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Dialogo di Andrea Raos con Giacomo Sartori (2)

sul suo Anatomia della battaglia, Milano, Sironi, 2005, p. 242

GS Io volevo parlare di mio padre, della sua epica agonia. La storia è venuta fuori mio malgrado, perché il personaggio che andavo delineando ispirandomi a mio padre non avrebbe potuto esistere senza dare spazio anche alla storia, e nella fattispecie al fascismo e alla seconda guerra mondiale. E anche la catastrofe è venuta fuori mio malgrado, come punto di incontro, come minimo comune denominatore, tra il fallimento del padre e quello del figlio. Ma anche qui non sono partito da schemi preconcetti. E’ anzi il romanzo, il lavoro di scrittura che ho fatto e che ha dato origine a questo romanzo, che mi permette di capire meglio, adesso, il senso della morte di mio padre, la sua valenza di catastrofe non solo individuale ma anche storica. Prima non lo sapevo, non mi sembra di averlo saputo. Avevo forse solo qualche vaga intuizione. Ma nello stesso tempo questo vuoto finale di cui parli è quello che ho da dire, è la mia verità più profonda, questo lo sapevo anche prima. Diciamo che non ero cosciente che esso potesse rappresentare il punto di contatto tra due generazioni apparentemente tanto diverse e distanti, detto in altri termini non ero cosciente dell’importanza della guerra e del fascismo per me e per quelli della mia generazione, nati quando la guerra e il fascismo erano finiti. Un critico recensendo il romanzo mi rimprovera di “saltellare in maniera convulsa da un periodo all’altro”, senza dei piani temporali ben separati. Questo critico non ha capito che dei piani temporali incomunicanti sarebbero stati artificiosi, avrebbero separato due mondi che in realtà non sono separabili né dal punto di vista strettamente storico né tanto meno da quello della psiche, che come è noto non conosce la diacronia.

AR Questo fluire – sembra lava – è ogni tanto interrotto dalle
ebollizioni improvvise, microesplosioni, di parole o frasi in maiuscolo
(vi accennavo prima – qualche esempio a caso : GUERRA, NON SPRECARE IL
CIBO, PER ALMENO AIUTARCI, METTERLI IN SALVO, SI METTEREBBE SUBITO IN TESTA CHISSÀ COSA, VOLEVA); mi sembrano grida mentali, parole che
esplodono all’improvviso nella testa, nel silenzio che c’è intorno – come tutti
i ricordi dolorosi.

GS Naturalmente penso che non si possa leggere queste frasi che citi
senza pensare alle vividissime espressioni del padre in Lessico familiare : Natalia Ginzburg è una scrittrice che ho amato molto, anche se adesso sono
ormai diversi anni che non la rileggo. Mi sembra che attualmente la si
consideri con un po’ di condiscendenza, cosa per me incomprensibile. Ma
più in generale credo che la narrativa ha un qualche interesse solo se
riesce a perforare il velo della banalità e dell’inessenzialità. La
vividezza delle frasi del personaggio della Ginzburg – e sono contento se
anche le frasi del mio personaggio ti sembrino molto forti – potrebbero
essere prese come una risposta ai dubbi di Valéry riguardo
all’arbitrarietà e all’inessenzialità del fatto che la marchesa beva il tè
proprio alle cinque e non a un’altra ora. La realtà è che la narrativa può
essere ancora molto incisiva, checché si abbia tendenza a pensare e a
scrivere che tutto è stato già detto. Ma io non saprei dire perché certi
elementi di determinati testi siano così essenziali, e vengano recepiti
come tali da lettori anche molto diversi, e altri assolutamente no. Forse
la caratteristica primaria è appunto la loro novità, il loro carattere
inedito e per così dire epifanico, per dirla con Virginia Woolf, e in
definitiva vero. Quel che so è che nei miei racconti e nei miei romanzi io
cerco questa essenzialità e questa verità. Le cerco disperatamente. E
lavoro molto, lavoro come un pazzo, dopo la stesura iniziale, per levare
tutto quello che mi sembra superfluo o inessenziale. Anzi, questo lavoro
di potatura e di sintesi è molto più lungo, e infinitamente più faticoso,
della prima stesura, che invece è rapida e soprattutto molto gratificante,
spesso addirittura esaltante. Il grosso problema è che in questo lavoro, a
differenza di quello che succede per esempio nel vero e proprio intervento
sulla lingua, per il quale ci si può rifare a delle tecniche e a degli
stilemi, non c’è alcun sistema di riferimento oggettivo, e quindi mi baso
solo sulla mia intuizione. E qui si ritorna al carattere intuitivo e per
certi versi non razionale dello scrivere.

