Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia

17 aprile 2007
Pubblicato da

dscf0522.JPGdscf0506.JPG di Andrea Inglese

I veri bevitori sanno che uno dei problemi classici a cui si trovano confrontati è non tanto come evitare una sbronza, eventualità per lo più impossibile, ma come uscire da una sbronza, senza danni eccessivi e gestendo alla meglio i postumi da essa provocati. Fuoriuscire da una sbronza è quindi una questione di strascichi, del miglior modo cioè di portarsi dietro, nel mondo sfumato e complesso della sobrietà, detriti e frammenti dei grandi entusiasmi provocati dall’alcol. I postumi, quindi, hanno a che fare non semplicemente con gli ematomi o i dolori fisici, provocati da cadute o soggiorni mattinali nei fossi, ma con il down, lo sprofondo emotivo dato dal confronto tra la concezione di destini sublimi ed eroici, e l’evidenza di faccende prosaiche e seccanti. L’apice della sbronza avviene nei cieli dell’entusiasmo, i postumi nel rasoterra delle pozze di vino da asciugare.

I postumi di cui voglio parlare riguardano due sbronze distinte: una è per me connessa all’evento storico della fine dei regimi sovietici e ha coinvolto una larga fetta dei nostri cosiddetti opinionisti; l’altra, di cui parlerò in seguito, è invece connessa al mio personale rapporto con una certa eredità culturale. Con il termine “opinionisti” mi riferisco a coloro che, di mestiere, confezionano opinioni in TV o sulla stampa, ma anche a coloro che, studiosi, intellettuali, scrittori, artisti, ecc., si trovano occasionalmente nel ruolo di diffondere le loro opinioni di rilevanza politica attraverso mezzi di comunicazioni di massa. L’inizio dell’ubriacatura data dal 1989, anno della fatidica caduta del muro di Berlino. Nell’onda ditirambica che seguì l’evento, s’inserisce l’apporto di un liquore particolare, quello distillato dall’opera del politologo Francis Fukuyama La fine della storia e l’ultimo uomo, apparsa tempestivamente nel 1992. Questo libro, che sosteneva la tesi della fine della storia, è divenuto poi obsoleto per i suoi stessi sostenitori dopo l’11 settembre 2001, con l’attentato terroristico alle Twin Towers newyorkesi e il successivo dispiegamento della “guerra globale” statunitense.

(Vale però la pena di ricordare che la sbronza della fine della storia cominciava a circa dieci anni di distanza da un’altra sbronza, quella inaugurata con il libro di François Lyotard La condizione postmoderna, uscito in Francia nel 1979. Tutti hanno memorizzato lo slogan di pensiero che coronava quell’ubriacatura: il postmoderno segna la “fine delle grandi narrazioni”. Il libro di Fukuyama, e gli slogan di pensiero che ne sono seguiti, interveniva a smentire seccamente la tesi di Lyotard. Tutte la grandi narrazioni o le metanarrazioni sono finite tranne una, quella relativa al trionfo indiscutibile e definitivo del modello capitalistico nella sua versione statunitense, ossia liberaldemocratica. Dalla fine delle metanarrazioni si è passati quindi, nell’arco di un decennio, all’era del “pensiero unico”.)

Non m’interessa entrare nel merito del libro di Fukuyama, già ampiamente discusso da svariati filosofi e studiosi, ma esso può essere utile per identificare, all’interno dell’opinione pubblica del nostro e di altri paesi occidentali, un minimo comun denominatore ideologico che, da allora in poi, ha messo radici al riparo da qualsiasi serio e duraturo attacco. Tale nucleo dottrinale, tanto elementare quanto indiscutibile, non è solo prerogativa di opinionisti schierati, ma determina i presupposti impliciti di molti pensieri formulati da persone comuni, come me o voi. La sbronza è da tempo finita, l’entusiasmo brutalmente ridimensionato, ma dell’ebbrezza della “fine della storia” sono rimasti alcuni strascichi ostinati.

Essi sono riconducibili principalmente a tre idee, assunte più o meno dogmaticamente. La prima sostiene che un determinato sistema sociale, politico ed economico, ossia la liberaldemocrazia vigente attualmente negli Stati Uniti, costituisca il miglior modello di società umana mai esistito, e quindi l’unico a cui tutti gli altri paesi, con regimi politici e organizzazioni sociali diverse, dovrebbero tendere. In sintesi, gli Stati Uniti hanno realizzato compiutamente il loro percorso di emancipazione, e non resta loro che perpetrare il proprio modello indefinitamente. La seconda idea è che il motore, per la compiuta realizzazione del sistema liberaldemocratico, sia l’alleanza tra scienza e tecnica, che a sua volta può stringersi virtuosamente solo all’interno di un’economia capitalista. L’idea che lo sviluppo tecnico-scientifico sia l’indiscutibile strumento di progresso dell’umanità, è la più intangibile delle opinioni, protetta da un vero recinto sacro. La terza idea è quella che concepisce la storia come un andamento lineare e coeso, per cui tutti i paesi non ancora liberaldemocratici, raggiungeranno necessariamente il traguardo statunitense.

Enunciate in modo così generale, oggi in pochi sottoscriverebbero queste idee. Mi riferisco sia alla gente comune sia a quegli opinionisti, occasionali o di mestiere, che hanno preso il posto in Italia di coloro che una volta si chiamavano intellettuali e che esercitavano forme di riflessione e dibattito pubblico. Molti dubbi sono sorti nel frattempo sulla capacità degli Stati Uniti di porsi come modello da seguire acriticamente, così come pare ormai evidente anche ai più ingenui che lo sviluppo e la prosperità di alcuni continui a basarsi sul sottosviluppo e la miseria di altri, e che certi traguardi sono raggiunti dai primi dieci o quindici, ma non certo da tutti coloro che sono in corsa. Infine, si è molto discusso in tempi recenti di come sia possibile contenere i danni gravissimi, ormai unanimemente riconosciuti, che lo sviluppo industriale e tecnologico delle società umane sta infliggendo all’intero pianeta.

(È singolare il fatto che recentemente, proprio su Repubblica (3/4/07), sia apparso un articolo dove Fukuyama, riferendosi alla sua opera del ’92, si trova costretto a giustificarsi pubblicamente. Egli scrive: “Laddove dunque La fine della storia era soprattutto una teoria sulla modernizzazione, alcune persone hanno collegato la mia tesi sulla fine della storia alla politica estera del presidente George W. Bush e all’egemonia strategica americana.” Ma il problema è semmai un altro: nessuno ormai dubita del disastro della strategia politica e militare degli Stati Uniti. Il punto è come mai il modello mondiale della compiuta modernizzazione sia divenuto in poco tempo la principale causa di destabilizzazione del Medio Oriente, inaugurando l’era della “guerra globale” appena chiusa quella della “guerra fredda”.)

Sul piano degli enunciati generali, dunque, quasi tutti sembrano essere usciti dalla sbronza della fine della storia. Eppure non appena si scende sul piano delle politiche particolari, delle legislazioni ordinarie, delle deliberazioni concrete, i tre principi di Fukuyama agiscono ancora come sguardi di Gorgone, e pietrificano qualsiasi pretesa di rivendicare alternative radicali rispetto all’esistente. Ma c’è qualcosa in più: opporsi a questi principi è considerato regressivo, infantile, ingenuo. Questo situazione tocca in modo particolare gli scrittori, poeti o narratori, che paiono estremamente circospetti ogni volta che si avventurano su di un terreno apertamente politico, o anche solo etico. Si avverte non di rado come un sentimento di vergogna a discutere apertamente di certe cose, senza rifugiarsi, ad esempio, dietro lo schermo di un genere come la satira di costume, genere intramontabile e che, nel contempo, permette allo scrittore di avvicinare questioni d’attualità, senza esporsi eccessivamente.

Qualcuno potrebbe sostenere che questo atteggiamento è in fondo salutare, che non si tratta di reticenza, ma di sobrietà, appunto, di coscienza dei limiti, di paura di quel ridicolo, in cui molti intellettuali del Novecento sono caduti, a forza di volersi fare portavoce di cause politiche o di missioni sociali. Lo scrittore, quindi, parli di quel che davvero sa, dei libri che legge, della scrittura, della sintassi narrativa o della metrica. Sia in cuor suo contrario alla guerra o alla legislazione sul lavoro, ma lasci parlare di queste cose gli altri, i soliti pacifisti dalla bandiera variopinta o gli esponenti dei sindacati.

Ovviamente abbiamo anche significative infrazioni alla regola. Anzi, si potrebbe dire che da più parti, negli ultimi anni, si avverte nel lavoro degli scrittori un’esigenza sempre più netta di forzare i limiti rassicuranti del mestiere “letterario” e del suo specifico sapere. E lo sconfinamento avviene sui territori dell’analisi politica o della denuncia sociale. Di questo fenomeno, ne ha parlato tra gli altri Christian Raimo in un intervento nato per un piccolo convegno intitolato “La tribù dei blog” e pubblicato su Nazioneindiana il 26 gennaio 2007. Raimo sottolineava in sostanza che il carattere innovativo e “popolare” dei migliori blog letterari italiani è strettamente connesso all’esigenza, da parte sia di chi ci scrive che di chi li legge, di ristabilire un legame tra discorso politico, discorso letterario e discorso sociale. Questo potrebbe indicare, tra le altre cose, il bisogno dello scrittore di sottrarsi al meccanismo di cooptazione al quale è sottoposto dagli opinionisti di mestiere, secondo però le logiche specifiche dell’industria dell’informazione, televisiva o a stampa.

Un esempio chiaro della povertà di questo meccanismo di cooptazione sono le polemiche letterarie che di tanto in tanto ravvivano le pagine culturali di tutti i quotidiani italiani, quale che sia il loro orientamento politico. Se è il momento di parlare degli editors, perché qualcuno ha aperto il nuovo filone fecondo, ecco che critici, intellettuali e scrittori si butteranno sicuri sull’argomento, perché esso troverà certo asilo presso qualche redazione. Questa sintonia quasi automatica su temi di presunta attualità ha come controindicazione una faccenda soltanto: che tutti ci arrivano con poche idee, sempre quelle e sempre più rimasticate. Se un fosse libero di battere le proprie piste, infischiandosene delle agende tematiche delle pagine culturali, forse qualche nuova idea potrebbe anche saltare fuori più spesso. In quest’ottica, l’esistenza dei blog letterari (e non solo) favorisce una pratica della presa di parola pubblica, al di fuori delle mediazioni dell’industria dell’informazione e soprattutto al di fuori delle condizioni implicite o esplicite stabilite dagli opinionisti di mestiere.

Quello che rimane da chiederci ora è se questa più recente spinta all’impegno sia capace di infrangere quel minimo comun denominatore ideologico che ancora ci portiamo dietro dalla sbronza nata sulle macerie del muro di Berlino e dagli slogan di Fukuyama.

Ma prima di provare a rispondere a questa domanda, vorrei trattare brevemente dei postumi di una sbronza personale.
Non so esattamente se essa sia cominciata con l’incontro contestuale, durante il mio sedicesimo anno d’età, del gruppo anarco-punk inglese, i Crass, e dell’antologia einaudiana dei poètes maudits. Di fatto, il nome d’arte del fondatore dei Crass è Penny Rimbaud. In quell’incontro, quindi, rivolte letterarie e musicali si toccavano attraverso un secolo almeno. La mia sbronza si nutrì sempre più, in seguito, di biografie di scrittori randagi, sovversivi, rivoluzionari. Passai così a inebriarmi di tutte le avanguardie storiche e, più tardi, durante gli studi di filosofia, di tutti i pensatori e intellettuali impegnati e dissidenti. Alla coorte degli scrittori e degli artisti in rivolta, si aggiunse quella degli intellettuali: da Sartre e Adorno fino a Debord e Chomsky o ai nostrani Pasolini e Fortini. Si è trattato certo di una sbronza individuale, poiché perpetrata come cane sciolto, al di fuori di partiti, gruppi sociali strutturati ed ortodossie. Credo però che molti altri, ognuno per conto proprio, siano passati prima o dopo di me, per tali figure mitologiche.

Parlo di sbronza e di figure mitologiche, perché quelli come me, nati a ridosso o dopo il Sessantotto, della figura dell’intellettuale dissidente non potevano che ereditare un ricordo, demonizzato o santificato a seconda dei casi, ma di certo ne incontravano sempre meno frequentemente degli esponenti vivi ed attivi. (Certo, era tempo di riflusso, e i dissidenti rifluivano in varie forme, alcuni rivendicando continuità d’intenti con la stagione precedente, molti altri volgendogli le spalle con precipitazione.) Quindi noi avevamo a che fare più con fantasmi che con persone reali. Ma uscire dalla sbronza, gestirne i postumi, significa anche diradare i fantasmi. Ciò non vuol dire ripetere pedissequamente che i contesti sono mutati, che certe attitudini non possono tornare se non in forme velleitarie e di farsa. Così facendo, ci si consegna semplicemente all’oblio. Il miglior atteggiamento di fronte ai fantasmi, è quello di prenderli per ciò che realmente sono: figure ibride, a metà strada tra una realtà consistente e un semplice nulla. Vale dunque la pena di interrogarli criticamente, raccogliendo quanto ancora, nonostante la loro evanescenza, hanno da trasmetterci.

A me interessa parlare in particolar modo di quell’intellettuale dissidente che è soprattutto uno scrittore, romanziere o poeta, e che in virtù di questa sua attività può assumere in svariati contesti pubblici il ruolo di “coscienza critica della società” o di “portavoce degli esclusi”, per utilizzare formule assai in uso un tempo. Stando ai Consigli ad un giovane scrittore di Danilo Kis, contenuti in un libro del 1983 intitolato Homo poeticus, non vi è nessuna continuità possibile, nessun varco, tra il ruolo dello scrittore e quello dell’intellettuale come coscienza critica e portavoce. Si tratta di una posizione drastica: l’homo poeticus non ha nulla a che fare con l’homo politicus. Sia chiaro che Kis non sta difendendo un’idea apolitica o qualunquista del letterato, ma un’idea semmai impolitica, poiché secondo lui tutto l’impegno di cui uno scrittore ha bisogno è esclusivamente relativo alla sua opera, al suo linguaggio, al suo specifico modo di entrare in contatto con la realtà e di parlarne.

Io intuisco che Kis ha in qualche modo ragione, ma non ne sono totalmente convinto. Molti dei consigli forniti da Kis li sottoscriverei subito, altri no. Non lo seguo, ad esempio, quando afferma: “Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi”. D’altra parte Kis somministrava coraggiosamente contravveleni a generazioni di scrittori che si formavano nell’ambiente della Jugoslavia ancora comunista. Oggi, forse, sarebbe meno rigido nell’escludere ogni aspetto dell’uomo politico da quello poetico. Anche perché la dissoluzione odierna dell’uomo politico rischia di provocare nello stesso tempo quella dell’uomo poetico. Se l’ideologia, come accade oggi, è destinata ad esistere solo in forma inconsapevole, regnando quindi ovunque, dove può trovare il suo limite nel dire poetico? Come può la letteratura aprire brecce nel tessuto ideologico, se esso è dappertutto e da nessuna parte?

A ciò aggiungo una considerazione ulteriore. Si è parlato molto, in anni recenti, dello sterminio nazista degli ebrei. Spesso la rievocazione di quei fatti raccapriccianti è stata accompagnata da un intento morale: non dimentichiamo ciò che è stato fatto, in modo che mai più si ripeta. A questo monito morale generico, bisognerebbe però sempre far seguire una precisa domanda: a partire da quale circostanza, che venisse a realizzarsi nel mondo in cui vivo, il mio silenzio, la mia docilità, la mia passività, il mio disinteresse per quanto accade agli altri, diventa complicità con l’orrore? Oggi forme di violenza estrema e di crudeltà gratuita, che ci ricordano i crimini nazisti, esistono. Ed esse sono esercitate anche nel nostro ambiente più prossimo. Chiunque abbia incrociato, ovunque in Italia, delle prostitute, può stare sicuro che alcune di loro hanno vissuto o ancora vivono la tortura, la prigionia, e lo stupro. E mi limito a parlare di qualcosa che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti gli italiani, all’interno del territorio italiano. Con questo intendo dire che non sono così sicuro che una estrema soglia non sia già stata varcata e che noi non si sia già, grazie a certi silenzi e docilità, complici dell’orrore. Un libro come Gomorra di Roberto Saviano, ad esempio, ci mostra che per una determinata persona, e certo non solamente per quell’una, una soglia di tolleranza alla quotidiana violenza e sopraffazione è stata varcata in modo irreversibile, e che da quel momento in poi non si può più parlare d’altro. Questa fissazione intorno ad un’unica realtà, che tanto scandalizza quelli che vorrebbero subito passare a parlare di tutto quanto, a Napoli e in Campania, non è camorra, è la reazione etica ad un equilibrio distrutto.

Da tutto ciò ricavo un principio elementare, che pongo a pié di pagina dei Consigli ad un giovane scrittore di Danilo Kis. Il fatto che vi sia una riconosciuta incompatibilità tra l’homo poeticus e l’homo politicus, non può costituire un alibi valido per qualsiasi circostanza storica. Potrebbero sempre presentarsi della situazioni, in cui continuare a voler essere homo poeticus, a costo di qualsiasi compromesso e sudditanza con il mondo circostante, può significare solo vigliaccheria, o addirittura infamia morale.

Se c’è uno scrittore novecentesco più alieno da posture da intellettuale impegnato, quello è Samuel Beckett. Eppure proprio lui, dal 1941 al 1942, nella Francia occupata dai nazisti, entra nella Resistenza. Una scelta che implicava, ovviamente, di mettere a rischio la propria vita. Quell’homo poeticus che, durante gli anni Trenta a Parigi, aveva tradotto una notevole quantità di testi in prosa e in versi dal francese all’inglese, si trasformò in homo politicus, dedicandosi alla trascrizione, all’ordinamento e alla traduzione dei dispacci informativi che provenivano da una vasta rete di resistenti nella Francia occupata e che erano indirizzati in ultima istanza allo Special Operations Executive britannico. Sappiamo poi che Beckett e sua moglie sfuggirono di poco alla cattura da parte della Gestapo e che molti componenti della sua cellula di resistenti morirono nei campi di concentramento.

Tornando ora ai postumi della mia sbronza relativa alle figure eroiche dell’intellettuale dissidente, il mio attuale modo di procedere è il seguente. Quando mi tolgo i panni dell’uomo poetico, cerco di assumere quelli del cittadino attivo e consapevole, che per me significa riprendere l’unica battaglia democratica fondamentale, quella per l’autonomia. In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo. Cito a questo proposito un brano di Giulio Bollati da L’Italiano:

“Che sia caduta l’«ideologia» di un progetto futuro rifinito anche nei dettagli, vuol forse dire che possiamo fare a meno di una permanente tensione progettuale? Che teoria e storia abbiano tolto il supporto di certezze obiettive alle nostre credenze e previsioni, ci esonera (o ci esclude) dalla responsabilità di credere e di prevedere? A chi o a quale entità inanimata sacrificheremo la scelta di un comportamento etico e «profetico» che solum è nostro? Non sarebbe certo il caso di porsi tali elementari domande se non vedessimo crescere intorno a noi l’accettazione naturalistica di ciò che è, così com’è, con una rinuncia all’autogoverno di tale portata, da far pensare alle misteriose leggi ecologiche che determinano certe specie animali al suicidio collettivo.”

Poiché gli scrittori, oggi, sono i primi, e fin da giovani, ad essere assoldati all’interno del mondo produttivo negli estesi e decisivi settori dei linguaggi, dei saperi e dell’informazione (dalla stampa all’editoria, dall’università alla scrittura televisiva o cinematografica), essi guadagnano anche più facilmente e velocemente di altri un certo grado di autonomia. Solo che se questa autonomia relativa è vissuta come privilegio di casta, premio ad una brillante carriera, tesoro privato e personale, essa perde anche di quella forza eversiva, che la caratterizza, invece, nelle forme della trasmissione, della diffusione, della moltiplicazione. Se l’autonomia ottenuta in qualsiasi settore della produzione viene considerata non come un traguardo personale, ma come un’occasione da trasmettere ad altri, ne risulta immediatamente una crescita generale dell’autonomia. Insomma, l’esercizio dell’autonomia non è qualcosa che si consuma, o si divide, se lo si trasmette ad altri, ma al contrario funziona per moltiplicazione. Più ne trasmetto ad altri, più si allargherà il raggio della mia autonomia anche al di fuori del mio contesto lavorativo specifico, laddove l’avevo conquistata in virtù dei miei individuali talenti.

