto. Un agente fu mandato a controllare, e il coraggioso uscì a riferire con un’espressione prossima al vomito. L’ispettore Rubicondi e Ines Argenti, seguiti da tre agenti, entrarono nella chiesa in una fila silenziosa.

Plasticamente posizionato seduto su una panca, illuminato da bianchissime candele ordinate a contorno come un coro, il corpo dell’uomo non respirava più già da tempo. La notizia si sparse velocissima, fotografi e giornalisti popolarono la Contrada come una notte di estate. Lo avevano identificato immediatamente, quel viso dai lineamenti perfetti apparteneva a lui, il più bello dei belli della città di M.: Arcangelo Finezza, detto Il Profondo per la sua voce magnificamente roca. Arcangelo Finezza era un cantante che si esibiva nei locali e nelle vie della Contrada. Oltre che per la bellezza magnetica e la voce ipnotica era famoso per il sorriso, da togliere il fiato. Di lui non si sapeva nulla. Alle domande rispondeva cambiando argomento, e qualcuno particolarmente determinato tentò, invano, di seguirlo: Il Profondo spariva nella Contrada, e il malcapitato si perdeva puntualmente. Arcangelo Finezza si incontrava per caso, si ammirava senza distrazione, e si ricordava per sempre. Tutti, tutti i poliziotti, gli agenti, gli addetti, i tecnici e i medici, l’ispettore Rubicondi, i fotografi, i giornalisti, gli assistenti, i passanti, ogni topo e ogni insetto della Contrada, si addoloravano a labbra serrate e lacrime trattenute per quell’orrendo delitto commesso contro la perfezione. Il corpo, trasportato solenne come una statua, intatto e bellissimo, mancava di un dettaglio: il cuore.

Nessuno, lo conosceva davvero.

Alla violenza della città tutti si erano rassegnati, ai misteri della Segreta, anche. Ma chi mai poteva macchiarsi di uninutile e cruento assassinio contro un essere così bello?

-E come hanno fatto a prenderlo!

Ines sbuffò a voce alta, ma il pensiero era già passato nelle teste di tutti. Corinna Love era stata ritrovata e interrogata, e su tutti i giornali il suo volto in lacrime come una madre disperata si accompagnava a immagini di repertorio della Segreta. Un orrendo crimine in un orrendo quartiere contro una bellissima persona, titolavano gli articoli, e la città di M. restava col fiato sospeso, tra bisbigli e sussurri, speranzosa di punire quel mostruoso assassino e avidamente curiosa di conoscere i più macabri particolari.

Non mi troveranno mai.

Accadde al pic-nic della Rimembranza.

Arcangelo Finezza partecipava agli eventi solo se invitato da qualcuno che certificasse su carta la cosa, come se non esistesse, senza testimonianza. Quel giorno il suo nome non appariva in nessuna lista, e fu una sorpresa, trovarlo lì, seduto in disparte su una panchina del parco. Indossava un completo nero, guanti neri, cappello nero, e un bastone la cui testa mi sembrò, da lontano, un teschio argentato.

Accadde ancora. Alla festa della Prima Estate, nella piazza Santa Addolorata, avrebbero proiettato un film. Una volta seduti tutti, un improvviso guasto elettrico lasciò senza luce tutto il quartiere. Quelli dietro me cominciarono inspiegabilmente a litigare, ne risultò una rissa terrificante.

Arcangelo Finezza, completo nero e bastone con testa di teschio argento, nell’ultima fila, rimase seduto senza urlare o scappare. Composto, serio. Lui era lì.

Era lì il Giorno dei Morti, quando trovarono l’uomo pugnalato nel cimitero. In piedi dietro la lapide della Famiglia Affanni, una agghiacciante scultura famosa nella Contrada per il suo spaventare chiunque le passasse accanto.

Quando si sparse la notizia della mia sfortuna, e inventarono il mio soprannome Signora Disgrazia, lui già mi seguiva. Ovunque andassi, c’era anche lui. Eppure nessuno sembrava averlo notato. Come se riuscisse a diventare invisibile. Ma io, vedevo tutto. Ricordavo, tutto. Avevo capito. Decisi di mascherarmi dietro la mia sfortuna: Il Profondo seguiva me, ma non sapeva che io avrei seguito lui. Il suo fascino possedeva qualcosa di stregato, mi disorientava. Ma Arcangelo Finezza trascurava la cosa più importante: la Contrada Della Segreta era casa mia. La conoscevo a occhi chiusi, ne distinguevo gli odori, i fischi del vento tra gli edifici, qualsiasi sagoma. Lo avrei trovato.

Tutte quelle persone. Quel sangue.

Arcangelo Finezza detto il Profondo apparteneva a un mondo più oscuro anche della Contrada. Con questa assurda certezza tutto mi diventò naturale, sapevo cosa guardare: mosse impercettibili, respiri, silenzi. E un nome, mi nasceva nella mente dopo averlo osservato: Diavolo.

Senza accorgersi di me, mi condusse alla fine della via Rattoppata Nera, una via che dalla Contrada portava verso la periferia della città, una via disabitata di case in costruzione mai costruite. La vera parte fantasma della Contrada, dove nemmeno le auto si avventuravano: per la periferia si utilizzava la superstrada, illuminata, e per entrare nella Contrada, da quella stessa parte, si usava la via Opposta Nera, che era una versione identica, ma viva, della via Rattoppata Nera.

Cari lettori, vi ho lasciati soli nella nebbia, tra rovine e detriti. Eccomi, vi prendo la mano, seguitemi.

Una sola casa non era stata completamente demolita, una struttura traballante dalle cui finestre proveniva una luce giallastra. I vetri erano spaccati, e mi affacciai appena. In una stanza che somigliava a un soggiorno alcune persone erano sedute su poltrone logore e sedie sgangherate. Ma i corpi sembravano troppo rigidi, troppo immobili. Nella stanza accanto, vuota e macchiata di muffa, Arcangelo Finezza sussurrava qualcosa intonando la sua voce melodiosa. A fatica, riuscii a resistere. Le persone a cui si rivolgeva sedevano altrettanto rigide come quelle nella stanza accanto, ma fissavano Il Profondo completamente rapite. Mi parve una preghiera. Quando tutte le persone sedute annuirono nello stesso istante e allo stesso modo, Il Profondo andò nella stanza soggiorno e accese la luce.

Urlai, la mano sulla bocca, mi lasciai cadere nel buio della strada e mi misi a correre, senza voltarmi, imboccai l’ingresso in Contrada e corsi fino a via Nerina Oscura. I miei stivali risuonarono ovunque nel quartiere, un indimenticabile rimbombo nel mio cuore, impossibile da quietare. Mi rifugiai da Corinna, e le raccontai tutto.

Cari lettori, sapete come si fa a ingannare il Diavolo?

Io, Ines Argenti detta Signora Disgrazia, malvista dalla città per colpa di una sfortuna che non mi apparteneva, ero stata raggirata. Da forze più oscure persino del mio stesso quartiere, e della mia stessa sfortuna.

-Cosa ci fa con quelle persone?

Corinna voltò alcune carte e le mise vicine.

-Sono il suo cibo, tesoro.

Deglutii un senso di nausea.

-Pozione di erbasanta dalle aiuole del Convento dei Morenti, da somministrare prima della mezzanotte di mercoledì, luna piena.

-E cosa ci faccio, Corinna?

-Serve a indebolirlo. L’unico modo per uccidere un Diavolo è strappargli il cuore.

Quello che Ines, in preda all’emozione, si è dimenticata di dirvi, è che tra le persone che Arcangelo Finezza aveva rapito c’era anche l’ispettore Rubicondi. L’ispettore aveva telefonato in commissariato per comunicare una vacanza, ma poteva sembrare vero che una persona che non aveva mai preso un giorno di ferie sparisse così, all’improvviso?

Quando Corinna mi raccontò il suo piano non dubitai, ma non osai domandare ancora, e la mia fantasia inventava sanguinari scenari che mi torturavano. Una trappola, ammaliante e mortale.

-Non ho già abbastanza sfortuna?

Corinna insisteva per farmi indossare un abito da suora con un vistoso copricapo.

-A quanto sembra la tua non è mai stata sfortuna.

-Sto per affrontare un Diavolo, cosa ti sembra, una benedizione?

Corinna sorrise.

-Ti riconoscerà, altrimenti.

Il Diavolo avrebbe temuto una suora. Mercoledì di luna piena. Arcangelo Finezza giocava a carte in un losco locale accanto al Convento dei Morenti. Non avrei destato sospetto. Il potere del travestimento mi stupì: quando entrai nel bar tutti gli uomini presenti abbassarono la testa. Arcangelo Finezza litigava con un giocatore, nemmeno mi notò. In un attimo lentissimo senza sguardi riuscii a versare la pozione nel suo bicchiere. Durò un secondo, e tutto riprese a scorrere normale. Arcangelo Finezza picchiò il pungo sul tavolo, si alzò, uscì. Lo seguii. Il mio vestito mi divenne comodo, mi sentivo protetta, forte. Arrivammo così, il Diavolo avvelenato e la finta suora, nella via Rattoppata Nera. Arcangelo Finezza barcollava, e appena in casa lo vidi accasciarsi a terra davanti alle sue innocenti, prigioniere, prede.

E qui, a questo punto della narrazione, lasceremo a voi lettori il compito di immaginare cosa accadde. Vi rivelerò che, quando Ines Argenti si appropriò del cuore di Arcangelo Finezza, tutte le sue vittime si disincantarono. L’ispettoreRubicondi quasi non si accorse di nulla, e fu subito chiamato a indagare sull’ennesimo caso di Signora Disgrazia, un omicidio raccapricciante nella Contrada Della Segreta. Il caso di via Rattoppata Nera fu archiviato. Quel posto, quella via, turbavano l’ispettore più del solito, un disturbo che non si sapeva spiegare. Dopo infiniti giorni di titoli e notizie raccapriccianti nessuno voleva più saperne nulla. Non ricordo se la colpa fu data a un maniaco sconosciuto, o se avessero incastrato qualcuno. Fu come se non fosse mai successo niente. Nella città di M. tutti volevano dimenticare. Ma era come se tutti avessero intuito, che c’era qualcosa di magico, sotto. La Contrada della Segreta diventò solo più spettrale.

Quel tuo cuore feroce, era ancora capace di intenerirmi. Non potevo sprecare quella meraviglia, così lo nascosi, in un posto che mi sembrava adatto, un carillon dolcissimo ma inceppato, dal suono che finiva per diventare orrendo. Come te. E quella chiesa, ti donava. Tu odiavi, le chiese. Mai incanto fu più a giusta ragione, spezzato.

La violenza nel tempo di Trump

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Trump
Immagine di M. H.da Pixabay

di Davide Orecchio

Molti hanno paragonato gli ‘squadroni’ di Trump alla Gestapo nazista o alle squadracce fasciste. Uso simile della violenza, analoga impunità paramilitare. I drappelli di agenti Ice che terrorizzano le comunità degli Stati Uniti, che rastrellano e uccidono al di là di qualsiasi controllo e autocontrollo, hanno una natura fascista, a me sembra innegabile, come è fascista l’impugnatura del presidente che li ha sguinzagliati. Ma ogni violenza politica ha la sua tradizione di riferimento. Per questo trovo molto convincente un ragionamento di Igiaba Scego. L’ha scritto su Instagram e lo riporto qui:

“L’Ice deriva direttamente non dalla Gestapo, ma dai slave catchers ovvero individui o gruppi di individui che si mettevano a caccia delle persone schiavizzate in fuga dalle piantagioni e dalle catene. La letteratura afroamericana ci ha mostrato più di un slave catcher. (…) L’Ice è un prodotto autoctono, le squadracce fasciste e naziste hanno ai tempi molto imparato (prima o poi dovremmo parlare della fascinazione di Hitler per alcuni metodi statunitensi) da questa parte che non ci piace degli Stati Uniti (perché c’è un’altra parte che ci piace molto, quella democratica rappresentata dalla bellezza della gente scesa in piazza), una parte che può mangiarsi la democrazia. Anche i metodi, rapimenti, brutalità, violenza, nessun codice etico ricordano molto i fantasmi che gli Stati Uniti non hanno mai risolto. La riemersione dei slave catchers, del suprematismo nativista wasp, ora chiamato ICE è davvero il segno della grande crisi che sta attraversando il paese”.

A me sembra una lettura lucida, ma ogni sguardo ha la sua tradizione di riferimento ed è mosso da una personale e ancestrale paura rispetto a una violenza politica della quale teme il ritorno. Per questo molti di noi nel braccio dell’assassino Ice che spara sull’inerme infermiere Alex Jeffrey Pretti hanno rivisto il manganello dello squadrista fascista che, prima di dare fuoco alla Camera del Lavoro, frantuma il cranio del sindacalista socialista, o hanno ritrovato la pistola dell’ufficiale Gestapo nell’atto di sparare alla nuca di un prigioniero.

Europa e Stati Uniti condividono spettri. L’Occidente condivide spettri. Diciamola più chiaramente: ogni sistema democratico occidentale (mi limito a questo per non allargare troppo il discorso) nasconde ed eredita dai regimi precedenti un inconscio Mr. Hyde, una natura politica violenta, fascista, razzista, “istituzionale”, una violenza di Stato storica pronta a risorgere e incarnarsi nel militare o paramilitare che reprime e uccide, o nel giudice che condanna senza un giusto processo. La democrazia, per negazione, è anche una coscienza: consapevolezza che Hyde può sempre essere sprigionato, non è morto e non morirà mai. L’intera Costituzione italiana è costruita a partire da questa coscienza (ed è da sempre, infatti, nel mirino delle destre). E le democrazie occidentali, dal 1945 a oggi, non hanno seppure con molte ipocrisie provato a vivere in base a questo comandamento? La loro identità e sopravvivenza dipendevano dalla resistenza delle catene cui Hyde era legato. La democrazia sa di essere imperfetta perché sa di contenere il mostro. E qui “contenere” ha due significati.

Nell’America di Trump, Hyde è libero dalle catene. E non è verosimile che nella stessa epoca convivano un’America a guida fascista e un Occidente (o quel che ne resta) democratico. Francia e Germania, i più importanti Paesi europei, sono vicinissimi a consegnarsi a forze politiche di estrema destra o neofasciste. L’Italia l’ha già fatto. Fermiamoci qui, non deprimiamoci troppo. C’è però un elemento nuovo nell’uso della violenza dalle parti di Washington rispetto ai fascismi storici: quella del secolo scorso era gente che nella violenza ci sguazzava, gli squadristi venivano dalle trincee, la brutalità politica era per loro uno strumento domestico, ed era connaturata anche ai vertici, a duci e Führer. Un aspetto che rende “diversamente” disumano Trump è invece la sua indifferenza, la sua distanza dalla furia che sta scatenando, resa poco meno che astrazione e teoria dalla prospettiva dello Studio ovale o di un post su Truth. Trump è lontanissimo dall’infelicità e dalla sofferenza che sta procurando. Si comporta come un dio alieno o come un faraone digitalizzato, ma i bottoni che preme hanno effetti reali, dubito però che lui se ne accorga, il suo distacco sembra andare al di là dello stesso male che lo nutre.

Anni fa, in un lontano 2012, lo psicologo canadese Steven Pinker sostenne che l’umanità fosse prossima alla fine della crudeltà, che non ci fosse un’epoca storica meno violenta di quella attuale. Non ero del tutto convinto allora da quel ragionamento, e oggi lo rileggo con un’amarezza che non sa nemmeno sorridere: il tempo, i fatti, l’hanno sepolto. Tutto il contrario: il nostro è il tempo della violenza e, a causa della sua natura, è un tempo che non riusciamo a comprendere. Allarghiamo lo sguardo: qualcuno è capace di inserire in un quadro razionale il massacro di Gaza o l’eccidio in Iran? Qualcuno è in grado di individuare le motivazioni di questi mali sterminatori? Il potere ha riscoperto la disumanità. Ed è intollerabile che proprio il nostro tempo abbia scelto questa ferocia, che proprio nel nostro tempo il progresso sia tornato a essere una menzogna.

Che bello esistere su YouTube

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di Leonardo Canella

1. Su YouTube un’onda titilla la mia mente, bagliori toccano le mie dita. Io pulso su YouTube. Io esisto. Il sangue spinge, la dopamina sale (una puzzetta ci sta bene, penso). Il tipo tagliato a pezzi non pulsa, secondo me. Quando sono su YouTube io pulso. Bagliori toccano le mie pupille, le mie dita. Che pulsano. Io sono-io pulso quando sono su YouTube. Io esisto.

2. Su YouTube gli autori pulsano incapsulati in un video fluttuante nello spazio della rete. Ecco il Dirby poeta la poetessa Lalla il Dudy che dice Foucault. Loro pulsano. C’è anche il tipo tagliato a pezzi, su YouTube. Lui non pulsa. Gli autori pulsano di desideri iniettati e il sangue spinge nelle dita, un’onda titilla la loro mente. Interviste, presentazioni, sorrisi. Loro pulsano quando sono su Youtube. Loro ESISTONO.

3. Stasera c’è Canella su YouTube e tutti insieme guardiamo Canella su YouTube. Stasera (alla Finestra di Antonio Syxty). Polly tipo tagliato a pezzi puzzetta ed io, il PUBBLICO della poesia iniettato di desideri pulsanti. Stasera guardiamo Canella su YouTube. Il tipo tagliato a pezzi sorride (è stato lui!, dice), la Polly si gonfia le tette che mi vorrebbe conoscere. La puzzetta, non ho capito. E il sangue spinge, la dopamina sale. Stasera IO esisto, su Youtube.

4. Incapsulato dentro un video, un’onda titilla la mia mente, bagliori toccano le mie dita. Io pulso, il sangue spinge, la dopamina sale. E loro mi guardano, loro mi ascoltano alla Finestra di Antonio Sixty. Il Dirby poeta sperimentale mette un like (è il tipo tagliato a pezzi e dice qualcosa), la Polly si gonfia le tette che mi vorrebbe conoscere, Canella fa una puzzetta. Bagliori toccano le mie pupille, le mie dita. Che pulsano. Io sono-io pulso quando sono su YouTube. Io esisto.

5. Felice, fluttuo adesso nello spazio della rete. Incapsulato dentro un video dico parole nuove al Dirby poeta, alla poetessa Lalla, al Dudy che dice Foucault. Faccio puzzette. Ho conosciuto la Polly tettinegonfie e bagliori toccano le mie dita, un’onda titilla la mia mente. Io esisto, felice, dentro un video su Youtube.
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Parole per sopravvivere: Controdizionario del confine

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di Daniele Ruini

Solo la parola dà all’essere umano la sua autonomia,
essa gli permette di chiedere agli altri la strada
e di prenderne poi un’altra.
(Elfriede Jelinek, Voracità)

Il fatto che il potere abbia sempre esercitato anche un controllo sul linguaggio è circostanza talmente assodata da averci provocato una specie di assuefazione: se il Vaticano ha perseguito per secoli ogni tentativo di traduzione della Bibbia latina, se il Fascismo ha lottato contro forestierismi, dialetti e minoranze linguistiche, se gli eufemismi rivestivano di una fredda patina burocratica la persecuzione nazista antiebraica, allora forse non ci stupisce che lo stesso meccanismo continui a riprodursi anche oggigiorno. Insomma, che il governo israeliano definisca “contesi” i territori palestinesi occupati e “incidenti” le brutali aggressioni dei coloni in Cisgiordania, oppure che Putin si sia sempre riferito all’invasione dell’Ucraina parlando di “operazione speciale militare” non smuove più di tanto le nostre coscienze, indignate semmai dai massacri e dalle ingiustizie che guerre, colonialismo e politiche securitarie continuano a perpetrare.

Per risvegliare la nostra attenzione sugli esiti nefandi della manipolazione del linguaggio può quindi essere utile prestare ascolto a chi quegli effetti li subisce: dare loro parola può servire a gettare luce su una violenza che passa anche dall’imposizione del silenzio o di una retorica funzionale al carnefice di turno. Proprio questo è l’obiettivo di Controdizionario del confine, un libro prezioso pubblicato dalle edizioni Tamu/Tangerin e realizzato dall’Equipaggio della Tanimar, il nome collettivo scelto da Filippo Torre e altri studiosi dei processi migratori delle Università di Genova e Parma (già autori dell’inchiesta Crocevia mediterraneo uscita per Elèuthera nel 2023). Confrontandosi con i migranti che hanno provato a valicare il Mediterraneo tra Sicilia e Tunisia, ascoltando le loro parole e i loro racconti, questi ricercatori hanno compilato un glossario alternativo in cui sono raccolte e spiegate 42 voci usate dai protagonisti della rotta italo-tunisina (una rotta che, come conseguenza dei recenti finanziamenti accordati dall’Unione europea al governo autoritario di Kaïs Saïed, ha visto le partenze verso le coste italiane sempre più violentemente limitate).

Nel Controdizionario troviamo termini di origine araba, francese, italiana o parole ibride nate alla confluenza di lingue diverse: nell’insieme formano una lingua viva, in evoluzione continua e che –come scrivono gli autori– svela una «narrazione «controegemonica rispetto a quella delle istituzioni» (p. 15). Dare spazio al punto di vista di questi migranti (provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana francofona) e al loro linguaggio consente infatti di rovesciare la retorica vittimistica e criminalizzante di cui sono abitualmente fatti oggetto insieme alle persone e alle organizzazioni che li supportano. L’obiettivo diventa quello di «mettere al centro il modo in cui l’attraversamento delle frontiere viene vissuto, raccontato e nominato da chi è ostacolato, imprigionato, violato, respinto» (p. 14).

Sfogliando le pagine del volume scopriamo per esempio che il modo più diffuso in cui si definiscono coloro che cercano di attraversare il Mediterraneo centrale è aventurier, un termine che porta su di sé sia l’idea di un’assunzione personale del rischio sia la dimensione di scoperta, anche gioiosa, a cui questi viaggiatori ­–quasi sempre molto giovani– vanno incontro. Dalla radice del verbo arabo che significa “bruciare” deriva invece harraga, ovvero “bruciatori (di confini)”, a indicare chi è costretto ad aggirare quelle norme e quei dispositivi che impediscono una mobilità legalizzata: un concetto che «ha assunto una dimensione centrale nel linguaggio e nell’immaginario comune […] di intere generazioni segnate dalla frustrazione delle speranze di cambiamento» (p. 127).

I passeggeri di una barca in transito verso l’Europa si autodefiniscono bouteille, parola che sembra stabilire un «legame fra il destino di una bottiglia in mare e quello di chi prova la traversata» (p. 41), un destino fatto di caso, rischio estremo e speranza.

Tra le parole ibride segnaliamo infine kidnappeur, in riferimento al sequestro e alla vendita dei migranti a scopo di riscatto da parte di tunisini o di altri migranti subsahariani; e taximafia, a designare tutte quelle occasioni di trasporto illegale a cui i viaggiatori clandestini sono costretti ad affidarsi, con costi molto più alti rispetto ai trasporti standard e dovendo viaggiare di notte «per eludere la sorveglianza di milizie e forze di polizia» (p. 187).

In conclusione, la compilazione di questo controdizionario ha il grande pregio di far emergere la voce –e, di conseguenza, il pensiero– di chi tenta di attraversare le frontiere sempre più militarizzate e respingenti che separano l’Europa dal sud del mondo. Come spiega l’attivista di origine camerunense Georges Kouagang nella sua prefazione, non si tratta semplicemente dell’esito di una ricerca di antropologia linguistica quanto di un «atto politico»: aver raccolto questo lessico «significa riconoscere che anche in condizioni estreme le persone continuano a nominare il mondo, a reinventare il linguaggio per raccontarsi e orientarsi» (p. 11).

 

Esclusa la fine. (Per Jean Le Gac.)

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di Pasquale Polidori

 

Il 26 dicembre è scomparso Jean Le Gac (Alès 1936 – Parigi 2025). Pittore e artista concettuale, tra i protagonisti della Narrative Art, è stato attivo in più occasioni anche in Italia, dove la sua ricerca si è confrontata con momenti decisivi delle neo-avanguardie artistiche e letterarie.

