L’allodola lulu

17 giugno 2006
Pubblicato da

di Dominique Dussidour

Il maschio scorge la femmina tra due fili d’erba. Si precipita su di lei, la afferra per le articolazioni del collo, le piega il corpo in due, la sbatte al suolo con forza. Malmenata, scossa, fatta oggetto di violenza, stordita, la femmina acconsente. Il maschio esplora a lungo il corpo della femmina. Quando trova l’orifizio adeguato vi inietta il proprio sperma. Si scuote, si allontana. La femmina si riprende poco a poco. Scuote la testa, si stira, muove le zampe, le antenne. Si allontana a sua volta.

Max mi scorge in giardino.
– Se suona il telefono rispondi tu, mi dice.
Si affretta verso la cucina e poi risale con una caraffa d’acqua e due bicchieri.

Il maschio depone nell’erba delle perle di sperma. Le dispone in cerchio una ad una in modo da formare una palizzata. Compiuto questo lavoro, è in calore. Parte alla ricerca della femmina. Non appena la scorge la afferra e la getta all’interno della palizzata. La femmina stordita tituba, vacilla, si scontra con le perle di sperma che le si incollano addosso e la impregnano. Nascosto poco lontano, il maschio osserva. Quando la femmina esce dal giardino d’amore, è fecondata. Il maschio si addormenta.

– Ha chiamato nessuno? chiede Max che vedo attraversare precipitosamente la grande stanza e prendere l’accendino ed il pacchetto di sigarette.
– Nessuno.
– Che fai?
Già risale.

Il maschio è in calore. Scorge la femmina. Si nasconde dietro a un filo d’erba e resta immobile finché non è a pochi centimetri. Le salta sulla schiena con tutto il peso. Subito la trafigge, le inietta sperma alla cieca. Dovunque: testa, torace, schiena, zampe. Lo sperma si diffonde nel corpo. Se la femmina non è un maschio, il sangue trasporta lo sperma fino agli organi di fecondazione dove la fecondazione avviene. Se il maschio ha trafitto un altro maschio, lo sperma va sprecato. In ogni caso, iniettato lo sperma il maschio se ne va. Gli entomologi chiamano questo modo di riproduzione la riproduzione traumatica.

Io per quanto osservi l’erba non assisto ad alcuna sorta.

[Dominique Dussidour, L’alouette lulu, Éditions des Syrtes, Paris 2000, p. 103-104. Traduzione di Andrea Raos.]

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14 Responses to L’allodola lulu

  1. maria il 17 giugno 2006 alle 09:11

    mi ha fatto finalmente ridere…grazie!

  2. cara polvere il 17 giugno 2006 alle 09:47

    la leggo come una metafora di quello che fa il poeta con la poesia. scrissi una cosa una volta su questo parlando di due cigni e di un uomo e una donna e di un uomo che traumatizza sessualmente la sua donna.
    rapporti traumatici come lo è quello tra poeta e poesia.
    ma non so se posso riportare lo scritto qui nei commenti
    senza passare per autoreferenziale. chiedo a voi. grazie.
    un saluto
    paola

  3. Nicolò La Rocca il 17 giugno 2006 alle 11:21

    Inseminator.

  4. Giuseppe A. Veltri il 17 giugno 2006 alle 13:15

    dovreste vedere alcuni primati..

  5. antonio sparzani il 18 giugno 2006 alle 00:15

    Senti, Paola, perché il rapporto tra poeta e poesia è così traumatico? Lo è sempre? Mi par di vedere che invece qualche volta la poesia trasporta il poeta, lo culla, lo accarezza. E il bravo poeta ci sta, eccome.

  6. maria il 18 giugno 2006 alle 09:21

    No, invece quello che dice Cara Polvere è verissimo, basti pensare al Ferm voler o alle Petrose…ma quello che mi piace di questo pezzo è la boutade finale che assolve il poeta, se mi passi la (tua) metafora, da ogni senso di colpa e frustrazione, perché in definitiva, tutto ciò che pensa e scrive e su cui non smette di rimuginare e tormentarsi…sta tutto solo nella sua testa.

    Basta interrompere un attimo il flusso del pensiero, e sentite intorno che silenzio!