Strumento e fine dell’autonomia è la promozione di un sapere critico, che sia capace di insinuare il dubbio e insidiare dogmi culturali vigenti. Questo è quanto mi sforzo di fare nel mio lavoro di insegnante, ma anche nelle sporadiche attività giornalistiche o nei miei interventi su un blog letterario come Nazioneindiana. Tutto questo potrebbe, ma non necessariamente deve avere un rapporto evidente e diretto con la mia scrittura, poesie o racconti. Insomma, i rischi e la libertà che mi prendo pubblicamente su questioni politiche non dipendono in nessun modo dal mio statuto di scrittore, ma da quello molto più comune di cittadino. In tutto ciò il blog ha un ruolo fondamentale, in quanto è il mezzo che mi permette di accedere liberamente, come cittadino tra gli altri, ad uno spazio pubblico.

Per concludere, vorrei tornare ora alle tre idee di Fukuyama, divenute nucleo duro dell’opinione comune. Nello stesso anno in cui usciva il suo libro sulla fine della storia, veniva pubblicato in Italia Ascesa e declino degli intellettuali di Wolf Lepenies. Questo saggio ha suscitato senz’altro meno dibattito di quello di Fukuyama, ma ha il merito di aver formulato con grande lucidità alcune questioni, da cui non si può prescindere se si vuole uscire dall’orbita catastrofica in cui si è chiusa la superpotenza statunitense, nel suo tentativo di portare avanti sviluppo e sfruttamento illimitati delle risorse, da realizzarsi tramite controllo planetario, ossia attraverso una guerra anch’essa illimitata. In un capitolo intitolato Il presente; la nuova Europa e i compiti degli intellettuali, Lepenies osserva:

“Non c’è alcun motivo per considerare oggi pienamente soddisfatti i profondi impulsi morali legati strettamente alla nascita delle idee socialiste. L’errore decisivo di Marx ed Engels fu di considerare un progresso il cammino del socialismo dall’utopia alla scienza. Ora è necessario un passo indietro: il socialismo non è e non sarà mai una scienza. Esso rimane però un’utopia indispensabile, che si potrà eliminare dai discorsi correnti soltanto al prezzo di un’autolegittimazione del tutto cieca nei confronti della realtà.”

Ecco, “socialismo” appare oggi concetto più inconsueto e ridicolo di “fine della storia”. Eppure, anche se non è possibile dare ora un contenuto determinato a questo concetto, grazie a pretese leggi scientifiche o additando un modello di società storicamente realizzato, esso indica lo spazio a partire dal quale pensare un’alternativa al presente più moralmente tollerabile. Pensare e promuovere una tale alternativa, per almeno due decenni (anni ’80 e ’90) è stato considerato da opinionisti e da maggioranze ad essi fedeli come un comportamento ridicolo. Certi discorsi e certi atti venivano stigmatizzati attraverso lo scherno. Da Seattle 1999 in poi, ossia dalla nascita del movimento altermondialista, qualcosa cambia. Ma soprattutto le condizioni materiali di vita delle persone sono cambiate in questo inizio di secolo, e sono cambiate drasticamente in peggio e proprio in quei paesi ricchi e tecnologicamente avanzati che avrebbero dovuto meritarsi il capolinea della storia, ossia la fine dei travagli. Oggi, insomma, nonostante che il minimo comun denominatore ideologico di Fukuyama governi ancora la confezione delle opinioni e del consenso generale, il bisogno di un’alternativa si fa sentire in modo sempre più violento. Ma questo disagio crescente ha prodotto anche un correlato aspetto negativo. Da un po’ di anni a questa parte nelle celebri democrazie occidentali, che siano gli Stati Uniti o Israele, la Gran Bretagna o l’Italia, il rivendicare apertamente un’alternativa rischia di essere considerato come un comportamento immorale se non addirittura criminale.

Se una tale circostanza si generalizzasse sarebbe davvero una sciagura. Gli scrittori, innanzitutto, dovrebbero ritornare con la coda tra le gambe nel recinto della letteratura, rinunciando a qualsiasi forma di sconfinamento. Gli studiosi di scienze sociali, a loro volta, dovrebbero dimostrare inequivocabilmente che il loro lavoro non interessa che un nucleo ristretto di specialisti, all’interno dei muri degli atenei e dei centri di ricerca. Isolando, quindi, l’esperienza del disagio sociale dalla circolazione di sapere critico, si otterrebbe infatti una forma di dissenso gridato, spoglio di strumenti aggiornati e sofisticati per orientarsi. E nei confronti di questo tipo di dissenso sarebbe molto più facile agire, da parte delle istituzioni, in termini prevalentemente repressivi.

Per altro, la crescita del disagio sociale non è per me segno, come accadeva in certe analisi d’ispirazione marxista, di imminente sollevazione di popolo e conseguente progresso sociale. Alla versione neoliberale e guerrafondaia delle democrazie occidentali, che stiamo conoscendo oggi, può sempre succederne una apertamente fascista e autocratica. La vitalità delle destre istituzionali e dei movimenti apertamente fascisti e razzisti, in tutta Europa, sta lì a dimostrarlo. La miseria e la paura della miseria possono trovare la loro peggiore espressione in una violenza criminale diffusa e in una simmetrica repressione istituzionale sempre più cieca e indiscriminata.

Per tutte queste ragioni, lo scrittore non dovrebbe abdicare a una fondamentale possibilità, quella di cessare di essere scrittore, vestendo i panni dell’homo politicus, anche al di fuori delle periodiche chiamate alle urne. Egli può partecipare, come ogni altro cittadino, alla diffusione dei saperi critici, delle informazioni scomode, dell’autonomia. Ma più di tutto, può impegnarsi a recuperare quell’eredità culturale, che metterebbe le giovani generazioni nelle condizioni di respingere il dogma del progresso tecnico e scientifico, cominciando ad elaborare una cultura del limite.
Come scriveva Lepenies, già sedici anni fa:

“La condizione urgente è che l’uso della scienza e della tecnica non sia più dominato dall’ideologia della crescita e del progresso, ma faccia propri valori culturali come il senso del limite e della rinuncia. L’Europa, che è stata la patria dell’epopea scientifica e dell’esaltazione della tecnica, dovrebbe diventare il centro propulsore di una critica razionale alla tecnica e di un sano scetticismo verso la scienza.”

Una tale critica, è evidente, non può basarsi esclusivamente sulle proprie reazioni morali, ma deve alimentarsi di conoscenze teoriche e pratiche. È un’intera cultura che si tratta di elaborare, a partire da saperi ed esperienze concrete che, per vari motivi, sono stati emarginati o sono rimasti misconosciuti, perché confinati in ambiti specialistici.

Ogni giorno incontro persone intelligenti, dotate di notevoli strumenti intellettuali, che dopo aver biasimato la comune condizione d’impotenza nei confronti dei grandi orrori del presente, ricordano però, con un certo sollievo, che si comportano almeno responsabilmente nei confronti dei loro rifiuti casalinghi, e anche dell’acquisto delle loro merci, possibilmente biologiche, o solidali. A queste persone vorrei indirizzare un semplice invito: che siano ugualmente responsabili nei confronti dei saperi che usano, che fanno circolare, che utilizzano in pubblico, così come dei temi e degli argomenti che sono loro prediletti.

(Questo pezzo è nato nel contesto delle Letture Indiane sul tema del “Post”, organizzate da Giorgio Vasta al Circolo dei Lettori di Torino.)

(Immagini dell’autore)

Tag: , , , , , , , ,

183 Responses to Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia

  1. valter binaghi il 17 aprile 2007 alle 09:28

    Il tuo post è ampio, profondo, sottolinea urgenze oltre che orientamenti condivisibili, merita una riflessione di qualche ora, poi magari provo ad aggiungere qualcosa.

  2. Luminamenti il 17 aprile 2007 alle 10:10

    Andrea Inglese scrive:

    “In termini generali, l’autonomia si realizza quando le persone sono in grado di agire liberamente e consapevolmente sul proprio destino. In termini più concreti, l’autonomia riguarda la possibilità per ognuno di conoscere tutti gli aspetti importanti della realtà sociale all’interno della quale studia, lavora, usufruisce d’informazioni, di prodotti. Conoscenza che può, eventualmente, tradursi in interventi, in modifiche, correzioni, rivendicazioni, ecc. Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo”.

    Sono contro ogni idea di progetto per sé e per il mondo. Per questa idea c’è già l’Apparato tecno-scientifico che già dispiega tutta la sua Volontà di Potenza. Progettare significa prevedere. E la previsione è il fondamento del pensare scientifico. L’epistemologia ha già chiarito questo fatto.
    E’ un fatto che la scienza costruisce realtà.

    Ma la realtà non è il reale. Questo concetto viene magnificamente sviluppato da Lacan.

    E di questo ce ne accorgiamo tutti i giorni, visto che la realtà non ci fa né felici, né gaudienti, anzi ci fa ammalati!

    Ma molto prima di Lacan, già Gesù Cristo e Budda si accorsero prima di Freud che Psiche è territorio maledetto, precario. Psiche ci domina e proprio la psicoanalisi è la prova vivente del fallimento del tentativo di Motivare Consapevolmente le nostre scelte, destinazioni, azioni, pensieri.

    Invece di progettare, afferrare occorre abbandonare. Invece di cercare occorre trovare…lasciando la presa! Invece di vincere occorre arrendersi!

    La dominazione della Psiche viene schiantata solo dalla morte dell’anima, ciò che fa scattare nella spiritualità pura!

    Siediti nella cruna dell’ago e stai,
    se il filo dell’ago entra non afferrarlo,
    se esce non tirarlo, e gioisci, io amo soltanto i gaudienti

    al-Niffari

  3. stefano zangrando il 17 aprile 2007 alle 12:13

    Non sarei così rinunciatario verso il mondo, Luminamenti. Anche perché qui non si tratta di felicità o di godimento (fortune che per ora lascierei alle tavole imbandite e ai letti a due o più piazze), ma di critica, resistenza, opposizione – e lo sa anche lei. Quello di cui lei parla, ma mi dica se fraintendo, è un approdo individuale che non è in grado, mi pare, di procurare ricadute politiche immediate, mentre Inglese si è adoperato per ritrovare proprio questo: il modo, il “credo” giusto, al limite il come se adeguato, affinché chi ha un certo “vantaggio” di partenza nella formazione della propria coscienza critica, come lo scrittore, possa promuovere e condividere le proprie conquiste cognitive con il resto dei cittadini, con quelli adulti o, ancor più, con quelli giovani.
    Oltretutto, facendo questo, Inglese ci ha dato un’idea chiarissima del cosiddetto “impegno”, che finalmente invalida tutta l’ipocrisia di chi sostiene che la politica la si debba fare direttamente nei romanzi e nelle poesie, come se fossero essi stessi strumenti di lotta. L’esempio di Beckett, e dello stesso Inglese, è qui sopra a mostrarci invece che, al di là di questa opzione estrema e a volte necessaria (Saviano?), lo scrittore, in determinate circostanze storiche, deve saper anche smettere i propri panni, mollare la penna e calarsi in prima persona in trincea, anche se questo dovesse significare, per un periodo della sua vita o per molte ore del giorno, cessare di essere scrittore. Un precetto morale che mi trova completamente d’accordo.

    Grazie, Andrea, per questa riflessione profonda, articolata e, spero, feconda.

  4. marco rovelli il 17 aprile 2007 alle 12:38

    Credo che sia un intervento importante, questo di Andrea. Progettare, a mio parere, significa anzitutto una “visione ulteriore”. Saper gettare lo sguardo oltre la realtà presente: e lo sguardo buca la realtà quando immette delle pratiche che lo trasformino. Si tratta di far senso, e un senso deve aver un orizzonte – quell’utopia di cui più sopra si dice: che, appunto, non può essere scienza. A questa costruzione di senso la letteratura e la poesia non possono che contribuire in maniera privilegiata, per la propria capacità di “figurare”. E quando l’homo poeticus si impegna direttamente, con il proprio corpo, è perchè egli stesso si lascia trasformare dalle proprie pratiche “visionarie” (e se il Bene è proprio questa progettazione visionaria, e non si dà definizione del Male se non a partire da quella di bene, egli sarà un uomo buono, e contagioso).

    “anche se questo dovesse significare, per un periodo della sua vita o per molte ore del giorno, cessare di essere scrittore.”
    Mi viene in mente Eckhart, (vado a memoria evidentemente), Abbandona le tue pratiche contemplative se devi andare a portare una tazza di brodo a un bisognoso.

  5. tashtego il 17 aprile 2007 alle 12:55

    Troppe questioni tutte insieme fanno annaspare la coerenza del saggio, su alcuni punti del quale mi trovo d’accordo, a patto però di considerarli singolarmente.
    Mi soffermo solo su una questione, anche se avrei molta voglia di dire la mia (solita) a favore della conoscenza scientifica, unica forma di conoscenza possibile, se mai ve ne è stata una (cioè ammesso che sia davvero possibile parlare di “conoscenza”), che va pensata come distinta dall’uso che ne fa e ne ha fatto il capitalismo.
    Eccetera.
    Inglès afferma:
    “lo scrittore non dovrebbe abdicare a una fondamentale possibilità, quella di cessare di essere scrittore, vestendo i panni dell’homo politicus”.
    Perché occorre cessare i panni del proprio specifico fare (dello scrittore, come di qualsiasi altro mestiere, forse nessuno escluso) per poter testimoniare efficacemente di un ruolo critico verso l’esistente?
    Perché occorrerebbe posare la penna per indossare la toga virile e arringare direttamente le folle nel foro?
    Perché Inglès non vede che l’esempio da lui portato a riprova del ruolo civile dell’intellettuale – quello del libro di Saviano – funziona proprio perchè Saviano non ha cessato affatto di essere scrittore e proprio in virtù di ciò la sua testimonianza ha funzionato.
    Applicare alla narrazione della realtà (di una tra le tante realtà contemporanee leggibili), in modo più o meno diretto e/o metaforico, il proprio mestiere di scrittore non è quello che hanno fatto anche Pasolini, Beckett, eccetera?
    È vero che Pasolini, fu capace di dismettere efficacemente i panni del narratore (non dello scrittore, certo), per parlare direttamente (alla classe dirigente dei suoi tempi, non al “popolo”) di ciò che stava diventando la realtà del suo paese.
    Ma è anche vero che quella visione si dispiega già in tutta la sua opera letteraria, la quale, a rigor di termini non ha bisogno dei suoi scritti politici per avere un suo grande valore autonomo, letterario e politico.
    Perché dunque necessariamente dismettere?
    L’impegno politico diretto non possiamo considerarlo un semplice optional, che ciascun intellettuale può decidere o no di adottare a seconda dei casi?
    Per quale misterioso motivo, occorre ricominciare a pensare scrittura e politica secondo una visione divaricante dove se c’è l’una non c’è l’altra e viceversa?

  6. Alessandro Morgillo il 17 aprile 2007 alle 12:57

    C’è un evento che ha inciso maggiormente nella vita di tutti noi, polisensuali fruitori postmoderni: la nascita della Coca Cola Light. Non una contraffazione della bevanda, ma la sua surrogazione. Da allora viviamo in un mondo di sostituti. Dobbiamo con consapevolezza guidare questo processo di trasposizione. Sano e necessario. Perché solo attraverso i loro surrogati possiamo continuare ad avere una relazione simbolica con gli oggetti del passato.

    Oggi, in Italia, nel disperato tentativo di negare l’esistenza della paraletteratura, ci affanniamo a creare prodotti ibridi, la cui incongruenza è però così scarsamente rilevabile da produrre la stasi per mancanza di novità o stimoli.

    All’architettura edipica della periferia italiana, preferisco le forme organiche di Santiago Calatrava. Ispirandosi alle strutture stesse della natura, le sostituisce con un artificio culturale mai così congruo.

  7. tashtego il 17 aprile 2007 alle 13:39

    @morgillo
    beato te che ti piasce calatrava.
    che qui non so cosa c’entra però.

  8. stefano zangrando il 17 aprile 2007 alle 13:41

    Tash, qui non si tratta di “divaricare”, ma di distinguere artigianato artistico-verbale e pratica politica in senso stretto, che sono dei “fare” diversi, benché possano alternarsi in una stessa persona di scrittore-cittadino: è una distinzione funzionale, insomma, riguardante il “fare” e non l'”essere”, utile cioè per capire che, ad esempio, quando sei in classe ad insegnare o lavori ad un intervento di critica politica per un blog, non fai proprio la stessa cosa di quando ceselli per la bellezza poetica di una tua pagina narrativa o di un tuo componimento lirico, anche se è una pagina sulla camorra o una poesia sulla violenza domestica.
    Anche Grillo, per dire, smette i panni del comico quando si rivolge dal podio agli altri azionisti Telecom.

  9. Alessandro Morgillo il 17 aprile 2007 alle 13:56

    @ tashtego
    Che si discetti di scrittura o di architettura, sempre di strutture portanti si parla.

  10. Luminamenti il 17 aprile 2007 alle 13:57

    Se vincere la dominazione di Psiche ti sembra rinunciatario…

    Cmq se mi dovessero costringere a scegliere (per cambiare il mondo) tra poesia e letteratura da una parte e scienza dall’altro (pensiero scientifico), allora starei della parte della scienza. Non ho dubbi su questo.

    Ma non penso che serva a granché tentare di cambiare il Mondo (la Realtà). Ci pensa l’elite scientifica.

    Accedere alla spiritualità pura è l’unica, sola, vera e per sempre via di accesso al Reale. Su questa strada certo l’Arte ha, può avere il suo peso, anche se non strettamente necessario o indispensabile.

    Purtroppo la modernità ha distrutto l’Arte. Esiste però sempre, anche oggi, la possibilità per l’artista non di delibare come turista o antiquario, come dilettanti romantici, il mondo sciamanico e metafisico – fonti dell’Arte – (o tanto meno aderire ai canoni contemporanei alquanto inconsistenti), quanto piuttosto di esserne assorbiti. A quel punto cosa rimane del desiderio di successo o insuccesso, comprensione o incomprensione? E soprattutto: cosa rimane del mondo?

    E poi vorrei dire (anche al simpatico Tashego): ma li leggete i libri di fisica quantistica (la quantità GIGANTESCA di pubblicazioni, studi, teorie, ipotesi, fatti che si producono dovrebbero fare venire ad alcuni di voi, amanti delle masturbazioni del mondo moderno e del post-moderno dei dubbi circa il MONDOOOOO…)?

    Consiglio ai più sprovveduti di leggersi un bel libro sul teletrasporto!

    Aggiungo: quello che dice Andrea Inglese è già stato detto ai primi del Novecento

  11. pedro camacho il 17 aprile 2007 alle 14:05

    Solo per dire, ad Inglese: applausi, applausi, applausi.

  12. valter binaghi il 17 aprile 2007 alle 14:06

    Lo statuto di realtà, questa è la posta in gioco.
    Per il realismo ingenuo reale è ciò che si vede e si tocca, la scienza solo un’astrazione e la poesia proiezione onirica.
    Per l’idealismo reale è il pensiero, e il reale pro-gettato e costruito dalla tecno-scienza o inventato dall’arte è surrealtà, più reale del reale.
    Per la mente critica (= passata la sbronza del moderno), reale è ciò che è affermato dal giudizio, una volta che ipotesi scientifiche e immagini poetiche siano verificate dalla loro capacità di interpretare l’umano.
    Antropocentrismo o nichilismo: tertium non datur.
    Il Figlio dell’Uomo è principio di realtà e di giudizio.
    Alfa e Omega. E lo dico in senso post-cristiano.

  13. Luminamenti il 17 aprile 2007 alle 14:15

    @Marco Rovelli dice:

    “Mi viene in mente Eckhart, (vado a memoria evidentemente), Abbandona le tue pratiche contemplative se devi andare a portare una tazza di brodo a un bisognoso”.

    Portando la tazza di brodo a un bisognoso non c’è nessun bisogno di smettere di contemplare (che aiuta molto a portare la tazza di brodo o a lavare i lebbrosi). Ma questo lo diceva e sapeva pure Eckhart e altri prima e dopo di lui.

  14. Luminamenti il 17 aprile 2007 alle 14:17

    Che sarà mai una mente critica? mistero della fede! direbbe Husserl

  15. titoloprovvisorio il 17 aprile 2007 alle 14:41

    Nonostante molte cose condivisibili e le ottime intenzioni, c’è qualcosa che non mi convince in questo post.

    Ritengo che se uno scrittore (che è quasi sempre uomo civile, anche quando non è esplicitamente uomo politico) ha sul mondo quello sguardo critico che è l’unico a permettergli di dire cose nuove in quanto scrittore, dice solo per questo cose nuove anche in quanto cittadino.
    La via per l’autonomia non è necessariamente quella di parlare di autonomia, la via non passa necessariamente e solo per la parola, ma attraverso la libertà con cui l’artista pensa le proprie opere. Il discorso di inglese escluderebbe artisti (perchè chiedere questo solo al poeta o allo scrittore?) che non hanno buoni rapporti con la parola, come accade a volte ai musicisti e ai pittori.
    Chiedere a un artista di essere riconoscibile come intellettuale mi sembra una forzatura che mi porta a trovare l’indicazione di Kis estremamente sana.
    Non è dato a tutti, non tutti ne sono capaci nei termini che sembrerebbero richiesti qui, e il non esserne capaci non fa di quegli artisti che si esprimono solo attraverso le opere cittadini meno critici, consapevoli, politici.