A cominciare dal numero 23-25 della rivista Uomini e idee, uscito nel settembre 1970 e dedicato alla realtà francese contemporanea, curato da Jochen Gerz, e con Adriano Spatola nel comitato di redazione. Per un linguaggio del fare-documenti dell’avanguardia francese, questo il titolo, riunisce trenta nomi della poesia visiva e dell’arte visiva, accomunati proprio dal visivo come margine di confluenza tra i due ambiti. È un aggettivo (visivo) che va a modificare la definizione stessa di «arte» e di «poesia», mettendo in discussione metodi e materiali e aprendo soprattutto una questione più radicale: quella di comprendere come il vedere in sé possa diventare una pratica critica, come possa trasformarsi in un linguaggio capace di includere tanto momenti affermativi, in cui si vede per guardare, quanto momenti negativi, in cui si vede per non-guardare, ossia per fare, per tradurre operativamente il vedere in altro: costituire lo sguardo come procedura di azioni. Scrivere, scolpire, dipingere, comporre musica sono modalità linguistiche sottoposte a una verifica analitica che, togliendo coesione agli oggetti espressivi, favorisce interferenze e intermedialità.

A quella raccolta, Jean le Gac contribuisce con una lettera:

Parigi 10 marzo 1970

Gentile signore,

la prego di considerare come nulle le dichiarazioni eventualmente espresse da un certo [NOME ILLEGGIBILE] riguardo a un’attività che avrebbe svolto, a partire dalla primavera del 1968, in diversi punti del paesaggio e che consisterebbe essenzialmente in una serie di manipolazioni solitarie esercitate su ciò che lo circondava, con l’unico scopo, a quanto pare, di manifestare un comportamento. [LETTERA INCOMPIUTA]

La lettera si riferisce a una fitta serie di interventi che Le Gac realizzò dentro e fuori Parigi tra il 1968 e il 1970. Questi interventi avevano come ragione unificante il desiderio di introdurre nella vita reale condizioni capaci di generare una narrazione fittizia. Si tratta di brevi svolgimenti narrativi, che corrispondono ad altrettanto minimali progetti di azioni e di comportamenti, o manipolazioni, come dice la lettera. Di queste manipolazioni agite nel paesaggio (un solco scavato nel terreno, un giro di ricognizione, un progetto di irrigazione, l’acquisto di un terreno di scarso o nullo valore commerciale…) sfugge la finalità, tanto quanto le narrazioni mancano di un finale. La tattica vuota di senso faceva sì che ogni finale si rivelasse insufficiente e quindi incapace di offrire una morale. Escluso il finale, a funzionare da morale era semmai il meccanismo stesso del racconto “esistenzializzato”: la possibilità di trasfigurarsi in personaggio per osservarsi mentre si vive e prendere appunti sulle azioni che si progettano. Concepite e realizzate come situazioni concrete o come utopie, in ogni caso trasformate in scrittura e in immagine fotografica, queste azioni-documenti venivano spedite a diversi destinatari, che conservavano i frammenti di racconto come fili di cui non si poteva essere certi del collegamento: una mimesi effettiva che funzionava come mappa di un territorio in parte geografico e in parte letterario.

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Qualche esempio. Maggio 1969, Le Campement-projet: l’idea di costruire un accampamento di tende panoramiche in vinile trasparente su cui è stampato il tratteggio dei profili del paesaggio esterno, in modo da sovrapporre alla vista della natura la sua stessa figura tradotta in forma grafica; 400 destinatari. Novembre 1969, Acte-Observation: il resoconto approssimato di un giro a vuoto nei pressi del cantiere di un edificio in costruzione, in una zona di campagna; più alcune foto abbastanza scadenti da risultare misteriose e un breve testo privo di fulcro, in tutto quattro facciate; 300 destinatari. Gennaio 1970, Description d’un dessin fait d’après nature: un disegno realizzato dal vero tradotto nell’accurato e straniante rilievo verbale di un muretto; 100 destinatari. Marzo 1970, con Christian Boltanski: viene affittato per un mese un appartamento in rue Rémy-Dumoncel (Parigi 15°) e le chiavi sono distribuite a 50 destinatari, liberi di entrare e uscire in qualunque momento e di creare plot che nessuno controlla, e di cui ciascuno avrà sempre una visione parziale: le coincidenze saranno casuali e gli sguardi tutti soggettivi.

Accade, in questo particolare contesto narrativo dell’arte visiva, che la crisi della prospettiva in pittura originariamente annunciata da Cézanne (primo remoto sintomo di una concezione postmoderna dello sguardo) mostri i suoi effetti più estremi in una generazione di pittori senza oggetto. Non tanto perché non producevano quadri ma azioni e comportamenti dai risultati concreti scarsi, quanto soprattutto perché la progettualità del loro operare escludeva la possibilità di mettere a fuoco qualche risultato.

Nella frammentarietà del racconto tentato da Le Gac (e non è certo il solo) e nella pratica esistenziale di una trama eventuale che procede rimandando il suo punto, c’è sia il metodo di una deriva situazionista sia il rifiuto della rappresentazione specifica propria dell’astrattismo. Si tratta in ogni caso di deviare dal destino segnato delle linee prospettiche e di concepire linee di fuga che non abbiano termine in un unico punto focale o che non abbiano termine alcuno.

Una delle prerogative rivendicate da Le Gac è stata quella di aver introdotto nell’arte visiva l’imperfetto, il tempo verbale delle azioni senza termine. E se questo tempo imperfetto abita uno sguardo che non è impersonale, non è universale e non è quello promesso dalla prospettiva pittorica, ma è lo sguardo di una fittizia soggettività personale, allora la mancanza di termine coincide con la sfocatura dell’oggetto.

Dove sta infatti l’oggetto di questi soggettivi vagabondaggi nel territorio? Eccone un esempio: aprile 1970, nella zona montana di La Croix-Valmer qualcuno ha lasciato un segno del proprio passaggio, e un annuncio di Le Gac (Pour vérification monter jusqu’au « Signal » à la Croix-Valmer, circa 50 destinatari) indica dove è possibile rinvenire questo oggetto segnaletico. Un altro esempio è Le Signal, un breve film in 16mm della durata di cinquanta secondi che offre un’esperienza diretta di uno sguardo soggettivo su un segnale oggettivo. Il film si apre sull’immagine fissa di una roccia alta poco più di un metro, dalla cui sommità parte un cavo d’acciaio con un fazzoletto bianco annodato. Mentre una voce fuori campo descrive esattamente quello che stiamo vedendo, l’immagine viene aggredita da macchie scure che si propagano finché tutto diventa nero e non vediamo più niente. L’oggetto della soggettiva cinematografica è durato il tempo della sua brevissima e superflua descrizione: un documento sempre insufficiente rispetto a una narrazione soddisfacente. Zero morale della favola, quantité nulle, come dice la lettera.

Queste e altre azioni (varie passeggiate con Christian Boltanski e Paul Armand Gette, distribuzione di estratti da un racconto di Jean Ray e dagli studi di fotobiologia cutanea di Hubert Jausion e François Pagès) vengono poi elencate in un sunto narrativo autobiografico. Le Gac lo presenta come curriculum vitae alla Biennale del 1972, a cui partecipa in due modalità diverse. Da un lato, è invitato al padiglione francese: un’automobile parcheggiata ai Giardini fra i cespugli diffonde messaggi dal significato oscuro attraverso un altoparlante. Dall’altro lato, partecipa alla sezione Il Libro come luogo di ricerca, con cui i curatori Renato Barilli e Daniela Palazzoli realizzano quella che è di fatto la prima ricognizione italiana dell’Arte Concettuale. Nello stesso anno Le Gac partecipa a documenta 5 (Investigando la realtà / Mondi visivi odierni), dove i concetti di realtà, oggettività, soggettività e autonarrazione sono tematizzati da Harald Szeemann nella sezione denominata Mitologie individuali.

03_JLG_pagina del catalogo di documenta

Il senso e il metodo di una mitologia individuale secondo Le Gac emergono già chiaramente in una mostra dell’anno precedente alla galleria Rive Droite. Qui viene esposto La Rumeur dans la montagne, un ready-made fondamentale per l’intreccio tra pittura e finzione che diventerà il nodo centrale della sua opera. Si tratta di un racconto di Maurice Renard che ha come protagonista il pittore Florent Max, ossessionato da un’eco misteriosa che risuona tra i monti dove ogni giorno si reca a dipingere, fino a diventare vittima della sua stessa allucinazione. Le Gac acquista i diritti del racconto, lo ristampa con il titolo Une lecture révélatrice, e lo introduce con un proprio testo narrativo che fa eco a quello di Renard. In questo lavoro, il perturbante tipico del ready-made, che fin dalla sua nascita costringe a interpretazioni continue e alla verifica di contenuti solo sospettati, si manifesta nell’idea che la vita dipenda dalla letteratura. Da questa dipendenza, nasce un rapporto insieme affettivo e delirante con la storia dell’arte, essa stessa considerata come trama letteraria. Un’idea che esprime bene anche il film La Vie est un roman (1983) di Alain Resnais, autore molto amato da Le Gac.

Per un certo periodo Florent Max diventa l’alter ego di Jean Le Gac, in un gioco di specchi in cui non è chiaro chi rifletta chi. Questo scambio di identità continua nella mostra alla galleria Hossmann di Amburgo, per la quale Le Gac pubblica una plaquette intitolata Le Récit, in cui presenta alcuni suoi scritti assieme ad articoli che altri hanno scritto su di lui e dove il suo nome appare cancellato o sostituito con quello del personaggio letterario. Nel 1992 torna in Germania con una mostra personale (Le Peintre fantôme, Badischer Kunstverein Karlsruhe). Il catalogo realizzato per questa mostra imita la grafica della celebre collana francese di romanzi polizieschi Le Masque, con i capitoli costituiti in questo caso da interventi critici: al primo testo di Jean Clair seguono diversi contributi di Claire Stoullig, Gilbert Lascault, Kate Linker, Catherine Francblin e altri nomi significativi, tra cui Anne Dagbert, che più di tutti si è occupata dell’artista. Anche qui il nome di Jean Le Gac compare solo in copertina e nel colophon, mentre all’interno dei testi è sostituito da spazi bianchi.

Tra gli artisti del gruppo storico della Narrative Art, Le Gac è quello che insiste maggiormente sul romanzo come medium ideale di un’esperienza artistica votata all’autoanalisi. Si tratta però dell’imitazione di una finzione, e quindi di una finzione che si ripropone indefinitamente come racconto senza soluzione, destinato al frammento e all’interruzione. Nel lavoro di Le Gac, i due elementi tipici della Narrative Art (testo e fotografia) creano una particolare dialettica di sospensione, rinviando entrambi a un atto di finzione che ha luogo nella vita quotidiana senza però potersi mai veramente completare. Questo perché una finzione che si compisse interamente nella vita cesserebbe di essere finzione e diventerebbe morte: morte come trascendenza definitiva.

Per formazione Le Gac era un pittore e a scuola insegnava disegno. Eppure in quegli anni, nelle sue opere foto-testuali, sceglie la finzione della pittura: non la pittura dipinta ma la pittura narrata in microstorie tanto minimali da sembrare metafisiche. È quindi un pittore che non dipinge, ma fa finta di dipingere, ricavando dalla finzione della pittura il senso stesso della pittura. Realizza così un’astrazione concettuale dell’essere e del fare pittura attraverso la finzione dell’essere senza fare. Anche se poi, in realtà, fa: nei suoi racconti corre, si nasconde, trema, si spaventa, suda, visita, guida, entra, esce, si siede, si ferisce, si allontana, e dipinge. Tutto davanti a un obiettivo fotografico, in posa da pittore. Solo che la sua pittura, in quegli anni, lascia traccia solo nel comportamento: un’inflessione professionale del corpo e del pensiero.

04_JLG_the-painter_1974_© foto_giorgio-benni_web_nazione indiana

In Italia è Filiberto Menna a presentare il gruppo della Narrative Art alla mostra del 1974 da Cannaviello, a Roma. Le Gac espone un’opera foto-testuale dell’anno precedente, Le Peintre, in cui vediamo apparire, in un paesaggio naturale tra palude e bosco, un pittore vestito di bianco e attrezzato di cavalletto e tele, quasi un Monet che vaga per le campagne. Il testo però racconta l’inattività del personaggio: «… per non fallire, egli evita di impegnarsi: “Ho la sensazione, dice, che non sto ancora realizzando nessuna opera”…»

Filiberto Menna è anche il teorico della Pittura analitica, che in Francia si identifica nel gruppo di Support/Surface e nelle procedure minimaliste di Daniel Buren, Olivier Mosset, Michel Parmentier e Niele Toroni. Jean Le Gac non partecipa né all’uno né all’altro gruppo. Il suo approccio analitico consiste nel trasportare la pittura sul piano della scrittura e del comportamento, attraverso una drammaturgia inconclusiva e ossessiva, però anche dolce e capace di includere il comico e l’assurdo, e che diventa il suo en plein air, il suo respiro e la sua logica. In questa scrittura analitica del comportamento e nella distribuzione frammentaria dell’immagine fotografica (un palinsesto), Le Gac rimane vicino, pur con precise differenze, a due compagni degli inizi: Christian Boltanski e Gina Pane. Nella disfunzionalità del comportamento invece (vagabondaggio e dispersione) si trovano le radici più autentiche della sua amicizia con André Cadère.

Questa prima parabola narrativa foto-testuale si conclude nel 1978 con l’esaustiva antologica al Centre Pompidou curata da Pontus Hulten, che segue di un anno la retrospettiva al Kunstverein di Amburgo. Le due mostre (Le Peintre / Exposition romancée a Parigi e Der Maler ad Amburgo e in altri luoghi) raccolgono un percorso distribuito tra diversi altrove: scrittura, esistenza, alienazione soggettiva, storia dell’arte e finzione della pittura. E mettono in crisi il modello consueto di contemplazione o di relazione fisica con l’opera esposta, facendo cadere quella sorta di sottinteso principio di unità di tempo e spazio che dovrebbe valere per le mostre d’arte.

Nella mostra romanzata, anche ammettendo che lo spazio dell’opera sia limitato alla parete che fa da supporto al foto-testo, è il tempo narrativo a forzare i limiti della presenza dell’opera allo sguardo. Spingendo verso gli eventi mostrati dalle immagini, che nel testo si smarriscono. Il visivo si apre ai suoi negativi: quello che si è già visto, quello che si pensa di vedere e quello che il testo fa immaginare. E questo vanifica la promessa alla base di ogni allestimento: convocare il senso proprio dell’opera esposta, portandolo all’evidenza in un preciso qui (del) presente. Ma se per il soggetto che agisce in queste opere non è possibile, né desiderabile né necessaria, una tenuta in quanto tale, perché mai l’opera dovrebbe voler coesistere con sé stessa? Distribuendosi tra media diversi e traendo forza dall’incompletezza e dall’indeterminatezza delle definizioni, l’opera svincola l’immagine dalla propria autoaffermazione.

Negli anni Ottanta, in questo ambiente narrativo disperso tra finzione e realtà, Le Gac introduce la pittura dipinta. Una pittura capace, senza mai chiudere i conti, di tirare le somme di un percorso generosamente sbilanciato verso i propri dintorni, che si tratti del linguaggio o della vita. Pur essendo portatrice di un racconto figurativo che ritorna su sé stesso e sui propri elementi, tra citazioni dalla storia dell’arte, mitologie popolari e allucinazioni autobiografiche, questa pittura rimane al riparo dalla staticità di una (di qualsiasi) retorica. È una pittura che costantemente esce da ed entra in sé stessa, capace di osservarsi, di dichiarare i propri strumenti e le proprie ragioni, di coinvolgere persone vicine portandole a interpretare una recita: il romanzo di un pittore. La messa in scena di questo romanzo, la cui trama, esorbitante e ricorsiva, si svolge negando ogni esito programmato o prevedibile, è a sua volta un medium artistico, ovverosia una messa in opera che sperimenta modi di lettura-visione in corrispondenza con la coincidenza tra spazio narrativo e spazio espositivo. Abbiamo a che fare con installazioni complesse, che prevedono la correlazione tra dipinti, testi e fotografie di finzioni allestite nella vita reale. La letteratura è offerta allo sguardo sotto forma di esperienza multi-dimensionale, e i suoi modelli fungono da guida per la costituzione della pittura, allegorizzata in chiave di racconto poliziesco, di avventura, di mistero.

Ora il soggetto romanticamente malato di finzione (il pittore) ha portato a compimento una impresa che era implicita fin dall’origine di questa ricerca: proiettare sull’opera d’arte quel sentimento di distacco irrimediabile e di inafferrabilità, che è tipico di ogni contenuto romanzato. Il montaggio di più piani mediali e narrativi, a cui si assiste nella fase matura della pittura di Le Gac, appare come la conseguenza delle strategie inconclusive tentate negli anni della sospensione del dipingere: strade volte a modellare la durezza inconcepibile e inumana dell’arte per mezzo di coniugazioni e tangenze, dissolvimenti e rovesciamenti nel non essere e nella non fine.

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SETTE LIBRI DI JEAN LE GAC

Le note che seguono sono parzialmente già incluse in Jean Le Gac, Il pittore dappertutto, Cambiaunavirgola, 2021, a cura di Pasquale Polidori.

1972

Jean Le Gac / Florent Max

CEDIC, Parigi

Brossura, 20 × 13 cm, 40 pagine, illustrazioni in bianco e nero

Con un testo di Jean-Marc Poinsot

Oltre alla tiratura di base, furono stampate 100 copie numerate e firmate

Jean Le Gac acquista i diritti di un racconto di Maurice Renard, La Rumeur dans la montagne, incentrato sulla figura del pittore Florent Max il quale, ossessionato da un’eco misteriosa che si diffonde nel luogo tra i monti dove egli quotidianamente si reca a dipingere, finirà per precipitare tra le rocce, vittima della propria allucinazione. Nell’edizione di Le Gac, il racconto di Renard è compreso sotto il titolo di Une lecture révélatrice, ed è introdotto da un testo di Le Gac, Il cria comme dans un telephone. Lo scambio di nome tra Jean Le Gac e Florent Max corrisponde a un tentativo da parte del primo di entrare in un universo letterario e fittizio. Il fenomeno dell’eco, al centro sia del racconto di Renard sia del preambolo di Le Gac, da un lato implica una sovrapposizione tra parola pronunciata (nome proprio) e parola replicata (nome improprio, nome sottratto, ready-made), come rileva Kate Linker in un articolo che compare nel numero estivo del 1986 di Artribune; dall’altro indica la ninfa Eco, legata al destino di Narciso: lui morto per immagine e lei morta per parola.

Il libretto si chiude con un testo fondamentale: Notes biographiques. In un tono da romanzo psicologico, vi si trovano mescolate notizie di mostre e avvenimenti dai contorni non chiari, a dispetto di una maniacale elencazione ordinata per modi e generi operativi. L’unica evidenza indiscutibile è il formarsi di un solco di finzione nel pieno dell’opera, del tutto disponibile alla vita.

1972

Le Récit

Hossmann, Amburgo

Punto metallico, 28.9 × 19.5 cm, 16 pagine, illustrazioni in bianco e nero e colori

Stampato in 500 copie numerate

La plaquette consiste nella riproduzione fotografica di collage e interventi a penna e tinta bianca effettuati su ritagli di giornali e di libri — l’intera rassegna stampa delle notizie riguardanti le mostre fatte da Le Gac fino a quel momento. L’artista sbianchetta e cancella ogni occorrenza del proprio nome, sostituendovi quello di Florent Max.

1975

Le Professeur de dessin

1975

Europalia, Bruxelles

Punto metallico, 29.5 × 21 cm, 20 pagine, illustrazioni in bianco e nero

Le Professeur de dessin è un’opera del 1975 in 11 parti, ciascuna delle quali si compone di un racconto dattiloscritto e un insieme di riproduzioni fotografiche di disegni realizzati dagli allievi di scuola media del professor Le Gac. Complesso intreccio di pittura, fotografia e testo, da cui discendono interrogativi e significati cruciali relativamente alla pittura e alla sua capacità di estendersi linguisticamente ben oltre i limiti di ciò che è dipinto, Le Professeur de dessin rappresenta anche un particolare esempio di concettualizzazione del lavoro artistico, che giocando sull’ambiguità tra appropriazione e committenza dell’opera pittorica da parte dell’artista/professore, gli riserva un ruolo che, ironicamente, equivale a quello di una coscienza puramente verbale, spazio negativo dell’opera in cui è di scena una pura finzione del fare.

Una plaquette di quest’opera fu stampata come contributo di Jean Le Gac al catalogo del festival Europalia France 75, Bruxelles (Une certaine actualité de l’art contemporain en France), che consisteva in un raccoglitore di 12 libretti, uno per ogni artista invitato, più un libretto collettivo. È la prima volta che Le Gac tenta una pubblicazione che si presenta apertamente sbilanciata sul versante letterario. Questo versante però si determina attraverso l’adozione di alcune modalità compositive, quali: la didattica o il lavoro statale del pittore; il rapporto con i figli o la situazione biografica del pittore; la scrittura o il pittore come voce narrante e soggetto che patisce un isolamento narcisistico; la composizione dell’opera o il pittore come regista di materiali provocati dal suo stesso intervento.

1977

Der Maler

Lebeer Hossmann, Amburgo-Bruxelles

Brossura, 21.5 × 14 cm, 134 pagine, illustrazioni in bianco e nero

È il catalogo della mostra omonima che si svolge tra marzo e aprile 1977 al Kunstverein di Amburgo, e poi a Monaco e ad Aquisgrana nello stesso anno. Ma si tratta a tutti gli effetti di un libro d’artista, concepito nella forma di un tascabile dove, a parte l’introduzione del curatore Günter Metken, troviamo solo una raccolta di racconti foto-testuali dell’artista.

1979

Le Peintre de Tamaris près d’Alès (Roman)

Yellow Now, Crisnée

Brossura, 20.2 × 14.2 cm, 186 pagine, illustrazioni in bianco e nero, in copertina una illustrazione a colori

«A parte il Bénézit, non credo che esista un altro libro oltre al mio che contenga così tante volte la parola “pittore”. Tuttavia, non penso che con questo libro si potrebbero ricostruire in modo attendibile le mie opere se non fossero più esposte e fossero cadute nell’oblio, cosa che accade spesso. […] Forse un giorno riuscirò a ricondurre tutto a una sola parola, come nel racconto di Borges in cui un nome sconosciuto rimasto in un’enciclopedia fa scoprire un intero paese, un’intera civiltà scomparsa. Immagino quindi che tutte queste pagine potrebbero far sospettare che un pittore — detto di Tamaris — sia realmente esistito. In ogni caso, ho potuto verificare di persona l’eccellenza della scoperta che ho fatto piuttosto tardi, nel 1976, quando mi è apparso chiaro che un pittore fittizio era al centro di tutti i miei lavori. È stata una grande gioia per me identificarlo anche nelle mie opere precedenti a quella data e vedere la mia intuizione prendere forma in questo libro» (traduzione di un estratto dalla nota in quarta di copertina).

Il libro, che si dà esplicitamente come romanzo, segue di un anno la mostra-romanzo (Le Peintre / Exposition romancée) al Centre Pompidou. Se nella mostra agiscono due forze centrifughe, ovvero la collocazione spaziale delle opere e l’evasione temporale del racconto, nel libro-romanzo Le Gac si concentra maggiormente sulla successione ininterrotta dei testi, molti dei quali compaiono privi delle immagini fotografiche a cui erano originariamente associati nella collocazione a parete.

1987

Introductions aux œuvres d’un artiste dans mon genre

Actes Sud, Arles

Brossura, 19 × 10 cm, 57 pagine, 1 illustrazione a colori all’interno, 1 illustrazione a colori in copertina

Le dodici Introductions aux œuvres d’un artiste dans mon genre provengono da altrettanti fototesti realizzati tra il 1979 e il 1980 e attualmente conservati in collezioni diverse. Il volume che porta lo stesso titolo fu pubblicato in occasione della mostra organizzata per Les Rencontres de la photographie presso la Chapelle de Saint-Martin du Méjan, ad Arles. Rispetto alle pubblicazioni precedenti, qui vengono pressoché totalmente escluse le immagini, ridotte a una soltanto, riproduzione di un’opera installata: L’Illustration Pathé-Kid. L’opera si compone di un piedistallo in legno sormontato da un proiettore cinematografico che punta verso una tela dipinta; il dipinto si ispira a un volume della serie di racconti per ragazzi, Aventures d’un petit Buffalo, di Arnould Galopin, fisicamente compreso nell’installazione.

I racconti delle Introductions già nel titolo chiariscono il loro valore di soglia tra un interno dell’opera, il romanzo del peintre che ha preso forma nel corso degli anni, e un esterno dell’opera, quello che introduce al romanzo, e cioè Le Gac come origine esistenziale e artistica della finzione del peintre. È chiaro però che questa soglia è un continuo passaggio di soggetti fantasma, la cui unica funzione è confondere le acque di diversi piani dialettici: tra personaggio e persona; tra nome-artista e cosa-artista; e tra i presunti versanti all’interno e all’esterno dell’opera. Alla fine, il genere di artista che si profila all’orizzonte di queste introduzioni, è un artista che del proprio confondersi e spostarsi fa e il suo male e la sua cura.