  7. emma il 18 giugno 2006 alle 10:30

    Il pezzo mi pare innanzitutto scritto bene, con una perfetta scelta di tempi e di toni.
    Potrebbe assomigliare anche a un esercizio di scrittura, ma con tratti di genialità.
    E poi c’è il senso di inquietudine.
    Voce e sguardo asettici. Nessuna possibilità di scegliere. Niente illusioni, si direbbe.

  8. cara polvere il 19 giugno 2006 alle 11:47

    parlo del mio rapporto con la poesia “oscena”
    per me è cattiva compagna inscacciabile.
    essa smembra, succhia, ammala, rosica, fa dei rifiuti altri rifiuti, è così fragile che ti costringe a proteggerla e ti fotte, così.
    le zaffate che mi fanno scrivere le vivo in modo traumatico, forse perchè da dove esse nascono c’è e c’è stato più dolore (e non parlo solo di depressione, melanconia etc, ma anche di fatti reali capitati come un colpo di mannaia) che gioia, e difficilmente sono riuscita a riassestare uno sguardo che mi permettesse di valutare la valenza di entrambi con una certa obiettività e affidarmi a tracciati insegnanti e percorsi positivi.
    non discuso che probabilmente sia un mio pesante limite.
    ho sempre pensato che la poesia che intendo sia un’elevazione a potenza del nostro epicentro sottomesso (sottomesso per necessità), intendendo per epicentro l’animalità istintuale ed istintiva di quell’anima che ci portiamo cucita alle ossa agli organi alle viscere alla corteccia cerebrale. anima/espressione imponderabile di carnali intensioni che omnicomprendono sinergicamente la mente, il corpo).
    la poesia non ha poeti ma sovente uomini che necessariamente per se stessi la usano, incapaci di usare effettivamente la fisicità fisica come mezzo di comunicazione.
    ma non è detto che chi scrive gioia sia soltando gioioso, o chi scrive dolore sia soltanto dolente perche la poesia permette anche una grande mistificazione sonora e contestuale più di molti altri mezzi mediatici o medianici.
    mistificazione che rasenta sempre la realtà tanto più viene mistificata dal ricevente e tanto più mistificata quando il ricevente la ritiene vera. succede spesso.
    la poesia è un inganno vero.
    io, quando le parole non mi “chiavano”, cerco di chiavare loro, risalirle, divaricarle per farci stare dentro feti di ossessioni, di paure, di vuoti, di fobie, di sessualità acida e tormentata, insomma, feti già morti perchè già sostituiti istantaneamente clonati, da altri ma bisogna pur far pulizia e quindi cerco di approfittare della corrente di bisogno di scrivere che mi possiede quando non ne sono, da lei, posseduta, espugnata e vinta. esagero? mah.
    ritengo la poesia la figlia di dio ripudiata
    il cane che annusa il cadavere del padrone e poi si mette a latrare e poi gli piscia sopra per marcarne il possesso.
    e una lust-murder di professione.

    il “poeta” sempre per come lo vedo io e col quale mi sento condivisa, è la radiografia più precisa di molte altre fotografie infilate dietro la bacheca luminosa dell’esteriorità e che più la bacheca è oscena, più viene guardata con morbosa attenzione e intimamente con giudizi che rasentano il gossip. un atteggiamento terribile verso la poesia “oscena” dove oscena è la parte cochon della medaglia e che comprende lussuria animale, suppurazione estrema dei vizi e nello stesso tempo una limpida tensione alla verità, scandagliature autoreferenziali di grande onestà intellettuale ma da impiccaggione. poeti ci sono morti per tutto questo po’ po’ di roba solo per avere scritto che il fiore marcisce e nutre le carogne.
    e tutta questa “immondizia” o “siero che si riforma instancabilmente nel bubbone che siamo su questa terra”, non piace. (e se il poeta è in vita, ancor meno. da morto forse) è come andare in un bel paese turistico dove dietro alberghi a cinque stelle, la gente vive con fogne a cielo aperto e viene nascosta agli occhi sensibili del turista. ma la poesia non ha bisogno di turisti che non vogliono leggerla per non stabilire il loro “grado di salute” attraverso quelle parole, quelle parole che così tanto a loro assomigliano. ci assomigliano. la poesia “oscena” non è altro che una mosca culai del bien-disant, alla fine. (si legge di nascosto, come “Le Ore”)
    il poeta che chiamerò “osceno” è assolutamente autoreferenziale, è una portata di magma vacillante tra una passione e l’altra, un difficile contenitore di contrazioni ravvicinate prossime all’espulsione.
    ci sono poeti che leggendoli cambiano la vita e antonio, anche un poeta che si fa cullare dalla poesia, anela sempre a risolversi, a conquistare, con piedi di porco camuffati da rami di ciliegio, un pezzo di ragione che lo conforti dalla vanitas terrena, dalla sua paura di non ritrovarsi. questo penso io e ti ringrazio antonio della domanda che ha risposte inesauribili e alla quale non so nemmeno se ho risposto logicamente.
    mi scuso per eventuali errori o loop sintattici.
    un saluto
    paola