  16. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 14:51

    a tash che scrive:
    “Perché occorre cessare i panni del proprio specifico fare (dello scrittore, come di qualsiasi altro mestiere, forse nessuno escluso) per poter testimoniare efficacemente di un ruolo critico verso l’esistente?
    Perché occorrerebbe posare la penna per indossare la toga virile e arringare direttamente le folle nel foro?”
    Ovviamente queste obiezioni me le sono poste anch’io. Ed è rispondendo ad esse che giungo a certe conclusioni.

    Punto primo: chi dice che la letteratura DEVE testimoniare SEMPRE in modo critico dell’esistente?
    Amo molto Penna, amo Kavafis, amo “La prisonnière” di Proust, amo “Dolori precoci” di Kis, amo certe poesie di Saba… Non ci trovo in queste opere nulla di particolarmente politico, nulla di particolarmente “critico” nei confronti dell’esistente. E perché mai dovrei essere sempre in postura critica di fronte all’esistente? Quando trombo sono forse in postura critica? Quando mi godo il sole camminando sono forse in postura critica? L’idraulico che mi cambia il rubinetto è in postura critica?
    No. Capisco perché si è detto, e ancora ogni tanto si dice, “tutto è politico”. Ma in realtà, NON tutto è politico. Capisco e credo sia quanto mai necessario un atteggiamento critico nei confronti della realtà (o della mia cultura), ma cio’ non significa che io sia SEMPRE in atteggiamento critico.
    Quindi, coome ha ben visto Zangrando, la mia distinzione è funzionale e tende a rendere conto della specificità delle nostre pratiche.
    Detto questo, esistono anche libri “particolarmente” politici. Grandi capôlavori programmaticamente politici nella letteratura. “1984” di Orwell, ad esempio. Molta produzione di Brecht. “L’uomo senza qualità” di Musil, “I leoni meccanici” dello stesso Kis. Ecc.

    A questo aggiungo una cosa. Io non credo più nella figura del tribuno. Io credo nella condivisione sempre più trasversale e allargata dei saperi, condivisione questa si politica, ossia critica nei confronti delle forme monopolistiche delle istituzioni o di aziende.

  17. stefano zangrando il 17 aprile 2007 alle 15:00

    Come lettore devotissimo e ammiratore di Danilo Kis, vorrei dire al signor “titolo provvisorio” che la circostanza storica in cui Kis poteva affermare quello che ha affermato non esiste più: non esiste più la possibilità di migrare da uno stato europeo totalitario a uno democratico e di cogliere in questo esilio una possibilità liberatrice, dell’arte come dell’esistenza. Non esiste più, perché non esiste più quell’Europa. Le circostanze mutano.
    Insomma, nessuno si sognerebbe mai di criticare Boccaccio, Shakespeare o Svevo perché non erano “impegnati”. Ma la loro circostanza non è la nostra, né quella in cui scrisse Beckett. Non esiste un modo “assoluto” di essere artisti, scrittori o cittadini, ma soltanto un modo “storico”, che induce ciascuno a posizionarsi entro il mondo in cui è gettato – ma perché occorre sempre ripeterlo?

    Jacques de La Palice

  18. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 15:02

    a titoloprovv. che mi rimprovera l’opposto di cio’ che mi rimprovera tash;

    (questa incomprensione per me è data da un nostro atteggiamento binario di pensare, che viaggia per opposizioni nette; appena queste opposizioni vengono evitate, attraverso l’introduzione di sfumeture necessarie, sembra che anche la vista dell’osservatore si debba offuscare…)

    io credo che l’antico ruolo dell’intellettuale dovrebbe semplicemente generalizzarsi ad ogni cittadino, rendendolo capace, in modo autonomo, al di fuori di guide, portavoci, od ortodossie, di fare scelte politiche o di esprimersi in termini politici, tutto le volte che lo ritiene urgente e necessario

    la rete, in parte, con tanti limiti, sta già dimostrando questo (quelli della rivista Luogo Comune (Virno & C.) negli anni 80 parlavano di “general intellect”.): esistono forme di circolazione delle idee fuori dalla fabbrica delle opinioni.

  19. tashtego il 17 aprile 2007 alle 15:42

    “Nulla di particolarmente politico” in Penna, in Kavafis?
    Non so.
    Ho la sensazione che ci stiamo riferendo a cose diverse.
    Nemmeno io credo che “tutto è politico”, ma credo che lo sia, sempre, la visione del mondo che ciascuno di noi si forma e talvolta sostiene e propugna.
    Naturalmente sotto questa idea c’è un’idea della politicità dello scrivere e del narrare non così diretta come la puoi trovare messa in pratica in Orwell.
    Il marxismo classico suddivideva la realtà in struttura e sovra-struttura e metteva l’arte nella categoria della sovra-struttura, incapace di incidere sui rapporti sostanzialmente economici tra gli individui e tra le classi, e quindi relegata ad un ruolo marginale, di intrattenimento o, peggio, di educazione delle masse, oppure tenuta a “suonare il piffero della rivoluzione”.
    Io credo che nel mondo attuale – proprio per il suo carattere democratico – le cose stiano esattamente al contrario e che l’immaginario sia diventato il vero terreno di scontro politico delle società affluenti.
    Lì, ogni cosa è politica, ed ogni argomento, storia, eccetera, può essere trattata in modo dritto o inverso rispetto agli interessi del potere: dipende, più che da una presa di posizione esplicita, dall’intima visione personale di chi scrive, o filma, eccetera, da come è atteggiato naturalmente il suo sguardo.
    Mi fermo qui, ma in sintesi questo intendo, quando parlo di scrittura politica.
    E poi Penna.
    “Beato chi è diverso / essendo egli diverso / ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”.
    Cito a memoria e posso sbagliare.
    Non ci sono parole politiche in questa poesia?

  20. titoloprovvisorio il 17 aprile 2007 alle 15:49

    @ Inglese

    Forse non mi sono spiegato bene, perché quello che dici qui :

    “io credo che l’antico ruolo dell’intellettuale dovrebbe semplicemente generalizzarsi ad ogni cittadino, rendendolo capace, in modo autonomo, al di fuori di guide, portavoci, od ortodossie, di fare scelte politiche o di esprimersi in termini politici, tutto le volte che lo ritiene urgente e necessario”

    io lo condivido.

    Sono anche d’accordo sulle nuove possibilità offerte dalla rete. ma il discorso, almeno per come l’ho colto io nel post, mi sembrava indicare un’unica strada praticabile, un’unica modalità. Su quest’unica modalità, io non sarei d’accordo, ognuno ha la sua strada particolare per dimostrare il suo essere cittadino. Tra queste strade c’è anche quella del silenzio, che spesso è apparente, che è magari un silenzio di parole perchè l’artista preferisce parlare attraverso l’opera, o sa solo parlare attraverso l’opera, e penso, come ho detto, non tanto agli scrittori e ai poeti, ma a chi usa il gesto pittorico, o il video o l’installazione o la performance o la musica.

    @Zangrando

    Non capisco la polemica. Le circostanze mutano, è vero, ma non l’ho negato, ho solo fatto rientrare nel discorso anche gli artisti, come dicevo qui sopra.

    L’unica cosa sulla quale vorrei insistere è che le strade per lasciare un segno anche civile sono molte, e non tutte immediate e immediatamente visibili. Dunque l’impegno civile o politico è sacrosanto, purchè ci sia – almeno così la vedo io – anche la comprensione che l’opera artistica e il fare di un artista può non essere immediatamente riconoscibile e utilizzabile a fini civili. Se non fosse così saremmo costretti ad accusare di essere avulsi dal reale molti artisti che non lo sono stati, ma hanno risposto al mondo con l’opera.
    Spero che conveniate che ci sono e ci sono stati artisti in apparenza molto appartati e silenziosi che hanno avuto, magari qualche decennio dopo, un riscontro civile che sul momento sarebbe stato difficile intuire.

    L’unica cosa che temo è che leggendo il post qualcuno possa pensare che scrittori come Landolfi, pittori come Burri, musicisti come Berg debbano essere messi dietro la lavagna.

    Sono certo che Inglese non intendeva dire questo, e se vale per gli artisti del passato, perché non dovrebbe valere anche per queli giovani e contemporanei?

  21. stefano zangrando il 17 aprile 2007 alle 16:36

    @ titoloprovvisorio

    Non volevo essere polemico, scusa, solo ironico nei confronti della mia stessa “devozione” a Kis. Il fatto è che, se in linea di principio la penso come te (anzi, se chiedi a Inglese, che mi conosce di persona, ti può dire quante volte mi ha cazziato perché ho una formazione e quindi un’indole da esteta “disimpegnato” – il che, se quello che dice Tash è vero, mi frega in partenza e per sempre), tuttavia sento molto vivo il problema della pratica politica, o dell’istanza etica nella sua ricaduta più concreta e immediata, perché trovo che oggi vi siano mooolte meno giustificazioni che in precedenza per l’intellettuale o l’artista che scelga di non “immischiarsi”. L’artista è innanzitutto se stesso, è vero, anzi di solito è tale proprio perché riesce ad essere se stesso più degli altri, e la sua arte va giudicata e/o compresa secondo criteri anzitutto estetici (sono il primo ad abbaiare contro chi nega un simile principio), ma non si può rimanere imparziali di fronte al suo atteggiamento politico o impolitico, tanto più oggi, in presenza di mezzi di comunicazione che rendono disponibile a chiunque una cognizione dell’ingiusto che c’è in giro e uno sguardo e un confronto critici su questo ingiusto. Non si tratta di cambiare il mondo, ma di capirlo e di provare ad influenzarne l’andazzo.
    Insomma, se oggi un artista, dentro ma soprattutto fuori dalla sua arte, nella quotidianità della convivenza civile, manifesta disinteresse verso il mondo o astensione dai suoi corsi e decorsi storici e politici, si espone, se non altro, al sospetto: di malafede, di infantilismo, di opportunismo, fate voi.

  22. valter binaghi il 17 aprile 2007 alle 17:15

    Secondo me qui stiamo dicendo cose molto simili, ma ci manca un linguaggio nuovo: quello che abbiamo è in ostaggio delle dicotomie del moderno.
    E’ (stato) vero che struttura e sovrastruttura erano cose diverse e l’artista incideva sulla seconda, ma nella società in cui la merce è spettacolo, non è più vero: ha ragione tashtego. L’immaginario è politico perchè è prima di tutto l’oggetto del contendere economico, l’affare del secolo.
    D’altro canto, è (stato) vero che in passato ad opere d’arte molto politiche (1984) se ne potevano affiancare altre molto più intimistiche (Kavafis), ma oggi, che l’unica immagine che il soggetto ha di sè è lo spettacolo del proprio consumo, non è più vero. L’immaginario di consumo si dà come liturgia di ripetizione, devianza sintomatica o consenso che sia, e l’artista degno di questo nome è la riserva di senso che l’economia non ha ancora rubricato, la rottura dell’ordine del discorso o almeno la denuncia irridente del suo perimetro totalitario. Che strappi la maschera al mito machista della camorra o a quello narcisistico del talk show, Saviano o Siti: signori scrittori.

  23. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 17:35

    in pragmatica delle comunicazione si definisce “perlocutorio” l’effetto sul piano pratico che puo’ avere un atto linguistico come una minaccia o un ordine; il discorso che entra in una dimensione propriamente politica misura la sua efficacia con la capacità di produrre degli effetti (la vecchia oratoria) sul piano pratico, il più possibile misurabili; neppure un testo letterario è mai sprovvisto di carattere “perlocutorio”, solo che esso è molto più indiretto e nello stesso tempo puo’ giovarsi di una forza molto più duratura;

    e poi: l’impolitico di oggi puo’ essere il politico di domani

    insomma, per me è più fonte di confusione che di chiarezza sovrapporre sistematicamente homo poeticus e homo politicus

    quanto al discorso di tash: “l’immaginario sia diventato il vero terreno di scontro politico”… Ma mi verrebbe da dire: è sempre stato cosi, anche e sopratutto nelle società non democratiche. Vedi la giurisdizione dei teologi sulla pittura fin dal Duecento… vedi i balletti e il teatro di corte all’epoca per la corona francese nel XVII secolo…

  24. marco rovelli il 17 aprile 2007 alle 17:37

    Perdonatemi se vado su un esempio trito, ma se nell’etica il paradigma del Male è l’esperienza nazista, il paradigma della non sovrapponibilità tra etica ed estetica è Céline. Ora, pensando alla sua opera, la questione dell’impegno io lo porrei così: quale valore di verità ha quest’opera? Che cosa rivela di vero? Che rapporto ha col Bene? (e il rapporto può essere anche negativo, evidentemente). In questo senso (ovvero: la letteratura fa segno all’etica) credo che ogni opera abbia, sempre, un senso – mediatamente – politico.
    Mi pare che da questa prospettiva (l’arte come rivelazione) il binomio impegno/disimpegno perda senso.

    @ luminamenti
    E’ vero quel che dici – anche se tu abbandoni la contemplazione, la contemplazione non ti abbandona. Ma appunto, l’apoftegma del meister – che lo sapeva bene – non dice proprio che l’impegno nel mondo è (se non assiologicamente superiore) un predicato necessario della visio dei?

  25. GiusCo il 17 aprile 2007 alle 17:38

    Mi unisco alla considerazione di Luminamenti: le modellazioni estreme di fisica della materia e di astrofisica, che pure fanno uso solo parziale di quanto codificato in qualche millennio di matematica, sono al giorno d’oggi la forma di letteratura piu’ avanzata: non essendo dimostrabili sperimentalmente, rappresentano lo sforzo supremo che tenga assieme il sapere attuale. Dal punto di vista tecnico-applicativo, il settore dei materiali e’ invece il piu’ vivace e anche qui la letteratura (oltre che gli effetti pratici) non manca: silicio, plastiche, polimeri, acciai, materiali organici in medicina e scienze alimentari, ecc. Le pubblicazioni specialistiche sono pero’ spesso molto costose, di nicchia, rivolte essenzialmente agli addetti ai lavori. Eppure qualcosa filtra: titoletti sui grandi media, divulgazioni di vario livello, che vengono poi adottate da chi propriamente fa lo scrittore, a beneficio della sua sempre piu’ isolata comunita’ di riferimento.

    Voglio dire: il dominio dell’immaginario creativo (o di scoperta… dualismo proprio di scienza e religione, prima che di letteratura) e’ oramai a pieno appannaggio del pensiero razionale. Oserei dire anche che le menti migliori sono selezionate e indirizzate fin da tenera eta’ all’ambito razionale e che lo stimolo piu’ audace e piu’ frustrante che possa darsi ad un ragazzetto in eta’ da superproduzione neuronale sia oggi un teorema di matematica non dimostrato, invece che una partitura musicale da eseguire, una orazione da declamare o il mondo da conquistare.

    Quanto tutto cio’ sia comunitario, cioe’ basato sul carisma individuale che si fa collettivo come in un rito, e’ divenuto ininfluente: ad ognuno di questi nuovi superproduttori occorre l’ausilio, il conforto e il confronto dei tre-quattro-sette-dieci nel mondo che stanno lavorando al suo stesso problema invece che il consenso anonimo e infruttifero di massa. Questo esclude anche il significato politico della produzione mentale di eccellenza, che non e’ affare dei polli (da laboratorio o modellazione) ma di chi li alleva. Vanno dunque messi al muro i polli per fermare il meccanismo?

    Queste sono le prime sommarie considerazioni che mi suscita il pezzo di Inglese. Credo che vada ricollocato il ruolo degli umanisti, pena l’estinzione, giacche’ il loro specifico ambito e’ gia’ incorporato (come dominio di idee-domande-questioni) in quello di altre categorie di persone che lavorano intellettualmente.

  26. carla bariffi il 17 aprile 2007 alle 17:41

    pezzo molto interessante,
    ricco di spunti che, a me personalmente, aprono varchi e sorgenti,
    addentrandosi in periodi e nomi
    che approfondirò con calma.
    La sete è tanta !
    ciao Andrea
    :-)

  27. titoloprovvisorio il 17 aprile 2007 alle 17:51

    @inglese dice

    “insomma, per me è più fonte di confusione che di chiarezza sovrapporre sistematicamente homo poeticus e homo politicus”

    quindi sembreremmo d’accordo, uso il condizionale perché leggendo il post, anche con le perplessità che esprimeva, non mi sembrava andare solo in quel senso.

    penso che “il valore di verità” di cui parla Rovelli tagli la testa al toro.

    io vedo nel valore di verità, in tutte le sue eventuali sfumature retoriche, strumenti, mezzi, non l’unico, ma il principale luogo d’azione dell’artista.

    Se il valore di verità (e qui l’artista fa i conti prima di tutti con se stesso) è fatto sal vo, ogni epoca e ogni circostanza avrà detto utilmente la sua atraverso i suoi artisti.

    Che si chiamino Burri o Vedova, Cèline o Pasolini, Proust o chi volete voi.

    Certo, questo potrebbe tagliare le gambe anche alla discussione.

  28. stefano zangrando il 17 aprile 2007 alle 18:15

    Il valore di verità come “non l’unico, ma il principale luogo d’azione dell’artista” – e su questo potremmo anche essere tutti d’accordo.

    Però a questo punto mi pare che GiusCo abbia riaperto con molto senno la discussione, estendendola a considerazioni prima rimaste inespresse. In particolare, mi domando:

    a) come ricollocare il ruolo degli umanisti, artisti scrittori intellettuali pedagoghi, ovvero: come generare un nuovo umanismo, che tenga conto sì della “letteratura” più avanzata, sia pure quella “scientifica” della fisica della materia e dell’astrofisica, ma senza perdere di vista il concreto dell’esistenza?

    (Perché l’astrattezza e l’avulsione certificate da GiusCo non possono rimanere tali, altrimenti non si esce dall’ambito dis-umano della scienza e della tecnica fini a se stesse o, peggio, asservite al dominio di pochi. Che me ne faccio di una bella rappresentazione della totalità, se questa non ha al centro il timbro concreto dell’essere umano che, interrogandosi e tormentandosi, l’ha immaginata?)

    b) come contribuire a pensare una nuova educazione umanistica che impedisca alle leve migliori di essere convogliate “fin da tenera età”, per intercessione strategica del sistema, quasi esclusivamente verso il dominio dei saperi scientifici, il quale troppo spesso rimane slegato, nei processi educativi, dalla formazione di una coscienza civile, politica e letteraria?

  29. franco il 17 aprile 2007 alle 18:19

    Forse è Zangrando che ritiene opportuno l’intervento “intellettuale”, mi pare. Io credo invece che ormai siamo fuori tempo massimo. Basti leggere sotto riga l’intervento di GiusCo. Sono in moto frange estremistiche e pericolosissime, profetiche. Chi ha a cuore il filo di avena che è il complesso mente/corpo, tace.

  30. francesco pecoraro il 17 aprile 2007 alle 18:27

    tra parentesi:
    sarebbe interessante una definizione non tautologica del concetto di “valore di verità”, qualsiasi cosa voglia dire.

  31. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 18:29

    a Marco: “valore di verità”…. verità e letteratura…. faccenda ardua da definire; ma proviamo una scorciatoia: Céline di “Bagatelle pour un massacre”, qui accade l’inverso di cio’ che avviene per me in casi come quello di Saviano. L’infamia morale di Céline distrugge ogni residuo valore di quel testo. Sto parlando di quel testo preciso. Dopodiché, le cose stanno ben diversamente per altri testi, come il Voyage o Morte a credito. Ci sono situazioni in cui la distinzione funzionale non vale più.

    Ma il mio discorso non mirava a depoliticizzare la letteratura, ma semmai a ripoliticizzare gli scrittori, ma non in virtù del loro ruolo di scrittori, ma di cittadini innanzitutto

    Giusco, puoi esplicitare e chiarire meglio il tuo discorso, sopratutto sul rapporto tra umanisti e scienziati?

  32. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 18:38

    aggiungo a Stefano e a Giusco:

    ho citato appositamente Lepenies; e se si volesse andare a toiccare uno dei nodi del problema qui ci siamo: la cultura del limite; questa cultura del limite, di cui i discorsi sullo sviluppo sostenibile sono solo una pallida avvisaglia, si faranno assieme, nell’intreccio tra saperi sull’uomo e sulla natura. Ancora una volta ci manca la capacità di fare un salto al di là delle vecchie dicotomie umanisti-scienziati.

    a franco: chiunque mi dica che siamo fuori tempo massimo, non fa che appiattirsi sull’esistente, sulle idee dominanti, che ci fanno credere che ormai i giochi sono fatti. Una nuova versione della fine della storia… No, grazie.