2004

Et le peintre (Tout l’Œvre roman 1968-2003)

Galilée, Parigi

Brossura, 22,5 × 21,4 cm, 417 pagine, illustrazioni in bianco e nero

Il volume riunisce quasi tutte le parti narrative dell’opera di Jean Le Gac, organizzandole in sezioni in cui testi in origine autonomi e dispersi nelle diverse opere vengono accostati fino a formare un unico discorso. Questo flusso di lingua pittorica, che si lascia alle spalle l’opera a parete per collocarsi in uno spazio consono alla lettura, dove le foto e i dipinti originali compaiono solo attraverso dei bozzetti, può essere visto come una possibilità di esposizione di un’opera complessa, destinata per sua natura a visioni comunque parziali.

Grazie a Jacqueline Le Gac, Agnès Le Gac, Giorgio Benni per la gentile disponibilità.

Novarina: scienziato dell’ignoranza

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di Andrea Inglese

 

È scomparso una settimana fa Valère Novarina, un autore svizzero di lingua francese difficilmente collocabile: scrittore di testi teatrali, regista, attore-performer, artista visivo. Scrittore di ricerca, mi viene da dire, per semplificare. La non facile riconoscibilità di Novarina appare evidente aprendo già uno dei suoi testi teatrali. Tutte le coordinate che ci permettono di riconoscere il testo drammaturgico e il contesto scenico che gli fa da sfondo e presupposto sembrano cancellate: ma è parola teatrale, parola per voci, parola per i corpi degli attori. Una parola così fantastica, umoristica, demenziale, che affascina enormemente chi scrive poesia, o chi vuole andarsene dalla poesia. Il suo è un lavoro sulla lingua, che attinge dalla grande esplosione realizzata da Rabelais all’alba del romanzo moderno e del multilinguismo rinascimentale, di cui i libri di Gargantua e Pantagruele sono modello tutt’ora vivificante. Se parliamo di Gadda o di Joyce, dobbiamo tenere presente il legame che esiste tra Novarina e il capolavoro rabelesiano. Un legame basato anche sulla grande energia che ogni profanazione di testi sacri è in grado di sprigionare. E Novarina, secoli dopo Rabelais, opera le sue specifiche profanazioni. La difformità grottesca deve ora travolgere i testi della razionalitià umanistico-liberale del Novecento.

Sul sito che gli è dedicato, troviamo questo paragrafo (traduzione mia).

Ho sempre praticato la letteratura non come un esercizio di intelligenza ma come una cura d’idiozia. Mi dedico a essa laboriosamente, metodicamente, quotidianamente, come a una scienza dell’ignoranza: scendere, fare il vuoto, cercare di saperne, tutti i giorni, un po’ meno che le macchine. C’è oggi una gran quantità di persone molto intelligenti, molto informate, che illuminano il lettore, gli dicono dove bisogna andare, dove va il progresso, ciò che bisogna pensare, dove mettere i piedi; io mi vedo piuttosto come quello che gli benda gli occhi, come uno che è stato dotato d’ignoranza e che vorrebbe offrirne a quelli che la sanno troppo lunga. Un portatore d’ombra, uno svelatore d’ombra, qualcuno che ha ricevuto qualcosa in meno.

Da Pendant la matière

È un peccato che Novarina se ne vada, senza essere stato letto, conosciuto, tradotto, discusso in Italia. Da noi, più i governi tendono all’oscurantismo, più la cultura pop s’impregna di tratti reazionari, più gli scrittori e gli intellettuali sbandierano ricette, chiaroveggenze, comprensioni geopolitiche, aggiornamenti transumanistici da far venire i brividi. Peccato che le nostre scritture misurate, colte, raffinate, dense di messaggi riconfortanti non abbiano incrociato il vociferare dannato e difforme delle sue maschere. Ci avrebbero aiutato magari a comprendere un po’ meglio anche certi testi, certe scritture, certi libri che circolano da noi come oggetti-letterari-non-identificati.

In ogni caso su Nazione Indiana, e in particolar modo grazie alla rubrica “dispatrio”, un po’ di finestre le abbiamo sempre tenute bene aperte, per intravedere quel che passa sotto i radar delle pagina culturali dei nostri illustri quotidiani, pagine sempre ben sintonizzate con l’editoria che conta, che fa i conti, che conteggia alla cassa. E quindi il nostro tempestivo lettore-traduttore Andrea Raos, ci aveva donato questo magnifico pezzo (13 dicembre 2005) di bravura, pardon idiozia linguistica.

*

di Valère Novarina

traduzione di Andrea Raos

Scena finale

L’UOMO DI ASSE – Tutto ciò che vive è perfetto.

IL BAMBINO SCARPICO – Allo stadio di vuoto, l’uomo segue l’uomo, ci si accanisce sopra. L’uomo ripete l’uomo… Qui ho trovato riposo.

GIAN VISAGERIO – Che si scaccino tutti dal mondo !

GIAN D’ALTRUI – Formate una parata ! È qui che ormai si vede solo lo Stadio di Vita senza nessuno.

GIAN DI VITTIZIO – Tutto ciò che è vuoto è perfetto.

EFISO – Qui finisce il dramma della vita.

ANTERNO – Qui finisce il dramma della vita.

VALÈRE – Il dramma della vita è accaduto.

Entra Adamo.

IL CANTORE – Adamo, entra ! Di’ i nomi di coloro che ti hanno preceduto !

AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera

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AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera

    AzioneAtzeni – Discanto Ventunesimo: Nadia Cavalera  

Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.

da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni    

 

L’isola che muta

di

Nadia Cavalera

 

Il mare aveva quella luce che confonde le distanze.
Non si capiva più dove finisse l’acqua e dove cominciasse il cielo.
Sbarcai a Carloforte con una valigia, un registratore e un nastro che non avevo mai osato ascoltare.
Lo avevo trovato tra i libri di mio padre, in una custodia di cuoio annerita. Sopra, a penna: Tullio Saba — voce uno.
Mi tornò in mente che da bambina lo sentivo parlare al magnetofono, come se si confessasse a una macchina che non lo avrebbe giudicato. Diceva che le parole erano onde: si formano solo se qualcuno respira, poi si dissolvono.
Premetti “play”. Un fruscio, poi la voce, roca come un vento di sale:
«Io non sono mai stato uno. Dentro di me ho sempre sentito cantare più di un nome. Alcuni parlavano sardo, altri in un italiano finto da città. C’era chi pregava e chi bestemmiava, chi voleva morire e chi imparava a rinascere ogni mattina. Forse tutti erano io, o forse nessuno lo era.»
Mi parve che il mare, fuori, ripetesse le sue parole.
Guardai lo scoglio a cui Atzeni si era aggrappato per un’ora intera prima che l’onda lo risucchiasse. Pensai che anche lui, come mio padre, aveva cercato di restare aggrappato a qualcosa — forse a un nome, a un’idea di sé, o solo a un respiro.
Sul secondo nastro, la voce era diversa.
«Oggi credo che l’io sia una confederazione di anime», diceva. «Una di loro scrive, una tace, un’altra distrugge quello che l’altra ha scritto. La normalità è solo un armistizio momentaneo. Il giorno in cui vinse la voce del silenzio, smisi di lavorare e cominciai a camminare.»
Era il periodo in cui si era ritirato a Orgosolo.
Dicevano che parlava con gli alberi.
Forse erano solo i suoi altri io che cercavano un corpo dove posarsi.
Dormii poco quella notte.
Sognai una città che galleggiava sul mare, fatta di case che si spostavano ogni volta che cambiava il vento.
C’erano uomini con molte facce, donne che si specchiavano in specchi d’acqua, bambini che ridevano e poi sparivano in un’altra voce.
Tutti dicevano di chiamarsi come me.
Al risveglio presi il terzo nastro.
Un respiro lungo, poi la frase:
«Quando morirò, non sarà uno a morire. Moriranno in molti. Ma resteranno nel vento. Tu li sentirai, se saprai ascoltare.»
Uscii fuori e il maestrale mi fece barcollare.
Ogni folata era come un frammento di voce: spezzato, ma vivo.
Pensai che la vita è un archivio di correnti, una lotta tra io che cercano di non annegare.
Camminai fino alla riva.
Il mare non separava più nulla.
Era la lingua di tutti gli io possibili.
Lì compresi che non dovevo scegliere chi essere, ma lasciarmi attraversare — come acqua tra acqua.
Forse era questo che voleva dire Atzeni:

passare sulla terra leggeri, senza pretendere di restare.

Il giorno dopo, sul far del mattino, il vento di levante aveva spazzato via le nuvole.
Nel silenzio dopo la tempesta, il mare pareva un animale addormentato che respirava appena.
Camminai fino alla punta dove finisce la terra: la chiamano “la lingua di Pietra”.
Lì aprii il registratore, ma invece del fruscio dei nastri sentii una voce diversa, più giovane, più vicina.
«E scoprirai quello che resta di un uomo…» Non era mio padre.
Era come se parlasse attraverso di lui: la voce di qualcuno che aveva scritto quelle parole prima di morire, e che ora le ripeteva con un tono che sapeva di mare.
Mi guardai intorno: nessuno. Solo una fila di gabbiani, immobili, come in ascolto.
Allora capii: ciò che resta di un uomo non è ciò che ha detto, ma ciò che gli altri ricordano di avergli sentito dire.
Ogni ricordo è un nuovo autore, ogni eco è una riscrittura.
Sulla sabbia comparvero delle orme minuscole, come di bambino.
Le seguii fino a una piccola cala, dove il vento aveva scavato nel terreno una conca d’acqua salmastra.
Nel riflesso vidi il mio volto, ma era mutevole: la ragazza che ero stata, il padre che avevo cercato, la vecchia che forse sarei diventata.
Uno dopo l’altro, si sovrapponevano e si dissolvevano.


Maschinganna comparve allora — o forse fu la mia mente a inventarlo.
Aveva il volto di tutti e di nessuno: a volte bambina, a volte donna, a volte porcellino arancione che scappava ridendo tra i cespugli.
«Tu mi cercavi?»
«Cercavo mio padre.»
«E l’hai trovato?»
«Forse. Ma non so chi sia.»
«È quello che accade a tutti. Ogni volta che nomini un uomo, ne crei uno nuovo. Il resto lo fa la memoria: ricama, dimentica, trasforma. Tu sei il suo ultimo travestimento.»
Risi, o forse piansi — non saprei dire.
L’acqua nella conca tremava: in ogni increspatura apparivano frammenti di altre vite.
Mio padre giovane che rideva con gli operai della miniera.
Atzeni che scriveva sulla macchina da scrivere, col mare alle spalle.
Una donna qualunque che, al tramonto, sussurrava parole per non sentirsi sola.
Tutte e tutti erano lo stesso essere in metamorfosi.
Capivo allora ciò che Nietzsche aveva detto: un io plurimo, una colonia di anime.
Ognuna cercava di salire a galla, di farsi voce, di respirare almeno per un istante.
Ecco perché scriviamo, pensai: per dare fiato ai nostri altri sé.
Mi sedetti a terra.
Il registratore, posato accanto, sussurrava frasi che non ricordavo di aver inciso.
«Non temere il movimento.
Ogni nome è una corrente.
L’unica colpa è voler restare fermi.»

Allora parlai anch’io nel microfono, senza pensare:
«Non so chi io sia. Forse sono la somma delle voci che ho amato, o quelle che ho perso. Forse sono soltanto il mare che le mescola.»
Il vento portò via le parole, ma non era una perdita: era un passaggio.
Come l’acqua che scorre da una sorgente all’altra, da una bocca all’altra.
Capivo che ogni “io” è un equilibrio provvisorio, una tregua tra molte forze che litigano per dire “io”. E che la memoria — questa fragile corrente di suoni e immagini — è l’unico modo che abbiamo di non dissolverci del tutto.
Mi alzai.
In lontananza, il mare si increspava di nuovo: migliaia di piccole onde, tutte diverse, tutte uguali.
Forse ognuna era una voce, un ricordo, un nome.
Mio padre, Atzeni, Maschinganna, me stessa.
Tutte che passavano, leggere, sulla terra e sull’acqua.
E mi parve che l’isola respirasse.
Non era più deserta, né separata: era un corpo vivo, una coalizione di coscienze in movimento.
Allora spensi il registratore.
Non serviva più ascoltare: il suono era dentro.
Camminai verso l’entroterra, dove la luce cambiava colore.
Avevo la sensazione che, a ogni passo, nascesse un altro io: uno che capiva, uno che ricordava, uno che rideva.
Tutti, insieme, facevano un solo respiro.
“E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui.”
Io l’ho scoperto qui, sull’isola che muta. Resta il suono dell’acqua.
E un nome che cambia voce ogni volta che lo si pronuncia.

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

Si può seguire il PODCAST su:

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Maria Pia Quintavalla: poesie e genealogie

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di Maria Pia Quintavalla

 

Sono una nave libica

(da Saudade, 2024)

1.
Sono una nave libica migrante
in rotta,
la sembro e vedo mentre mi parlano
qui dentro il tram serale,
code di cavallo rinverdite da mèches
e mi scuotono, davanti
ai gesti che parlano nel tram;
e i tram corrono circolarmente
su circonvallazioni eterne
di periferia.
Ero una vita in tram, ero una donna
in treno, e troppe vite
insanamente, e chi spezzate chi incapaci
a parlarsi, sordo mute.

Ero una nave libica sferzata,
ogni giorno e ogni notte a viaggiare
rifuggendo – e poi morire.
fiato di molle rabbia, ragionate storture
dei frutti del controllo sulle vite
trattate,
e poi vendute come la mia, migrante.

2.
Ora vedo
di già rinchiudersi la voce sulle mie mani piene,
piccole foci di scrittura protese
su le silenziose.

per una vita di periferico abbandono,
io tradotta – di melma e nulla
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere di ognuna che non guarisce,
le stelline della sconfitta e della fame,
chiuse in bocca
come negli scafisti la moneta
derubata la notte prima ai morituri,

si chiude il rapido segreto.

3.

Per una vita di periferico abbandono,
io, tradotta di melma e nulla,
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere che non guarisce.

Sembro una nave già affondata,
da anni senza più pensiero senza
sue parole, senza un suo cuore fluido
nero,
incattivita senza un piano bar una musica,
un silenzio dove
nelle formate storie riprodurre
il senso suono della vita.

 

***

 

 

Con un’amica

(da Lettere giovani, 1990)

a Nadia Campana

Con un’amica niente più bianco
e nero, né morte
di nuovo dio piccolo
dio diffuso

tante piccole teste noi
e plurali sulla terra,
sui muri della schiena
incubi e infanzia da vedere.

[…]

Cantare le righe
le miglia di un’altra, scomparsa
non consumabile silenzio

Con una nave niente più bianco
e nero,
solo dio piccolo
piccolo e diffuso.

[…]

 

***

 

(da “La piantina”, Album feriale, 2005)

[…]

Lei è sepolta, ma con me alla luce
rivivrà sicura.
E lei beve, beve non è stanca mai.
Mi riaddormento a sera con minore fiducia.

Che sia lei o io, la più ammalata
non mi curo:
so che il mio posto è di guardiana del malato, e lei
l’ho già incontrata (e scruto)
quante foglie fiori o foglie saprebbe germogliare. Ignara,
ignoro non vi sia più vita
e mi procura un crampo stanco e duro, dolore al polso
e poi, silenzio
ma le voci che invento, le canzoni o i bassi
assicurano parole, e un bel giardino.

[…]

 

***

 

(da “Giorni”, Saudade, 2024)

[…]

“Ecco la bontà della plastica”, le dissi un giorno,
mostrandole il filmato ecologico
sulla deriva galoppata di monnezza,
nelle acque interne del pianeta si parlava
di cambi climatici
e Lei là, che si truccava gli occhi,
ad essi soli riconsegnava il mondo.

Ogni fare è potente, e valoroso
come un arco:
un soldato che difende la vita,
tutto questo è una figlia.

[…]

 

____________________

 

 

La poesia di Maria Pia Quintavalla, da Cantare Semplice (1984) a Saudade (2017-22)

di Pasqualina Deriu

 

Maria Pia Quintavalla: una delle voci più significative nel panorama poetico contemporaneo, riconosciuta per la qualità e la quantità della produzione poetica. Proviamo a fare una breve sintesi del suo lungo e paziente lavoro creativo.

Quintavalla esordisce con Cantare Semplice (1984), silloge che fu accolta favorevolmente da Antonio Porta, da lei considerato grande maestro assieme a Franco Fortini e Andrea Zanzotto. Quest’ultimo scriverà per Nuovi Argomenti un lungo saggio sulla silloge Estranea Canzone, occasione per ricostruire la poetica della nostra.

Nel 1990 esce il suo secondo libro Lettere Giovani, con prefazione di Maurizio Cucchi, che definisce la poesia di Quintavalla “poesia di parola”, una parola potenziata, polisemica di cui è grande maestro Giuseppe Ungaretti. Figure di riferimento, in questa silloge, sono la madre e la poetessa Nadia Campana. Emerge da questi primi libri una nuova coscienza femminile, un’attenzione alla soggettività e al corpo: l’immagine di un nuova donna nata dalle acque tumultuose del grande movimento degli anni ‘70. Una concezione di sé e del rapporto con le altre donne e con gli uomini mutati rispetto alla precedente generazione di poetesse. In quegli anni Maria Pia Quintavalla è stata la curatrice per il Comune di Milano della rassegna “Donne in Poesia”, i cui contenuti si concretizzarono in un libro che per la prima volta censì le potesse italiane più significative. Sembravano davvero tante.

Si comincia ad abbozzare anche il paesaggio: foglie, rami, alberi, prati, fiumi, sole, case, colline, uccelli, e così via, e linee di dolcezza e crudeltà. C’è anche un po’ di sperimentalismo, retaggio del Surrealismo e delle Avanguardie. Poi giunge Il Cantare (1991) e sempre più la sua poesia si precisa come musicalità e canto, certamente elementi connaturati alla sua scrittura, ma credo idea di poesia di Quintavalla, secondo la tradizione omerica e trobadorica. Ne Le Moradas (1996), la  sua poesia comincia a trasformarsi, si configura come una sorta di ordito che include via via nuovi fili senza perdere quelli vecchi. Notando le persistenze potrei dire che, dal punto di vista tematico, è anche una poesia sulle relazioni: dell’individualità e della comunità, fondanti o occasionali, con tutto ciò che esse comportano, ferite e piacere.

Nel duemila esce Estranea Canzone, ripubblicata recentemente da Puntoacapo, con il saggio di Zanzotto e una nota di Marisa Bulgheroni: è il clou della poesia-canto e anche della poesia- racconto. È una poesia fluida senza frammentazioni: si avverte un movimento dal mondo percepito dentro di sé al mondo osservato fuori da sé. Corpus Solum  è del 2002, una specie di Zibaldone dove si parla anche di altri testi, e a tratti presenta un tono favolistico. I fili dell’ordito di tutta questa prima parte di componimenti vengono tirati e legati insieme in Album Feriale (2005) con la prefazione di Franco Loi. Fin qui, nell’insieme,  la poesia di Maria  Pia mi appare una cosmogonia emiliana. Tutto il mondo: uomini, cose animali entrano lì, e l’Emilia è tutto il mondo. L’Emilia metafora del mondo e l’autrice nel mondo.

Fra i tanti libri, ne cito ancora alcuni: China (2010), dove giganteggia la figura della madre, I Compianti (2013-15), e Quinta Vez (2009-18), quest’ultimo un romanzo familiare in versi, genere diffuso nella tradizione poetica emiliano-romagnola (Bertolucci, Bellocchio) e nella tradizione ancora più antica del romanzo in versi (Boiardo, Ariosto). Quinta Vez è un libro sul femminile, approfondisce il rapporto madre-figlia-figlia, un rapporto che struttura l’esperienza dell’essere donne.

Per ultimo, Saudade (2017-22). Se non ci fosse già il testo di Barthes, intitolerei questo libro Frammenti di un discorso amoroso, anche se esso non è rivolto come in Barthes a un unico oggetto d’amore, l’amato o l’amata, ma a diversi soggetti, nella ricerca di un’umanità nuova, con linguaggio nuovo che rinomini le cose: “dove rinascono parole la terra cresce”. Si tratta di un’umanità sofferente, in balia di se stessa. La poesia Sono una nave libica è simbolo e metafora di questa situazione umana: qui un io individuale di donna diviene plurale, diviene inclusivo di uomini e bambini, un’umanità che dovrebbe ricongiungersi nel fiume della vita con amore perché “C’è bisogno degli altri, come di un’illuminazione”; e più in là “Amo il nostro presente che ripete/ e protegge/ costruisce l’amore e non rapina,/ ma in un concorde assolo tiene/ della vita noi, i miracolati”; per concludere: “Non è da escludere/ che da un amante piccolo possa svegliarsi/ un sogno grande, è là/ che si dipinge – grande, il sogno.”.

Per questo Quintavalla ama Parigi “le mille di francesi etnie viaggianti” e “per meglio ricongiungere nel fiume/ della vita/ la razza che noi siamo, meticci armeni/ di francesi, o castigliani/ il loro volto al nostro che si mescola/ africano, avvolto in nubi e/ che fluisce piano/ dal sorriso di un Quijote solitario,/ chiede/ non vendetta, solamente amore”. Il clou di questa umanità sofferente è rappresentato dal naufragio di Augusta. Il testo è in prosa: la poesia, in questo libro sconfina nella prosa poetica e anche nella cronaca minuziosa, come accadeva ai surrealisti.

La voce poetica viene dal relitto, dal legno, e non c’è parola che possa commentare questi versi: “guardando da una fessura, il sotti-/ le taglio sottile interno del/ legno, subito marcito, mi fa intra-sentire, immaginare infine/ il groviglio dei corpi, / intrappolati come acini di un frutteto divino sconsacrato.// Ma io lo vidi, già era narrato a me, fin da bambina, nella corona di nudi e angeli della Cattedrale di Parma, disegnata e poi dipinta nella visione di Antonio Allegri, detto/ il Correggio…” Questi corpi aggrovigliati, questa carne ossa e sangue non resistono però alle intemperie, all’ascesa delle onde tutto precipita, nel fondo: “musica spezzata: sono i morti, i semplici (e bellissimi) morti/ che volano nel cielo delle acque profonde, al largo della costa/ libica, nel blu scuro e macchiato di morte, del Mediterraneo”.Questi frammenti amorosi sono figure che vanno delineandosi nei loro contorni, figure non sono statiche, anche quando stanno per morire, si muovono in tante, guidate dal sentimento o sogno amoroso del riscatto.

La figlia è pensata in una serie di componimenti, perché nei figli si ripone tutto l’amore e il lascito per i tempi che verranno. “E ancora, inizi: i giorni/ i tempi nuovi che baciati attendono/ lei aspettava…”. Ardente desiderio che il futuro sorrida come augura il titolo del libro: Saudade. Parola più antica di nostalgia, che risale al 1688 e alla quale saudade è stata spesso accostata, anche se il significato non coincide del tutto con essa. Antonio Prete, nel suo libro Nostalgia riflette sul suo significato: “La Saudade, diceva Maria do Carmo, non è una parola, è una categoria dello spirito, solo i portoghesi riescono a sentirla”. E ancora dice Prete, riferendosi a una sua conversazione con Tabucchi: “in un pomeriggio senese… mi intrattiene sulle distinzioni tra ‘nostalgia’ e ‘saudade’, la quale ultima corrisponderebbe piuttosto al nostro dantesco ‘disio’.” È interessante notare, per la pregnanza del titolo di questo libro, quanto dice ancora Prete: “Questo studio di corrispondenze, sovrapposizioni, slittamenti semantici, a proposito di una parola che è entrata in tutte le lingue europee, è tutto ancora da fare: sarebbe il racconto una geografia interiore delle culture, di cui la lingua è cifra e specchio.”