  9. cara polvere il 19 giugno 2006 alle 12:36

    @maria
    “No, invece quello che dice Cara Polvere è verissimo, basti pensare al Ferm voler o alle Petrose…”

    più o meno una cosa così, maria. la interpreto a modo mio.
    la poesia di cui parlo nasce da un – non avere radicato che innesca l’inseguimento attraverso, le tane più profonde dell’essere a scapito delle maschere di cui uno potrebbe disporre.
    nasce anche da quel non – avere che fa desiderare di desiderare per soddisfare pulsioni estreme, patologiche.
    uno dei cardini su cui gira tutto questo, una sessualità ferita (senza indagare sulle armi che lo hanno fatto) e altalenante tra insoddisfazione soddisfatta temporaneamente che chiama altra soddisfazione, e l’ingorgo di complicazioni istintivamente sentimentali e anarchiche quali sensi di colpa verso il godimento effimero,
    rosura dell’identità di se attraverso distorsioni e perversioni
    personali che il poeta tenta di ridefinire e forse farsi accettare e comprendere.
    insomma poesia cinto infernale, urnario.
    poesia come cinturà di castità che contiene ghiandole al limite estremo della sovraeccitazione che prendono aria di tanto in tanto con difficoltà.
    a volte mi pare sia solo questione di ghiandole… mah.
    un saluto
    paola

  10. michele il 24 giugno 2006 alle 14:14

    Cara polvere (a volte ritornano e un poco seccati) Mi tocca essere vago, d’una vaghezza gioiosa, e sostengo che Dio esiste tre volte. Non è una tesi solo mia naturalmente. Nella tua interpretazione della (tua) poesia con eccesso al masochismo, (più cinematografico -non uso il termine teatrale volutamente) neghi il tuo percorso poetico, ometti qui (non nella tua poesia) particolari e sei veramente vaga d’una vaghezza di altri tempi. (sembrerebbe un controsenso quello che dico, visto che sei tanto e troppo precisa) Ora la tua poesia è enorme, -credo che tu ne sia in parte consapevole-, quando dico “enorme” intendo non la vastita caotica, ma il percorso verso l’intendere. Le epoche che cambiano si riconoscono dai loro interpreti e come tale, commetti l’errore di squagliare parole (da orafo) per renderle incomprensibili qui, e perfette li. I tuoi versi, (a quanto pare) non sono lucidi gioielli, da ritrovare nei sarcofaghi ad epoca consumata -per gioia di alcuni Archeologi dell’anima-. Non ti azzarderesti mai tu, nello scrivere proiezioni al Dio sole (padre e “creatore” nelle culture credo seppellite). La tua è presenza e sostegno, Cara polvere, l’unica cosa di Osceno nella tua poesia, è la “comprensione” di chi crede di comprendere, senza sapere che la sua (nostra) epoca è fortunatamente finita. Anni luce? non credere. La tua lucidità impressionante, ti porta a voler giustificare(spiegare se mai, gli incompresi sono chi non comprende) la tua arte-, nel volerla rendere (qui) più umana. In questa epoca di incomprensione totale, dove introversione è antagonismo a estroversione, est/ovest. ci siamo dimenticati che Dio esiste tre volte appunto, il Dio umano è l’attimo del concepimento -uomo-donna-figlio. Non esistono illeggittimi, i “complessi” sistemi si sono schiantati, quello che appare e solo la eco, la luce riflessa, di un mondo irriconoscibile e conflittuale.

  11. ? il 2 luglio 2006 alle 15:17

    ?

  12. roberto il 2 luglio 2006 alle 19:16

  13. roberto il 2 luglio 2006 alle 23:05

    O

  14. roberto il 3 luglio 2006 alle 10:32

    sss



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