  33. stefano zangrando il 17 aprile 2007 alle 18:45

    @francesco pecoraro

    Il “valore di verità” è forse la capacità di un’opera d’arte, verbale ma non solo, di provocare nei suoi fruitori di una data epoca e di un dato luogo una scossa estetica e cognitiva che estenda la loro – pur relativa e sempre di nuovo aggiornabile e/o modificabile – conoscenza del mondo e dell’esistenza umana. Questa estensione percettiva viene di solito percepita dagli stessi fruitori, anche quando è avvertita come una cognizione veridica del male, come un miglioramento.

  34. titoloprovvisorio il 17 aprile 2007 alle 19:09

    Che cosa sia il “valore di verità” è difficile da definire in modo convincente, è vero, se non per approssimazioni successive. E’ però anche vero che tutti qui sanno cosa sia.

    L’infamia morale di cèline (condivido) è però davvero priva di quel valore di verità? Valore di verità non significa necessariamente buono, non è uguale a valore di bontà.

    Un’opera strumentale non ha valore di verità, un’opera nata dall’odio può averlo, e alla fine, se provoca reazione, potrebbe anche portare, a suo modo, un risultato paradossalmente positivo, come esempio imprescindibile per la definizione di quel che non vogliamo.

    Spazzare via il male è difficilissimo, combattere quello artefatto impossibile, mi sembra, è più facile combattere con successo quello che si mostra nella sua intollerabile verità. Era sincero, Cèline, odiava davvero, perciò lo VEDIAMO. Vedere è meglio che barcollare bendati.

  35. franco il 17 aprile 2007 alle 19:39

    Dico che la coscienza “da intellettuale” prefiguri un limite, che è quello dell’ingozzarsi voracemente di razionalità. Il limite di siffatta “cultura” è paro paro disciolto nei discorsi pericolosi, estremistici, di frangia profetica di Giusco; o ancora nel dirigismo. Insomma, il tuo pezzo, caro Andrea, mi sembrano nutrito di furori, ritorni un po’ freak. A fronte di questo le traiettorie non si consumano necessariamente nelle fini(vd. fine della storia), anzi, non sappiamo dove sfocino.

  36. marco rovelli il 17 aprile 2007 alle 19:48

    Grazie, Stefano, per la definizione inappuntabile.
    Quanto alle bagattelle, è una delle poche opere céliniane che non ho letto, dunque dovrei tacere. Però quel che dice “titoloprovvisorio” è convincente, e consiste con la definizione di Stefano. La sua verità specifica potrebbe forse stare nel mettere in scena un simulacro di verità.

  37. GiusCo il 17 aprile 2007 alle 20:13

    Mi pare che franco abbia colto il punto. Il limite fondamentale, a mio avviso, e’ stato superato col Progetto Manhattan: esisteva una frangia interna di scienziati contraria prima alla costruzione della bomba, poi allo sgancio su Hiroshima. Szilard era il piu’ esposto, tra i contrari, ma nulla ha potuto, salvo dedicarsi ad altro e lasciare il campo. Su quella base di “success history” (!!) sono replicati tutti i maggiori progetti scientifici che danno lavoro ai polli da laboratorio da cinquant’anni a questa parte: spezzettazione dei compiti, struttura a piramide, passaggio finale all’industria.

    I dibattiti che Inglese rivendica si fanno (con molte meno competenze umanistiche specifiche ma non minore senso della storia o, propriamente, cultura basata sui passati trials & errors) internamente agli staff di ricerca e chi non si allinea lascia il gruppo. Nessuno e’ insostituibile, quindi all’atto pratico cambia nulla, salvo un minimo rallentamento che non frena la corsa del progetto complessivo. Questi progetti sono finanziati a livello di joint-venture tra Stati, hanno durate massime di 5 anni e in oltre l’85% dei casi vengono valutati alla fine come “successful” e pronti a ricadute pratiche. Segno che la macchina intellettuale razionale funziona a gonfie vele.

    Non riesco a vedere ne’ capire come degli esterni alla piramide (gli “intellettuali” di Inglese o gli umanisti in genere) possano intervenire. Davvero credete allo sviluppo sostenibile e altre robe/credenze del genere? O al fatto che debba venire realizzata la comunanza umanisti/scienziati, superando il dualismo? Cosa dovrebbe indurre a rallentare e dividere il tavolo, quale autorita’, quale coscienza, quale bisogno? Cio’ che viene chiamato Fine della Storia (o altro) e’ sostanzialmente l’autocertificazione della propria estraneita’ di gruppo ai nuovi processi dominanti, aggravata giorno dopo giorno dal continuo restringimento dei fatturati cultur-culturali da una parte e del seguito popolare dall’altra.

  38. titoloprovvisorio il 17 aprile 2007 alle 20:35

    La politica, caro Giusco, e paradossalmente nei suoi aspetti meno nobili.
    I governanti eletti, tendono, lentamente e con riluttanza, ma comunque tendono a cavalcare i grandi processi democratici, quando capiscono che la loro elezione dipende anche dagli elettori e non solo dalle grandi lobbies. E’ una lotta impari, ma tutte le conquiste che sono state fatte (certo, a fronte di altrettante sconfitte) sono arrivate così, il “popolo” è bue nei due sensi, cioè anche nel senso di quello che trascina il carro con sè. In questo do ragione a tutti quelli che qui chiedono agli intellettuali o altro di simile, di parlare a voce alta, di convincere, di spingere, di usare la retorica.

    Gli esterni della piramide in quanto singoli esterni possono solo cercarsi un altro lavoro, gli esterni come parte della colletività, come cittadini, possono sperare di fare massa.

  39. titoloprovvisorio il 17 aprile 2007 alle 20:36

    Il commento sopra era in risposta a questa domanda di GiusCo:

    Cosa dovrebbe indurre a rallentare e dividere il tavolo, quale autorita’, quale coscienza, quale bisogno?

  40. andrea inglese il 17 aprile 2007 alle 22:07

    Grazie a Stefano per la definizione del “valore di verità”, che sostanzialmente condivido. Non condivido, invece, anche se sembrerà un’altra sfumatura, il fatto che un testo come Bagatelle, che è una semplice raccolta dei peggiori e più beceri stereotipi antisemiti, abbia un valore di verità. Qui si confonde segno e sintomo. Altrimenti anche Hitler e la soluzione finale sono valori di verità, in quanto ci hanno rivelato che cosa puo’ fare l’odio e l’ignoranza, educati dentro una macchina di distruzione potente e avanzata tecnologicamente.

    Ma veniamo all’argomento di Giusco. Questo mi sembra un tema davvero importante, oltre che perfettamente pertinente con la riflessione che ho proposto. Ed è anche vero che sul versante delle reti di scienziati assoldati nei progetti di ricerca controllati da stati o multinazionali, non disponiamo noi “popolo bue” che pochi dati. Questo perché l’informazione parla sempre d’altro, del tipo magari che piscia sotto casa o della vergine che ha partorito otto gemelli, ecc.
    Già puntare l’attenzione su questi fenomeni sarebbe un MUTAMENTO dell’esistente, ossia una crescita di consapevolezza.

    Poi un’osservazione a Giusco. Cerchiamo di creare anche nella discussione più occasionale vere forme di ascolto rciproco. Il mio pezzo è interamente centrato sull’idea di abbandonare le “mitologie” della corporazione degli intellettuali… Quindi non rimandarmi un concetto che io stesso reputo insufficiente.

  41. marco rovelli il 17 aprile 2007 alle 23:04

    Ho letto di recente “Etica” di Badiou. A proposito del nazismo, lui parla appunto di simulacro di verità: in esso sono all’opera tutti i tratti formali della verità. Non è un evento di verità (volto al bene), ma dev’essere pensato a partire dal processo di verità che lo ha reso possibile. Nel Male si vede in filigrana il Bene. Forse questo schema concettuale può essere utile anche per ciò di cui stiamo parlando.

  42. Marco Motta il 18 aprile 2007 alle 00:26

    Per Valter Binaghi: bel post pieno di slogan!
    Per Luminamenti: mi fa un bell’effetto sentire parlare di rinuncia e di spiritualita’. Penso che chiunque abbia affrontato una certa filosofia moderna seriamente sia in qualche modo spinto a tirare le tue stesse conclusioni, di cui una e’ che oltre ad antropocentrismo e nichilismo c’e’ una terza opzione o, almeno, DEVE esserci.
    Personalmente ho scritto alcuni articoli che esplorano la connessione tra fine del linguaggio/fine del mondo (anche se ultimamente non sono piu’ sicuro della sinonimia dei due termini), rinuncia alla soggettivita e il concetto post-moderno di artista (di cui Burri ne sarebbe esempio massimo). Purtroppo sono in inglese, ma insomma, era tanto per offrire a Luminamenti la mia solidarieta’ intellettuale. Purtroppo c’e’ ancora chi, come Andrea Inglese, parla di etica senza aver risolto il problema metafisico dei fondamenti, o per lo meno senza essersi interrogati a sufficienza sulla questione se tale problema vada risolto o meno; e cosi’ si avventura in definizioni del tipo: “autonomia e’…” che mi fanno tanto venire in mente quei due bambini nudi che ti spiegano l’amore a fumetti.

  43. GiusCo il 18 aprile 2007 alle 00:45

    Andrea, cercavo di rimanere nello stereotipo per rendere agevole la comprensione a piu’ lettori possibili. Non dubito sostanzialmente, ne’ intendo sminuire la tua analisi, sebbene non ne colga tutti i rimandi.

    Voglio aggiungere, tornando all’oggetto del discorso, che dal punto di vista applicativo in molti campi si stanno solo cominciando a realizzare dispositivi modellati e teorizzati negli anni ’60-’70. Se dunque e’ gia’ terrificante quel che appare ora, considerate che la tecnica e’ 30/40 anni dietro la scienza pura. Perche’? Perche’ alcune di queste innovazioni sono talmente radicali che altererebbero sostanzialmente i cicli economico-produttivi di molti Stati e multinazionali.

    Su carta e nella pratica esiste gia’ l’auto elettrica a costo quasi zero, ma il brevetto e’ stato acquistato e affossato da una lobby petrolifera e cosi’ il ciclo della benzina e’ salvo; esiste un potenziale generatore eolico risolutore di ogni problema di convenienza, che sfrutta i venti di alta quota (KiTegen), mandando all’aria l’indispensabilita’ dei combustibili fossili. Questo per cominciare e solo per il campo dell’energia, che e’ il mio specifico. Potrei dire -con minore cognizione- di medicinali non mandati in produzione perche’ RISOLUTIVI di patologie che si preferisce tenere croniche o solamente lenite per puri motivi economici; potrei dire di materiali talmente valuabili (scusate l’anglismo, non mi viene che questo “valuable”) da rendere indistruttibili tutti o quasi quegli oggetti che normalmente si usurano in qualche anno e vanno cambiati.

    Il discorso e’ lungo e complesso, non si puo’ che schizzare, in un colonnino di commenti. Occorrerebbero 12-15 reporter-analisti professionali, competenti in piu’ saperi specifici, capaci di trovare le informazioni giuste e ricostruire con accuratezza (di metodo) e precisione (di risultato) il ciclo di lavoro delle imprese del pensiero odierno. Verrebbe fuori, a mio avviso, un quadro entusiasmante e nello stesso tempo impressionante: mettere su un laboratorio di ricerca teorica avanzata e’ facilissimo, costa pochissimo, i polli sono in larga parti semi-volontari, i ritorni nel medio-lungo termine -sotto forma di brevetti- sono un investimento a ritorno sicuro, basta solo aspettare il momento giusto per lo switch di ciclo produttivo globale.

  44. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 01:11

    (a motta: è vero, non ho risolto il problema metafisico dei fondamenti, ma tanto lo hai già fatto tu, in compenso ho risolto il metaproblema dei metafondamenti, purtroppo in un articolo scritto in una lingua esotica di cui ignoro completamente il significato)

    Giusco: è di questo tipo di informazione che avremmo bisogno, e intendo il maggior numero di persone, ben al di là delle cerchie ristrette degli specialisti informati. Una sorta di controdivulgazione scientifica orientata.

  45. titoloprovvisorio il 18 aprile 2007 alle 01:36

    Quali informazioni ci dà, Giusco?
    O almeno, quale controdivulgazione scientifica efficace e utilizzabile può fare uno specialista? Nessuna se è uno specialista serio, se ne resterà a colloquiare via mail o forum o paper condiviso con l’altro studioso di embrioni di girino. Sono le cinghie di trasmissione che mancano, in tutte le loro declinazioni. E così torniamo alla politica.

  46. titoloprovvisorio il 18 aprile 2007 alle 01:37

    Quali informazioni ci dà, Giusco?
    O almeno, quale controdivulgazione scientifica efficace e utilizzabile può fare uno specialista? (sempre che GiusCo lo sia) Nessuna se è uno specialista serio, se ne resterà a colloquiare via mail o forum o paper condiviso con l’altro studioso di embrioni di girino. Sono le cinghie di trasmissione che mancano, in tutte le loro declinazioni. E così torniamo alla politica.

  47. titoloprovvisorio il 18 aprile 2007 alle 01:38

    scusate

  48. GiusCo il 18 aprile 2007 alle 01:54

    Andrea. Potrei sicuramente provare a mettere giu’ qualcosa di organico.

    Pero’, ripeto, si tratta di un lavoro professionale: ricerca, controllo, verifica e aggiornamento delle fonti (internet e’ sufficiente, in prima battuta, se sai come muoverti); ricostruzione storica e dell’evoluzione ai giorni nostri (qui occorrerebbe consultare pubblicazioni specialistiche cartacee reperibili in accademia); ricostruzione di alcuni casi eclatanti (qui occorrono anche i contatti diretti con i protagonisti). E questo solo per rimanere all’analisi… in parallelo occorrerebbe ricostruire i macroscenari economici e l’incidenza delle grosse multinazionali settoriali, almeno per i casi presi in esame. Quindi, a seguire, analisi geopolitiche e dei flussi di capitale e cervelli dal secondo dopoguerra in poi. Uh quanta roba tireremmo fuori, da analizzare e collocare!

    Se trovo chi mi commissiona il lavoro e mi paga decentemente per un paio d’anni, posso pure farci un brogliaccio dal quale trarre un libro. Non sarebbe facile e non riuscirei a farlo da solo, ma una buona mazzata la darei. E ci sarebbe da ridere.

  49. wvk il 18 aprile 2007 alle 07:19

    > Se trovo chi mi commissiona il lavoro e mi paga decentemente per un paio d’anni …

    Il problema dell’ “autonomia” si configura innanzitutto in questo modo.
    In generale mi trovo d’accordo con l’impostazione di Andrea. Speriamo comunque che le cose stiano come dice GiusCo, significherebbe che l’umanità dispone di assi nella manica che prima o poi dovranno venir calati, ma ciò mi sembra abbastanza inverosimile.

  50. francesco pecoraro il 18 aprile 2007 alle 08:08

    dalla letteratura, dal “principio di verità”, alla “contro-informazione”, alle “fonti alternative”, alla macchina senza benzina e al generatore eolico, alla lametta che non perde il filo, alla cura risolutiva tenuta inguattata per lucrare sui malati, a “le soluzioni ci sarebbero, ma vanno contro interessi troppo consolidati”, al “non poi sapè che cosa non hanno fatto le murtinazzionali”, passando per lo schifo per la scienza e l’anelito alla spiritualità.
    vabbè.

  51. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 09:20

    caro tash, in alternativa puoi passare dalla caponata laziale all’ultimo album di Madonna al problema delle feci dei cani nei centri urbani alla scoperta del gene dell’omosessualità alla beatificazione di Karol: accendi la tele e comprati un “magazine” di quotidiano.

    Giusco ha centrato un punto importante, lo ribadisco, spostando significativamente l’attenzione anche rispetto al lavoro dei molti militanti che si battono contro i brevetti monopolizzati dalle case famaceutiche… Il suo discorso propone una sociologia dei nuovi rapporti integrati tra centri di ricerca scientifica e tecnologia aziendale. Ossia il grosso del lavoro intellettuale che oggi incide o inciderà nel modo più pesante sulle nostre vite.

    Su questo la stessa Maria Luisa Venuta avrebbe da dire non poco. (Vedi suoi interventi su NI)

  52. tashtego il 18 aprile 2007 alle 09:51

    @inglès
    era per dire, che l’attività di contro-informazione la può fare qualsiasi cittadino, scrittore o no che sia.
    mi pareva che qui si tentasse di definire alcune specificità del problema applicato all’attività dello scrivere.
    in ogni caso la separazione tra homo poeticus e homo politicus, che qui pare sia passata, mi sembra sbagliata a prescindere dall’automobile all’idrogeno.
    (alla beatificazione di woityla, preferisco quella di pacelli che ormai pare sia allo start.
    perché mi sembra più bella.)

  53. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 10:20

    @Marco Rovelli. Non ho nulla contro l’impegno dentro il Mondo, anzi.
    Il punto è il come. Se partiamo dall’assioma di Andrea Inglese secondo cui: “Insomma, “autonomia” è per me termine che lega strettamente la consapevolezza di sé e del mondo alla capacità di progettare per sé e per il mondo”, allora non si realizza nessun impegno per e dentro il Mondo, perché ignora i risultati della narrazione letteraria e scientifica dell’ultimo secolo da cui siamo usciti. E oggi, gli effetti sono anche peggiorati.

    Non si possono ignorare i risultati più evoluti della ricerca psicoanalitica, delle neuroscienze, delle scienze cognitive, non si possono ignorare gli esperimenti scientifici e i risultati sulla mente aperta, vasta, consapevole ma libera da qualsiasi attività mentale intenzionale effettuati all’E. M Keck Laboratory for Functionale Brain Imaging and Behavior condotti da Richard Davidson, uno dei pionieri nel campo della neuroscienza degli affetti, o ancora i risultati ottenuti da Paul Ekman, uno dei massimi esperti al mondo di scienza delle emozioni. Quanti sono quelli che conoscono, dato che la divulgazione essenziale ha raggiunto ormai il livello prossimo a zero, gli studi condotti in laboratorio attraverso esperimenti e simulazioni estremamente originali sul potere di amorevolezza studiato nell’interazione umana durante una serie di conversazione tra soggetti con idee e modi di esprimersi differenti e contrastanti? Le implicazioni sociali e politiche sono deduttivamente evidenti!

    Mi pare di avere sentito, qui su N.I. che Andrea Inglese sta a Parigi.
    Se è così gli consiglierei di andare al Centre National de la Recherche Scientifique e di seguire Antoine Lutz, uno dei massimi studiosi al mondo sui fenomeni percettivi e autore di ricerche esplosive sugli stati di coscienza sottile.

    Come ha osservato in un frammento Nietzsche, “non il motivo e lo scopo della tua azione la rendono buona, bensì il fatto che la tua anima trema e luccica”(Frammenti Postumi, Opere, volume settimo, parte seconda, pag 3, Adelphi 1986

    In quanto al problema tra scienze umanistiche e scienze naturali, condivido la posizione metodologica di Chomsky che insiste sulla perfetta leggittimità di condurre indagini su ogni dominio empirico a diversi livelli e con diversi linguaggi, senza preoccuparsi di unificare tali linguaggi e discipline: la chimica e la fisica hanno esaminato per secoli lo stesso dominio, l’organizzazione della materia, ma soltanto nel Novecento è stato possibile unificarle, modificandole entrambe in modo radicale con l’introduzione della meccanica quantistica. Tale unificazione ha permesso di cogliere “la realtà” di quelle che sembravanio semplici costruzioni concettuali, come la tavole periodica degli elementi o i modelli di struttura molecolare di Kekulé.

    Così quando si accede alla ricerca, unica nel suo genere, condotta dal matematico Gian-Carlo Rota sui rapporti tra matematica e fenomenologia, ciò che emerge è la visione di scienziati che debbono scontrarsi con i loro pregiudizi, con le loro filosofie inconsapevoli. Ed emerge come ingegneri, informatici, specialisti di intelligenza artificiale, possano essere i migliori alleati della fenomenologia nella critica dei pregiudizi riduzionistici.
    Rota considera l’intelligenza artificiale come un paradigma di quei presupposti obiettivisti e riduzionisti che spesso informano la ricerca scientifica e che in essa raggiungono , in un accezione heideggeriana, la loro fine-compimento. Essa è conseguente a quella dell’obiettività; una prospettiva che ha aperto la strada alla scienza conseguendo impressionanti successi, ma che ora si dimostra come un ostacolo verso ulteriori traguardi. Ovviamente il riferimento è alla versione radicale dell’obiettivismo e del correlato riduzionismo (da cui nasce quella disputa che ormai dovrebbe essere superata tra tra materialismo e scienze dello spirito). Mentre nelle sue forme non dogmatiche questo atteggiamento rientra a pieno titolo nell’ambito di quella nuova scientificità pluralista rivendicata da Rota.