Assumerei, dunque, la parola saudade come il ’disio’ del sommo poeta, anche se bisogna usarla con  molte cautele, perché anch’essa contiene molte sfumature di senso. Senz’altro questo libro è permeato di desiderio, là dove anche si parla di solitudine, di privazione, di lontananza che sono però i sentimenti di base del desiderare. E i desideri più intensi sono di un’umanità raccolta, della felicità per le generazioni future, di un amore tangibile che, come canta gozzanianamente Quintavalla, “coglie rose che non cogliemmo”; desiderio di vivere ciò che non si è vissuto, di ritornare alla terra materna. Il ritorno, tuttavia, può avvenire solo con la poesia, che è un legame con la madre, con la sua lingua, che va comunque reinventata ogni volta. Ed è così che si reinventano luoghi, forme e suoni, paesi e luci, raffigurazioni di luoghi perduti e risorti: “Fluttuano parenti in paesi del passato/ carico di voci e generato/ dagli zoccoli e dai carri, sul limen del paesaggio/ fluttuano in paesi imprecisabili.” Sembra un paesaggio di Chagall, un riflesso dell’immagine antica che crea emozioni e ricrea la vita come esperienza del distante. È con un rammemorare leopardiano Quintavalla ricostruisce i paesaggi del Po in una serie di luminosi quadri, con la consapevolezza che la vita anteriore ritorna e può rivivere solo nel linguaggio.

 

Il mistero Hilda Hilst

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di Lisa Ginzburg

L’anarchia nell’uso della punteggiatura intimidisce, perché come accadrebbe nella realtà ascoltando un soliloquio, o un’invettiva, o un semplice discorso pronunciato senza pause, o pause come intervalli astratti e decisi in maniera solo arbitraria, il disagio nasce dal tenere come auditori il fiato sospeso esattamente come accade al dicitore, o scrittore. Questa la prima componente di stile che rende da subito inconfondibile, ma anche “ingombrante” (perché informe, scontornato da limiti non consueti, eccessivo) l’oggetto letterario che questo testo di Hilda Hirsch definisce. Lei, scrittrice di prosa e più ancora prolifica autrice di versi, possiede prosa che della poesia ha soggiacente il respiro, il “flatus”, fiato ininterrotto perché sempre vicino all’anima, in risonanza con i di lei sussulti, soliloqui, silenzi.

Molto silenzio, tra le righe di questa prosa che quasi non conosce arresto.

Lei, Hilda Hilst, in Italia ancora praticamente semi sconosciuta, nel “suo” Brasile fu a lungo trascurata dalla critica, legittimata come poeta più che come narratrice solo negli ultimi anni della vita. Il padre era un ricco commerciante di caffè al quale era stato diagnosticato un disagio psichico invalidante, la madre una proprietaria di fazenda, la Casa do Sol, vicino a Campinas, un luogo ampio e agiato dove Hilda, stanca della mondanità paulista, meno che trentenne si ritira, per vivere, con consapevolezza ma anche con fiera noncuranza del proprio privilegio sociale, la sola vita che le interessi condurre. Scrivere, prosa, poesia, teatro.

Spesso affiancata a Clarice Lispector, Hilst conduce con analogo rigore letterario una ricerca autoriale però molto diversa, se anche ci si attenga a quest’unico L’oscena signora D. Il rapporto con le parole è legame d’amore: meticoloso, ossessivo, intessuto di una cura che trascende lo stile, che è segno di puro, incondizionato sentimento amoroso. Controllo viscerale, fisico, di parole concepite e maneggiate nel loro essere effetti della fisicità: qualcosa di assai differente dal dominio che Clarice Lispector esercita sulla lingua in termini di intelligenza raffinatissima e mirabolante figuratività immaginativa. Qui, nella scrittura di Hilst, tutto si gioca sul piano di visioni, suoni: immagini di una carnalità che sempre chiede di ritornare al corpo, secondo un percorso restituito nell’egida di un inesausto aderire al dettaglio di ogni momento del sentire.

Quel che più colpisce è allora il flusso ininterrotto, uno stream of consciousness articolato in linguaggio 4carnale tanto quanto scarnificato. Un procedimento che sortisce lo specialissimo risultato di un grado di scrittura prossima  al «misticismo». 

“E i gesti, mio Dio, come me li sono presi: lenti frivoli pausati a ricevere il mondo, intrepidi grotteschi. E i gesti passi di parole di coloro che mi hanno fatto sentire amore, gratitudine in tutta me stessa, e che oro che succulenze che aroma avrei desiderato avere, e case luccichii, uccelli, poesie, luce avrei desiderato essere, tutto ai piedi di coloro che mi hanno fatto sentire amore”.

Mistico questo Io che scrive avvertendosi solo, staccato dal resto, secondo un grado di separazione tale da portarlo a oggettivare il proprio stesso desiderio. Al di là di quanto possa risultare vibrante il sentimento d un Io che appartato scrive, al di là delle molte incursioni dell’eros che innalzano immediatamente l’intensità della lingua, altra caratteristica assolutamente “mistica” è che in ogni pagina di questo soliloquio amoroso sempre la parola è corpo, e il corpo è parola. L’oscenità (termine usato per parossismo, ma efficace) coincide allora con quel che di più puro il linguaggio possa raggiungere : identità di pulsione e voce, di desiderio e suo timbro, di tormento erotico e sua intonazione.

 
Predominante sul contenuto (osceno come il titolo evoca, solamente perché a venire raccontato é un desiderio sessuale pulsante, vibrante, reale in spregio a qualsiasi sogno) c’è lo stile. Un ostinato amore per il “mezzo”, che rende questo libro una lezione di quel genere di purezza di intenzioni di cui la letteratura mai come ora ha fame, sete. Bisogno, come dell’ossigeno. 

 

Quel parlare come la chiarezza dell’ignoto. Leggendo Lumelli.

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[Questo intervento, abbinato a uno di Giusi Drago dal titolo Cosa sa il linguaggio oltre a quello che dice?, è apparso sul n° 89 di ottobre 2025 di “il verri”.]

di Andrea Inglese

Fuori canone ma non fuori catalogo

Angelo Lumelli è venuto a infoltire, dopo la sua scomparsa, una significativa famiglia di autori e autrici di poesia che vivono fuori dal canone editoriale. Non parlo, infatti, di canone in senso proprio, ma di certe pre-condizioni perché si dia un canone, ossia la volontà di mettere dei libri che si reputano importanti alla più ampia disponibilità del pubblico. Non è questa, però, una prerogativa di tutti: solo i grandi editori ne hanno facoltà. Ma i grandi editori si sono quasi sistematicamente messi il cuore in pace. Lo sapevamo, per quanto riguarda la vitalità della poesia contemporanea. Raramente, essa è registrata con equità, prontezza, competenza nei cataloghi di Mondadori, Garzanti, Feltrinelli, Einaudi, ecc. Si potrebbe esigere, però, un impegno maggiore nei casi in cui l’autore è scomparso, e lascia dietro di sé una storia stratificata e rilevante per il genere a cui appartiene. Si potrebbe pensare, in questi casi, che vengano in soccorso, o siano di sprone, studiosi universitari che ancora si occupano di poesia contemporanea. Ma anche sul versante accademico il fronte è alquanto distratto o decisamente abitudinario. I risultati editoriali, in definitiva, sono molto poco dignitosi per i grandi, e molto ammirevoli per i piccoli, che però nonostante i loro coraggio e acume restano piccoli. In ordine sparso: l’opera di Adriano Spatola esiste grazie a Diaforia, di Giuliano Mesa grazie alla Camera Verde, di Carlo Bordini grazie a Luca Sossella (con l’eccezione di un volume uscito per Lo Specchio), di Corrado Costa e Patrizia Vicinelli grazie ad Argo. E oggi Angelo Lumelli esiste, con Le poesie, nella collana black per il verri edizioni. Giochiamo, in casa, certo. Eppure la partita non è comoda, perché si vorrebbe che il campo poetico tutto – dai lettori meno a quelli più armati, dai freschi dilettanti agli impolverati addetti ai lavori – mettesse in conto l’opera di Lumelli, ma non per qualche esigenza di pareggio amministrativo. Per ragioni di spinte e controspinte estetiche, semmai. Si vorrebbe che la funzione Lumelli complicasse il paesaggio e intorbidasse un po’ le sue apparentemente chiare frontiere interne. Siamo e siete comunque avvertiti. Fuori canone forse, ma non fuori catalogo. Lumelli è leggibile in versi e in prosa. È importante, quindi, ricominciare, e mettere in comune le letture, le sorprese e i trasalimenti che esse provocano.

Il ripronunciamento

“Un libro della vita”, lo definisce il curatore Eugenio Gazzola, il volume che si vuole ricapitolazione e insieme lavoro inedito, opera completa e riscrittura selettiva. Insomma, è un testamento paradossale quello che Lumelli ha deciso di lasciare della propria poesia: un monumento diminuito e nello stesso tempo ristrutturato. Vi sono tutti i suoi più importanti libri di poesia, più una parte completamente inedita (oblivion, del 2020), ma passati attraverso una radicale operazione di prosciugamento. Per tradire ulteriormente le buone maniere, l’autore ha organizzato a rovescio la presentazione dei suoi lavori, partendo dal più recente (l’inedito) e finendo con il più vecchio (cosa bella cosa, libro d’esordio del 1977). Per misurare la drasticità delle selezione compiuta si prenda il caso del libro Seelenboulevard, apparso nel 1999 per l’editore CDC, nella collana “Niebo” diretta da Milo De Angelis. Il testo originale è costituito da cinque sezioni e da una settantina di pagine, ognuna delle quali presenta uno o due blocchi di prosa. Nell’edizione del verri del 2020, le sezioni si sono ridotte a quattro, di cui una solo corrisponde a quelle del 1999, e le pagine si sono ridotte a otto, anche se ognuna raccoglie più paragrafi precedentemente distribuiti su pagine singole. Se tento corrispondenze puntuali è ancora peggio: nella prima sezione del 2020 (“come quando”), compare un riferimento al celebre quadro di Pelizza da Volpedo che ritroviamo anche nella prima sezione del 1999 (“lontani da Argo”), ma salvo questo punto di contatto i due testi si sviluppano in modo completamente differente. Il “ripronunciamento”, dunque, ha uno statuto ambiguo: esso sembra animato dall’accanimento poetico per il mot juste e per l’ascetica amputazione del superfluo, dell’ornamento, del non-essenziale; nello stesso tempo, però, esso funziona come una “distruzione creatrice,” cancella e reinventa.

Nel capitoletto che chiude Le poesie, Lumelli si è concesso uno spazio di autoriflessione sulla sua opera, sulla concezione del linguaggio e del lavoro poetico (La porta girevole dell’Hotel Excelsior). È un esemplare magnifico della sua prosa più argomentativa, che non dismette mai però né l’ironia insolente né l’obliquità della parabola. E, in queste pagine, sembra giungere a qualche punto fermo, anche se in forma interrogativa: “Quand’è che un testo diventa stabile come un fossile? Quando, nel processo di riduzione a formula, è arrivato pari a zero, cioè ad essere formula pura?”. Ecco, allora, la strategia del prosciugamento, della riduzione massiccia. Si vuole il fossile, ossia la formula in grado di bucare la temporalità storica, le coltri dell’ideologia, delle province linguistiche, faziose e instabili. Ma neppure questo ideale, questo “modello di poesia” è del tutto affidabile, del tutto plausibile. Poche righe dopo, Lumelli rettifica: “O una forma contiene per sempre il proprio timore, cioè la propria critica?”. Basterebbe questa frase a misurare la distanza tra i poeti dell’innamoramento, dell’incanto, della sacralizzazione del verso e Lumelli, la distanza, insomma, che lo separa, malgrado l’amicizia e gli itinerari comuni, da un Milo De Angelis.

Il “ripronunciamento”, allora, è una conseguenza anche dell’eredità delle avanguardie novecentesche e della loro accanita sperimentazione: la poesia è, al tempo stesso, perseguimento della formula che, utopicamente, oltrepassa il muro delle circostanze storiche, e processo di negazione-invenzione potenzialmente illimitato. È il tempo biologico che fornisce il limite, non la compiutezza (sempre storica) del linguaggio. Per questa stessa ragione, la raccolta delle opere non è una semplice selezione antologica dei pezzi più riusciti, né la documentazione burocratica di tutto quanto è stato pubblicato, ma un periglioso esercizio di riscrittura. Allora è importante consigliare al lettore scrupoloso di non perdere di vista, scoprendo l’ultima versione delle opere poetiche di Lumelli, le versioni precedenti, compatibilmente con la reperibilità di libri che sono, questi sì, ormai fuori catalogo.

 

Filastrocche sul dirupo

Alcune cose appaiono chiare fin dal primo dei suoi libri (cosa bella cosa, 1977). E la riscrittura non le tradisce certo. Fin dal titolo, il poeta Lumelli sceglie di abbassare il tiro: né mitografia lirica, né postura giudicante. Il terreno è quello a cavallo tra filastrocca e litania: orecchiabilità, versi brevi, rime facili, lessico e sintassi semplici. Ma come spesso accade in questo genere prediletto dalle menti infantili, il semplice si accompagna con l’oscuro, il memorabile con il demenziale. Nella filastrocca, il linguaggio mette in scena il suo funzionamento elementare, ma anche il suo scollamento con la realtà (con le complesse pratiche referenziali degli adulti). Il linguaggio è usato per giocare, per passare il tempo, per fantasticate, non per andare nel mondo con efficacia ed efficienza. L’infanzia, per Lumelli, è importante per questo: è l’unico momento in cui vediamo il linguaggio venire, l’unico momento in cui possiamo scorgerlo, nella sua circondante estraneità. Immediatamente dopo, ne siamo già presi, intessuti, impregnati per sempre, come individui che hanno finalmente acquisito una coscienza, una biografia, insomma un’attitudine più o meno “umana”. La filastrocca, quindi, è una forma che ricorda questa ancora incompleta immersione nel linguaggio, questo prendersi gioco del linguaggio, prima del suo definitivo radicamento nell’animale parlante e ragionante. La poesia, per Lumelli, è una filastrocca ritrovata, è uno scollamento provocato nei confronti del linguaggio, una straordinaria torsione perché l’adulto esca per un attimo dalla sua mente, dalla sua biografia, godendo della non-coincidenza tra nome e cosa, tra corpo e persona. Prendo i tre versi centrali del testo n° 4: “ma dove le parole e cose si biforcano / arde fuori di sé / la mente nel suo cielo” (p. 110). Ma possiamo considerare un intero testo, in cui forma e contenuto della poesia-filastrocca coincidono in modo esemplare. Mi riferisco al n° 10 (p. 116).

In assenza del fatto

fare un altro fatto

al posto del fatto

un rimedio un baratto

il pensiero da sotto

la notte del gatto

era il mio era il tuo

era il nostro era il suo

se è detto è già fatto

non fare lo stronzo

dimmi la verità

dimmela dimmela.

 

Anche il fatto, nella sua più consistente e bruta “fattualità”, vacilla, si presta a essere sostituito, barattato, ovviamente dall’intervento del linguaggio, della coscienza, della memoria, che subito se ne impossessano e lo snaturano, lo rimodellano. In un passo di bianco è l’istante (edizioni del verri, 2015) Lumelli scrive: “Quando è il momento i fatti vogliono smettere di essere. Lamentano la memoria che io non sono in grado di cancellare, mi accusano di non averli posseduti con quella dedizione che li avrebbe fatti morire entro perfetti confini” (p. 38). Come la cosa è sostituita dalla parola, il fatto è irretito dal ricordo. Continua così ad esistere nella mente individuale, nella nebbia della memoria e delle evocazioni-affabulazioni. Questo perpetuo sopravanzamento del discorso nei confronti del mondo e degli eventi, è quanto costituisce il filo di continuità che ci permette di agire assieme agli altri e di possedere un’identità propria. Ma questo lavoro di appropriazione di sé e delle cose è irriso dall’intermittenza poetica (“era il mio era il tuo / era il nostro era il suo”). I versi sono la traccia del filo reciso, del saltellamento percettivo, dell’instabilità del discorso. Si vuole la “verità” (la parola coincidente con la cosa), la si reclama, le si ordina di farsi avanti, ma di certo non la si possiede.

Si è insomma capito che dietro le cantilene, le formule semplici, risuona un vuoto leopardiano assai spaventoso. Non è un caso che il nome di Leopardi sia presente nel già citato testo finale del libro, sorta di autocommento obliquo. Ma il vuoto è utilizzato attivamente e ironicamente da Lumelli; esso spaventa e smarrisce non c’è dubbio, ma attraverso questa paura e questo sviamento, qualcos’altro può emergere a tradimento, qualche lampeggiamento di realtà, qualche dettaglio-parola, che la narrazione e la riflessione non hanno del tutto levigato. Si legga allora il testo n° 6 (p. 112).

c’era da aspettarselo:

il tempo si mangia i tavoli le sedie

inutile fermarlo con le mani

ma sul suo corpo si calmava

le unghie brillavano nei sandali

le gambe si innalzavano

Facciamo attenzione ad esempio all’attacco, in minuscolo. Non vi è mai cominciamento del componimento poetico, come se esso potesse situarsi in un’altra zona del linguaggio. C’è sempre una continuità discorsiva, che precede e segue ogni enunciato, compreso quello poetico. Ma esso riesce a fare vuoto intorno a sé, in questo caso attraverso la spaziatura tipografica, la contrazione del verso, la sparizione della punteggiatura. Il verso interviene dentro la continuità di una ruminazione, producendo in essa dei vuoti, della “pause”. Ed è grazie a esse, che qualcosa di poetico si manifesta e interrompe l’ordine del discorso. Anche su questo Lumelli si fa esplicito nel suo autocommento: “Io, come tutti, davanti all’escalation terminale dell’enorme frase, sto ricercando, dentro di me, una pausa che conosco, una specie di avvio zoppo, come davanti a un gradino disagevole” (p. 134). L’andamento “zoppo” ha a che fare sia con la “natura imparisillaba della poesia” sia con “la disparità fondamentale dell’esistere” (139). Qui è reso evidente un presupposto forte: l’intermittenza poetica del verso (o lo zigzagare della poesia in forma di prosa) è analogon dell’esistenza individuale nella sua corporeità pre-verbale, nella sua opacità non-linguistica. D’altra parte, il testo poetico non ha come funzione di “rappresentare l’accaduto, ma [di] esserne il grido” (p. 137).

Gli oggetti domestici (e lo spazio quotidiano che si trascinano dietro) sono destinati alla dissoluzione – ne resterà la nebbia insufficiente del ricordo, le strazianti “ricordanze” di Leopardi –, ma qualcosa emerge oltre il discorso e la memoria: un dettaglio elementare, ordinario, che si situa però nella prossimità erotica del corpo altrui: “le unghie brillavano nei sandali”. È questo per me uno dei versi più belli della sua opera poetica, è un verso che, già alla prima lettura, mi fece innamorare di Lumelli. Non c’è ragionamento o racconto, spiegazione o nesso causale, confessione lirica o giudizio sul mondo: solo l’evidenza stolida di questo dettaglio corporeo, il suo bagliore, che è istante ma anche promessa di godimento. Il testo si chiude su “le gambe si innalzavano”, ma per andare dove? Non conta né quanto è accaduto prima né quanto accadrà dopo: l’innalzarsi della gambe è inizio e fine, gesto di per sé solenne, maestoso, che non ha bisogno di contesto.

Sviare il discorso dall’interno, dalla prosa

Il discorso ha grandi pretese, per Lumelli, anzi esagerate, e ciò gli fornisce uno stile aggressivo, poliziesco. Il discorso, attraverso di sé, attraverso la sua grammatica e logica, vorrebbe mettere ordine nelle cose, educare e condurre i corpi, dare continuità alle esistenze, colmare i vuoti, pareggiare gli individui. Una sezione di bianco è l’istante è dedicata alle pretese, e alla potenza, del discorso, inteso come forza regolatrice della specie umana. “Di fatto il discorso, parlato in luoghi professionali e specifici, retti da protocolli e consuetudini, è presente nelle conversazioni e tira i fili di ogni parola, data in pegno per poter parlare” (p. 82). Un modo per ricordare, in una prospettiva strutturalista, che il linguaggio ci precede, e che l’enunciato individuale sposa una forma messa a disposizione da un’ideologia collettiva. Ma questa onnipotenza della struttura incontra certi limiti: “C’è motivo di credere che il discorso provi un oscuro fastidio per i corpi che si presentano davanti a lui, come se temesse, a ogni arrivo, l’arrivo di una eccezione” (p. 81). L’eccezione, per Lumelli, in questo caso parente spirituale di Ponge, è l’oggetto, la cosa, o l’essere vivente, nella sua singolarità al tempo stesso manifesta (sensorialmente) e indecifrabile (intellettualmente)[1]. Poi la decifrazione arriva, ma appunto tardi, in forma di discorso, che può essere narrativo o argomentativo, e volto in ogni caso a saldare gli istanti temporali, gli alveoli spaziali, gli aspetti delle cose, i nessi tra i fatti. L’elemento tipografico, in cui il discorso distende il suo ordine lineare, è la prosa: non un genere, ma un modo “generale” di procedere, in grado di accogliere i diversi “protocolli” e le diverse “consuetudini” linguistiche. Ed è interessante vedere come la strategia poetica di Lumelli implichi non solo il verso, il cantilenare della filastrocca, ma anche la prosa, come lavoro di sviamento, di deragliamento interno alla linearità familiare del discorso.

Possiamo cominciare, considerando la prima edizione del già citato Seelenboulevard (1999), in quanto si tratta di un libro costituito da blocchi numerati di prosa, quasi interamente senza punteggiatura e mai più lunghi di una pagina. Il termine “blocco” va qui inteso anche in senso metaforico: Lumelli, piuttosto che distendere e articolare, addensa e concentra all’inverosimile: formule, immagini, dettagli. Si consideri questo attacco: “il punto che diventa fitto come il punto di vista che è pieno di vedere anche il movimento primario che spinge alla cieca nel visibile il suo scopo è mantenere lo zero complesso tremano frequenze come la luce dell’alba ugualmente grande è quell’arcata di ponte luoghi temperati ha l’umano (…)” (p. 74). La densità (erotica) dell’esperienza è già di per sé tema del testo, oltre che suo modo organizzativo. La presenza dello “zero complesso” ci ricorda che, in questo discorso, non c’è incremento, accumulo di significato, gruzzolo di senso guadagnato alla fine. Ogni “eccezione” soppianta e nega l’altra: è un gioco a somma zero. Altro punto importante: il deragliamento non ha qui ascendenze rimbaudiane-surrealiste. Non si procede per automatismi inconsci, indistinzioni oniriche, rincari metaforici. Siamo ben lontani dalle sovrapproduzioni di surrealismo tardivo, in prosa, che in Italia gareggiano e, in parte coincidono, con le sovrapproduzioni di “prosa lirica”. È una sorta di zigzagare metonimico[2], quello che governa il testo di Lumelli, intessuto con una caratteristica attitudine meditativa, che si esprime però in frasi concise, aforistiche, spesso paradossali. Nel blocco di prosa successivo a quello appena citato, possiamo prelevare alcuni campioni di queste frasi: “quando finisce il lontano è finito anche il viaggio” (p. 75), “il rischio non era l’attesa, ma il finto arrivo” (idem), “anche un abbandono merita presenza” (idem). In tutto questo, ricordiamolo, “non c’è nessuna storia lineare, forse polveri vaganti o aneliti o vuoti spasimi” (p. 74).

Il ritmo che alla fine emerge da questo particolare uso della prosa è un alternanza di abbandono e lucidità, di passività del sentire e vigilanza del concetto, ma senza il conforto della confessione autobiografica o di una qualche saggezza da spettatore appartato. L’io c’è, ma è grammaticale, il nome proprio cerca di colmare l’impossibilità di appropriarsi di origine e fine, tutti episodi fondamentali dell’esistenza che sono però in mano agli altri. L’autenticità rischia sempre di divenire un pericoloso imbroglio. In La porta girevole dell’Hotel Excelsior, è ricordato che: “Se si trattava di uno smascheramento, allora era il viso che si trasformava in maschera ultima, senza protezione, ultimo sostituto, strano giro di giostra” (pp. 138-139). Ecco che la somma zero è la dimensione aritmetica del continuo saltellamento tra piani diversi: con Corrado Costa, Lumelli potrebbe condividere la figura del giocoliere e del trapezista: figure, la cui arte è basata su un uso proficuo del vuoto.