AR L’altra sera ti dicevo scherzando che noi scrittori di versi tendiamo
ad essere molto razzisti con i prosatori, le loro ansie di normalizzare,
abbattere, rendere “comprensibile” – lavorare come pazzi per riuscire a
scrivere come chiunque altro. Questa tua prosa, invece, non teme le
collisioni, le incrinature, autentici crepacci a volte (anche la poesia
trabocca di conformismi, chi lo nega – ma questo è un altro discorso).

GS Tu vuoi dire che secondo te la prosa è in genere vicina al linguaggio
comune, se capisco bene. Non sono d’accordo. Non quella degli autori che
sono stati importanti per me, comunque. Penso in particolare a Gadda, o
anche a Céline, quando ho potuto leggerlo in lingua originale, o anche
andando più indietro a Flaubert. Ma penso anche a autori che hanno
lavorato più sulla musicalità e sul ritmo che sulla lingua propriamente
detta. Penso al respiro molto particolare della frase di Proust, al ritmo
di Marguerite Duras, a quello di Thomas Bernhard. Ognuno di questi
prosatori esplode dentro di noi, fa sì che dopo averlo letto la lingua che
ci appartiene – se non fosse per il respiro che la tiene in piedi e la
anima – non è più la stessa. La buona prosa è nello stesso tempo vicina al
linguaggio comune ma anche molto lontana, lo scardina e lo svela, e
proprio da lì scatta l’interesse. E tutto sommato mi sembra che il romanzo
abbia ancora questa capacità, checché ne pensiate voi poeti, di sovvertire
la lingua e i conformismi. E anche il romanzo contemporaneo italiano, a
dispetto di quello che pensano molti nostri critici forse un po’
rimbambiti. Mi sembra che la maggior parte dei testi rispecchiano quella
che è una piaga italiana, il conformismo, i vari tipi di conformismo, ma
che nello stesso tempo ci sia anche qualche ottimo testo. Penso per
esempio alla capacità di Antonio Moresco, che citavi prima, di rendere in
Lettere a nessuno che quello che è stato il periodo della sinistra
extraparlamentare nella prima metà degli anni settanta. Io penso che
l’esperienza di questa sinistra sia stata di grande chiusura intellettuale
e anche umana. Non dico che sia stato solo questo, ma ANCHE
questo. Naturalmente il mio non è un giudizio politico, non sto parlando
di politica: dal punto di vista politico questa stessa sinistra
extraparlamentare ha avuto un ruolo importante e un’influenza molto
positiva, basterebbe pensare a alcune fondamentali conquiste sindacali, al
referendum sul divorzio, o anche solo al parziale ridimensionamento del peso della chiesa . Ma appunto la supremazia assoluta della
politica, di quella cosa che veniva chiamata allora politica, intrisa di un oggettivo carattere violento, sbarrava la
strada a tutto il resto, a cominciare dal più comune buon senso, e rendeva
il clima culturale assolutamente asfittico. Secondo me non si potrebbe
capire come ci si sia potuti infognare negli anni di piombo, senza questa
assoluta chiusura culturale. E Moresco è riuscito a rendere benissimo la
povertà umana e culturale di una certa sinistra extraparlamentare. Nessun
libro storico sui gruppi o sul terrorismo, nessuna autobiografia, nessuna
intervista (a parte forse una raccolta di interviste di Manconi a
ex-terroristi), ha potuto dare il giusto peso a questa dimensione, che
invece secondo me è fondamentale. O meglio, è proprio leggendo Moresco che
sono stato costretto a disfarmi una volta per sempre della mia
superficiale e oleografica visione di quel periodo, che pure ho vissuto, e
vedere che come mostra lui è stato un periodo molto cupo e molto triste. E
qui si viene al ruolo del romanzo e più in generale della narrativa, che
per me resta pur sempre, nelle sue forme più alte, uno strumento di
conoscenza. I grandi testi nascono sempre da delle verità che sovvertono i
pensieri dominanti e i conformismi, a mio parere. Verità che si possono
esprimere razionalmente, in modo assiomatico, ma anche solo verità di un
dato modo di respirare, di un determinato ritmo del pensiero.