    Così, nascono spontaneamente nuovi campi disciplinari come per esempio la neuroestetica dello scienziato Ramachandran, o gli studi di neuroteologia.

    Hofmannsthal, Musil, Bachmann, Celan ci insegnano che l’uomo contemporaneo pretende di gettare una luce completa sulla sua esistenza e sulla realtà. In questa maniera l’uomo vede bene ciò che ha, ma non ciò che egli è, come hanno mostrato variamente, Kafka, Wittgenstein e Musil nella loro polemica contro l’etica del possesso. Non sarà mai grande colui che si mistifica abbandonandosi alle illusioni. Per effetto del suo delirio di onnipotenza l’uomo incontra difficoltà a comunicare con gli altri uomini ed esperisce l’impossibilità della via di salvezza, che consiste precisamente nel non cedere all’immediatezza per lasciarsi invece pensare da se stesso, per farsi pensare da una istanza più profonda di se stesso nell’atteggiamento dell’ascolto e della reverenza – in cui consistono poesia, anima e religione – di fronte alle cose, quali che siano.
    Questa possibilità di lasciarsi pensare da se stesso, di farsi pensare da se stesso da parte dell’uomo implica che la psiche, la sfera del pensiero non è più riservata alla zona rischiarata della coscienza e dell’io.

    Forse Tashego che dice a parole di credere nella scienza pura, dovrebbe mettersi sulle Tracce della Filocalia, ed. San Paolo, e…sperimentare (come fa un serio scienziato) e giungere a comprendere quanto ben illustrato come Realtà Cosmoteandrica da Panikkar.

  54. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 10:35

    ci sono due cose, ben differenti: le potenzialità apertamente o latamente politiche di un’opera letteraria, e queste non c’entrano per forza con la retorica dell’impegno o con le dichiarazioni di voto dello scrittore

    c’è la figura dello scrittore, come oggi è costruita grazie ad opininosti, giornalisti, critici e scrittori stessi: in un’Italia eternamente spiritaulista, lo scrittore è interpellato come un consigliere spirituale, oppure, in un’Italia eternamente in via d’aggiornamento, è interpellato come un “operatore culturale”;

    io credo che il punto sia sottrarsi, come scrittori, a questo ruolo già neutralizzato, impagliato, per presentarsi come semplice cittadino capace di critica e capace di costruire circolazione di saperi critici con altri cittadini, rompendo ruoli e barriere di corporazione; quanto ai testi, essi se la caveranno da soli, e se hanno da mordere, morderanno anche senza solenni dichiarazioni d’intenti;

  55. tashtego il 18 aprile 2007 alle 10:43

    io non “credo” a nulla, luminamenti.
    penso sia passato definitivamente per me il tempo in cui era possibile credere in qualcosa.
    così spero per voi.
    tuttavia allo stato delle cose, sono convinto che l’unica forma possibile di conoscenza (ripeto: ammesso che la parola “conoscenza” abbia un senso e non ne sarei così convinto) risieda nella scienza, ossia nel metodo della scienza.
    il resto, metafisica compresa, mi sembrano imbarazzanti chiacchiere.
    la scienza ha anche questa particolarità: è l’unico vero strumento che abbiamo per opporci alla natura.
    il fatto che non si muore più a vent’anni sta lì a dimostrarlo, così come lo dimostra ogni aereo che decolla da un aeroporto.
    immagino che anche tu, oh luminamenti, se ti becchi una polmonite prenda gli anti-biotici: sospendendo sino alla guarigione il giudizio negativo sulla scienza, suppongo.
    opposizione alla natura non significa distruzione, sono quindi forsennatamente d’accordo con ogni politica e ogni prassi conservativa e contro ogni spreco, di massa e non.
    stare dalla parte di Prometeo, non significa automaticamente un assenso alla distruzione capitalistica del pianeta, che è quello che sta accadendo.
    di san paolo pensavo di riuscire, ancora per qualche tempo, a fare a meno.

  56. tashtego il 18 aprile 2007 alle 10:44

    (sono due giorni che praticamente non faccio un cazzo per seguire questa discussione)

  57. milo il 18 aprile 2007 alle 11:12

    “…l’impossibilità della via di salvezza, che consiste precisamente nel non cedere all’immediatezza per lasciarsi invece pensare da se stesso, per farsi pensare da una istanza più profonda di se stesso nell’atteggiamento dell’ascolto e della reverenza – in cui consistono poesia, anima e religione – di fronte alle cose, quali che siano.
    Questa possibilità di lasciarsi pensare da se stesso, di farsi pensare da se stesso da parte dell’uomo implica che la psiche, la sfera del pensiero non è più riservata alla zona rischiarata della coscienza e dell’io.”

    In questo passo è intrappolata la differenza fra conoscenza e scienza. La scienza pensa, non si fa pensare. La conoscenza non pensa, ma si fa pensare. Da ciò traiamo che poesia, anima, religione sono alla base della piramide, e, metaforicamente parlando, polli o cavie da laboratorio.

    Inglese, sul ruolo dello scrittore: mi pare che non si riesca a capire che molti condotti sono tappati. proprio lo spirito di casta che si intende combattere ha decretato la deriva. infine, il movimento si è trasformato in movimentismo e fa il solletico.
    Si tratta di iniziare a perseguire stili di danza diversi, guardarsi un po’ intorno e abbandonare le zavorre.
    La divaricazione fra i due mondi porterà veramente a una tirannide planetaria, si va in quella direzione.
    Andrebbe riletto il Weber di “La politica come professione” e “La scienza come professione”.

  58. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 11:12

    (è uno dei commenti più belli e spiritosi che tu abbia mai scritto, caro tash)

  59. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 11:31

    Se la tecnica è rimasta indietro di almeno 30 anni rispetto alla scienza è perché mancano scrittori che riescano a far percepire come tollerabili dalla psiche umana i cambiamenti ontologici in atto.

    Se poi Inglese vuole più Saviano, allora le case editrici commissionino più inchieste giornalistiche romanzate.

  60. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 12:06

    Se la tecnica è rimasta indietro di trent’anni rispetto alla scienza, allora il senso comune dove sta?
    Questo thread è iniziato bene e secondo me è finito male, non perchè si siano dette sciocchezze, ma perchè si è scivolati dal piano della cultura diffusa (è lì che lo scrittore trova la sua ragion d’essere, piaccia o meno) al piano dell’aggiornamento scientifico o parascientifico degli intellettuali.
    Un poeta, un romanziere o un giornalista che non sono ricercatori universitari comunicano a livello dell’opinione, che poi è il livello in cui le masse più o meno cooptate sanciscono decisioni politiche. Quindi il loro campo primario è quello dei valori umani ed etici, non quello dell’informazione scientifica più o meno dettagliata, il che non significa che essi non abbiano il dovere morale di sapere dove vanno scienza tecnica ed economia, ma che devono fare i conti con l’ottanta per cento della popolazione che a queste informazioni non ha accesso perchè non ha motivazioni o strumenti intellettuali per averne.

  61. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 12:10

    A Lumina, che cita neuroscienziati e cognitivisti…
    alcuni motivi per non interessarmi al versante tanto di moda: scienze cognitive & c

    motivo filosofico (epistemologico); ho approfondito e accolto la confutazione del paradigma cognitivista (alla base di svariate opere e ricerche settoriali) realizzata dal filosofo Vincent Descombes, in due volumi usciti in Francia (2000 o 2001): “la denrée mentale” e “les institutions du sens”; argomento tecnico, che si puo’ sintetizzare in questo modo: il paradigma cognitivista è una nuova e diversa forma di riduzionismo scientista applicato ai fenomeni culturali, sociali e storici

    motivo etico-politico: la moda delle neuroscienze e delle scienze cognitive nella versione “grande pubblico”, un modo per distrarre le persone con i grandi enigmi del cervello e per distoglierle dalle dure verità dell’organizzazioen capitalistica del lavoro; in sintesi, io comune mortale sono molto più motivato a leggere studi di buona sociologia che disquisizioni ultra tecniche sul rapporto mente corpo, ecc.

  62. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 12:36

    Di quale cultura diffusa, di quale senso comune si farnetica se tutti noi siamo obnubilati dal regime mediatico che ci riduce a risorse umane?

    Continuate a scrivere di paraletteratura. La sola che può dare uno status allo status quo.

  63. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 12:39

    Le ricerche sociologiche mi ricordano poi le indagini di mercato.

  64. stefano zangrando il 18 aprile 2007 alle 13:27

    Nonostante l’importanza delle nuove riflessioni sviluppate grazie a GiusCo, sono d’accordo con Binaghi.
    Houellebecq, per dirne uno (dei pochi).

  65. andrea inglese il 18 aprile 2007 alle 13:52

    a stefano e binaghi,
    no, non sono d’accordo. La direzione della discussione è secondo me quella giusta, e che va in realtà nella direzione espressa da Binaghi. Io ho terminato il mio pezzo parlando di “responsabilità nei confronti dei saperi”. Ed è in fondo intorno a questo che si sta discutendo.
    Binaghi ha ragione e ha torto.

    Ha ragione perché non si parla di scienza, come attività specialistica, ma di conseguenze di quella attività che riguardano anche chi ha dimenticato la tabellina del nove.

    Binaghi ha torto, perché si porta dietro un pregiudizio idealistico e spiritualistico che pensa che in fondo, con il buon senso comune, si puo’ arrivare a deliberare su tutto. E invece NON è vero. C’è senso comune e senso comune. Come pronunciarsi sulle legislazioni del lavoro, se non circoilano analisi aggiornate e accessibili sul mondo del lavoro? Leggendosi Vittorini?

    E quello di cui qui si sta parlando, secondo me, è questo: come modificare il senso comune, fornendoci di saperi all’altezza delle sfide dei tempi. E siccome, scrittori o meno, noi fruitori della blogsfera, facciamo parte di un settore privilegiato del pianeta, in termini economici e conoscitivi, potremmo anche smetterla di pensare che l’universo culturale cosi come si presenta a noi, più o meno mercificato, più o meno amorfo, sia al di fuori della nostra presa pur limitata. Noi siamo agenti di esso, non solo terminazioni periferiche, in qualità di pubblico, o di “predicatore laico” sollecitato a indignarsi periodicamente su questioni davvero secondarie, ecc.

  66. la funambola il 18 aprile 2007 alle 14:10

    è per luminamneti( quanto tempo che non ti leggevo!)

    “…l’impossibilità della via di salvezza, che consiste precisamente nel non cedere all’immediatezza per lasciarsi invece pensare da se stesso, per farsi pensare da una istanza più profonda di se stesso nell’atteggiamento dell’ascolto e della reverenza – in cui consistono poesia, anima e religione – di fronte alle cose, quali che siano.
    Questa possibilità di lasciarsi pensare da se stesso, di farsi pensare da se stesso da parte dell’uomo implica che la psiche, la sfera del pensiero non è più riservata alla zona rischiarata della coscienza e dell’io.”

    Se ti lasci pensare da te stesso, ossia se approdi ad una conoscenza che “toglie peso a quello che si fa e per la quale tutto è privo di fondamento tranne se medesima, pura al punto di aborrire persino l’idea di oggetto, “conoscenza” che traduce quel sapere estremo secondo il quale fare o non fare un atto è la stessa cosa” ecco, se approdi a questo tipo di consocenza poi non ti restano tante alternative.
    Da una parte “senti””che nessuno dei gesti da noi compiuti merita la nostra adesione, che niente è avvalorato da una qualche traccia di sostanza, che la “realtà” è dell’ordine dell’insensato”
    Dall’altra la realtà preme e le urgenze sono sempre in agguato.
    insomma stai inguaiato mica male :) e quan
    È impossibile svincolarsi dalle apparenze definitivamente e questo crea l’equivoco, il malessere, il disagio di non poter decidere né in senso né nell’altro.
    La soluzione unica possibile e perciò impossibile sarebbe quella di sprofondare nell’essere e abiurare il fare.
    Sprofondare nell’essere e sacrificare talenti e voglia di “emergere” di “arrivare” di “salvare” di “agire per una qualsiasi salvezza”.
    Ma chi sprofonda nell’essere non potrà che trovare il fallimento, e tutti abbiamo paura del fallimento, del non senso e allora abbiamo bisogno di “visibilità”, rincorriamo il “successo” che ci allontana da quanto c’è di più intimo in noi e in tutto.
    E allora il problema non si pone nei termini di homo politicus o homo di scienza o omo di lttere o omo di chiesa o omo qualunque, ma semplicemente della possibilità di essere unico, di essere Uomo
    Che fare allora?
    Penso che ognuno di noi sappia bene anche se in modo confuso, solo che gli alibi che ci costruiamo per legittimare un “fare” sono potentissimi.
    Siamo un’uminità idaffarata al nulla da millenni.
    Baci
    la funambola

  67. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 14:15

    Oggi il mondo della cultura non coincide più con quello della natura. C’è stata una frattura. Da sanare. La natura, così come la concepivamo fino a qualche decennnio fa, non esiste più. Questa è una questione fondamentale. Da affrontare. Avere un atteggiamento etico significa dare uno statuto a quelle istanze che non vengono ancora leggittimate.

  68. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 14:18

    Legittimare il cambiamento. Sempre.

  69. la funambola il 18 aprile 2007 alle 14:26

    è per luminamenti (quanto tempo non la leggevo!)

    1.“…l’impossibilità della via di salvezza, che consiste precisamente nel non cedere all’immediatezza per lasciarsi invece pensare da se stesso, per farsi pensare da una istanza più profonda di se stesso nell’atteggiamento dell’ascolto e della reverenza – in cui consistono poesia, anima e religione – di fronte alle cose, quali che siano.
    Questa possibilità di lasciarsi pensare da se stesso, di farsi pensare da se stesso da parte dell’uomo implica che la psiche, la sfera del pensiero non è più riservata alla zona rischiarata della coscienza e dell’io.”

    Se ti lasci pensare da te stesso, ossia se approdi ad una conoscenza che “toglie peso a quello che si fa e per la quale tutto è privo di fondamento tranne se medesima, pura al punto di aborrire persino l’idea di oggetto,
    “conoscenza” che traduce quel sapere estremo secondo il quale fare o non fare un atto è la stessa cosa” ecco, se approdi a questo tipo di conoscenza poi non ti restano tante alternative.
    Da una parte “senti””che nessuno dei gesti da noi compiuti merita la nostra adesione, che niente è avvalorato da una qualche traccia di sostanza, che la “realtà” è dell’ordine dell’insensato”
    Dall’altra la realtà preme e le urgenze sono sempre in agguato.
    È impossibile svincolarsi dalle apparenze definitivamente e questo crea l’equivoco, il malessere, il disagio di non poter decidere né in un senso né nell’altro.
    La soluzione unica possibile e perciò impossibile sarebbe quella di sprofondare nell’essere e abiurare il fare.
    Sprofondare nell’essere e sacrificare talenti e voglia di “emergere” di “arrivare” di “salvare” di “agire per una qualsiasi salvezza”.
    Ma chi sprofonda nell’essere non potrà che trovare il fallimento, e tutti abbiamo paura del fallimento, del non senso e allora abbiamo bisogno di “visibilità”, rincorriamo il “successo” che ci allontana da quanto c’è di più intimo in noi e in tutto.
    E allora il problema non si pone nei termini di homo politicus o homo di scienza o omo di lettere o omo di chiesa o omo qualunque, ma semplicemente della possibilità di essere , di essere Uomo
    Che fare allora?
    Penso che ognuno di noi, se è approdato anche solo per caso, anche solo di striscio a quel tipo di “conoscenza” sappia cosa dovrebbe fare ,anche se in modo confuso, solo che gli alibi che ci costruiamo per legittimare un “fare” che ci mette al riparo dalla Domanda, sono potentissimi.
    Svegliarsi dal “sonno” della coscienza e non aver nulla da “proporre” se non l'”essere”, l”esistere”,
    è impresa troppo coraggiosa per un’umanità pavida, figuriamoci per gli Ambiziosi che costituiscono le così dette “classi dirigenti” o elite culturali, politiche , scientifiche ecc ecc ecc
    Siamo un’umanità idaffarata nel nulla da millenni.
    Baci
    la funambola

  70. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 14:36

    Legittimare le nuove istanze è atteggiamento etico.

  71. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 15:13

    @Andrea Inglese. Non esiste nessun paradigma cognitivista, dato che le scienze cognitive è un campo molto vasto e diversificato. Per la sua storia consiglio la lettura dell”italiano Bruno Bara.

    Nessuno degli autori che cito è da grande pubblico (sebbene ci siano loro pubblicazione anche per il grande pubblico. Mi dai l’impressione di essere completamente disinformato e di avere solo una posizione aprioristica e dogmatica rispetto alle soluzioni dei problemi dell’organizzazione capitalistica del mondo). C’è una quantità enorme di pubblicazioni scientifiche che richiedono competenze culturali molto approfondite e che mostrano quanto sostengo. Se poi ci sono anche divulgazioni per il grande pubblico questo non è un male se viene rispettato un certo rigore. Non puoi mettermi davanti un autore, quale quello che citi, che è incompetente e per nulla informato e molto divagante! Non si può dialogare correttamente senza avere una panoramica di quello che accade nei laboratori di neuroscienze, di fisica, di biologia. Se prendiamo il campo della biologia e uno si prende la briga di leggersi un po’ di riviste scientifiche (non quelle da edicola) ci si accorge di grandi mutazioni epistemologiche in corso. La convergenza tra fisica, antropologia (che è andata più avanti della filosofia, penso a Needham) è impressionante se comparate a modelli di filosofia come quella cinese, giapponese, ebraica che hanno molto da insegnare ancora oggi.

    Inoltre i risultati portati dagli esperimenti a cui ho accennato non hanno nulla di riduzionistico. Ma di che stiamo parlando? Mi metti davanti un muro di carta che è già è stato abbattuto con un soffio dall’evoluzione del pensiero.

    La via di mezzo della conoscenza di Varela, Thompson, Rosch è un libro complesso, difficile.
    Si metterebbero a ridere gli scienziati e le mura dei loro laboratori a sentir parlare di moda di neuroscienze nei loro dipartimenti. Le obiezioni alle scienze cognitive dell’autore che mi citi sono semplicimente ridicole. Basterebbe che si facesse un elettroencefologramma a 256 sensori per vedere smentite le sue affermazioni prive di qualsiasi fondamento. Ci sono prove, esperimenti che parlano. L’autore che tu mi citi con i suoi volumi è una bufala già ben nota. Uno dei tanti che si mettono in cattedra e che non sanno come negare quanto accade.

    Quindi gli studi di psichiatria fenomenologia di Bruno Calleri sono roba da gran pubblico e di stampo riduzionista?

    Pensare che una come Rota sia alla moda o da grande pubblico è semplicemente volere chiudere gli occhi di fronte a certe cose (per non dire di non averlo mai letto). La lettura di Nuovi Orizzonti nello Studio del Linguaggio e della Mente di Chomsky è tutto tranne che un libro alla moda. E’ un libro molto impegnativo.

    Gli studi di Marco Margnelli in Natura e struttura di alcuni stati di coscienza non sono alla moda.

    I risultati riportati in Mindfulness da Zindel V. Segal, J. Mark G. Williams e di John Teasdale sono di quanto più rigoroso c’è sugli studi sulla presenza mentale e l’effetto di cambiamento.

    In quanto alla tua fiducia nella sociologia, non mi sembra che la sociologia abbia alcuna incidenza sul cambiamento. E’ in gran parte un enorme costruzione retorica-statistica che non porta da nessuna parte, ma se proprio uno deve interessarsi alle teoria sociologica, guardi almeno a qualcosa di nuovo. Il tuo discorso già si faceva ai primi del Novecento. Sono passati mille anni e non mi sembra che è mutata l’organizzazione capitalistica se non in peggio attraverso le sue mutazioni camaleontiche. La sociologia in ogni caso ci può solo dire quello che si vede, ma è assolutamente impotente in quanto a produrre cambiamenti nell’uomo e nelle sue relazioni. La sociologia poi non è forse proprio il campo disciplinare dove lo scientismo più banale prende forma? Da dove nasce la sociologia?

    Ma come è possibile credere ancora a queste balle?

    A me sembra che propria la tua posizione sia di quelle che mettono a tacere le possibilità del cambiamento dell’organizzazione capitalistica perchè disimpegnano la fatica che ognuno di noi deve intraprendere con se stesso per una mutazione antropologica.

  72. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 15:33

    Queste grandi mutazioni epistemologiche in corso vanno riconosciute e legittimate, ma non dal consenso di massa. Non sarebbe etico continuare ad affidarsi al tribunale della communis opinio.