Nella versione riscritta (e in gran parte cancellata) di Seelenboulevard, tutti questi elementi acquistano una sorta di ulteriore e più ariosa perspicuità. Il blocco di prosa, nell’edizione del 2020, è come traforato: la velocità degli accostamenti-spostamenti metonimici è sempre alta, ma la densità è in parte ridotta, grazie all’uso dei trattini che scandiscono e separano le frasi interne del paragrafo. Ma saranno i trattini a far emergere le pause, o essi sono il battito continuo tra una pausa e l’altra? Dov’è il pieno e dov’è il vuoto in questa prosa, dove il primo piano e lo sfondo? Leggiamo l’ultimo blocco della sezione 2:

“minore è la divisione da grandi distanze – linee ondulate per fare le colline – le greche sui vasi che significano: ecco cosa sono in breve le onde del mare! Oh stile dell’anima disegni dei bambini! – ma che dire dei bigodini del sabato? della buona salute e delle scarpe comode? – nell’insieme non risultano ammanchi – ma niente è compiuto se ci sono in giro i viventi – (che riaprono i casi che scrivono lettere ai morti) – (ehi bello mio!) che pensavi a un inizio di capogiro – dal predellino della corriera spuntò una scarpina – era il millenovecentocinquanta – (più eri maschio – più pregavi di essere bambina).”

Le forme sensibili si richiamano e succedono le une alle altre, così come l’astratto accompagna e aiuta a leggere il concreto: le linee delle colline, i fregi sui vasi, le onde del mare, i disegni dei bambini, ecc. Vi è parità, ma nessuna equivalenza: non contano di più le linee delle colline rispetto alle greche dei vasi; per altro non sono le stesse forme, le stesse apparizioni. Non vi è quindi gerarchia: le colline non spiegano i “fregi” o viceversa; si tratta di elementi del mondo percepito che accadono assieme, ma senza un disegno che la mente umana possa comprendere, anche perché “niente è compiuto se ci sono in giro i viventi”. E, ad aggravare l’incompiutezza, c’è l’inaffidabilità dell’io, che non è neppure capace di aderire fino in fondo al proprio genere sessuale (“più eri maschio – più pregavi di essere bambina”). Questa instabilità dei significati e dei nessi, permette però l’emersione di emblemi gioiosi: “i bigodini del sabato” la “scarpina” sul predellino della corriera, le “scarpe comode”. Cosa vale la pena di salvare dal grande naufragio? Monumenti, sermoni solenni, grandi dottrine, droni sofisticatissimi, performance atletiche da maxi-schermo? La frugalità ostentata da Lumelli è ironica, ma è anche – sia ben chiaro – anticapitalistica e libertaria. Il “millenovecentocinquanta”, data-emblema che ricorre spesso in Lumelli, io la leggerei come segno di un’epoca né gloriosa né dorata, ma sufficientemente lontana dalla spettacolarizzazione della “crescita economica” e del “consumo di massa” dei decenni successivi. Negli anni Cinquanta, le cose e le situazioni, per detestabili e misere che fossero, avevano il vantaggio di esistere senza l’alone pubblicitario, che oggi accompagna anche ogni nocciolo di pesca o pacca sulla spalla. Il continuo commercio poetico di Lumelli con il banale, l’ordinario, è da vedere anche in quest’ottica: non solo un’idiosincrasia per i manierismi, la sofisticazione letteraria, ogni sorta di orfismo, ma anche la celebrazione della fugacità e dell’opacità riscontrabile nell’oggetto o nella situazione più trita.      A conclusione di questa esplorazione ancora molto parziale dell’opera “poetica”, utilizzerò la prosa più speculativa di bianco è l’istante, anche se diventa forzato voler separare in Lumelli poesia e meditazione. In ogni caso, a sostegno di quanto detto sulla parentela pongiana, e la predilezione per la cosa “apparentemente” semplice e familiare, si legga questo passo: “La domanda in questione suona così: quanto tempo si può stare davanti a una cosa? (…). Dunque mai stare davanti, non guardare fisso, non provocare. Non bisogna provocare un mandorlo, ancor più se è meravigliosamente fiorito. Basta poco e diventa incomprensibile, un ostacolo, alla fine un rimorso” (pp. 53-54). E questa attitudine alla provocazione, è reiterata da Lumelli anche di fronte all’io, ossia guardandosi alla specchio. O fissando per bene il soggetto amato. Il mondo e la vita di cui dovremmo essere padroni sfugge in una successione di rimorsi. La poesia, allora, si presenta come una paradossale tecnica della contabilità: non di quanto entra e esce, ma di ciò che non si capisce, di ciò che si perde, di ciò che, anche in tasca, non si possiede mai abbastanza.

NOTE

[1] Citiamo da Comment une figue de paroles et pourquoi (Flammarion, Paris 1977 e 1997) di Ponge: ʺIl existe dans l’homme une faculté (…), une faculté (dis-je) de saisir que les choses existent justement parce qu’elles sont – et resteront toujours – incomplètement réductibles à son esprit” (p. 101). La facoltà di cogliere il carattere delle cose mai completamente assimilabili dalla mente umana (e dal linguaggio), è ciò che permette e legittima la poesia, come dissidenza interna al discorso.

[2] Di questa attitudine “metonimica”, l’autore parla esplicitamente in bianco è l’istante: “La pianura non ha mai una visione panoramica, come dall’alto di una cima si vedono valli e monti, come se si trattasse di una carta geografica. Il suo totale è supposto in una ripetizione o variazione di cose prossime, una breve corsa dell’occhio fino al primo ostacolo, un filare di alberi, pioppi generalmente, ma anche ontani o salici, laddove si interpreta una canaletta irrigua, una sorgiva. (…) La pianura, può sembrare non vero, è simile alla poesia.” (p. 91).

L’Eremo

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George Arents Collection, The New York Public Library. "Hermitage." The New York Public Library Digital Collections, 1850 - 1959

George Arents Collection, The New York Public Library. “Hermitage.” The New York Public Library Digital Collections, 1850 – 1959

di Silvano Panella

Risalendo il sentiero che costeggiava il fianco della montagna raggiunsi l’edificio abbandonato. Alcuni massi erano caduti da non molto e ora giacevano spaccati, scheggiati davanti la sobria facciata medievale. La foschia non mi permetteva di ammirare i dintorni. Il portone socchiuso, uno spiraglio malcelava il cortile di alta erba spontanea. Filtrava un odore di menta. Spinsi il portone. Udii sbattere una catena di spesso metallo. Si era accumulata della terra e non potei allargare di molto il passaggio ma riuscii a infilarmi. Un piccolo portico circondava il cortile quadrato, colonne in pietra, mura crepate, uno strato di foglie secche – querce si palesavano al di là dei tetti di tegole sfalsate, precarie. Raggiunsi la soglia opposta. Entrai. Una donna s’aggirava nella grande sala vuota, sul pavimento schegge di mobili portati via o forse distrutti, le pareti ricche di rientranze spogliate – questa conformazione era adesso un motivo ornamentale. La donna mi fissò per un istante e riprese la sua esplorazione, per nulla interessata o turbata dalla mia presenza. Stavo per offrirle il mio aiuto anche se non sapevo cosa cercasse, anche se ci trovavamo in un luogo che non avremmo dovuto disturbare, e iniziò a piovere.

«Piove con la nebbia?», lei domandò.

«Nebbie e nuvole sono costituite della stessa sostanza ma ignoro i loro segreti legami, attriti. Forse la pioggia scioglie la nebbia», mi azzardai a dire.

La donna rise, lievemente.

«Dovremmo comportarci bene», lei disse. Fu seria, severa, accennò un movimento della testa – per scacciare le mie parole?

In un andito scoprii un piccolo ciborio in marmo bianco, colonne sottili lo reggevano, una creazione raffinata che stonava con l’ambiente austero. Non c’era altro.

«Sente?», la donna alzò la mano, indicò il tetto.

«La pioggia», dissi.

«Non sia sbrigativo come al solito»

Il commento della donna mi ammutolì di stupore. Voleva comunicarmi che mi conosceva? A fondo, poi, alludendo a un mio atteggiamento. Ero sbrigativo? Talvolta. Ma quella che picchiettava sul tetto era pioggia, lei stessa mi aveva fatto alzare lo sguardo alle capriate. Le osservai di nuovo, sbilanciate eppure solide. Come era possibile questo contrasto? Mi sarebbe piaciuto esaminare le travi da vicino.

«C’era un frate che pregava così bene da levitare», dissi. «Durante l’estasi si sollevava di due, tre palmi, i suoi piedi non più posati, dritti, ma penzoloni, morbidamente piegati in basso»

La donna sorrise alla luce della finestra dal vetro rotto, schizzi di pioggia bagnavano il pavimento. Anche le mattonelle erano sfalsate. Forse la montagna si muoveva pian piano. Sarebbe crollato tutto, prima o poi. L’eremo abbandonato per questo motivo. E la fede?

«La fede?», la donna domandò.

Allargai le braccia. O mimai un frate in estasi. Un gesto naturale, compenetrato nella sacralità del luogo.

«È ancora un luogo sacro», ribadii a voce.

«Non ho dubbi che lo sia», lei rispose, e si mise avanti a me, in attesa che mi spostassi.

Le efelidi sul suo giovane viso mi avevano distratto. Mi scusai, mi scansai, uscii sulla soglia. Pioveva fittamente, il cortile diventava acquitrino. Quelle erbacce, piante da palude. Il freddo, mi coprii la gola con la sciarpa. Sentii ululare. La sala non aveva una porta da chiudere, dovetti spingere il portone del cortile, legare la catena – priva di lucchetto, era solo un pesante fiocco. Poi tornai indietro. Mura e acqua a nostra protezione. Il buio stava calando assieme alla pioggia.

«È quasi ora di cena, venga», la donna mi chiamò nella dispensa.

I frati avevano lasciato posate e scatole di cibo per gli avventori. Previdenti, altruisti. Mangiammo gli sgombri alla luce della mia torcia elettrica, sulla soglia dell’acquitrino. Anche il portico era oramai allagato.

La donna recitò:

La pioggia che cola sui rami
È più conciliante
Delle lacrime che solcano
Le nostre guance
Tuttavia non sappiamo
Quanto solletichi
Il legno vivo
Degli alberi

 

Io risposi:

Non dovrebbe solleticare
Un diluvio d’acqua
Omogeneo assai
Quanto una palude
Che permette alle piante
Di prosperare
Tra una pioggia e l’altra
Racchiuse in un cortile

Gli sgombri, il crepitio delle gocciole, il buio, il freddo – anche se eravamo coperti da panni pesanti – ci fecero assopire. Ci addormentammo. Al risveglio era l’alba. Il terreno del cortile aveva assorbito tutta la pioggia. C’era silenzio. La donna era scomparsa – il portone accostato, la catena penzolante. Perché non le chiesi cosa stesse cercando nella grande sala? Fui rispettoso, inconcludente. Quella sua meticolosità. Interrotta però.

Café Panthéon

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di Gennaro Pollaro

Ho squadrato le imposte limpide e sono entrato di petto. Ho fissato la sola persona presente, in parte nascosta da una bottiglia mezza vuota di gin: la cameriera, con l’ombelico che spuntava da una magliettina di jeans, mi ha servito dell’acqua e, su mia richiesta, mi ha indicato i cessi.

Arrivato a destinazione, ho spinto la porta. Ne ho trovata un’altra, arrugginita. L’ho colpita con un piede ed è apparso un lavandino malandato: era tenuto in piedi coi ferri, da corde messe malissimo. Ho girato una manovella e mi sono lavato le mani per scrollarmi di dosso la giornata appena cominciata, poi sono uscito, ho ordinato un caffè, l’ho consumato e ho fatto quello che si fa il lunedì mattina – qualcuno direbbe che non si deve fare niente.

Mentre l’impulso del bere mi faceva effetto, ho atteso che i fumi del luogo mi avvolgessero, che qualcun’altro entrasse nella mia quotidianità, e invece nulla. Soltanto un rumore sbieco riempiva la sala, spinto sui lati da certi uomini barbuti che si accanivano intorno a un tavolo, lanciavano dei dadi, attendevano che qualcosa succedesse, mentre io attendevo l’ispirazione, o una scossa elettrica, un’epifania.

Il tempo scorreva orizzontale.

La televisione trasmetteva figure che ballavano su un ritmo indecente, come se il mondo si fosse fermato a un certo punto: ma quando?

È stato allora che ho capito che forse avrei fatto meglio ad andarmene. Fuori, le ombre cominciavano a diluirsi. Volevo partire, ma sono rimasto. Ho abbracciato i miei complessi etici, parlamentari, e ho tirato fuori dalla borsetta una serie di lettere, iniziando a leggerle con voce accalappiante.

Caro Avvocato,

in quanto membro del Senato, le chiedo un aiuto estremo. Non si tratta di soldi, ci mancherebbe. Ma potrebbe, gentilmente, rendersi in maniera arcuata laddove si pensa che la parola abbia ancora un valore? Le lascio qui sotto, in allegato, un barometro di massa. 

Un caro saluto, Il ministro dell’istruzione

Ho voltato il foglio. Cercavo l’allegato. Ho guardato sotto il tavolo, tra le imposte di una finestra che dava da qualche parte, ma non ho trovato niente. Mi sono alzato di scatto. Sono andato ai cessi e, dopo aver dato una scrollata alle spalle, ho spinto la prima porta, poi la seconda, e mi sono deliziato col clamore che fa l’acqua quando sbatte lungo i bordi – fra le ceramiche e i fori, come quando si forma un laghetto. Mi strofinavo le mani e pensavo: ma quale allegato?

Sono uscito e ho riletto la lettera da cima a fondo, trattenendo il fiato come se avessi la testa immersa in un cuscino. Le soluzioni mi salivano alla testa e, mentre i polmoni si gonfiavano, in preda alle convulsioni, e ho deciso di andare avanti.

Prima, però, ho squadrato la cameriera che cominciava a prendere forme sferiche, poco nette, e ho buttato giù altri due sorsi della sua lurida bevanda, sfilando un’altra letterina dal mio funghetto rosso.

Caro Avvocato,

le scrivo in quanto l’inchiostro non lo paghiamo. Qui, lei lo sa, fotocopiamo tutto, non contiamo le unità, gestiamo la carta con la sola forza della ripetizione. Ma a parte ciò: si ricorda di quella cena dell’anno scorso nei pressi del bioparco? Avrei bisogno di quegli incentivi di manodopera locale, di quei dati comprimenti che potrebbero finalmente dare una svolta alla nostra routine. Le lascio in coda certi versi di Platone:

“La virtù non ha padrone. Secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà più o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”. 

Un saluto, Il ministro della retorica

 

È stato allora che le cose hanno iniziato a peggiorare. La cameriera ha schiacciato un pulsante sul telecomando e la musica si è trasformata in un concerto inespresso. Le mura sembravano staccarsi. Una macchia gialla spiaccicata sul soffitto pareva voler cadere o svanire. Mi sono chiesto: come si può non mandare in onda qualcosa di poetico?

La cameriera mi ha guardato prima i piedi, poi le braccia e le mani, infine qualcosa che stava fra il collo e la pancia – la mia cravatta?, le iniziali lungo la camicia? – e con due colpetti ha trasformato il telecomando in un direttore artistico: quella strana musica, lungo la pianura delle nostre idee, ha lasciato il posto al Beethoven, al Wolfgang Mozart.

Lo sfondo dei ballerini ha ceduto alle colline verdi, agli anni novanta, spingendo nubi grigie – esplosioni di massa, supervulcani – verso condizioni che ignoravano il male, ma non lo escludevano. Poi la cameriera mi ha guardato dritto negli occhi, come si fa coi cani, e ha spostato la bottiglia di gin.

Mi ha chiesto se mi andava bene così: a me andava bene.

A quel punto, sebbene controvoglia, mi sono concentrato sull’udito non cerebrale. Ho iniziato a danzare con le scapole, provando a salire sul tavolo, ma qualcosa fuori mi ha trattenuto: un vecchio col carrello, tirandosi con un bastone, l’ha sollevato come se volesse dirigere lui quella musica, e portare in voga le sue idee di rivoluzione.

Sono andato avanti con la lettura. Avevo come l’impressione che, grazie a quelle letterine, le cose stessero cambiando. Ho chiesto un’altra bevanda cosmica e ho domandato alla cameriera se fosse un caso che dopo certe trasmissioni ci fosse sempre la pubblicità. Lei mi ha chiesto se mi capitava spesso di avere le idee convulse. O, almeno, questo mi è sembrato di udire perché le sue labbra, ventriloquamente impuntate nella mia orizzontalità, non si sono mosse. Poi mi ha servito una doppia dose di caffè, diluendo la mia sete col sopracciglio alzato, e ho continuato a leggere.

Caro Avvocato,

chi va per certi mari… certi pesci trova.

Poco a poco che il residuo dal fondo sale a galla, mi sfiora la certezza che il suo ruolo in questa società sia poco chiaro. Lei spinge lungo le caviglie tutto il giorno; lei giace nella base del collo come chi lavora poco, soltanto per il risultato, senza impegno né percentuali serie di glucosio. Se fossi in lei, mio caro avvocato, piuttosto che l’autostimolazione della colonna vertebrale, valuterei qualche faccenda più amica: proverei a finire le giornate in ufficio, per esempio.

Le lascio, in ogni caso, una gradevole mattinata.

Cordialmente, Il ministro dell’avanguardia

Dal fondo della sala è apparso uno degli uomini dei dadi. Maglietta aderente, pantaloncini corti, barba appuntita. Portava un paio di occhiali da miope con le asticelle in ferro che giravano sulle orecchie come una chicane. Ha recitato a memoria alcuni versi – forse di Dante.

Qui, mai, nessuno, ha detto cose a caso.

Qui, mai, il mondo filtra netto, alé!

Ho odorato per la prima volta il mio caffè. Sentiva di un unguento magico, alcolizzante. Ho chiamato la cameriera, ma senza successo. La musica sembrava sparita. Qualcuno l’aveva spenta e chiamato all’unisono la cerchia? La mandria di scommettitori incalliti, veloci come cavalli, si erano messi in fila sparsa, osservandomi come se fossi un pezzo raro del Louvre. Mi chiedevano cose a caso. Mi incitavano a continuare e, più si dibattevano, più io resistevo, fino al punto in cui un pizzico di stanchezza è sopravvenuta e mi sono convinto ad andare avanti.

Caro Avvocato,

sarà che la vita si spegne come una candelina che sta al centro della torta: con un soffio. Le ho mai parlato di quell’affare di omertà fra l’isola e il tacco? E fra le Alpi e il Manzanarre? Qui sotto, un ritratto del Manzoni, puntinista. 

……….

……

………………..

………..

……

….

………

Un saluto, Il ministro della scultura

 P.S. Se la conosco bene, lei apprezzerà.

Ma non ho apprezzato.

Uno degli uomini dei dadi è venuto verso di me, mi ha spinto leggermente una spalla e mi ha chiesto se fossi io, Dostoevskij?

Ma gli ho detto di no.

Ho bevuto ancora un sorso e, colpito da un dolore che non saprei spiegare, ho letto l’ultima lettera come si fa a scuola, o alla televisione.

Caro Avvocato,

né uno, né cento di lei potrebbero sostituire la speranza nell’avvenire. Le lascio una manciata di dollari sul suo conto. La prego di strappare questa lettera o di nasconderla sotto la pila di fazzoletti, ma cautamente. 

Un saluto, Il ministro del futuro

Ho guardato il dossier e mi sono accorto che era scomparso. Ho chiesto aiuto ma nessuno mi ha risposto. Ero solo in quel posto che fino a poco prima mi conveniva. Così, prima di lasciarmi andare al pianto – alla collera che sale fino a fare male – ho pagato il conto: ho lasciato cinque volte il prezzo e una manciata di banconote per la cameriera. Ho pensato che la soluzione, in ogni caso, fosse quella di farli ritornare. Poi ho infilato una mano nella tasca e ho scovato vecchie cartacce. Ho sentito una punta – un coltellino, uno spinello rollato male? – che mi pungeva il dito. Ho tirato fuori dal mazzo una chiave e ho rigato il tavolo lucido, incidendo la mia firma.

Poi sono scappato via correndo, con le mani alte, e mentre varcavo la soglia del bar per andare verso il mio ufficio, che stava dirimpetto, ho provato un discreto piacere nell’udire la porta dei cessi sbattere. Sarà stata la cameriera? Saranno stati quegli uomini barbuti?

Questo non lo so.

Ma fuori era già buio – un buio come le tracce mentali di quel luogo, che sembrava provenire da un’altra dimensione. Ma da dove?

*

Immagine; Jean-Michel Albirola, surface inconnue

La ghettizzazione nella scuola e fuori

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di Demetrio Paolin

Quello è accaduto ieri a La Spezia è terribile, perché è terribile morire a 18 anni, perché è terribile uccidere una persona a 18 anni. Il senso di impotenza aumenta perché le due vite oltre che distrutte saranno perdute. Infatti nell’attuale sistema carcerario italiano l’omicida riceverà una pena che non sarà né riparativa né riabilitativa, ma di mera condanna, e questa condurrà lui a una morte civile e sociale. Mi chiedo quando impareremo che giustizia non è galera. Ora il ragazzo verrà condannato, i forcaioli e giustizialisti contenti, mentre noi ci troveremo a piangere la vita di non uno, ma di due ragazzi.

Ciò che è accaduto ieri a La Spezia afferma a chiare lettere che le famiglie non ce la fanno, che la scuola non ce la fa. L‘omicidio è avvenuto in un ambiente che è lontano da ogni privilegio, perché la scuola si sta trasformando in un ente che non fornisce cultura, sapere, possibilità e futuro, ma segna profondamente i confini e costruisce ghetti.

La ghettizzazione è tale, che influenza che il modo con cui si discute e si parla di questi fatti. I pozzi dell’informazione sono avvelenati. Osservate il modo con cui è stato dato l’annuncio della vicenda. I due ragazzi non sono definiti “studenti diciottenni”, ma “italiani di origine X”, come se nella parola “origine”, così figurativamente assonante a un discorso razziale e classista (appartenenza a una precisa classe, una precisa cultura, a una precisa area sociale e di disagio), si palesasse il motivo della violenza.

Come se questa categoria – l’essere di origine X – fosse la causa di questo omicidio, dimenticando, o mettendo in secondo piano, lo smantellamento del sistema didattico, la mancata cura e formazione dei docenti nell’affrontare problematiche nuove, la creazione di edifici accoglienti e migliori per gli studenti, la mancata trasformazione delle scuole in luoghi di aggregazione, di quartieri e città, insomma come se il problema non fosse la distruzione continua e ventennale del sistema scolastico.

La scuola si è trasformata da possibile – lento ma possibile – ascensore sociale, a semplice luogo di ricovero. Non stupisce, quindi, l’inesorabile cammino verso la militarizzazione della scuola, perché solo in questa ottica non può destare stupore il fatto che gli alunni possano essere censiti non per i loro bisogni culturali e sociali, ma in base alla loro etnia. Gli alunni, tutti, non sono egiziani o palestinesi, russi o ucraini, italiani ma sono ragazzi e famiglie che spesso hanno problemi economici nel reperire libri di testo, nel pagarsi la mensa, nell’accedere alle attività extra-scolistiche, nell’accedere ai servizi sociali e medici per il rilascio di certificazioni. Tutto questo non ha nulla a che vedere con religione, genere, provenienza geografica e/o culturale, ma con il censo, la mancanza di possibilità economica.

Io ho deciso di insegnare non per ghettizzare, ma perché sono profondamente convinto che quello che insegno, la letteratura, la storia, sia il motore per una emancipazione sociale e culturale. Ciò che è accaduto a La Spezia, però, mostra che da solo non ce la faccio, anzi da soli non ce la facciamo: la scuola più che mai deve diventare il centro dell’impegno politico e sociale, non solo dei partiti, ma anche del mondo della cultura, ciò di cui la scuola ha bisogno è, però, un impegno reale, concreto, lontano da quelle comparsate a scuola utili solo per vendere il proprio libro su Giulio Cesare, sugli Adolescenti inquieti, sulla fragilità dell’amore, e via dicendo).

NdR Questo pezzo di Demetrio Paolin, qui ripreso, è uscito inizialmente sulla bacheca facebook dello scrittore e insegnante

Publio Svarione: Le Giorgiche

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di Publio Svarione

Dalla Garbatella a Palazzo Chigi in rima:

esce Le Giorgiche, epica satirica dell’era Meloni

La prima presidente del Consiglio «donna, italiana, madre, cristiana» nel nuovo poemetto di Publio Svarione: un ritratto irriverente, tra amori, alleanze e «Io sono Giorgia» remixato.

In un’epoca in cui la politica e lo spettacolo sono ormai indistinguibili, esce un’opera destinata a far discutere (e sorridere): Le Giorgiche – Ascesa in versi di un’eroina della Garbatella, edito da Edizioni Samizdat. Firmato dall’enigmatico Publio Svarione, utilizzando una forma stilistica unica nel suo genere, il libro traccia un ritratto inedito, ironico e impertinente della prima donna a Palazzo Chigi.