AR Prima di passare per un totale imbecille, ribadisco ancora una volta
che la mia era solo una provocazione innocente. Innocente ma non tanto :
penso che uno degli effetti della tua scrittura sia corrodere dall’interno
certe eccessive sicurezze della “lingua comune”. Il rumore di fondo, in questi anni, è talmente forte… Far risaltare una lingua fuori da tutto questo sembra quasi un’impresa disperata (ma lo è sempre stato, ovviamente).

A proposito di “lingua resistente”, mi ha molto colpito il fatto che in questo libro usi spessissimo – non lo facevi in Tritolo – l’inversione dell’aggettivo rispetto al sostantivo. Di nuovo, qualche esempio a caso : “magnifico sole”, “inaspettata corda”, “abbacinato sole”, “malvestiti classici”, eccetera. Ti confesso che all’inizio mi dava quasi fastidio, mi sembrava una trascuratezza da poesia
di scuola – il sistema più a buon mercato per “alzare” una prosa. Poi ho
capito che il procedimento era troppo sistematico per essere casuale. Mi
sembra, adesso, che queste inversioni in realtà di continuo “tirino
indietro” il testo, nello stesso momento in cui le parole in maiuscolo lo
fanno sobbalzare. Creano un campo di tensioni, di forze irrisolte – o
risolte altrove, o quando? – che risolvono l’urlo nel silenzio, e
viceversa.

GS Mi piace questo parallelo che fai, lo trovo molto interessante, e mi
sembra che la conclusione che ne trai sia giusta. Ma devo confessare che
credo di non aver mai pensato, pensato razionalmente – tra le centinaia di
migliaia di pensieri razionali che mi sono venuti nei lunghi anni nel
corso dei quali ho lavoravo a questo romanzo – a questa relazione: non che
mi ricordi, in ogni caso. E allora tornando alla metafora del faro si
potrebbe dire: tu viaggiatore, tu poeta navigante, hai osservato con
estrema attenzione il fascio di luce dal faro che io abito e faccio
funzionare, e hai stabilito una relazione tra la colorazione del fascio di
luce e il ritmo di rotazione. Ma io dentro al mio faro mi sono occupato
della qualità della luce e del ritmo di rotazione del sostegno della
lampadina, delle due cose separatamente, e quindi faccio fatica a seguirti
nel tuo acuto ragionamento. Semplicemente perché, forse, non mi sono mai
allontanato abbastanza dal mio faro per poter mettere in relazione i due
elementi. Ma probabilmente una parte del mio cervello, per uscire dalla
metafora, in molte pagine s’è posta il problema: nella scelta binaria tra
mettere l’aggettivo prima o dopo il sostantivo, il mio intuito ha
certamente tenuto conto anche della presenza nella stessa pagina, o in una
pagina insomma non troppo distante, di una frase assertiva scritta
utilizzando caratteri maiuscoli. Semplicemente io non ne sono stato messo
al corrente. La scrittura è anche questo : voi poeti lo sapete bene, no?

AR Noi poeti sappiamo tante cose, ma non le diciamo perché siamo timidi…
Più seriamente, credo che il tuo romanzo sia un atto di resistenza contro
l’oblio, la pacificazione stordita delle coscienze. E’
una scrittura che non gioca, o non solo con le solite regole, fissate sempre e solo dagli altri.
Quanto alla libertà d’invenzione, sto leggendo in questo periodo una specie di Pynchon italiano, eccessivo, divagante, barocco, romanzo e antiromanzo insieme : parlo dell’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna. Leggervi insieme apre una serie quasi stordente di prospettive…

Avevo pensato di concludere questo nostro dialogo con qualche considerazione sull’editoria, sui suoi meccanismi castranti se non addirittura (auto)censorî. E’ un argomento che, come sai, ha causato non poche sofferenze a Nazione Indiana. Il che ne dice tutta l’importanza. Ma c’è ancora di peggio, l’attualità ci insegue, e non mi va di concludere dall’interno della letteratura.

Quindi :

Il risultato dei referendum italiani della settimana scorsa ci ha ricordato con quale paese di morti ambulanti, assetati solo di fascismo e di fede cieca, ci tocca avere a che fare. Va bene. La lotta – impari più che mai – è già stata combattuta da tanti altri, possiamo farlo anche noi.

Il tuo romanzo mi dà un esempio di cio’ a cui aspiro : prosa o poesia, poco importa, ma scritture che – proprio perché vogliono comunicare davvero – non siano semplici, immediate, concilianti. Che risveglino l’attenzione al linguaggio e al mondo – che stimolino, generino uno sguardo laico sul reale. “Laico”, e dunque “straniato”.
[virgolette obbligatorie :]
“Libero”.

[FINE]

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