  73. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 15:57

    Morgillo: Legittimare il cambiamento. Sempre.
    Della serie: chi si ferma è perduto?

    In nome della communis opinio: affanculo al neo-giacobinismo scientista, che vuole rifare il mondo senza interpellare chi ci abita.

  74. Massimo V il 18 aprile 2007 alle 16:15

    Diamo il via alla Grande Rivoluzione Cognitivista! Facciamo largo alla Grande Trasformazione Antropologica che ci porterà, grazie alla Neuroscienza, a sentire meno il bruciore al culo che quotidianamente sentiamo grazie a una classe economica-politica mondiale che ci sta sistematicamente sodomizzando da n anni. Cantiamo, popolo di unhappy smiling, lungo il sentiero che porta a un luminoso futuro. Non c’è bisogno di alcuna prassi, e neanche di scervellarsi per trovare una via d’uscita. La sociologia è una bufala, la storia è una bufala, la mozzarella è di bufala e la letteratura, ovviamente, è una bufala. Le masse non sono naturalmente in grado di comprendere questa mutazione epistemologicoantropologica, ma si sa, le masse non hanno mai capito un cazzo. Ci vuole qualche intellettuale che le guidi docilmente strappandole al loro sonno televisivo o, sarebbe meglio allo stuolo di lavori di merda e sottopagati che sono costretti a fare. Ovviamente queste guide del popolo andrebbero prima sottoposte a un EEG a 256 sensori

  75. Alessandro Morgillo il 18 aprile 2007 alle 16:38

    Non si può più decodificare il mondo con vecchie formule che suonano come nostalgiche chiavi di lettura, nel disperato tentativo di difendere il proprio status.

    Non si può più vivere di sola angoscia e paura del futuro.

  76. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 16:48

    @funambola (funambola come Philippe Petit?) Beh, proprio il tuo nick mi fa pensare in maniera inerente alla mia impostazione alla ricerca dell’immobilità a cui deve consacrarsi proprio il funambolo per poter essere produttiva.

    Farsi pensare da una istanza più profonda da se stessi, lasciarsi pensare da se stessi nell’atteggiamento introspettivo dell’ascolto e della reverenza e della meraviglia non è un chiudersi in se stessi e togliere peso al “fare delle cose e del mondo”. Se dovessi esaminare quanto detto solo con la versione pur sempre limitante dell’approccio psicoanalitico mi soffermerei sull’uso scientifico del metodo introspettivo-empatico di Kohut o alle implicazioni politiche di un saggio psiconalitico come Ululare con i Lupi, dove la sociologia non può che vergognarsi di se stessa di fronte alla pregnante analisi della funzione di reverie intesa come apertura intermittente della mente al contagio da parte dell’altro. Così una carenza di reverie è alla base del conformismo inteso come identificazione al gruppo, sia delle ideologie-rifugio come ad esempio l’ambientalismo, il femminismo, il pacifismo vengono assunti come tane in cui trovare scampo dalla paura di sentire e di pensare. Così il rifiutare di rivoltare se stessi come un calzino porta i singoli a ululare con i lupi, cioè a conformarsi, eludendo la propria specificità e la propria individuazione.

    Ma continuando, andando oltre la psicoanalisi…
    E’ al contrario uno svuotarsi per prendersi carico del mondo, è preparazione all’azione. All’agire che incide e taglia con la consapevolezza e presenza mentale che nulla ha fondamento.

    Prendo un punto di vista.
    Un pensiero di Naropa è rimasto finora recluso entro il buddhismo. Sarà cruciale comprenderlo quando la distinzione tra realtà reale e realtà virtuale sarà meno drastica e intimante di oggi:
    “L’immagine sacra non è un essere e nemmeno un non essere perché si ha la visione di una cosa che è tuttavia vuota di realtà. Nonostante l’assenza di un ente reale, qualcosa tuttavia appare, come maya: come sogno o magia. Benché non vi sia una sostanza reale, ben si vede tuttavia che questo qualcosa nasce, e come la gemma dei desideri, ha il potere di adempiere alle aspettative di infinite creature”.

    Se poi passo a una lettura di tipo divulgativo, ma pur sempre molto impegnativa per i più, come il Velo di Einstein, il nuovo mondo della fisica quantistica di Anton Zeilinger, mi accorgo che quanto detto da Naropa è una verità in effetti.

    Aggiungo al mio discorso in generale. Come posso pensare di dominare il mondo delle mie relazioni sociali e politiche se non sono in grado di governare pulsioni psichiche come l’invidia, la gelosia, il possesso, l’avidità, l’aggressitività, la paura, l’angoscia?

    Dobbiamo andare ai limiti del cerchio. Dall’interno del cerchio ci attira ciò che è esterno ad esso (oppure facciamo finta di non vedere e diventiamo sociologi o psicologi, o ancora peggio politici), proprio ciò che per definizione – perché la logica fattuale della nostra vita e del nostro linguaggio ce lo impedisce – non possiamo conoscere: dunque il problema fondamentale è quello dei bordi: ciò che non riusciamo a capire, ciò che sta oltre i confini, per cui non abbiamo categorie.
    Questa indefinita regione dello spazio extralogico, in particolare, è conoscibile solo dall’interno: nessun lettore può uscire dalla realtà e contemplarla da fuori. Si può leggere solo “dentro”. Questa zona al di là del linguaggio può essere avvicinata secondo due modalità distinte ma connesse: attraverso un processo ipotetico di estensione del linguaggio stesso , in modo da cercare di ricondurre l’ignoto al noto, oppure assumendo il fatto logicamente ineludibile della limitatezza dello spazio delimitato dal cerchio linguaggio-mondo. La prima prospettiva di conoscenza è quella estetica ( a cui è da ricondurre anche il discorso narrativo scientifico), la seconda quella religiosa, che ritengo per ragioni argomentative qui non presentabili, più potente ( in breve e deduttivamente l’Amore in quanto Reale è più penetrante del Pensiero in quanto Realtà o Desiderio nell’ineffabilità dell’agire oltre nozioni come Bene e Male).

  77. stefano zangrando il 18 aprile 2007 alle 16:50

    “Più si è intelligenti, più si è stupidi.” (W. Gombrowicz)

  78. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 17:00

    E’ proprio la fisica, le neuroscienze e tutta la grande tradizione delle scienze dello spirito e ciò che tramite esse è dato a conoscere che indica la prassi, e non certamente l’ironia nichilistica delirante che non vuole esaminare e impegnarsi con se stessi per avere relazioni e rapporti con gli altri di natura non afflittiva. Non è un problema né di intellettuali, né di leadership, ma di sbattere il muso con il proprio dolore, con le proprie sofferenze e vincerle. Quando il campo antropico dell’informazione si irradia al livello di una massa critica di individui, allora scatta una mutazione epocale nelle mentalità delle coscienze.
    Intanto si deve sempre iniziare secondo il modello di Adorno. Il naufrago che lasciato solo lancia in mare aperto la sua bottiglia con il suo messaggio. Bisogna seminare per inseminare.

  79. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 17:07

    Mi fa piacere vedere citato Witold Gombowicz. Concordo con questa citazione e sono contrario a ogni progetto meritocratico della società basato sulle proprie prestazioni intellettuali.

  80. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 17:37

    Un giorno un mio alunno si è vantato con me di partecipare di notte a raid automobilistici illegali, roba da fegatacci insomma.
    Gli ho detto che era uno spreco di vita inutile.
    Mi ha detto che non ho le palle.
    In questo piccolo episodio per me c’è tutta la disarmante povertà dell’ideologia. Avendo già deciso che tutto è solo questione di velocità (con annessi e connessi: inseguire, aggiornarsi, adeguarsi, o addirittura anticipare, il Future del pensiero), interpreta la stabilità, la conservazione, l’attesa, l’assimilazione semplicemente come non valori.
    Il diritto di parola non si tocca, ma aveva ragione Platone: nessuno dovrebbe poter far parte di una elite di governo, se non ha compiuto quarant’anni.

  81. wovoka il 18 aprile 2007 alle 17:39

    Diavolo d’un Luminamenti, mi fa passar la voglia di studiare.

  82. Eva Risto il 18 aprile 2007 alle 17:59

    oddioooooooooooo!

    @ massimo v

    meno male che c’è ancora qualcuno con i piedi ben piantati sulla terra e le sinapsi ben agganciate al reale.

    qui è un delirio totale. entrare in questo post è fare il pieno di allucinogeni, la scorta per i prossimi decenni.

  83. la funambola il 18 aprile 2007 alle 19:06

    qui è un delirio totale. entrare in questo post è fare il pieno di allucinogeni, la scorta per i prossimi decenni

    cara eva, fare il pieno di allucinogeni per i prossimi decenni, se allucinogeni “naturali” non è mica male , non trovi? :)))
    ti bacio

    luminamenti, lei è troppo intelligente per me e quando si scatena lo fa alla grande :)
    intanto le posto questa cosa che tra allucinati ci si intende bene :)

    “Forse nessuna esperienza è capace di dare più maturità all’uomo della scoperta del tempo.
    Questa verità fondamentale non ci è evidente, non è posta in primo piano e se in qualche momento avvertiamo il suo scorrere lieve, ben presto lo dimentichiamo immergendoci in esso.
    Perchè il tempo, come forse ogni altra realtà, per essere interamente e chiaramente percepito , esige un’altra realtà distinta da dove possa essere osservato.
    Che la nostra vita sia tempo, è una cosa che si avverte in certi attimi di maturità, quando da un lato ci rimane ormai poco tempo, e dall’altro abbiamo sfiorato qualche estremo, quasi atemporale, della nostra anima.
    Se tutta la vita è tempo, la prova di questa realtà ci si presenta in determinate occasioni,, in certi momenti, quando qualcosa ha smesso di esistere, quando qualcosa ci ha abbandonato.
    La scoperta del tempo non può avvenire che in un momento negativo della nostra vita, un momento in cui abbiamo perso una cosa che la riempiva.
    Il tempo è l’essenza della nostra vita e proprio per questo le sta al di sotto, come fondo permanente di tutto ciò che viviamo.
    Scoprire questo fondo assomiglia quasi a una caduta, che può avvenire solamente in un particolare stato di angoscia, delusione o vuoto.
    Scoprire il tempo significa scoprire l’inganno della vita, il suo tranello ultimo.
    Significa essere costretti a sentirsi, per una volta almeno, come un ragazzo ingannato che scopre l’inganno.
    È dunque un tornare alla ragione.
    Ci sono epoche in cui gli uomini possono permettersi il lusso di vivere ignorandolo?
    Ci sono epoche piene in cui l’uomo, non deluso ma anzi sostenuto dal mondo, si può permettere il lusso dell’inganno?
    Sono i momenti in cui storicamente siamo bambini o ragazzi e perfino uomini maturi tutti presi nelle nostre illusioni, nel gioco e perfino nel lavoro.
    Ma quando le occupazioni ci mostrano la loro fondamentale vacuità e gli svaghi la loro inutilità, scopriamo il tempo.
    Il tempo si scopre in momenti di abbandono quando, l’uomo non si sente sotto la tutela di una fede somma e unitaria, che raccoglie e sostiene tutte le altre, che è come la fonte di tutte le altre fedi.
    Mentre siamo in loro potere, le cose possono correre verso la distruzione e noi stessi con loro, ma la fede radicale e ultima ci porterà qualcosa di simile a una sicurezza atemporale che ci curerà in anticipo dalla malinconia del tempo.
    E per di più, quando possediamo questa fede ultima e unitaria, la stessa sicurezza che ci ispira ci lancia nell’azione, qualunque essa sia, persino alla contemplazione, perchè non dev’essere necessariamente un’azione precipitosa o un irrequieto andare e venie, ma l’esatto contrario, un agire autentico che modifica le cose.
    E questa, l’azione autentica, è l’unica cosa che ammazza il tempo, un atto di fede o un atto di volontà, di amore o di contemplazione, ma pur sempre un “atto”, perchè ogni atto è in realtà un estasi.
    Niente è più esoterico dell’azione autentica, perchè è capace di trattenere il tempo.
    La più grande forma di azione è la contemplazione.
    Il tempo è l’accettazione anticipata del fallimento, la lotta con la certezza della sconfitta, o , in termini cristiani, la carità senza fede. Essere sempre sconfitti e trovare nella sconfitta l’unico motivo per potersi affermare”
    baci tanti
    la funambola

  84. milo il 18 aprile 2007 alle 19:24

    Dall’introduzione di Cacciari a “La scienza come professione – La politica come professione” di Weber:

    “[…] la scienza, rifiutando ogni pregiudizio, rifiuta lo stesso pregiudizio razionalistico; le forme razionali della sua comprensione non devono mai essere fraintese con il venire trasformate in una “fede”: quella del predominio del calcolo razionale nell’agire umano. Lo scienziato prova (pathos!) un’autentica vocazione per il proprio “fare”, ma, a differenza dell’uomo religioso e anche, come vedremo, del politico, non può indicarlo come “il” valore da anteporre a tutti gli altri, traendolo fuori dal loro complesso. Così appunto si definirebbe una Wertordnung, una gerarchia dei valori, che proprio la considerazione storico-sociologica effettuale dimostra impraticabile. Tanto più penetrante sarà la comprensione scientifica, tanto più “evidenti” appariranno i nessi che permette di cogliere tra i fatti, quanto più essa si asterrà dal proclamarsi “modello” per l’intera vita, ovvero dal pensare che la vita supererebbe il proprio carattere conflittuale se potesse tutta, nella complessità delle sue dimensioni, informarsi al modello della razionalità scientifica. Né la scienza deve de-formarsi nel flusso imprevedibile dei valori vitali, né questi possono “salvarsi” nel rigore con cui la scienza tenta di spiegarne i nessi, di colegare fatti a motivi. La scienza non deve mai abdicare alla ricerca dell’oggettività (pur nell’esplicita consapevolezza di fondarsi sul presupposto di un’idea di verità storicamente condizionata: la scienza è relativa in quanto all’origine, ma non relativistica in quanto al suo metodo e al suo rapportarsi alla realtà che intende comprendere), ma i “tipi” che essa costruisce o le “leggi” che esprime (connessioni che possono restare completamente nascoste a chi effettualmente agisce) non rappresentano che “possibilità” e “uniformità” statistiche. Senza la loro costruzione sarebbe impossibile qualsiasi autentica interpretazione, non resterebbe che Scwarmarei, la vuota “esaltazione” dell’intuire sim-patetico, ma ancora una volta occorre riconoscer il “contrato” tra la loro forma e la “zona oscura” in cui si muove l’agire reale, la loro “relativa irrealtà” nei confronti di questo agire. La scienza è chiamata a formulare “giudizi” sul vissuto(senza indulgere ad alcuno “psicologismo”), in base al riconoscimento di evidenti regolarità, non a giudicarne i valori, tantomeno a ordinarli in funzione di un proprio primato. Tuttavia, il suo radicale rifiuto di ogni prospettiva teleologica, di ogni idea di sviluppo-progresso capace di “comprehendere” in sé l’inesauribile creazione di nuovi valori, rimane in insanabile dissidio con quella condotta rispetto a valori che costituisce il carattere essenziale dell’agire umano, e che questa scienza assume come proprio oggetto. Si avanzerebbe la pretesa di pensare la possibilità della “fine” del conflitto se la scienza si proponesse come “la” forma della vita; se, in altre parole, oltre a comprendere il vissuto secondo “tipi” e “leggi” intendesse orientare il vivere secondo il proprio metodo e i propri fini(che consistono nel conseguimento dell’evidenza delle connessioni in cui si sviluppa un agire – evidenza che sarà sempre soltanto un’ “ipotesi” causale “particolarmente evidente”). Allora non il conflitto cesserebbe, ma la scienza stessa dell’essere tale! Tanto piu potente è l’interpretazione scientifica quanto piu rigorosamente definisce i propri limiti.”

  85. alanina il 18 aprile 2007 alle 19:35

    si, ecco, non è che seguo granchè, ma giusto per senso di dovere mi sentivo di dire che se qualcuno, per caso, sta tentando di far passare il messaggio che la biologia contemporanea, ultimamente, ha trovato qualcos’altro oltre ai neuroni, beh, non è così.
    mannonèppropriocosì.
    non chi grida pubblicazioni scientifiche pubblicazioni scientifiche.

  86. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 20:33

    Perché, non ti bastano i neuroni per comprendere ciò che ne può uscire?

  87. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 21:15

    Non basta un mucchio di mattoni per spiegare una casa?

  88. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 21:44

    Per lo status del pensiero biologico contemporaneo e i concetti nuovi che ne emergono (lo sa lo stupido qui sopra che i biologi non riescono a trovere nei neuroni neanche le frasi, le parole, i pensieri belli e pronti che pronunziamo?) consiglio tanto per iniziare, di leggere Rivista di Biologia edita da Tilgher.

    La distinzione tra l’homo poeticus e l’homo politicus è puramente una categoria ideologica, perché ciò che incide sul mondo non è il ruolo che si assume, ma ciò che si pensa, ciò che si dice o si scrive e ciò che si fa e il come e il quando si ritiene di dover mostrare ciò che si ritiene di dovere far apparire nel mondo. Al contrario rimanere intrappolati in un ruolo rimanda a una posizione ideologica e sopratutto a un conflitto tra la paura del socialismo e la chiusura narcisistica, ovvero a una tensione irrissolvibile e improduttiva nella verità in effetti tra dimensione consensuale volta alla connessione e tensione edipica volta alla individuazione. La concezione di connessione con gli altri è complicata. Qui iniziano le differenze e i contrasti perché viene a mancare il senso di verità di quello che viene chiamato sentimento oceanico, ma che può benissimo essere equivalente al sentimento religioso. Quest’ultimo non appartiene ad alcuna istituzione

    L’idea che si possa modificare l’organizzazione capitalistica e lo sfruttamento attraverso

  89. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 22:30

    Luminamenti, figliolo, perchè non impari a scrivere in italiano, per gli italiani? Persone che passano di qui, e non hanno voglia di leggere tre libri per capire che cazzo dici. Esempi semplici, proposizioni scolastiche: soggetto, verbo e predicato. La verità è semplice, e ha il passo dei bambini. Wittgenstein che era saggio, finì maestro elementare. Quando uno è a tutti i costi esclusivo e complicato, viene il sospetto che sia solo chiacchiere e distintivo.

    Lo stupido qui sopra

  90. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 22:39

    Io disprezzo così poco la biologia che credo che l’unica forza capace di superare l’organizzazione capitalistica sarà biologica.
    Un’emergenza di specie, come direbbe qualcuno.
    Una politica incapace di capire questo è miope e inefficace.
    Per questo oggi sommamente politica è la difesa della famiglia dalla dissoluzione nell’individualismo borghese e dalla manipolazione tecnica della prole. Ciò che è più semplicemente vicino alla natura, istinto che forse è spirito, ci salverà dalle derive della ragione tecnica.

  91. Luminamenti il 18 aprile 2007 alle 23:07

    Caro Walter lo stupido non era rivolto a te, ma quanto aveva detto Alanina, a cui era evidente che si rivolgeva la qualificazione, se ti fossi impegnato un attimo ad applicare con l’attenzione cerebrale quanto di elementare mi stai predicando razzolando male però. Ma ti perdono, papà! capisco l’irascibilità a sentirsi dare dello stupido quando non c’entri un cazzo con quell’aggettivo. Scrivevo con la pagina dei commenti aperta in linea e sopra di me non c’eri tu, ma l’aminoacido alanina. Bastava però leggere i miei post e il suo per capire a cui si riferiva. Esercizio non da scuola elementare, ma da asilo nido. E non t’incazzare con me se sei disattento. Può capitare, a tutti.

    Per il resto scrivo come scrivo e continuo a scrivere liberamente come ritengo più esatto. In quanto al fatto che gli altri non capiscano stimi poco l’impegno alla comprensione umana, che cmq per me va selezionata a monte. Infatti quando io leggo qualcuno che mi sembra esclusivo e complicato m’impegno a rendermelo inclusivo e a spiegarmelo. Per questo occorre curiosità, meraviglia, desiderio ed energia e voglia di sapere. Io da parte mia ho fornito tutte le chiavi per aprire la porta. E’ meglio che trovarla già aperta per l’evolversi dalle elementari alle superiori.