UN POEMETTO EPICO-POP. Le Giorgiche ripercorre l’accidentato percorso di Giorgia tra la Seconda e la Terza Repubblica. Dagli esordi come militante di sezione fino alla consacrazione internazionale, l’autore non risparmia nessuno. Nel mirino finiscono tutti i temibili compagni di coalizione e avversari politici: da Gianfranco (Fini) a Silvio (Berlusconi), da Matteo Esse (Salvini) a Super Mario (Draghi), fino a Elly (Schlein) e Matteo Erre (Renzi). Il poemetto trasforma i fatti di cronaca in passaggi epici e surreali, in una sorta di remix di “Io sono Giorgia. Le mie radici le mie idee” (Rizzoli, 2021) o ricorda il colpo di fulmine con i “nuovi” alleati globali.

IL RITMO DELLA SATIRA: IL “TREDECASILLABO FALSO”. Più che un esercizio di stile, il libro è un esperimento di linguaggio. L’autore definisce la metrica dell’opera un “tredecasillabo falso”: una struttura base di tredici sillabe che si piega e si spezza secondo le esigenze del contenuto. Questa scelta tecnica insinua il ritmo della prosodia classica in un fluire prosastico e moderno, rendendo il testo immediato e fruibile. Il risultato è un racconto incalzante che ha la musicalità della poesia ma la presa diretta della cronaca.

ESTRATTI

I

Una tipetta tale: chi l’avrebbe mai detto

che pure un poemetto le sarebbe andato stretto

quando là, nell’acquario detto Transatlantico

piccola e con il broncio del pesce pagliaccio

nuotava goffa tra le gambe dei colleghi

col grado di ministra, che te lo spieghi

con la circostanza che un cartone animato

tra gli eleggibili è il profilo più indicato

al buffo Ministero della Gioventù.

E invece, cara Musa, non ci servi più;

la ragazza si fa da sola e questa storia

è con la Musa inclusa, che nella memoria

futura in noi tutti un nome già si erge: Giorgia.

VI

«Giorgia, ho deciso che ti candido alla Camera»,

le disse all’assemblea nazionale Gianfranco.

Lei capì che era finita la giovinezza,

come una studentessa che abbandona il banco

pronta ad affrontare la maturità;

e da secchiona qual è, Giorgia venne eletta.

La militanza ha stagioni, e non torneranno

le notti ad attaccare manifesti

le botte coi compagni in quelle notti

l’autofinanziamento nelle feste

cantare Van De Sfroos in romanesco

lo spirito cameratesco al festival

di Atreju a organizzare goliardate,

a cui lei aveva invitato il comunista Fausto

che gli opposti più sono immaturi, più si attraggono:

si era fregiato lui della boutade

– a destra suscitando risa e lodi –

di affossare d’emblée il governo Prodi.

VI

(Da piccina la domenica andava in Chiesa

con la sorella Arianna, lì alla Garbatella

e dimostrava il talento da pecorella

trascrivendo la messa a braccio sul quaderno.

L’insalatiera in testa, alla prima comunione

col pizzo bianco tenne alla larga l’Inferno

e un giorno, in gita con il parroco a Torvaianica,

come alla Vergine, un angelo le parlò:

il comunismo è il male, una cosa satanica.

Nonostante che Giorgia fosse un Capricorno

(segno di terra, in teoria segno razionale),

lo assunse come portaborse spirituale

e lo chiamò Harael. Ancora oggi la consiglia:

Wojtyla? È un duro anticomunista, è ok;

Ratzinger? È per l’Europa cristiana, è ok;

Bergoglio? È troppo comprensivo con i gay.)

XXIX

Incravattato, burocrate e europeista

con voce calma e calda, da sportello bancario

che seduttore era, con quel suo aplomb, Super Mario!

Giorgia from the blocks, la scettica sovranista

che l’aveva respinto sempre con livore

con occhi nuovi lo guardò, con occhi a cuore

e un cuore nuovo da appassionata atlantista.

Doveva essere solo un tenero garante

ma diventò (metaforicamente!) amante.

Quando nel giorno del silenzio elettorale

come ogni sabato, Giorgia passò al mercato

e postò su Tik Tok ciò che aveva comprato

i suoi grandi meloni, con mossa plateale

da vamp iscritta a un OnlyFans ortofrutticolo,

i più morbosi, a quel gesto un poco ridicolo

però efficace, come spot pubblicitario

sbirciarono se c’era il like di Super Mario.

PUBLIO SVARIONE, nato circa quarant’anni fa in uno dei tanti paesi italici che furono un tempo parte del glorioso Impero Romano, è un autore la cui penna si muove tra il giornalismo nell’era delle fake news e la poesia nel secolo del cinismo. Nel poemetto Le Giorgiche emerge il suo sguardo ironico e disincantato sul mondo della politica italiana. Tra le sue opere precedenti si annoverano L’Apocalisse? No!, un’invettiva contro il riarmo europeo, e La leggenda dei senza speranza, un pamphlet dedicato alle lunghe liste d’attesa della sanità pubblica.

Un topo in guerra. Su “Tapum” di Leo Ortolani

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di Paolo Rigo

Tra i conflitti dell’età moderna la Grande guerra resta uno dei più insondabili. Se si ragiona sul piano contestuale, se si pensa – abbagliandosi – che la storia dell’uomo sia l’espressione di un’evoluzione costante verso il meglio e se si considera, ancora, che la Grande guerra si verificò all’indomani di alcune conquiste sociali impensabili anche solo una decina di anni prima – esempi potrebbero essere fenomeni come il diffondersi anche nelle classi popolari della pratica della villeggiatura –, e se si ragiona, infine, sul fatto che poco prima ebbe luogo uno dei momenti in cui cultura e arte raggiunsero dei picchi purissimi d’espressione e diffusione – mi riferisco all’inganno della Bella époque e all’affermazione dell’arte popolare, tra cui prima di tutte il cinema –, allora quel misterioso dramma, alimentato da tensione tra cugini-sovrani e da rivendicazioni e malumori di una politica restata indietro, allora quel mistero è davvero incomprensibile. La contraddizione tra lo spirito di progressione e il conflitto fu colta molto bene dal sensibile Stefan Zweig. Questi, nel suo Mondo di ieri. Memorie di un europeo, offre un quadro drammatico, appassionato, ma anche sublime e delicato dell’aria di illusioni che aveva investito un’Europa liberale e fraterna; aria che nel tempo afoso di un’estate fu spazzata via da un’autunnale bufera di distruzione. È un nodo così profondo e forte da segnare un punto ancora vivo nella produzione artistica contemporanea: un esempio è Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia, film dedicato alle tregue di Natale del primo anno di guerra, quando lo spirito di fraternità fu soffocato dalla bramosia e dalla cieca burocrazia di comandanti e comandi. Quel senso di esasperato dramma di una guerra che sembrò – perché lo fu – civile, è solo uno dei tanti possibili topoi riscontrabile nelle opere dedicate al conflitto. Un altro, sempre e ancora delicatissimo, riguarda il mondo macchiettistico e contraddittorio delle potenze di second’ordine, l’Austria, come attesta il disperato Niente di nuovo sul fronte occidentale, e l’Italia; un quadro rarefatto ben colorato da Lussu, da Rosi, da Monicelli e da Festa Campanile. Quell’immaginario poggia le sue basi su scomode e innegabili realtà di disperazione, quali la scarsa preparazione delle truppe del regio esercito, l’illogicità mostrata dalla complessa ed effimera macchina di comando, incastrata tra senso dell’onore e inettitudine di comandanti, il Cavaciocchi di Gadda – esemplare di una classe vetustamente legata a un mondo davvero di ieri, a strategie per cui una battaglia si può e si deve vincere solo attraverso continue cariche e assalti, condotti con il solo scopo di consumare le riserve militari dell’avversario a costo di ingenti vite umane: eroici miti di sacrifici inutili o quasi. Con il suo Tapum, uscito per le edizioni Feltrinelli, Leo Ortolani fa rivivere quel mondo e confeziona così un’opera capace di dare continuità a quelle sofferenze e quel mito.

Tapum sorprende il lettore medio di Ortolani, perché si tratta di un’opera lontana dallo stile primigenio del fumettista – comunque ormai già da tempo impegnato in temi e questioni sociali delicate e importanti. Lo dimostra il sapiente uso del chiaro-oscuro, il tratto netto volto a trasmettere e ad amplificare l’ansia, l’assenza di speranza che si legge quasi in ogni pagina e che lega l’operazione a opere classiche del fumetto contemporaneo, come il ben più drammatico Maus. Ed ecco che Tapum, filastrocca ma anche onomatopea del suono che fa il moschetto quando si spara, si distingue nel panorama del genere come un’opera disarmante, cruda, sottile, piena e riuscita, in cui l’ironia di Ortolani trova espressione, comunque amara, solo e soltanto nel mondo dei fantasmi. Appartiene a quella dimensione lo spirito della morte che dialoga con l’ingenuo Mariani, protagonista, con l’ufficiale, tanto superiore quanto disilluso, Dolon (il quale ha le fattezze di Andrea Pennacchi, da La guerra dei Bepi, e da questa opera Ortolani ha tratto ispirazione per il suo lavoro), dell’intera storia ambientata nei giorni di preparazione e di scontro dell’inutile battaglia dell’Ortigara. Non solo la morte: vi sono ancora lo spirito della madre dello stesso Mariani che si preoccupa che il figlio in guerra possa non essersi coperto troppo, e la patria, la quale appare personificata come una bellissima donna-vampira che si nutre dei corpi dei suoi caduti. In questi momenti trovano spazio riflessioni sull’assurdità del conflitto, dei conflitti, dell’uccisione dell’altro, e, ancora, pensieri dedicati al mancato dialogo tra generazioni, con i vecchi, incapaci di comprendere il dramma quotidiano dei giovani soldati (aspetto che è fondamentale nel classico romanzo di Remarque). Ma Tapum non è solo questo, Tapum è anche il canto di due disperati che provano a forzare la mano, a salvare gli altri. Entrambi lo fanno secondo la propria natura, come possono: Dolon e Mariani hanno questo tratto in comune e lo dividono con un altro antieroe, il tenete Ottolenghi di Uomini contro. Ma a differenza di questo, se l’uno agisce in sordina, e procura la “caduta” dell’isterico generale che vuole fucilare mezza truppa, l’altro si illude, per esempio, di poter salvare un portalettere dalla sicura morte per un messaggio poco più che inutile – cosa che non avviene nella Grande guerra di Monicelli, dove la speranza non compare mai neanche nel sacrificio, stavolta utile, mitico, eroico ma non noto, dei due protagonisti del film. Ed ecco, il sacrifico. È forse questo il sospiro più dolce di cui è capace Mariani, assicurato, per il lettore accorto, della sua fine già dalla primissima comparsa dell’amica falciatrice di ogni età, che, come in Samarcanda, altro testo sulla guerra, attendeva quel suo particolarissimo e fidato compagno già giorni prima. Sarà Mariani, alla fine, a diventare uno spirito, uno di quegli spiriti positivi, l’unico in grado di far piangere Dolon, l’unico in grado di portare all’amico di trincea una qualche forma di pace.

Non so dire se Tapum è stato il miglior graphic novel del 2025, ma senz’altro merita un posto d’onore nella grande tradizione narrativa italiana (e non solo) dedicata a quell’incomprensibile e, per certi versi, inaspettata assurdità che fu la Grande guerra.

 

AzioneAtzeni – Discanto Ventesimo: Massimo Rizzante

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Azione Atzeni – Discanto Ventesimo: Massimo Rizzante     Azione Atzeni – Discanto Ventesimo: Massimo Rizzante*

Sempre è triste la solitudine
ma tanto più in un circo
fra belle donne bionde,
scimmie ammaestrate
noccioline e risa di bambini.

da Due colori esistono al mondo. Il verde è il secondo. / Viaggio, in compagnia di Vincent, di Sergio Atzeni

 

Tre colori esistono al mondo
di
Massimo Rizzante


a Sergio Atzeni



Sempre è triste la solitudine,
ma tanto più in un’isola di tartarughe
fra belle nefertiti in topless,
sarcofaghi di anziani ammaestrati
da tate ucraine in fuga dalle rovine…

Il resto, una volta entrato nello stato di grazia,
lo dirai alle ombre, tra sonno
e stordimento, di notte, ma soprattutto all’alba,
quando la somma delle imperfezioni del corpo
si desta dal sogno della guerra e la cicatrice sul ventre
si trasforma in uno stretto sentiero del sottobosco,
alla fine del quale c’è solo un albero, un pesco, e le vedette
con cui avrai stretto un patto: sia maledetto
chi nega l’acqua ai vinti, peste a chi si rifiuta
di mostrare la via agli erranti, sterilità a chi lascia insepolti i morti,
la fortezza è malata, i vincitori non accettano sacrifici,
i fuochi fatui si sprigionano dalle vittime, mentre corvi
e falchetti si ingozzano del grasso dei feriti
che non emettono più suoni che si possono decifrare.
Così, secondo l’imperativo scritto non oggi non ieri,
ma nel trapassato del mare prossimo a bagnarti
verrai alla luce per sorvegliare le tenebre
da cui si intravedono le tane dei carnivori e i fucili
dei cacciatori, la roccia millenaria e le corde caduche
degli impiccati, membra di un grande corpo
che l’isola ha generato formandolo di nascosto
con gli stessi elementi e allo stesso scopo.
Sei nato e da allora nulla ti è estraneo,
nessun tradimento, nessuno sguardo, nessun vincolo
materno. Per tutti i giorni a venire
non dovrai più supplicare, né del resto lo hai mai fatto
Il Semper Solus, il fiore che non canta,
che non piange, che non spara e che non conquista,
per essere colto è destinato a immergersi
nel pensiero profondo come un tuffatore di frodo.


 

* Azione Atzeni- mode d’emploi

di

Gigliola Sulis e Francesco Forlani

‘E scoprirai quello che resta di un uomo, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui’. Sergio Atzeni, Il figlio di Bakunìn Il 6 settembre del 1995, inghiottito dal mare come l’amato Fleba il Fenicio, Sergio Atzeni perdeva la vita nelle acque dell’isola di Carloforte. Sardo, appena quarantenne, era stato militante comunista, anarchico leader studentesco, impiegato insoddisfatto, sindacalista, pubblicista. Dopo la fuga dall’isola, tra l’Emilia e Torino, divenne correttore di bozze, lettore di manoscritti per case editrici, sontuoso traduttore – un testo su tutti: Texaco di Patrick Chamoiseau. Per tutta la vita fu intellettuale rigoroso, poeta e scrittore immaginifico, autore di romanzi-mondo come Apologo del giudice bandito, Il figlio di Bakunìn, Il quinto passo è l’addio, Passavamo sulla terra leggeri, e di una cascata di racconti tra cui Il demonio è cane bianco, I sogni della città bianca, e Bellas mariposas. Come nel Figlio di Bakunìn, pensando oggi a Sergio, ci chiediamo: che cosa resta di uno scrittore, dopo la sua morte, nella memoria e nelle parole altrui? Per rispondere a questa domanda, abbiamo invitato degli autori legati all’opera di Atzeni a dare nuova vita ai personaggi o ai luoghi o alle atmosfere della sua opera. Interpretando, riscrivendo, stravolgendo creativamente, in totale libertà. Un coro di voci diverse per una raccolta di racconti brevi, accompagnati dalle registrazioni dei podcast a cura di Orsola Puecher, una rifrazione e moltiplicazione di frammenti post-atzeniani. Assolutamente vietata l’agiografia, e ‘massima penalità per chi si prende troppo sul serio’, come scriveva Sergio in uno dei suoi ultimi articoli per “L’ Unione Sarda”. Nasce così il gioco del discanto*, da intendere sia come far decantare delle buone pagine in nuove storie sia come costruzione di voci in forma di polifonia medievale. * Francesco Forlani ‘Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni, “Reportage”, n.10, 2012, ripreso nel 2017 da Minima Moralia Gigliola Sulis, Chi era Sergio Atzeni?’, “Le parole e le cose”, 22 novembre 2012

 

Si può seguire il PODCAST su:

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Vadetecum letterario: Francesco Carbone

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La sola regola del successo in Letteratura

di

Francesco Carbone

 

Abstract

Scopo di questo sbroglio è di venire il più possibile frainteso e così assurgere all’immortalità. Infatti: tutte le opere di letteraria eccellenza che pretendono di uscire dalla fetale idiozia dell’inedito, devono sapersi ridurre in formule brevi, memorabili ed erronee.

Nelle seguenti stringate righe si sosterrà che ogni capolavoro che abbia guadagnato il sollievo dell’Eterno avrà confermato la seguente legge inderogabile: «perché un’opera si faccia famigerata e immortale, deve suscitare potenti e ostinati fraintendimenti». Questi devono a loro volta sapersi dire alla spiccia, per formulari recepibili come ovvi e inconfutabili: «Dante padre della lingua italiana», «Kafka aedo dell’angoscia», «Flaubert poeta del reale», eccetera. Sono questi i motivetti che, come certe micidiali canzonette, restano in testa anche per sempre: il che non può dirsi– dico a caso – della Sagra della Primavera di Stravinskij. (Visto che ci siamo: la traduzione altamente fraintendente e quindi definitiva dell’originale Sacre in Sagra è già fenomenale).

 

Codicillo dell’Abstract – Meglio se i fraintendimenti saranno molteplici, contemporanei, rissosi, inconciliabili: in questo caso fortunato, l’Opera capace di fomentare tanta babele otterrà un successo clamoroso e perenne.

La regola della Fraintendimento viene persino rafforzata dall’autore per il quale fosse stato predisposto il destino amaro della sua scoperta in articulo mortis, o, peggio ancora, postuma: Giacomo Leopardi, Edgar Allan Poe, Dino Campana, Arthur Schopenhauer, eccetera.

Sulla peculiarità di casi desolati come i succitati, ci proponiamo di tornare con più elegiaco ardore, affastellando uno sbroglio specifico, dal titolo: «Della quadruplice sventura di essere Omero».

 

  1. Dovrebbe essere facile immaginare, anche a un cauto coro d’accademici azzimati e primaverili professoresse, che deserto sarebbe la letteratura universale senza il continuo fraintendimento dei suoi capolavori. Quando nessuno più equivocherà nulla, vorrà solo dire che nessuno sta più leggendo, e soprattutto leggendo rapito in un generoso donchisciottesco amore.

 

  1. Per chi ancora non avesse intuito dove si stia andando a parare, spoiler: è il vitale tonificante fraintendimento che tiene in vita le mummie altrimenti marcescenti dei capolavori. – La Bibbia! Malgrado gli acciacchi, sempre troneggia come sontuosa elefantessa nella sala: sublime, turneriana (nel senso del pittore), regalmente fraintesa, eccelsa tra i testamenti traditi. A suo riguardo nulla occorrerà dire. Basterà che il qui presente lettore esponga le sue corna di lumaca oltre il bordo della pagina, per vedere cosa del Libro faccia in ogni momento e dappertutto il mondo: una selva di, per quanto comatose ed estenuate, eresie. – Le quali, quando saranno tutte estinte, sarà segno che la religione stessa ha tirato le cuoia.

Essere fraintesi è essere, è essere al mondo: essere fraintesi dalle moltitudini è proprio di chi abita il mondo regalmente. – E, poiché nel supremo c’è il segreto del minimo, si può dire: ogni libro, foss’anche il mal estroflesso opuscolo d’un autore che s’atteggia modesto, invidia la Bibbia. Non c’è scriba che non si vorrebbe Parola del Signore.

Al contrario del sublime comandamento di Vishnu, non c’è tra noi nessuno che non aspiri ad aumentare la confusione universale.

 

  1. Di queste cose, il classico, e dunque molto frainteso, Goethe (legioni di suicidi per l’antisuicidale Werther!) aveva compreso tutto. Goethe sentenziò all’amico Eckermann: «un capolavoro è ingiudicabile». – Assurgere all’ingiudicabile è l’agognante delirio di chi scrive libri: è il buco bianco in cui vorrebbe essere risucchiato. – Ingiudicabile è lo stesso che dire: accolto nell’Olimpo senza ritorno del Fraintendibile. In questo senso, la regola del fraintendimento artistico non è che un caso specifico della regola del Malinteso universale, chiarissima grazie a Baudelaire: «se, sfortunatamente, ci si comprendesse, non ci si potrebbe mai mettere d’accordo» (Diari intimi).

 

  1. Allo stesso tempo, consapevoli di una quantistica complementarietà, si deve anche riconoscere che cedere alle sirene del Fraintendere è la strada maestra dell’incontro col Capolavoro.

Proprio come una numinosa creatura che limpida sfolgora oltre la grigia insignificanza di tutti gli altri, il Capolavoro aizzerà timori, domande, preghiere: tutto il febbrile diorama dei «dubbiosi disiri».

Al cospetto di questo «Tremendo all’inizio», la sola fedeltà possibile sarà iniziare ad amare. Ma amare il Capolavoro sarà esorcizzarlo, offrirgli sacrifici implorando che non ci divori, e chiedergli perdono per il nostro infinito mancarlo, e costruirgli chiese millenarie che non abiterà mai.

 

  1. È questo il contrario del teorema non di Gödel ma di Goebbels, tanto vero per l’onnivora politica: una menzogna detta tante volte nell’Arte non diventa verità; al contrario, una verità detta molte volte diventa sempre falsa. – Il punto è che proprio quest’entropia è ciò che tutti desideriamo: tutti, nel trito e ritrito del banale, ci sentiamo al riparo dello scandalo!

Del degrado dal bello all’ovvio, s’accorgerà qualche spirito morboso ed eccentrico. Forse allora, come il bambino nella fiaba dei vestiti dell’imperatore, cederà alla tentazione di urlare? Ma sarà inutile, a meno che il suo «Re Nudo!» a sua volta non abbia il talento di entrare nel circolo degradante delle letture, le quali solo fraintendendo sanno salvare. Walter Benjamin, Simone Weil, Giorgio Manganelli, Meister Eckhart… – In questo campo d’Agramante, lo svantaggiante vantaggio di un’allenata teologia negativa è evidente.

 

  1. Giovane autore, che persino in questo secolo vorresti, a mo’ di fagiolo fatato, germogliare fino al settimo cielo dei grandi: Proust, Petrarca, Calvino, Catullo?… Guardati da costoro che son morti! Quel paradiso è Alcatraz: lì, strizzato nella camicia di forza dello scrittore santificato, chiavato tra le Commedie umane e le divine, i Perduti Paradisi e i Tempi Ritrovati, le Grandi Speranze e gli Ultimi Fuochi, cosa potresti volere ancora? Da lì in poi, c’è l’ecolalia delle accademie, i castelli di Silling in cui ogni perversione sta in un regolamento!

 

  1. Il primo a fraintendersi è quindi l’autore stesso. Il fraintendimento è la sua Musa, ogni Musa è un fraintendimento. Cantami o diva è il migliore inizio perché è già un delirio perfetto. Nell’inevitabile catastrofico autointerpretarsi, l’autore è Stravinskij che dirige da sé il suo Sacre: un equivocarsi atroce! Da dirgli: Igor, fraintenditi meglio! Hai combinato ben altro che questo solfeggiarti! – Ed è Dante!, il quale sinceramente ci spaccia Beatrice per santa tra le supreme: più della Maddalena, più di Elisabetta e di Santa Chiara! – Al cospetto di tanta sublime allucinata protervia, noi altri non potremo che fingerci convertiti: con sospensione suprema dell’incredulità, che però sappiamo dura quel che dura!

 

  1. Ricapitolando: ogni opera si millanta frutto sacro di «cielo e terra», e aspira alla girandola delle babeli, al pòlemos, al marasma della fama. Detesta, l’opera, stare sola e pensosa nel disertato campo della sua genialità: piuttosto si darebbe fuoco (il che spesso accade). Ogni opera è una macchina, un odradek, che ha tramato (già prima di nascere!) solo per essere liberata dalla sua povertà immedicabile: per accedere allo sguardo salvifico degli altri. E cioè noi, la legione degli isterici.

 

  1. Solo per questo il mondo cerca l’Arte. Ogni Tempo, per quanto narciso, in segreto si conosce per vano – «racconto d’un’idiota» -, se non venisse giustificato dall’arte che sola riscatta il verminaio delle «sciagure umane». – Isterico per bisogno d’imprinting, il Tempo s’illude di trovare capolavori degni di lui per lo più dove sono monumentali imposture.