  92. la funambola il 18 aprile 2007 alle 23:32

    Quando cominciamo a sentire che la nostra vita scorre, vincolata e libera, nell’alveo di una verità che si rivela, da lì iniziamo a comprendere pensieri di fronte ai quali saremmo forse insensibili, o al contrario colti da uno stupore, impossibile da tradurre in idee.
    Ci sono due modi di reagire di fronte ai pensieri che sono stralci o parti di un pensiero più radicale, ancora sconosciuto;
    uno è quello di rimanere insensibili alla verità che indicano, l’altro è di rendersi conto, per una forma di sensibilità generata dalla necessità che abbiamo di quella verità, che essa è lì ma non possiamo incontrarla direttamente.
    E’ la conoscenza a provocarci la sete che ci conduce alla roccia sotto cui sgorga l’acqua, senza però permetterci di portarla alla superficie.
    Al contrario, quando viviamo in contatto con un pensiero ultimo, rivelatore, abbiamo anzitutto un orizzonte da cui ci sentiamo presi e anche uno strumento tecnico per situare e collocare con ordine i problemi, i pensieri; il cammino da ordine al paesaggio e permette di muoversi verso una direzione precisa.
    Così ci sentiamo di fronte alla rivelazione che ci offre la Ragione secondo il suo nuovo significato: quello di essere guida, cammino di vita..
    ” ci sono ragioni del cuore che la ragione non conosce”
    Ma sarà sempre così? rimarranno senza luce questi abissi del cuore, rimarrà abbandonata l’anima con le sue passioni, al margine dei cammini della ragione?
    ci sono ragioni del cuore sì, ma c’è un ordine del cuore che la ragione ancora non conosce.
    spacchiamo il capello in quattro!
    per illuminare le ragioni del cuore.
    Caro valter, le dedico questi pensieri che un giorno non lontano scrissi ad un’entità virtuale , che riciclare è bello, facile e comodo :)
    tanti baci
    la funambola

  93. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 23:40

    @Luminamenti
    Okay, non era rivolto a me, ma perchè dare dello stupido?
    Così fai saltare i nervi e basta.

  94. valter binaghi il 18 aprile 2007 alle 23:49

    @funambola
    Ma si, è di questo che parliamo davvero. Quando uso termini come senso comune ammetto di farlo in modo un po’ snobistico, per costringere al gergo di filosofie inattuali. Ma comunque si voglia dire, la dialettica dell’illuminismo si è malamente allontanata da esso cuore, e si contorce in modo sempre più deforme per giustificare la propria incapacità di comprendere ciò che accade. Il familismo, il sacro, il fascismo perfino, non si possono esorcizzare oltre senza comprenderne la verità sintomale. Il post di Andrea lo interpreterei in questo senso: io vorrei essere uno scrittore e un educatore che prova a parlare di nuovo a quel fanciullo restato muto e ignorato dall’accademia dei sapienti, e imbestialito dalla negligenza altrui.

  95. Alessandro Morgillo il 19 aprile 2007 alle 00:19

    Luminamenti, la tua divulgazione è chiara. Leggerti è un piacere.

  96. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 06:40

    @Walter Binaghi. Lo stupido se lo è guadagnato con quel “che se qualcuno, per caso…beh, non è così.mannonèppropriocosì”. L’ironia negativa è distruttiva del dialogo e io la rimando al mittente come un momento di stupidità.

    Ma vengo al punto che tu sollevi “Il post di Andrea lo interpreterei in questo senso: io vorrei essere uno scrittore e un educatore che prova a parlare di nuovo a quel fanciullo restato muto e ignorato dall’accademia dei sapienti, e imbestialito dalla negligenza altrui”.

    Capisco che ci possono essere anche o solo buone intenzioni, ma occorrerebbe riflettere – se questa tua lettura interpretativa è il senso che Andrea ritiene nelle sue intenzioni – per quale motivo ciò che Andrea vuole provare a fare: parlare di nuovo eccetera eccetera, non riproduca esattamente ciò che – sempre seguendo la tua lettura interpretativa – vuole correggere o evitare o superare. Dove sarebbe qui la novità, la diversità e sopratutto le garanzia di un’efficacia. Già Deleuze, in più di uno scritto, prima e dopo Millepiani, mette in guardia dai ricalchi che finiscono per riprodurre e in peggio ciò che vogliono correggere. Alla fine Deleuze non riesce a uscirne, ma questo è anche un altro discorso certamente controverso. Ma la storia parla cmq. L’antiedipo che voleva essere un libro rivoluzionario ( e certamente è ancora rivoluzionario per il linguaggio e le riflessioni di una sinistra molto avanzata culturalmente e ideologicamente – a cui cmq non ho mai aderito ma molto rispettato per potenza concettuale – molto più di quella attuale che si è involuta) capace nelle intenzioni di scardinare la società, è risultato un fallimento anche nella riflessione critica a distanza di anni, quando la sedimentazione consente di valutarne l’assorbimento nella società. E Deleuze, tra l’altro, non era certo di quei filosofi che si possano definire come sapienti da accademia. Le sue lezioni, come quelle di foucault, erano stracolme di gente che veniva dagli ambienti più disparati.
    Non capisco quindi dove Andrea Inglese voglia andare a parare.

    Io credo che tutto sia modificabile culturalmente, ma non credo che servano gli scrittori con vocazioni pedagogiche, né credo ai paradigmi educativi (Illich ha scritto pagine sagge ed eloquenti sul tema ed era un altro che lavorava dal basso).

    Allora se devo proprio recuperare una pedagogia, preferisco riprendere Danilo Dolci e la sua maieutica (dolciana). Invece che parlare a, far parlare, invece che rispondere da, fare domande a. Ma sebbene ho lavorato degli anni con Danilo e ho visto anche dei risultati, non lo prenderei a paradigma necessario.

    Non mi sembra in quello che ha scritto Andrea Inglese ci sia qualche cosa di originale, di diverso, mi sembra un ricalco stantio già fin troppo abbondantemente studiato, analizzato e improduttivo negli esiti.

    Credo invece che ciò di cui abbiamo bisogno è lo scardinare una certa figura antropologica dell’uomo. Per questo l’esempio della propria vita è la migliore risposta. Questo esempio si palesa nella forma della scrittura, della parola e dell’agire che lascia vedere questa mutazione antropologica e la sua forza sottile di irradiazione nel mondo. In quanto al tipo di mutazione antropologica, se sono stato letto, oggi come in passato, mi sembra chiara a quale mi riferisco.

  97. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 07:08

    @tashego. Non ho nulla contro la scienza, mi sembrerebbe stupido sostenerlo e mi sembrava invece di aver indicato qualche via di approfondimento che proprio guardando con l’occhio dello scienziato faccia sopravvenire alla mente umana che l’Uomo è molto altro da quello che sembra e con enormi potenzialità, alcune delle quali sono già attuabili se si da voce a ciò che la scienza mette in evidenza.
    Nello stesso tempo mi sembra anche necessario una critica del metodo scientifico in quanto forma che si presenta sempre più potentemente come modalità unica e dogmatica di conoscere le cose del mondo, e nel momento in cui la scienza è così pervasiva nella vita di tutti i giorni.
    Attenzione a ipostatizzare la Scienza, le conseguenze possono essere catastrofiche. E mi stupisco di coloro che cadono in questa fede assoluta.
    Tutte le fedi sono valide e tutte vanno abbandonate.

  98. wovoka il 19 aprile 2007 alle 08:02

    Ciò che mi sgomenta nel leggerti, Luminamenti, e che mi fa passare la voglia di studiare, è la sicurezza (diciamo pure sicumera), la frequenza ed imprevedibilità dei tuoi riferimenti. Porti a corredo del tuo discorso allusioni talmente generali che a me, fruitore del tuo discorso, sembrano non c’entrare un’ostia, ma sono d’altra parte sicuro che nella tua mente quelle connessioni effettivamente ci siano. Questo è il lato deprimente: vedere che hai studiato, e tanto, molto più di quanto a me sarà mai concesso, e che il tuo discorso ugualmente non acquista, ai miei occhi, “peso specificico”. Citi Deleuze, e l’Anti-Epido, ovvero un’intera enciclopedia, o meglio labirinto, di idee controverse e spesso strampalate, come se questo accostamento potesse “sostenere” in qualche modo il passaggio di un’argomentazione. A me questo sembra un uso decorativo del sapere. Poi è vero, citi anche molto materiale scientifico. Ma qualcosa ugualmente non mi torna. Ho seguito uno dei tuoi riferimenti, e mi sono letto un articolo in pdf di Lutz. Mi sono ritrovato immediatamente nella confortevolezza della letteratura scientifica, dove si avverte immediatamente tanto la coscienza dei limiti quanto la lucidità critica nel tentare di estenderli. Nei tuoi testi questo elemento mi sembra mancare assolutamente, e ciò mi rende sinceramente perplesso – vedo piuttosto una parentela con le “sparate” con le quali artisti e mistici tentano di fornire autorevolezza cognitiva alle loro “elaborazioni”. Un altro punto: il fatto che uno non scansisca centinaia o migliaia di autori o riviste all’anno, non lo rende necessariamente un incompetente totale: vi è una enorme ridondanza negli studi e nelle pubblicazioni, ed un buon autore che venga realmente approfondito è in grado di mediarti delle sintesi eccellenti sugli aspetti essenziali che sono in elaborazione. Naturalmente non ci si deve appoggiare ad essi come fossero dei numi tutelari … ma vabbé, adesso devo scappare al lavoro senza neppure rileggermi, ciao.

  99. alanina il 19 aprile 2007 alle 11:43

    Io non ho da fare nessuna ironia.
    Io ho dato un’ informazione.
    Il pensiero biologico contemporaneo è quello che penso io tutti i santi giorni – per una porzione infinitesimale e costantemente a confronto, ovvio, non mi si aprano i cancelli del manicomio. ma che mi si suggerisca di andarmelo a leggere su non so che rivista mi strabilia.

    così come mi strabilia il fatto di sentirmi dire della stupida, al di là di qualunque altra considerazione.

    non è un parere scientifico, ma la prolissità e l’oscurità delle argomentazioni, l’uso confuso di concetti specialistici, e la facilità all’insulto nella mia esperienza sono di solito congiunti a un modo di ragionare privo di credibilità e interesse.

    pertanto ritengo inutili ulteriori argomentazioni, chiudo e lascio tutta la parola al signor L.

  100. The O.C. from Lee Harris il 19 aprile 2007 alle 12:05

    Dedicato agli abati ricicciati.

    “Noi in Occidente vogliamo soltanto essere lasciati in pace***, per questo siamo così riluttanti a riconoscere il male per quello che è, forze violente e risentimento. Preferiamo credere alla ‘fine della storia’. Così, anziché nutrire i basamenti di una comunità e della sua tradizione, ci illudiamo che gli esseri umani vengano al mondo già razionali. Come doveva essere Cho. Per noi la ragione non è più il risultato di una miracolosa costruzione sociale o educativa, ma un dato di natura”.

    ***Come in “I figli degli uomini” di PD James. Per governare un popolo condannato alla sterilità, il Consiglio d’Inghilterra assicura tre funzioni vitali: Sicurezza, Comfort, Piacere.

  101. Alessandro Morgillo il 19 aprile 2007 alle 12:33

    @ Luminamenti
    I figli dei quarantenni disimpegnati stanno già scardinando una certa figura antropologica dell’uomo. Non solo in Occidente. La mutazione è già in atto. Se difficile è cogliere i processi in fieri, impossibile è arrestarli. Perfino in Italia. Dove anche l’ultimo geometra deve dire la sua sulla presunta instabilità del ponte progettato da Calatrava su Canal Grande a Venezia. Stupido è credere che chi è cresciuto con la Play Station e Internet sia come suo nonno che giocava a biliardo. Oggi a bocce.

  102. carla bariffi il 19 aprile 2007 alle 12:54

    Finalmente t’ho beccato!
    Ciao Alessandro Morgillo,
    Buon pranzo!
    :-)

  103. Massimo V il 19 aprile 2007 alle 13:35

    Chi pote pote e chi non pote se lo scuote diceva Wittgenstein

  104. andrea inglese il 19 aprile 2007 alle 14:14

    bene, vedo che il passaggio di Luminamenti ha impiombato la discussione. E’ il suo talento, è la sua maledizione. Caro Lumina, nonostante le tue abbondanti, eclettiche, megalomani bibliografie, nonostante lo stile intellettuale tritatutto, nonostante le pretese di giungere all’uovo cosmico che unisce Budda, Bateson, Simon Mago, il Mago Zurli, e Varela, producendo, per via neuronale sei capriole antropologiche al giorno, continui a sembrarmi la versione pretenziosa della filosofia di Matrix (il film). (Tutto questo anche per dirti, che reputo la discussione con te oziosa e che mi tengo volentieri la mia grande ignoranza, ma anche quel po’ di lucidità che reputo indispensabile.)

  105. funiculì funiculà il 19 aprile 2007 alle 14:29

    PALOMMA ‘E NOTTE

    Tiene mente ‘sta palomma,
    comme gira, comm’avota,
    comme torna n’ata vota
    sta ceròggena a tentá!

    Palummè’ chist’è nu lume,
    nun è rosa o giesummino…
    e tu, a forza, ccá vicino
    te vuó’ mettere a vulá!…

    Vatténn”a lloco!
    Vatténne, pazzarella!
    va’, palummella e torna,
    e torna a st’aria
    accussí fresca e bella!…

    ‘O bbi’ ca i’ pure
    mm’abbaglio chianu chiano,
    e che mm’abbrucio ‘a mano
    pe’ te ne vulé cacciá?…

    Carulí’, pe’ nu capriccio,
    tu vuó’ fá scuntento a n’ato…
    e po’ quanno ll’hê lassato,
    tu, addu n’ato vuó’ vulá…
    Troppi core staje strignenno
    cu sti mmane piccerelle;
    ma fernisce ca sti scelle
    pure tu te puó’ abbruciá!

    Vatténn”a lloco!
    ……………………..

    Torna, va’, palomma ‘e notte,
    dint’a ll’ombra addó’ si’ nata…
    torna a st’aria ‘mbarzamata
    ca te sape cunzulá…

    Dint”o scuro e pe’ me sulo
    ‘sta cannela arde e se struje…
    ma ch’ardesse a tutt’e duje,
    nun ‘o ppòzzo suppurtá!

    Vatténn”a lloco!
    ………………………

  106. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 14:38

    Caro Wovoka, no c’è nessun problema, rimani pure nel tuo orticello. Sebbene anche quello basterebbe per risvegliarti senza dover rincorrere antiedipo e millepiani. Se Ramana Maharshi ha raggiunto il risultato che è noto senza inseguimenti letterari, c’è anche per te una speranza. E in quanto a Lutz non ti sforzare di andare a leggerti quanto è stato pubblicato da lui e Varela in Neurophenomenology: A Methodological Remedy to the Hard Problem, in Journal of Consciousness Studies, 3 (1996) pp. 330-350, o di Lutz, Lachaux, Martinierie, Varela, Guiding the Study of Brain Dynamic by Using First-Person Data: Syncrony Patterns Correlate with Ongoing Conscious States During a Simple Visual task, in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 99 (2002) pp. 1586-91, o di Davidson e Goleman The Role of Attention in Meditation and Hypnosis: A Psychobiological Pespective on Trasfomations of Consciousness, in The International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 25,4 (1997) pp. 291-308.
    Si studia per sapere e si presuppone possibilmente di tenersi il più lontano da qualsiasi forma di pregiudizio

  107. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 14:45

    Caro Andrea Inglese, come sei scivolato in basso, vedo che non sei interessato a documentarti e poi confrontarti. Il tuo interesse per la conoscenza mi sembra molto deviato. Ti interessa solo il tuo punto di vista.

  108. tashtego il 19 aprile 2007 alle 15:29

    @lumina-menti
    Aridanga con la fede.
    Non ho “fede” nella scienza, come non ho fede in nessun’altra cosa o persona.
    La mia è una posizione razionale e non è nemmeno nuova, né originale.
    Se qualcuno la chiama riduzionismo scientista vuol dire che sono un riduzionista scientista.
    Per me scienza=conoscenza.
    Tutto quello che la mente produce fuori dal metodo scientifico, balocchi metafisici compresi, non può essere chiamato in nessun caso col nome di conoscenza.
    Se si ammette che esista qualcosa al di là della materia e del mondo, lo si dimostri: il Vaticano o le madrasse islamiche, mettano su dei laboratori e ci dimostrino mediante il metodo sperimentale la realtà dell’ultramondo.
    Spesso qui si spende il termine “spirituale”, anche tu lo fai, ma nessuno si prende la briga di darne una definizione.
    Aggiungo di essere convinto che l’Uomo (con al U maiuscola come lo scrivi tu) è molto meno di quello che sembra a se stesso (non c’è nessun non-umano in grado di confutare il nostro disgustoso auto-compiacimento di specie), che si ammanta di profondità presunte e mai dimostrate, che si dota di uno spirito come di un alito ultra-terreno totalmente millantato, mentre è normale tutta-materia, eccetera.
    Dismettere l’antropocentrismo, significa in primo luogo dismettere ogni concezione dell’umano come di qualcosa di speciale e profondo, capace di accedere a nascoste verità supreme, eccetera.
    Esistono solo scienza, pazienza e tempo per i nostri cervelli pieni di auto-stima ma dalle capacità davvero limitate.
    Il resto della nostra produzione mentale può essere magnifico, appassionante irresistibile, può provocarci “shock da riconoscimento”, può avere “valore di verità”, ma niente a che vedere con la conoscenza.
    Prima che qualcuno mi dia dell’arrogante, ribadisco che queste sono solo mie convinzioni (buttate giù alla grossa).

  109. andrea inglese il 19 aprile 2007 alle 15:30

    No, Lumina, mi sono reso conto che è il tuo punto di vista che non mi interessa. In questa discussione ho raccolto da diverse persone spunti per me molto importanti. Ma perché ci sia dialogo devono essere soddisfatti alcuni requisiti: certe premesse comuni e la percezione che il dialogo ha senso, ci porta da qualche parte, ci arricchisce. Uno o l’altro di questi requisiti non riesco a soddisfarli confrontandomi con te. Almeno, non nella forma che la rete ci permette.

  110. wovoka il 19 aprile 2007 alle 15:55

    Però Tashtego, la matematica non è una metafisica? Per questo genere di “balocchi” nessuno sta lì a richiedere prove di esistenza materiale, che l’assurdità della richiesta risalta immediatamente. Insomma, anche sfrondando tutto il “troppo umano”, di spazio per la meraviglia ne rimane parecchio.

  111. tashtego il 19 aprile 2007 alle 16:05

    @wovoka
    la matematica è un linguaggio con un simbolo per indicare il nulla ed uno per l’infinito.
    certo, qualche problema filosofico lo pone…
    tuttavia all’interno di questo range di valori tutto deve essere dimostrabile, riproducibile, condivisibile.

  112. tashtego il 19 aprile 2007 alle 16:08

    eppure la domanda circa l’immanenza della matematica, vale a dire sull’esistenza o meno dei numeri “naturali”, quindi sulla loro realtà, è una delle domande chiave compresa nel problema del perché funziona così bene.

  113. Immanuel Kant il 19 aprile 2007 alle 16:15

    Grazie Dottor Tashtego, ho sempre saputo di avere in lei un allievo devoto. Le perdono volentieri anche il fatto che Lei riduca tutta la mia dottrina alla sola Critica della Ragion Pura. Perché in effetti, se mi fosse possibile, disconoscerei felicemente tutto il resto. Minutaglia ad usum temporum.

    Regoli pure il suo orologio: sono le 16 e 16 minuti.

  114. la funambola il 19 aprile 2007 alle 16:43

    è per il signor tash, “mostro di scienza” :))))
    saper vivere la vita è trovare un’alchimia di ragione e follia, quella cosa che ci addolcisce la ragione, l’alchimia che ci porta alla misura, la vera misura, quella che non si trova in un dogma, ma in un uomo che percepisce con la sua armonia interiore l’armonia del mondo.
    Quella che sa perdonare la ragione per la sua follia e la follia per la sua ragione.
    Rassegnati a non poter “capire”, Rassegnati ai nostri limiti, Rassegnati alla nostra Solitudine.
    Mai, rassegnati alla vita.
    La ragione cerca perennemente i fili della trama e pretende di individuare una sequenza ordinata e rigorosa, e con questa operazione si conferma, si riconosce il diritto di esercitarsi.
    Una ragione così, ordina e indirizza anche le emozioni, ma può anche essere molto crudele.
    Ma la ragione sa anche pensarsi oltre misura e ci costringe a prendere atto che la nostra presunzione di ordinare con rigore la vita e di trovarne la trama non è altro che pura follia., ci costringe a fermarci e guardarla in faccia tutta la nostra paura.
    Questa ragione, questa ragione dolce, ci fa umili, ci mette in pace con noi.
    E allora rassegnarsi non significa credere o non credere, ma significa solo cedere, cedere alla nostra finitezza, cedere all’impossibilità di trovare la risposta.
    E una ragione così non è presuntuosa proprio per il fatto che non ti dà nessuna risposta ma ti indica un posto che sta oltre il credere o il non credere.
    Pensare oltre misura porta al di là del dolore o della gioia.
    “L’umile , semplice, consapevole” attività di vivere penso risieda in questa alchimia.
    Penso risieda prima nel pensiero e quindi, nel mondo.
    E quando non hai tempo per sfuggire al momento, perchè tu sei diventato il tempo, allora l’alchimia è perfetta, sei nella misura, quella che io sto cercando.
    è assai più grave perdere la fede
    che un patrimonio-
    perchè questo potrai rinnovarlo
    la fede no-
    con la vita la puoi ereditare
    ma soltanto una volta-
    basta distruggere un breve articolo
    vivere è mendicare.
    io la bacio sempre
    la funambola

  115. Alessandro Morgillo il 19 aprile 2007 alle 16:45

    Immanuel Kant non era morto? Cos’è, un gioco di ruolo? Allora Matrix è già qui!