 

  1. Il bovarismo è la sola salvezza da noi stessi (fosse pure credersi Rocky, o Barbie o Stephen King). Riconoscersi coralmente in un artificio artistico è un’isteria tonificante. Tutte le isterie sono consolazioni. L’isteria è quanto serve a ogni vita per viversi; l’isteria è l’elisir, è il credersi, è il credersi di credere, è il alla Vita, è la corsa al galoppo nel futuro oltre il pantano dell’esistere.

 

  1. A questo punto è chiaro perché il Capolavoro deve apparire facile. Il facile è più fraintendibile – e dunque memorabile – del difficile. «Non uccidere», «m’illumino d’immenso», «il fine giustifica i mezzi», sono ben più fraintendibili di «Io è un altro», o «Amore è donare ciò che non si ha a qualcuno che non lo vuole», o «Ineluctable modality of the visible». Casi questi d’intelligenze catastrofiche! Nessuna eresia è possibile partendo da aforismi così astrusi.

I due minuti e cinquanta secondi della languida Per Elisa (dice l’Intelligenza Artificiale: «malinconica e riconoscibile») saranno subito adorabili, mentre la suprema Hammerklavier, condensato di «misteri per iniziati» (Rattalino) ha richiesto almeno un mezzo secolo per iniziare a farsi interrogare (in avanscoperta c’era stato Franz Liszt!). Sull’Hammerklavier chiosa sempre l’AI: «dimensioni immense, complessità armonica ed enormi difficoltà tecniche»: la stroncatura è evidente – Facile traslare l’esempio musicale a Joyce, Gadda, il Paradiso di Dante, eccetera.

 

  1. I due fraintendimenti capitali del Capolavoro che tutti implorano sono: che ci porti un messaggio, e meglio ancora molti, e che sia attuale. O il Capolavoro sarà visto come una casual machine di messaggi morali e perfettamente adattabili al volubile presente, o non sarà. Questo perché il messaggio è facile, la forma è difficile; e l’istantanea attualità è più facile di qualunque altro tempo. Da qui la scolastica & giornalistica compulsione per le parafrasi e per i temi. Il Nobel per la letteratura, epitome di tutti i premi possibili, potrà essere propinato solo ad autori altamente parafrasabili le cui forme, per quanto faticate, possono essere degradate subito a messaggi. I messaggi sono linguistici, le opere d’arte mai del tutto, e mai essenzialmente. Cosa c’è nello spartito? «tutto tranne l’essenziale» (Gustav Mahler).

 

  1. Lo Zeitgeist (Spirito del Tempo) è sempre la fatua zitella che, nell’immortale, e fraintesissimo, Cuore di tenebra di Conrad, s’illude di essere la fedele penelopesca fidanzata dell’atroce Kurtz: la poverina, incapace di una seria pazzia, si crederà sempre vedova di un uomo eroico, garibaldino e suo. Ma proprio così, per prima e da sola, salverà Kurtz dall’oblio. Charles Marlow non è stato che lo scriba di questo vitale fraintendimento. – Lo Zeitgeist è Max Brod che, stracapendolo, salva Kafka. Sarà almeno quest’ultima frase equivoca abbastanza?

Nota su La disisperanza di Elio Tavilla

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Inventario della fine (condiviso).

Nota su La disisperanza di Elio Tavilla

di

Elena Grazioli

 La disisperanza è un libro sul nostro tempo e lo è con una lucidità poco accomodante. Non racconta la catastrofe, la registra, la contabilizza, ne fa un inventario che tiene insieme residui tecnologici, degrado ambientale e affettività logorate. L’io poetico rinuncia programmaticamente al diario lirico per farsi testimone: non confessa, rileva; non consola, riconosce. Il neologismo del titolo non scioglie l’enigma poiché disisperanza non equivale a disperazione, ma dice piuttosto di una speranza deformata, intermittente, che non salva e tuttavia impedisce il precipizio nel nulla.

L’architettura del libro, scandita in nove blocchi-sequenza, orienta la lettura come un attraversamento a stazioni; l’impressione è di un viaggio frammentato attraverso luoghi e stati mentali. Ogni sezione rappresenta un varco più che un episodio, e l’insieme costruisce una geografia urbana e post-industriale segnata da rifiuti, tossine ed elementi naturali “corrotti” o estremi, in un ciclo di apparizioni e ricadute. L’indice stesso, con i titoli-innesco («solitudine dei neon intermittenti», «cadeva così a pezzi che», «da distanza disarmante»), espone fin da subito un repertorio di oggetti e situazioni comuni, quasi “da cronaca”, che l’autore sottrae all’ovvio per trasfigurarli in segni di tempo storico. In questo senso, l’elenco completo delle sezioni – Riparare noRandagio delle fosseTempo di giocareSolitudine dei neon intermittentiLa vita che ti guastaL’uomo in menoMia adorata ardente replicataDire fare bruciareIl qui non esistente – costituisce già un micro-racconto autonomo, una partitura di immagini e azioni che prepara il lettore all’atmosfera del libro. Brevi frasi, a volte ellittiche a volte narrative – in cui convivono negazione, affetto, degrado, ironia e assenza –, anticipano la gamma emotiva e semantica dell’intera raccolta.

L’andamento del libro alterna momenti di descrizione visionaria, quasi cinematografica, con zoom improvvisi, e riflessioni oblique sul senso della sopravvivenza. Non c’è un climax narrativo, ma piuttosto un ritorno ciclico di ossessioni: il degrado, la guerra, la distruzione, il tentativo di afferrare qualcosa prima che svanisca. La sintassi è spezzata, il verso franto da enjambement che rendono l’avanzare incerto, sospeso, fino a un effetto quasi di “smarrimento”. Il lessico accosta linguaggi settoriali – dalla geologia («faglie»), alla medicina («mitocondri») e all’elettronica («pixel») – a immagini più liriche. L’effetto non è un collage, bensì un attrito fertile che costringe ogni immagine a passare attraverso il filtro del presente, con occhio tecnico e “clinico”. La presenza di toponimi (es. «via Gastaldi», «Lomellina») e segnali urbani costituisce l’ingresso, dentro il dettato visionario, di ciò che Benjamin chiamava Sachgehalt, il “contenuto fattuale”: feritoie di reale che ancorano la visione a coordinate verificabili.

Nel libro, almeno tre grandi campi tematici si intrecciano fino a formare un paesaggio unitario. La tecnologia è onnipresente ma priva di trionfalismo, non promessa di progresso bensì relitto o minaccia silenziosa; infatti, appare nelle forme di infrastrutture abbandonate, luci artificiali difettose, suoni metallici che persistono oltre il loro scopo («neon intermittenti», «sonar fra gli scarti», «monitor iridescente», «subwoofer rotti», «3D destrutturato»), con la doppia funzione di creare un contrasto tra la materialità tangibile e la rarefazione emotiva, e di “fissare il tempo storico”. Il clima è un organismo malato, segnato da eventi estremi, come piene, allagamenti, fulmini e tempeste («fiumi straripare», «picchi di calore», «grecale che infuria, «uragano tropicale», «picco di corrente»), e la natura sembra aver smesso di vivere per limitarsi a recitare la propria vitalità («le piante fingono una vita inesistente»); tuttavia, non c’è distinzione netta tra ciò che accade agli esseri viventi e ciò che accade alla biosfera (es. «la fine disgraziata dei lupi fuori area»). L’amore, infine, non si sottrae a questo scenario poiché irrimediabilmente contaminato dal tempo, dal rancore, dalla distanza, messo a nudo nella sua componente di falsità e di potere, più parte del guasto generale che via di salvezza («l’amore che svanisce / come stella millenaria sfracellata / anni-luce fa sopra un’orbita di gas / pulviscolare», «non era indispensabile mentire / ma lo hai fatto e questo / resta», «quei nostri sottintesi che non capiamo più / facciamoci il piacere di annullarci, ti prego»). Questi tre assi non restano compartimenti stagni, ma si compenetrano: il lessico tecnico può entrare in un testo d’amore, i cambiamenti climatici possono assumere la forma di un’immagine urbana, e un gesto affettivo può essere filtrato da una percezione meccanica o digitale. È in queste sovrapposizioni che La disisperanza trova la propria forza, trasformando la frammentazione in un inventario coerente del nostro tempo.

Accanto ai tre assi principali, la raccolta si muove lungo altre direttrici che ne consolidano la complessità e la capacità di restituire un’istantanea stratificata del presente. Le poesie sono popolate da presenze che si muovono ai bordi della scena («l’uomo in meno», bambini, malati, «gli idioti», ma anche randagi, specie minacciate, animali morenti), non sono mai eroi né figure idealizzate, ma si configurano come indicatori del guasto collettivo, segnalatori umani o animali dello sfacelo che avanza. Chi sta ai margini è il primo a registrare – o a subire – il deterioramento ambientale (onnipresenti i rifiuti e le materie inquinanti), sociale, affettivo. Queste figure creano quello che potremmo chiamare un “atlante della vulnerabilità”, in cui fragilità biologica e marginalità sociale coincidono, mostrando come la crisi colpisca in primo luogo le esistenze meno protette. L’acqua attraversa l’intero libro, dalle prime poesie fino alle ultime, ricorrendo in forme molteplici: sottopassi allagati, fiumi che straripano nei boulevard, maree dalle forze magnetiche, paludi che diventano mare. Non è però mai un elemento puramente vitale, ma appare piuttosto come forza dirompente, residuo stagnante o liquido che intride superfici industriali. In più di un testo diventa metafora del tempo e della memoria: trascina via ricordi e oggetti come il «fango che / riemerge dai cofani delle auto ammutite / dal picco di corrente sotto i ponti». Questa insistenza non è decorativa, l’acqua assomiglia molto di più alla sostanza instabile su cui si regge il mondo di Tavilla, un elemento che unisce il paesaggio urbano, quello naturale e quello interiore in un’unica condizione di allagamento. Tra le righe del libro si percepisce anche un continuo rumore di fondo di tipo bellico («proiettili», «un tiro di mitraglia», «eravamo soldati», «sommarie esecuzioni»). Non ci sono racconti di guerra in senso stretto, ma una percezione costante di assedio; la vita quotidiana è avvolta da conflitti politici, sociali o ambientali. Uno stato di allerta diffuso che si manifesta tanto nella difesa di spazi vitali, urbani o naturali, quanto nella tensione invisibile che pervade i rapporti umani.

Cifra distintiva della raccolta è anche la sua tendenza enumerativa, che si manifesta in sequenze serrate di oggetti («auto rotte, case a pezzi») e di azioni («cerca e trova, cerca e trova, trova / e tronca»). Questo modo di procedere costituisce una dimensione da reportage, vicina alla cronaca, pur mantenendo la densità e l’ambiguità della lingua poetica. L’elenco non è un semplice accumulo, ma più una strategia per restituire l’ampiezza del guasto, mettendo sullo stesso piano il dettaglio minimo e la grande scena, il frammento di vita e il fenomeno collettivo. Tutti questi elementi concorrono a formare una testimonianza corale: la voce poetica non si colloca in alto a giudicare ma cammina dentro i luoghi che descrive, è partecipe e vulnerabile quanto le figure che incontra. La «disisperanza» non è lo sguardo distaccato di chi osserva da una torre d’avorio il senso della fine, ma quello di chi ci è immerso fino alle ginocchia, come nei sottopassi allagati del libro, e sceglie di guardare senza voltarsi dall’altra parte. Questa postura interna, condivisa, dà coerenza all’inventario di Tavilla e lo trasforma in uno spazio di identificazione per il lettore. Il Sachgehalt benjaminiano agisce come metodo compositivo: la poesia accoglie dati minimi di realtà che perforano l’allegoria e impongono al lettore un riconoscimento. All’opposto dell’evasione, l’autore propende per una pedagogia dello sguardo. Quei lampi fattuali non illustrano l’idea, ma la costituiscono. Senza di essi, «disisperanza» resterebbe un lemma astratto, con essi diventa condizione “di tutti”. Rispetto al panorama italiano recente, Tavilla sceglie di non chiudere l’io nel proprio microcosmo emotivo, ma lo espone al mondo, lo obbliga a passare attraverso infrastrutture, scarti, corpi sociali. Il risultato è una voce che, pur personalissima, produce uno specchio collettivo: leggiamo e ci individuiamo non per identità biografica, ma perché condividiamo l’ambiente di rischi – tecnologici, climatici, relazionali – che il libro mappa con ostinazione.

Dentro l’inventario, qua e là affiorano minimi bagliori – «il colore imperituro dei susini», «come / sboccino nel buio / le cicorie» – ma sono lampi destinati a spegnersi, intermittenze senza esito. Molte poesie, infatti, si chiudono con immagini di sconfitta e di annientamento: «la faccenda triste di / precipitare e mai risorgere», grugni «schiacciati sull’acciaio / delle grate», «un misto / di cocente sconfitta ed eremo / assolato, privo di conforto». Non si intravede resurrezione, ma piuttosto l’attesa di un’estinzione inevitabile, che «attende / come te di spegnersi e svanire». La stessa esistenza appare retrospettivamente come errore: «nullità che già sapevi / fosse meglio non essere mai nato». Nel finale, ciò che resta è un segno minimo, disperato: «un’ultima volta fare segno / di soccorso e resa», un’estinzione collettiva consumata «al lumicino / di qualche apocalisse senza gloria». L’ultimo verso, che domanda «dimmi / dove metti i trascurati dalla luce / dimmi, dove», consegna la formula più estrema della disisperanza: l’esistenza ridotta a «lotta per il niente come fosse vita». Non c’è redenzione, né sopravvivenza simbolica, soltanto la precisione implacabile di una voce che nomina l’epilogo senza alleggerimenti, trasformandolo in un’immagine nitida e memorabile del nostro presente; un inventario della fine (condiviso).

 

La poesia, se è vera poesia

9

di Marco Giovenale

la poesia, se è vera poesia, è sempre di ricerca

la poesia, se è vera poesia, è sempre civile

la poesia, se è vera poesia, è sempre realistica

la poesia, se è vera poesia, è sempre astratta

la poesia, se è vera poesia, è sempre invendibile

la poesia, se è vera poesia, è sempre qualcosa che arriva al cuore

la poesia, se è vera poesia, è sempre poesia

la poesia, se è vera poesia, è sempre in abiti dimessi

la poesia, se è vera poesia, è sempre corale

la poesia, se è vera poesia, è sempre una consolazione

la poesia, se è vera poesia, sa sempre farsi notare

la poesia, se è vera poesia, resta per sempre

la poesia, se è vera poesia, è sempre alta

la poesia, se è vera poesia, è sempre vera

la poesia, se è vera poesia, è sempre autenticità

la poesia, se è vera poesia, è sempre l’autenticità

la poesia, se è vera poesia, è sempre autentica

la poesia, se è vera poesia, è sempre sperimentale

la poesia, se è vera poesia, è sempre nuova

la poesia, se è vera poesia, la rileggi cento volte e sempre ti sorprende

la poesia, se è vera poesia, è sempre la poesia del quotidiano

la poesia, se è vera poesia, è sempre una scaturigine originaria

la poesia, se è vera poesia, è sempre tradizionale

la poesia, se è vera poesia, è sempre attuale

la poesia, se è vera poesia, è sempre di qualcuno

la poesia, se è vera poesia, è sempre lirica

la poesia, se è vera poesia, è sempre tragica

la poesia, se è vera poesia, convoca sempre il lettore

la poesia, se è vera poesia, è sempre come una lettera d’amore

la poesia, se è vera poesia, è sempre violenta

la poesia, se è vera poesia, è sempre tutta da scoprire

la poesia, se è vera poesia, è sempre Milo

la poesia, se è vera poesia, è sempre in medio stat virtus

la poesia, se è vera poesia, è sempre elementare

la poesia, se è vera poesia, è sempre liminare

la poesia, se è vera poesia, è sempre elementale

la poesia, se è vera poesia, è sempre liminale

la poesia, se è vera poesia, è sempre parentale

la poesia, se è vera poesia, è sempre parenetica

la poesia, se è vera poesia, è sempre prenatale

la poesia, se è vera poesia, è sempre contro l’inquinamento

la poesia, se è vera poesia, sarà pure stata scritta da qualcuno

la poesia, se è vera poesia, è sempre preziosa

la poesia, se è vera poesia, è sempre

la poesia, se è vera poesia, è sempre presente

la poesia, se è vera poesia, è sempre numinosa

la poesia, se è vera poesia, è sempre pudica

la poesia, se è vera poesia, è sempre pomata

la poesia, se è vera poesia, è sempre un gesto

la poesia, se è vera poesia, è sempre una stretta di mano

la poesia, se è vera poesia, è sempre una legittima finanziarizzazione dell’immateriale

la poesia, se è vera poesia, è sempre possibile leggerla a salti

la poesia, se è vera poesia, è sempre come sorbire paracetamolo sul pigro divano

la poesia, se è vera poesia, è sempre cut-up

la poesia, se è vera poesia, è sempre un’installazione

la poesia, se è vera poesia, è sempre un’intuizione

la poesia, se è vera poesia, è sempre performativa

la poesia, se è vera poesia, è sempre installativa

la poesia, se è vera poesia, è sempre tonale

la poesia, se è vera poesia, è sempre orale

la poesia, se è vera poesia, è sempre iconica

la poesia, se è vera poesia, è sempre conica

la poesia, se è vera poesia, è sempre dodecafonica

la poesia, se è vera poesia, è sempre melodica

la poesia, se è vera poesia, è sempre posturale

la poesia, se è vera poesia, è sempre gestaltica

la poesia, se è vera poesia, dà i brividi

la poesia, se è vera poesia, è sempre a getto d’inchiostro, reattiva, neoconfessionale, baritonale, heideggeriana, liscia, festosa, mercuriale, neomitica, ciclotimica, tedesca, una frappa, in picchiata, occhieggiante, palliativa, agli ottavi di finale, scissionista, al sugo, riccia, posticcia, documentaria, testimoniale, meridionale, matriarcale, dadaista, porosa, un acroterio, smontabile, romantica, endoscopica, pariniana, milf, surrenale, sadica, alpinistica, tanata, piduista, speziata, relativa, antiglobalista, un campanello d’allarme, una voragine, una vertigine, puro canto, sudata, un vascello in balia della corrente, una corrente, una massa, per le masse, lallazione, fornicazione, una sfida, un fido, un pasto caldo, calviniana, placebo, gourmet, ripicca, nanoparticella, vibrante, valdostana, barocca, baricca, fededegna, monoblocco, neocatecumenale, meticcia, ovale, bombata, trobadorica, pongo, postmoderna, ammaliatrice, melanconica, melensa, una mela, satirica, rabelaisiana, bidonata, manesca, romanesca, rigida, lipofantica, antitaccheggio, eliotiana, in finto camoscio, imbustata, ovulante, centipede, al dente, fatata, una mulattiera, onanistica per deterrenza, un condominio, come una roccia, una scala ascendente, disneyana, doppia, truccata, fetusa, mobbata, tantalica, sciantosa, galattosemica, sregolata, in carriera, affettata, artaudiana, mitomodernista, brokeraggio, prostatica, sereniana, fortiniana, gommosa, cleptomane, iridescente, coprofilica, volpina, in garamond, bustrofedica, abrasa,  serenamente classica, in padella, ciellina, lunare, ipercolesterolemica, perimetrale, sedentaria, foderata, dentata, cambogiana, raptus, soda tipo ikea, orientata verso Napoli, demiurgica, veterodadaista, spellata, dromomane, anarchica, istrionica, pangermanistica, farinosa, protestata, obesa, nativa, wittgensteiniana, mentolata, ospitale, della Marvel, chioccia, in cemento, azzimata, quantistica, nuda, a barre, un cioccoblocco, spaziosa, operettistica, fulminante, cerchiata, trappista, muscolare, una mail, commestibile, brasiliana, col parmigiano a scaglie sottili, col parmigiano a scaglie impercettibilmente meno sottili, comunista, ubertosa, sfiancante, girevole con un adulto a lato, gerontofobica, atea, passivizzante, sulla linea Maginot, medicamentosa, per bene, lambiccata, piantonata, pitonata, platinata, platonata, coibentata male, fungina, tellurica, al dativo, legiferante, deduttiva, spiccia, contropelo, bluastra, disillusa, reificata, albale, indicizzata all’inflazione, a zigzag, pugnace, derivativa, binaria, una dune buggy, roca, alcalina, indolente, ambidestra, corroborante, vecchia, bellica, casearia, un’anta, biscottata, al tratto, chiaroscurata, poliglotta, impanata, brutalista, oleata, un sintomo, un vagito, una tappa intermedia, open minded, googlata, egoriferita, frigorifera, pescosa, restia all’ingestione di alcolici a digiuno, un opale, schierata con Turati, medusea, karma, al tramonto, pervia, indecisa, serotonina, oca, laica, incorniciata, ricaricabile, un flap, una visione del mondo, una visione dell’io, una visione del linguaggio, una televisione, oro colato, lombrosiana, semisferica, di successo, supina, bohemienne, meccanica, pralinata, neolitica, con l’erre moscia, giroscopica, escheriana, Pat Benatar, crepuscolare, vintage, neomelodica, neometrica, signorile, sottoposta a ossidoriduzione, fecale, godibile, mescalinica, al lampone, fresata, pompier, gonadica, resecata al plinto, saponosa, un dodecaedro, politicamente esplicita, paludata, grata al tafanario, cristallina nei suoi enunciati, retró, un cambiavalute, impaurita dai servizi segreti, logocentrica, in lotta con le spalline del cappotto negli anni Ottanta, vaporwave, glicciata, grattata, una grattachecca, ominosa, Milo bis, aforistica, una scommessa, frenologica, geolocalizzata, diaccia, crapula, un inno al volo, un inno alla vita, un inno in generale, il draghetto Grisù, preghiera alla primavera, un candido cigno, Lou Ferrigno, sebo, brassicacea, una ninna nanna, filodiffusione in sauna, la trapunta a greche dell’ava, haiku, un portale aperto su mondi tutti seghettati, un allegro vibrione, aristocratica, Aristotile, al pantone, sospettosa, porosa, inevitabile, Rainer Maria, sportiva, love me tender, yamaha, echeggiante, angelicata, piezz’ ’e core, calibro 45, sudtirolese, senza parabeni, ortodontica, lialeggiante, militesente, d’arredamento, come un ciuffo sbarazzino, un apostrofo roseo tra le parole t’reno, mazziniana, un plettro fra i denti, trippa alla romana, come il dodo, pelle e ossa, fonte di speranza, a strapiombo, come un frutto maturo, rossetto sullo specchio, Vamba, paragonabile, un dirigibile, un testimone di geova imballato sull’A1, vedere le cose da una nube, venticinque minuti di tosse, Barthes fratto Borges, un susino, Pollenza, seminare una volante, Amazon, Batman legato sulle rotaie, Frate Indovino, Tarquinia, mezza scacchiera senza pezzi, tante care cose

 

Oggi penso a Renée Good

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Portland Avenue and 34th Street in South Minneapolis where City of Minneapolis officials have confirmed an ICE agent shot an observer. A neighbor who saw what happened told local MPR news: "She was trying to turn around, and the ICE agent was in front of her car, and he pulled out a gun and put it right in — like, his midriff was on her bumper — and he reached across the hood of the car and shot her in the face like three, four times,”

Di Francesca Matteoni

Oggi penso a Renée Nicole Good, uccisa a Minneapolis
il 7 gennaio 2026 alle 9.37 del mattino da un agente dell’ICE
che il poeta Cornelius Eady definisce “squadra di annullamento
Renée –
bianca, lesbica, madre, vicina di casa, poeta.
Il volto pieno si affaccia dal SUV, dice
“ok, amico, non ce l’ho con te”, forse ha paura, forse ricorda
come ogni donna prima o poi ammansisca un uomo brutale
(perbene, rispettabile, perfettamente sociale)
mentre stringe i pugni di una rabbia immortale.
Sua moglie guarda negli occhi gli agenti del nulla –
sarcasmo contro arma da fuoco. Anche lei ha paura.
Paura e rabbia, paura e rabbia, mentre riallacciamo i fili distrutti
tessiamo mutilate la trama per un tempo senza sopraffazione.
Noi donne non dovremmo mai dire la verità,
perché siamo
giovani inesperte, vecchie ingobbite, nere, queer, madri che allattano,
bianche, fricchettone, senza figli, in carriera, gialle, vagabonde di strada, isteriche,
disinibite, rosse, stolte, ubriache –
ma la diciamo comunque

lingue acute, corpi che prendono spazio
o lo rifiutano
i liquidi, i seni pendenti, la peluria ostile, la pancia di statuette asiatiche,
fertile, rilassata,
o le ossa, le lame, i punteruoli a tendere la mappa della pelle.
Siamo troppo – viviamo.

“Fottuta puttana”, risponde l’uomo dopo averle sparato, tre volte, nella faccia –
solo così riacquista la parola, ma ecco lui non può parlare.
Quel tipo di potere non parla.
Il potere di Renée invece sgorga mentre il teschio
si rompe, è dolore, è giustizia, è fiumana
lo assorbono, lo traducono, lo tatuano accanto ai nomi di coloro
che squarciano l’infamia della distanza.
Scrive Renée dello scarto minimo fra l’essere e il morire
mai riducibile agli apparati asettici della scienza
o alla nenia consolante delle fedi
lo stesso scarto, che ci divide ora –
punto l’indice immaginario
Stati Uniti
Minnesota a settentrione, quasi al centro
allungo il braccio e un oceano è poco più del getto
d’acqua calda a cui rilascio il corpo, ma l’acqua
si appiccica, si addensa questa volta
non scorre
si trattiene in me perché io stia fiera
sulla soglia fra la mia casa e gli imperi, fra la mia lingua e l’altra –

oggi, penso a Renée Good
potrei essere lei. Penso alla me di sette anni
le trecce, i jeans sporchi, il sedicenne bullo
a cui fa la predica, perché la smetta di minacciare i bambini
e mia nonna alla finestra
non dice nulla e osserva, mi lascia fare
mia nonna, convinta che io debba e possa sempre parlare
mia nonna che mi dà la merenda quando rientro, bocca serrata
nessun pianto, dopo aver sostenuto lo sguardo di lui che sibila: ti ammazzo.
Penso alla me gettata sull’uomo che amavo
le botte della guardia notturna, lo sbirro che avverte: lei non c’entra
ancora alla mercé di una volontà maschile che non voglio
o alla me nel sottopasso della stazione, con i soliti agenti in truppa
su un ragazzo nordafricano. Io che rallento, poso la borsa a terra.
“Lei che fa?”, chiede uno. “Io? Io guardo”. “Lei non può stare qui”.
“Io? Io posso. Il sottopasso è pubblico, suo quanto mio”.
E tremo, dentro gli abiti tremo, vorrei urlargli quanta frustrazione deve provare
chi ha bisogno di un’arma per pensarsi al sicuro
da tutte quelle donne che studiano o svuotano i bidoni, dai bambini
che rubano nei supermercati,
dal piccione che libera l’intestino sul passante, dal mozzicone fradicio
di sigaro sul binario della ferrovia.
Oggi penso a Renée Good
penso no, non ci è bastata la lezione
continueremo a imparare quanto è problematico essere buone
buonissime fottute puttane

penso a Renée, penso a Rochelle Bilal, sceriffo di Filadelfia
donna, nera, penso al velluto della sua voce che mi sale addosso
mi ripete –
Renée Good, Renée Good, Renée Good
a chi sceglie di difendere e creare, di parlare
penso al figlio, alla madre, alla moglie di Renée, al suo cane
come se fossero le mie sorelle, le mie madri, il mio amante, i miei gatti
penso al perché scriviamo poesie e le leggiamo
nella spietata umana ottusità industriale, e lasciamo che ci ridano dietro
uccidano quelle di noi che sono al posto giusto nel momento giusto
penso all’odio che può scandire una lingua
nella sua compassione
su questa terra, l’unica, di autocrati che massacrano popoli
penso alla poesia, al bandito che fugge
per essere causa della loro morte, infine, alla fine

sotto la doccia tutte le poesie che non leggerò più a mia nonna
i genocidi, i lupi braccati, le manette, le terre rare, le esplosioni
i proiettili, le donne tirate via per i capelli
nelle centrali di polizia, la polvere al posto delle case
gli incendi, i ragazzi che tirano sassi ai cecchini, le bestie, le città fracassate
le auto con i cani dentro,
mi aggrappo, perché nessuna di noi vuole morire
prima della lotta
un unico corpo che tracima nella parola che alziamo
da giorni, per anni fino al domani
oggi penso a Renée Good

Il pentimento di Dio

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di Daniele Muriano

Fin da quando sua madre aveva risposto «non lo so» (pagina 43), alla domanda su che cosa fosse Dio aveva dato una risposta non ovvia, ma l’unica logicamente possibile, almeno secondo la sua intelligenza non comune. Doveva essere un tipo malvagio e piuttosto cinico, sempre che fosse esistito qualcosa di lontanamente paragonabile all’idea di Dio che circolava nelle varie culture religiose, e di questo S.S. non era davvero sicuro. Se però esisteva, Dio doveva essere malvagio. Come quei dittatori a cui tutti gli sciocchi danno una patente di bontà, oltre che di onnipotenza, ma in questo caso scritta dai Ministeri della Propaganda sparsi in tutto il mondo. Dio era malvagio – pensava S.S. a undici anni dopo aver visto il padre morire di un tumore in un luogo del corpo a lui abbastanza sconosciuto, vicino al cazzo – perché amministrava la morte in modo implacabile, ma sempre incolpando gli altri: in ordine Satana, gli uomini stessi, un misterioso disegno da lui scritto ma di cui non doveva essere ritenuto responsabile, e così via. Ovviamente questa elaborazione era tardiva rispetto agli undici anni, quando in lui era stato impiantato il seme della consapevolezza.

A quattordici anni aveva letto la Critica della ragion pratica del filosofo Immanuel Kant, dove si dicevano un sacco di cose sull’agire umano, e si formulavano astruse leggi morali, senza che a nessuno venisse in mente di applicarle a Dio. Gli sembrava di vivere in un universo totalitario, dove i Ministri della Propaganda irraggiavano una tale quantità di bugie attorno alla figura di Dio (si faceva lo stesso con i dittatori) che era diventato impossibile criticarlo. «Chi sei tu per criticare Dio?» era la domanda che l’uomo si era impiantato nel profondo a furia di formulare idiozie cortocircuitanti.

A quindici anni S.S. si era fatto già una certa fama nel quartiere (di persona infrequentabile), quando a un tratto, un giorno di primavera, cambiò idea su Dio perché vide una donna circonfusa di luce azzurra su uno sfondo di nuvole che gli parlava con una voce musicale e dolcissima di quanto si sbagliasse, ma non perché lui, S.S., era una persona cattiva o male educata alla vita, o così sosteneva quella voce, piuttosto c’era stato un problema alla radice, un errore che voi umani (così si esprimeva la voce) potreste definire un errore di programmazione, come se, ammesso che il mondo fosse paragonabile a un software, il suo creatore o programmatore o (come si direbbe oggi in informatica) sviluppatore avesse commesso taluni errori che ora, con una nuova versione il cui rilascio era imminente, sarebbero stati corretti. In questo modo si espresse la donna, nel sogno più vivido e realistico che S.S., nei suoi quindici anni di vita, avesse mai fatto per poi ricordarne i minimi dettagli a partire da quanto la pelle brillava in quella luce innaturale e da come gli occhi della donna si illuminavano di azzurro soprattutto quando lei diceva certe parole (amore, pietà, compassione) quasi dovessero sottolineare visivamente, in modo persuasivo e allo stesso tempo naturale, i concetti chiave di quel sogno. Si svegliò tutto sudato e incredulo, verso le quattro del mattino. In quella camera la madre dormiva normalmente, mentre in casa regnava il silenzio. C’era un profumo di fiori nell’aria, come se le finestre fossero aperte di fronte a un giardino pensato per incantare chi avesse anche solo annusato quella meraviglia, ma S.S. non si era mai fidato del proprio naso e così aprì le finestre.

Tutto era normale, però, in quell’ammasso di palazzine scrostate e di cavalcavia male illuminati da cui piovevano le disordinate luci delle automobili, l’odore di fiori fu sostituito dai gas di scarico e il buio di casa veniva ora invaso dalle insegne pubblicitarie dell’unico grattacielo (dove stranamente una nota marca di reggiseni e biancheria gli stava mostrando una modella assai simile alla donna del sogno, soltanto meno giovane e candida, retroilluminata di azzurro contro un cielo sporcato dalle altre luci).

Guardando le finestre buie del circondario, S.S. ricordò le facce di tutti gli amici, conoscenti, mezzi parenti e zii acquisiti a cui aveva raccontato la sua versione del mondo. Loro lo odiavano, magari cordialmente ma lo odiavano, per la sua parlantina quando cercava in un certo senso di evangelizzarli attorno alla cattiveria di Dio. Non ne volevano mai sapere, e lui insisteva perché, in fin dei conti, così diceva, bisognava cominciare questa grande ribellione, un’infinita rivoluzione di tipo cosmico, la cui conclusione sarebbe stata – come in altre dittature – la destituzione del concetto di Dio, certo non prima di aver fatto fuori un discreto numero di religiosi che si sarebbero naturalmente opposti, ma di quella parte del piano non andava molto fiero e ne parlava di rado e solo nello stile di uno scherzo.

Comunque ora ebbe di fronte a sé tutti i volti del vicinato, i baffi e le barbe e le pelli glabre o butterate a cui aveva strappato smorfie di dolore, di pietà, di compassione pelosa e mai agita (non erano veri religiosi, erano codardi collaborazionisti, o almeno così S.S. li aveva apostrofati tutti i giorni prima di avere la straordinaria visione).

Ma come decifrare l’annuncio? Non importava se la donna meravigliosa del sogno aveva le fattezze di questa più sessuale e vanesia che gli appariva davanti casa tutte le notti, infatti non aveva mai creduto – nei suoi quindici anni di vita – alle stupidaggini di Freud, che pure aveva letto quasi integralmente, né ai seguaci di Freud che quindi, nel corso della storia, lo avevano rinnegato facendo nascere tutta una risma di individui compiaciuti e babbei tra cui lo psicologo che si era occupato di S.S. dopo la morte di suo padre (un uomo calvo che gli aveva dato del genio, per continuare nel corso degli anni a fargli un sacco di complimenti su quanto era bravo a scuola e intelligentissimo e raro, fino a fargli capire di essere un porco disposto a scoparsi un ragazzino): questo non significava però che lui, prima di Freud e della sua schiatta di dementi, non capisse a perfezione che l’immagine persistente di quella donna con indosso un reggiseno baluginante era imparentata con la donna del suo sogno, e che l’inconscio funzionava in modo stucchevole e preciso, ma lo stesso diede al sogno un valore.

Così iniziò la nuova evangelizzazione della gente là fuori nel buio, perché finalmente… sì, signori, Dio si era pentito!

 

 

Oggi S.S. ha 68 anni, 2 milioni di follower su Instagram, ed è il guru autorevole di una certa controcultura pseudo-religiosa che vede in lui qualcosa meno di un profeta, ma molto più di quanto in realtà non sia. In poche parole?

Quattro mogli, un passato di tossicodipendenza e un best seller pubblicato da Mondadori (più una ragnatela di pamphlet, saggi brevi e introvabili, raccolte di poesie che non hanno l’ambizione di esserlo – feccia autopubblicata a giudizio della Critica, e tutta linfa insostituibile per i suoi vogliosi adepti).

Ma Il pentimento di Dio rimarrà forse nella storia della letteratura, almeno per il casino che ha combinato nel mondo. D’altra parte è un romanzo gradevole: si apre con la scena della stanza che odora di fiori, dove un S.S. tramortito dalla visione della Madonna decide di annunciare al mondo il pentimento di Dio. Nella lunga e barbosa introduzione, l’autore giura si tratti di autobiografia, anche se poi gli angeli sbrilluccicanti e molto alati e altre creature che vengono a visitarlo nel corso del romanzo – a meno che non si leggano come indizi di un delirio – non concordano molto con il realismo desiderato dall’autore.

E ora viene il punto veramente dolente, in quanto S.S. ha una vera passione per quelle ragazzine. Secondo racconti che circolano in rete da troppo tempo, ma che non gli sono ancora valsi dei guai con la polizia, lui dichiara alle giovani fan di volersi sottomettere, e in un battibaleno le ragazzine (dai sedici ai vent’anni, non un anno di più) vengono invitate a picchiarlo molto forte, più forte che possono. A parere di S.S. non c’è traccia di sesso in questi incontri, e d’altronde la sua passione per le ragazzine è inerte sul piano puramente fisico, blandamente masochista.

Eppure c’è chi vede qualcos’altro, forse perché la malizia è negli occhi di chi non può vedere, giusto? A fondamento di ciò possiamo dire che Il pentimento di Dio, unico suo romanzo, è costellato di scene abbastanza allusive dove S.S. è malmenato da pericolose ragazzine di periferia, baby gang di baby chissà cosa, le quali senza volerlo lo portano ad avere un’erezione, di nascosto da tutti, nei pantaloni. Certo la realtà, che spesso non riflette i romanzi e a volte pure li sconfessa, potrebbe essere ben diversa: fuori dal romanzo infatti a picchiarlo non sono solo ragazzine, ma anche vecchie (a volte donne decrepite che vengono armate di un posacenere qualsiasi o non riuscirebbero a nuocere in alcun modo alla tempra ancora vigorosa di S.S., il quale ogni volta, per ciascun pestaggio, pubblica il giorno dopo su Instagram le fotografie del viso o dei muscoli tumefatti) e ogni cosa sotto l’attenta supervisione delle sue mogli, in numero di quattro: tre ex redivive, e quella attualmente in carica, decisamente signore molto agguerrite, come vedremo tra un istante.

Per arrivare alla materia oscena, si deve conoscere la parte più bruciante del romanzo, almeno a grandi linee. Da pagina 101 a pagina 911 del Pentimento di Dio, questo teologo da strada e insieme matematico, nonché astrofisico senza una laurea, come anche botanico dilettante che studia diligentemente nel proprio bel giardino l’impollinazione del crisantemo, insomma S.S. nel suo meraviglioso splendore, ha incontrato Dio in un caffè malfamato di periferia.

Qui Dio annaspa sotto le mentite spoglie di un barbone dalla barba infinita e rossiccia. Non è chiaro subito se si tratta di un messaggero oppure della stessa divinità che ha assunto le sembianze di un uomo, come per esempio usavano alcune divinità antiche (possiamo dimenticare Zeus che si finge il marito di Alcmena, solo per avere un rapporto sessuale con lei?) Ma bando al passatismo, in quanto erano tempi diversi, quando c’era il politeismo e la religione non era un affare così serio. Invece, in modo serio e credibile, nel romanzo di S.S. Dio ha confermato il sogno di vent’anni prima, quando la Madonna gli assicurò che il Signore avrebbe aggiustato il mondo. O meglio, che lo avrebbe aggiornato come si fa con un software.

La tesi? Il Signore non era stato insensibile alla dissidenza di S.S., e come nelle buone dittature che si rispettano era sceso a patti con se stesso: in fondo perché mai opprimere il suo popolo, che era scontento e minacciava rivoluzioni? Bastava dargli un contentino, un’aggiustatina e loro, cioè noi, saremmo stati contenti e meno rivoluzionari, meno bestemmiatori e insubordinati. Le stelle che brillavano nel cielo notturno, anche in quello imbalsamato delle città in taluni momenti particolari, avrebbero (secondo Dio, cioè il barbone che parlava in quel caffè) riversato sulle nuvole e sulla terra una sostanza orgasmica. Quella pioggia luminosa avrebbe portato la felicità nel mondo. Non più catene di colpa lunghe millenni, e bando a tutti i peccati originali dell’universo. Dio era pentito, così diceva il barbone, in quanto si era reso conto che S.S. non aveva torto.

Il barbone parlava impugnando il calice di birra che S.S. ogni due giorni gli offriva per farlo parlare in modo più disinvolto nel dehors completamente arrugginito. A un certo punto, noi tutti avremmo avuto la felicità che ci spettava da 300.000 anni o forse più. Non avremmo dovuto più lavorare, in barba al peccato di quell’Adamo e quella Eva, i balordi oggetto di una circonvenzione d’incapace di dimensioni millenarie, e avremmo avuto qui sulla Terra il paradiso di una volta con tutte le comodità del caso.

Era quello il momento in cui il clochard guardava S.S. nelle palle degli occhi, anziché fissare la ruggine che si mangiava le gambe del tavolo. Faceva così tutte le sante volte, da quando S.S. gli aveva dato corda e birra. Guardava S.S. e gli faceva capire che esistevano delle condizioni. Lui si era trasformato in un barbone ed era venuto sulla Terra a trattare le condizioni con S.S. in ambasciata per la razza umana.

Di qui il libro prendeva il volo. C’era una lunga scarica di vicende complottiste, difficili da riassumere, in fondo alle quali S.S. tornava in sé dopo anni di abusi chimici, dopo aver immesso nel proprio corpo sostanze di ogni colore e origine che avevano – ammetteva S.S. in una nota a piè di pagina – iniettato nella testa dell’autore una orrenda paranoia capace di modificare sensibilmente la percezione di cosa era vero e cosa faceva invece un po’ ridere, modificando anche la sua opinione politica sulle droghe pesanti. E c’era stata poi la difficoltà di S.S. ad avere orgasmi e più genericamente a godere durante i rapporti sessuali. Cosa c’entrava questa roba con Dio? Ma perché miseriaccia il barbone gli aveva continuamente detto e ridetto (lo incontrava ogni dieci pagine nel corso di quel romanzo) quella maiuscola crudeltà…

 

SOLO QUANDO ANCHE TU TI SARAI PENTITO, PER LE BESTEMMIE E PER LE TEORIE ANTI-RELIGIOSE CHE HAI DISSEMINATO LUNGO LA TUA VITA, SOLO ALLORA DIO POTRÀ PENTIRSI.

 

In fondo – diceva il clochard dalla barba rossiccia – tu sei un puntino, un uomo tra i molti miliardi che sono morti e che sono nati e che nasceranno. Della tua buia e anche terribile sofferenza non dovrebbe importarti in modo ragguardevole.

Ebbene tutto c’entrava, sì, infatti lui, dopo che il Dio barbone era morto per cirrosi alcolica (con tutte quelle birre che S.S. offriva su quei tavoli per farlo parlare), aveva cercato di pentirsi, e non ci era riuscito. Forse non era un tipo da pentirsi facilmente, e inoltre tutti i pamphlet che aveva scritto e le bestemmie che aveva pronunciato contro la divinità non potevano essere ritirati con tanta facilità (a meno di essere veramente ipocriti). Dunque, se non poteva pentirsi, aveva deciso che voleva almeno soffrire, in modo quotidiano e controllato, cominciando dal farsi picchiare e talvolta raschiare la pelle con le unghie da…

Certo, erano soprattutto ragazzine ma lui accettava qualunque persona non troppo muscolosa, purché fosse intenzionata a strappargli un pentimento sincero. Tuttavia nessuna donna ci era mai riuscita. Non le ragazzine, né tantomeno le lottatrici professioniste che aveva sposato – divorziando da ciascuna quando diventava abbastanza chiaro che non erano abbastanza violente da strappargli un pentimento doloroso e sincero.

Ma se si pensa che questo strano profeta (da taluni definito «da strapazzo») sfruttasse le donne per i suoi scopi mistico-teologici, allora non si conosce il peso della responsabilità che abitava il cuore di S.S. E lo stomaco. E così l’intestino, dagli scienziati definito «il secondo cervello». E a questo proposito è bene ricordare che S.S. non aveva mai cacato in modo liscio e soddisfacente nell’arco dell’intera sua vita, ma anzi bestemmiava, dalla seduta del water, invocando quel dio malvagio che gli aveva ingolfato gli intestini. Insomma è diventato complesso se non addirittura da cretini giudicare moralmente S.S., sia perché nella propria esistenza ha mostrato di essere davvero convinto che dal suo sincero pentimento discendesse il pentimento di Dio e così il miglioramento delle condizioni del mondo, sia perché la realtà e la finzione, cioè l’S.S. della realtà e l’S.S. della finzione del romanzo, si confondono in modo abbagliante, luminoso al punto che il mito di S.S. è un unico, gigantesco monolite e tutt’attorno una notte stellata, e questo vale naturalmente per i suoi follower più sfegatati e pallidi in volto quando parlano di lui come anche per chi, invece, ha appena iniziato a conoscerlo su Instagram e non ha ancora partecipato a quelle sue ambivalenti conferenze in cui, alla fine, chiede a tutti (ma con una menzione particolare per le ragazzine più attraenti) di percuoterlo un po’, con molta grazia, in modo da scatenare in lui, più potente di un orgasmo, il segno del pentimento, visto che – lo dice sempre nei video pubblicati! – «quando io riuscirò a pentirmi, il mondo intero si toglierà le mutande e farà l’amore con voi, tutti insieme o uno per uno, amen».

Alle spalle del predicatore, tanto nelle conferenze gremite quanto in questi video ripresi in una luce azzurrina e celestiale, ci sono le mogli, in numero di quattro (come detto: tre ex, una in carica), accuratamente vestite con tanto di guantoni e abiti da picchiatore come pantaloncini fosforescenti o kimoni con scritte dorate. Da qualche parte sempre a caratteri enormi, compare una frase da rimorchio, uno dei tanti slogan che caratterizzano l’attività di S.S. come influencer, tra cui abbiamo: «Fatemi pentire e sarete felici!» o «Se mi pento io, si pente Dio» o il più seducente: «Se volete un orgasmo che non finisce, finitemi!»

Su un tavolo, troviamo abitualmente il suo best seller, che tante generazioni di fanatici ha circuito e da cui è così difficile difendersi asserendo che è solo l’invenzione di un pazzo, perché fra i suggestionati ormai il pentimento di Dio sembra davvero imminente, colgono segni in qualunque miglioramento della loro vita o delle condizioni globali (trovano un amore per poi diventare finalmente persone felici, ed ecco il segno, oppure finisce una guerra che ha succhiato sangue per decenni a interi popoli, e quelli gridano a Dio che si sta pentendo per il macello millenario). Persino tra gli scettici, tra gli increduli e i detrattori inarrestabili ci sono le defezioni, qualcuno che improvvisamente compra il libro a una conferenza di S.S. e comincia a venerare l’autore per farsi prendere poi dall’ossessivo desiderio di picchiarlo, di farlo pentire della bestemmia universale a cui ha sempre aderito nella sua vita, e si immaginano chi sa quale orgasmo e quale orgia planetaria come ricompensa per questo. E la Chiesa che finge di ignorarlo? Be’, in realtà sembrano esserci migliaia di credenti e non solo laici e dicono persino qualche cardinale, che di nascosto si aspettano qualcosa da questo clima di autentica religiosità che circonda S.S., vecchi malfermi abituati a guardare sei o dieci volte Instagram in un giorno per vedere a quale punto siamo ormai con il pentimento di Dio, con il pentimento di S.S., con l’orgia universale che ci attende. Perché il Signore aggiusterà il mondo, perché Dio evidentemente si è reso conto di aver sbagliato, o così si mormora per le strade.

Alla televisione, in fascia protetta S.S. discute amabilmente con tutti, anche con gli scettici, e non si fa mancare le critiche più severe. Non si arrabbia nemmeno quando un intellettuale calvo, agitando il dito inquisitore come se volesse infilzare le sue menzogne, gli dice una cosa semplice. È notte: l’audience è incredibilmente alta per quella fascia oraria. È la tesi dell’intellettuale calvo a distruggere la calma di S.S., a quest’ora buia che scende in picchiata verso il mattino. Se lui dovesse pentirsi, sicuramente perderebbe il paradiso in terra che si è guadagnato, le attenzioni di cui è fatto oggi il suo mondo, e così le perversioni di massa che lo interessano, per non parlare delle ragazzine. In altre parole S.S. è il mondo che lo contiene, dice l’uomo e continua a infilare il dito in quella piaga intellettuale. Per questo è impossibile che si penta. Se lo facesse smetterebbe di essere S.S., colui del quale in troppi aspettano il pentimento. Non si eliminerà da solo, vale a dire che non si pentirà mai, qualunque sia la misura di dolore che gli altri possono giocosamente infliggergli. Quindi, comunque vada, l’umanità è fottuta dal proprio Dio.

Con queste parole, l’intellettuale calvo ha concluso il sofisma, e subito lo studio dev’essere stato sommerso da un silenzio duro e trasparente di tipo inattaccabile, se nemmeno il conduttore, o uno degli scalmanati ospiti del suo programma, osa ancora muoversi per spezzare il momento.

A un certo punto la telecamera stringe sul volto ossuto dell’accusato, perché sta succedendo qualcosa di veramente strano, quando per la prima volta in 68 anni (come ci dirà lui stesso) senza contare il giorno in cui è nato, S.S. scoppia in un pianto disperato, liberatorio e definitivo. Infatti nello stesso momento, in quattro diversi continenti del pianeta, si registrano decine di infarti, centinaia di malori e un numero imprecisato di urla desolate. Ma solo una risata, e abbastanza lasciva, quella dell’intellettuale calvo.