  116. Immanuel Kant il 19 aprile 2007 alle 16:49

    Caro Dottor Morgillo, come può ben vedere, sembra proprio di no.

    A proposito, deve essermi sicuramente sfuggito qualcosa: non ho mai avuto il piacere di leggere le opere del Dottor Matrix. Potreste darmi dei ragguagli? Sono reperibili in internet?

  117. Alessandro Morgillo il 19 aprile 2007 alle 18:14

    Il Dottor Matrix non ci ha lasciato nulla di scritto. Attualmente alcuni suoi allievi stanno tentando di sistemare organicamente i suoi insegnamenti orali.

  118. GiusCo il 19 aprile 2007 alle 19:20

    Non mi pare che tashtego abbia le idee chiare su matematica e dintorni: la matematica e’ di per se’ un’astrazione indimostrabile, che viene accettata sulla base di assiomi fondativi. Una piccola parte della matematica ben si adatta a descrivere processi fisici, ma molta e la massima parte e’ fine a se stessa. Dal punto di vista filosofico, il contributo tuttoggi piu’ discusso l’ha fornito una quarantina di anni fa Paul Benacerraf in due articoli famosissimi, peraltro molto divertenti.

    Il discorso riduzionista, come lo chiama tash, funziona assumendo geometria euclidea e rapporti di stimolo-risposta lineari; qualcosa che andava bene a stento gia’ nel ‘600. Una semplice geometria non euclidea, come postulata nei primi dell’800, amplia di parecchio la visuale, rendendo non dimostrabile sperimentalmente cio’ che spiega ma raggiungendo clamorose precisioni empiriche in astrofisica e nanofisica, ben prima del boom novecentesco.

    Voglio dire: i limiti individuali (molto grossi, del discorso di tashtego) non sono i limiti collettivi (del discorso scientifico attuale). Mi fa un po’ ridere che in molti post il tash sia preso a paladino del discorso scientifico e lo dico senza alcuna intenzione denigratoria nei suoi confronti, solo per sottolineare come l’estrema banalizzazione di molti concetti rende giocoforza insostenibili posizioni che non avrebbero nulla di scandaloso.

  119. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 20:35

    @Andrea inglese tu mi dici: “No, Lumina, mi sono reso conto che è il tuo punto di vista che non mi interessa. In questa discussione ho raccolto da diverse persone spunti per me molto importanti”, il che significa esattamente – lo confermi tu stesso con la tua risposta – quello che avevo già detto: hai difficoltà ad uscire dal tuo punto di vista. Dici infatti che è il mio punto di vista che non ti interessa, mentre hai raccolto da altre persone spunti per te molto importanti. Come dire: io credo che le cose stiano così e cerco conferme! A me invece interessa ciò che è diverso e opposto da quello in cui in quel momento credo, perché m’interessa superare i dualismi. Ho un atteggiamento fortemente critico ma assolutamente aperto, purché le proprie conoscenze quando non conosciute dall’altro vengano affrontate dialetticamente, maieuticamente e con stile conversazionale e retorico, e lasciando sedimentare ciò che non si conosce ancora (lavoro a posteriori). Cmq è anche possibile che il mezzo non si presti sempre e per tutti gli interlocutori a una buona conversazione partendo da convinzioni forti poste su versanti opposti.
    Cmq sappi che mi dispiace nel tuo caso, le mie apparizioni come avrai notato sono (volutamente) rade, e se sono intervenuto sul tuo pensiero è perché – sebbene come ho dichiarato lo trovo involuto – capisco dal mio punto di vista che è un problema (un problema per il mio punto di vista). E quando ciò accade spero sempre di trovare l’interlocutore capace in quel momento e in quella situazione di stimolarmi intensificando il problema.
    Con te in passato mi è sembrato fosse accaduto, non questa volta. Buon lavoro cmq.

    @Tashtego Nel tuo discorso di fedi e credi ce ne sono tante! Se per te scienza è uguale a conoscenza hai un fede! Credi che la scienza sia conoscenza.
    Poi dici: “Tutto quello che la mente produce fuori dal metodo scientifico”.
    Gli autori che ho citato, i loro laboratori, le pubblicazioni che ho indicato appartengono al mondo scientifico e seguono protocolli scientifici e seguono il metodo scientifico e galileiano. Occorre valutare i risultati e non c’è bisogno di aggrapparsi a definizioni ricorsive come metafisica, oltremondo, spirito per descrivere ciò che accade. Puoi anche chiamare questi risultati come neuronali, materiali, chiamali come vuoi, ma sono gli effetti di questi risultati che possono produrre gli uomini (non angeli) e ad avere effetti su altri uomini che devi discutere. Certe cose accadano oppure no? è possibile sperimentarle, ripeterne l’esperimento, verificarne l’apprendimento? Scusami, ma mi fai pensare che Tu non ragioni con una mentalità scientifica, non credo che tu creda neanche nella scienza uguale conoscenza. Esistono o no i fenomeni estatici e mistici? La scienza ha qualcosa da dire su di essi? Marco Margnelli psicofisiologo di altissimo rigore scientifico se ne è occupato estesamente. Il sentimento oceanico descritto da Freud è sperimentabile? Abbiamo descrizioni fenomenologiche di ciò? Se quanto sostenuto dai buddisti che la mente è per sua natura calma, illuminata e sopratutto compassionevole è possibile registrare queste sue qualità? è possibile controllare questa disposizione compassionevole con un metodo scientifico? Fior di scienziati, armati di metodo scientifico si sono posti queste domande e hanno iniziato da tempo un lavoro di ricerca, con tanto di ipotesi, protocolli e falsificazioni. Bene, hanno pubblicato dei risultati, che andrebbero esaminati, discussi, interpretati e sopratutto non si può non vederne il potenziale umano e le possibilità di apprenderlo. Questo è quello che per me conta e non le definizioni che cerchi dello Spirito, che sono ampie da Platone fino a Hegel.
    Cerchi da me una definizione di Spirito? e a cosa ti serve?

    In quanto agli ultramondi o oltremondi pensi che questo era il tenore del mio discorso? Mi basta il mondo che conosco! Ma anche in questo caso se dico che scienza è uguale a conoscenza allora non posso ignorare la fisica e quello che accade al suo interno. E allora mi sovvengono tanti dubbi nel sapere cos’è il mondo che conosco e al tuo posto avrei meno supponenza rispetto al tuo riduzionismo a che poi non si capisce proprio, visto che della scienza mi sembra t’interessa solo la sua nobile parola.

  120. tashtego il 19 aprile 2007 alle 20:53

    @giusco
    non ho scritto un commento sulla matematica.
    non ho le idee chiare sulla matematica.
    però vedo che tu ce l’hai.
    io non mi ergo a paladino de nada, men che meno del “discorso scientifico”.
    rispondevo a luminamenti circa la mia presunta “fede” nella scienza.
    letto mai niente di moshe roth-beck?

  121. stefano zangrando il 19 aprile 2007 alle 21:26

    Io, lo confesso una volta per tutte perché tra queste vette ormai mi manca l’ossigeno, non ho letto niente a parte Arcobaleno. Il pesciolino più bello di tutti i mari, di Marcus Pfister, trad. it. di I. Bossi Fedrigotti, Nord-Sud Edizioni, Zurigo 1992; forse per questo sospetto a) che Luminamenti sia letteralmente abbacinato dal suo sapere e dalla mostra che ne fa e b) che credere che la scienza sia l’unica forma di conoscenza sia non soltanto una deformazione ideologica, cioè una forma di falsa coscienza, ma anche un’idea piuttosto ingenua per una mente affilata come Tashtego.

  122. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 21:44

    Come si è accorto Costa Beauregard nei suoi studi sulle trasmissoni di informazione ad atomi già disintegrati, soltanto le metafisiche orientali non-duali sono perfettamente corrispettive a queste nozioni. Perchè le menti più capaci si imbevano di queste verità, forse saranno necessarie alcune generazioni, per ora si assiste al comico spettacolo di gente informata dalla fisica recente e della neurolobiologia e tuttavia abbarbicata all’idea di un mondo oggettivo come tale o all’evoluzione come freccia scoccata in un tempo privo di simmetria (Elemire Zolla)

    In una biblioteca di matematica , troviamo, veramente uno accanto all’altro, gli Elementi di Euclide e la Geometria di Nikolaj Ivanovic Lobacevskij e ognuna di queste “specie” geometriche, in essi contenute, ha “pari diritto di cittadinanza” (secondo l’espressione impiegata dal matematico tedesci Felix Klein) come la verità e la realtà.
    Così all’inizio del 900, ricomparve la geometria non euclidea, incontrando una grande resistenza. Venne giudicata un insieme di fantasie, di assurdità inconcepibili, ma ora è una scienza rispettabile, come al geometria di Euclide e ambedue sono al contempo vere e reali. Quelle geometrie mi affascinano, perché confermano ed esprimevano quella dimensione metafisica della matematica che mi aveva attratto fin da ragazzo, ossia il fatto che questa scienza ha lo stesso paradigma di un’opera d’arte, di un romanzo, ma non è un romanzo (Imre Toth)

  123. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 22:16

    Ciò che si scrive non dà che un’immagine incompleta di ciò che si è, per la ragione che le parole sorgono e si animano soltanto quando si è nel punto più alto o nel punto più basso di se stessi (Cioran)

  124. wovoka il 19 aprile 2007 alle 22:27

    Aggiungo per Luminamenti che non ho particolari problemi a seguirlo su contesti delimitati, bensì sulle grandi sintesi, sulle grandi asserzioni. Per esempio, pur essendomi appassionato per anni all’ “hard problem”, non riuscirei ad intravedere la minima connessione fra una simile problematica e quella, tanto per dire, dell’evoluzione del capitalismo, fatta salva la banale constatazione che tutto appare (per lo più inestricabilmente) connesso e dunque anche un improbabile trionfo (o un’altrettanto improbabile confutazione) finale, totalmente convincente, del programma riduzionista avrebbe certamente delle ripercussioni sociali, anche se difficilmente valutabili. Similmente, sul ruolo di una “meditazione” finalmente portata entro l’alveo scientifico, non riuscirei ancora a costruire la minima congettura.
    Quanto all’identificazione tra scienza e conoscenza di Tashtego, a me risulta abbastanza comprensibile se per scienza si intende non tanto una collezione storica di metodologie, più o meno aggiornate, quanto un’ideale di onestà intellettuale che, per contrasto, risulta piuttosto evidente. Da ciò, secondo me, anche l’opportunità di distinguere tra homo poeticus e homo politicus, non permettendo alcuna conversione automatica di autorevolezza: molto di ciò che è consentito in ambito artistico e letterario è meglio che non tracimi fuori da quella “sand-box” neutralizzante che ne garantisce la sostenibilità sociale. Infatti, accanto a quei memi di sensibilità, “senso critico” etc che certo andrebbero replicati e diffusi nel più ampio cerchio sociale, ne ribollono anche molti altri, che è molto meglio rimangano confinati al loro contesto originale.

  125. Luminamenti il 19 aprile 2007 alle 23:50

    Una mutazione antropologica scardina il capitalismo perchè rompe la dialettica del Servo e del Padrone, la logica del fine che si rovescia in mezzo. Si è servi perché si è padroni, si hanno mezzi perché si hanno fini.
    Ci vuole un gran lavoro del dolore, del lutto per conquistarsi la libertà!

    In quanto alla tua interpretazione su Tashtego che non so proprio da dove la ricavi leggendo quanto ha scritto, non mi è chiaro cosa possa voler dire ideale di onestà intellettuale. Mi manca la visione manichea. La percezione del Bene e del Male viene dopo, non all’origine. E cmq è la mutazione antropologica che può sviluppare un pensiero limpido e puro. L’ipostasi della (corretta) razionalità è il fascismo del pensiero, il delirio raziocinante, l’organizzazione scientifica del nazismo, la metodologia scientifica della pianificazione del piacere sessuale in Sade.

  126. lucio il 20 aprile 2007 alle 01:11

    Luminamenti, ti voglio bene e credo che credi a quello che dici, però intorno a mezzanotte ti è scappata una piccola bugia . Con tutta la buona volontà non riesco a credere che a uno come te “manca la visione manichea”. Ti prego, confessa.

  127. w o v o k a il 20 aprile 2007 alle 06:44

    @Luminamenti
    Sul primo punto: stavolta mi sembra di aver capito, però rimango ancora scettico sulla “presa reale” di simili teorizzazioni, vabbé, chi vivrà vedrà. Sul secondo punto ok: in effetti “ideale di onestà intellettuale” ha una connotazione moralistica fuorviante, prendila come un inaccettabile surrogato di un’analisi delle differenti logiche di campo che non ho il tempo né la forza di compiere. Ciao

  128. wovoka il 20 aprile 2007 alle 06:48

    @Luminamenti
    Sul primo punto: stavolta mi sembra di aver capito, però rimango ancora scettico riguardo alla presa sul reale di simili teorizzazioni. Vabbé, chi vivrà vedrà. Sul secondo punto d’accordo: in effetti “ideale di onestà intellettuale” ha una connotazione moralistica fuorviante, prendila come un inaccettabile surrogato di un’analisi comparativa delle logiche di campo che non ho il tempo né la forza di ripercorrere. Ciao

  129. tashtego il 20 aprile 2007 alle 08:06

    non si tratta di onestà intellettuale, ma di metodo, di condivisibilità e riproducibilità dei procedimenti, eccetera. per dire.
    grazie per l’attenzione.

  130. The O.C. il 20 aprile 2007 alle 11:08

    “il Vaticano o le madrasse islamiche, mettano su dei laboratori e ci dimostrino mediante il metodo sperimentale la realtà dell’ultramondo”.
    A me basterebbe che restassero al posto loro. Che non si ripetessero scene come quella di Malatya. Ieri hanno decapitato un altro poveraccio in Kashmir, Manzoor Ahmad Chat, cristiano evangelico. Che poi in Italia si festeggi il Family Day, tanti auguri.

  131. Luminamenti il 20 aprile 2007 alle 11:31

    @Tashtego e Andrea Inglese

    Bene Tashtego e qui ci siamo, mi sembrava che intendessi proprio questo come scienza.
    E allora se avrai la pazienza di documentarti su alcuni riferimenti di autori, ricerche, esperimenti e pubblicazioni su riviste scientifiche accreditate nella comunità scientifica vedrai che scavando emergono molte cose nuove, inedite, poco conosciute ancora che pongono domande di natura, diciamo metafisica?

    Ma se la parola metafisica ti disturba, puoi chiamarla anche solo materia. Non è nella descrizione linguistica che trovi la risposta finale. La descrizione linguistica è solo una modalità di osservazione (a mio parere anche e potentemente di conoscenza, penso alla classica fenomenologia filosofica. Hai mai letto Verso una cosmologia, frammenti fisolofici di Minkowski? Prova e vedrai che profondità di analisi può emergere da una osservazione condotta dalla descrizione del linguaggio).

    Se ti interessa (non ti dirò più credi) il metodo scientifico, esamina certi fenomeni così come li esamina la scienza. Non occorre alla fine dedurne né esistenza di Dei o altra roba simile, io penso all’Uomo e alle sue possibilità umane, empatiche, compassionevoli. Nessuno sa cosa può un corpo, diceva Spinoza.

    Mi pare che di pulsioni dialettiche aggressive e fisicamente violenti in giro ce ne siano troppe e le soluzioni non arriveranno senza un cambiamento umano profondo. Un cambiamento che già lo sappiamo, è evolutivamente lentissimo.

    Mentre Andrea Inglese, senza che gli faccia onore tenta, invano, di demolire quanto ho qui scritto mescolandomi a mago zurli, e spera di cambiare il mondo con questa sua capacità di relazionarsi con l’Altro e il Diverso, secondo la quale l’altro e il diverso lo portano all’ozio e al disinteresse, per cui su questa strada avrà un bel da fare a modificare la società credendo che il problema sia “Come pronunciarsi sulle legislazioni del lavoro, se non circolano analisi aggiornate e accessibili sul mondo del lavoro? Leggendosi Vittorini? E quello di cui qui si sta parlando, secondo me, è questo: come modificare il senso comune, fornendoci di saperi all’altezza delle sfide dei tempi” (Andrea Inglese), io invece, senza ignorare le legislazioni sul lavoro, che cmq circolano come la mappe michelin, penso che per modificare il senso comune vanno scardinate altre porte che hanno molto più valore, significato e pregnanza e aderenza al tema del senso comune, la consapevolezza dei saperi necessari, la gestione di questi saperi, la loro circolazione e l’effetto sulle coscienze, sui comportamenti. Figuramoci oggi se il problema è la circolazione delle informazioni e dei mezzi di comunicazioni. Ne abbiamo così tanti che neanche li riusciamo a sfruttare tutti. Poi è vero che ci sono informazioni che hanno difficoltà ad espandersi e penetrare, ma questo non è il problema del come modificare il senso comune.

    Allora per me, è più importante per modificare il senso comune spostare l’attenzione dal contesto trito di Andrea Inglese e concentrare l’informazione, per esempio l’attenzione su un linguaggio differente, come ad esempio le manifestazioni fisiologiche delle reazioni emozionali e l’integrazione socio-comportamentale che implicano nella costruzione delle relazioni umane e la formazione dei saperi.

    Così, gli studi sul sistema SRDM (sistema reticolare meso-diencefalico) sconosciute ancora ai più, ma la cui conoscenza approfondita implicherebbe altre maniere di approcciare all’acquisizione dei saperi, all’apprendimento, alla formazione di relazioni umane.

    Ha ragione Morin quando dice che la società sembra molto primitiva rispetto ai saperi acquisiti.

    Il così detto cervello interno, costitutito da:

    1) le strutture corrispondenti al rinencefalo primitivo o entopallium o archicortex, che sono il bulbo olfattivo, il tubercolo olfattivo, il setto, il giro dentato e gran parte dell’ippocampo che compredne solo tre strati.

    2) la struttura del mesopallium o palencefalo o mesocortex, che comprende la parte interiore del bulbo dell’ippocampo, la cingula, la regione subcallosa, l’uncus e il lobulo piriforme.

    Le formazioni che compongono il cervello interno sono in intima relazione con quella parte ventrale del diencefalo, che sono quelle che intervengono nella organizzazione diencefalica delle reazioni emozionali e che verrano integrate nella neocortex.

    Lo studio scientifico di pratiche così dette spirituali e di pratiche estetico-artistiche sta dando risultati molto interessanti in relazione a questa integrazione armonica, allo sviluppo di qualità umane.

    E vengo, come esempio, alla citazione di uno studio, di quelle che non piacciono ad Andrea Inglese che a parole dichiara di interessarsi alla comunicazione e il superamento dell’opposizione tra saperi scientifici e umanistici.

    Paul Ekman, uno dei più grandi esperti, riconosciuto come tale nella comunità scientifica internazionale, di scienza delle emozioni e direttore del laboratorio sull’interazione umana presso l’università di california a san francisco, noto per studi di livello mondiale sull’espressioni facciali delle emozioni (ci sono sei emozioni fondamentali, biologicamente determinate ed espresse nello stesso modo in tutto il mondo), con una raccolta di dati che comprende un campione di cinquemila individui sottoposti al suo test (accettato e riconosciuto universalmente nella comunità scientifica e che qui non poso descrivere perché mi dilungherei troppo), ha provato a sottopporre al test delle microespressioni – che offrono una visione unica della realtà emotiva di un individuo, alcuni individui dediti a pratiche così dette spirituali, – alla loro capacità di riconoscere velocissimi segnali facciali di emozioni. Su un campione di 5mila soggetti, questi individui, tra l’altro per storia biografica certamente non definibili come soggetti di altissimo rango spirituale, hanno ottenuto punteggi più elevati in assoluto nel superare il test. Mi fermo qui, sebbene ci sarebbe da dire molto sul modo come questi individui, assolutamente normali, hanno raggiunto determinati risultati e tutta una serie di altre sfumature, analisi inerenti questo esperimento, che non né l’unico e il solo, penso per esempio al controllo del riflesso di trasalimento o gli esperimenti e le analisi fisiologiche sul potere dell’amorevolezza condotti da Ekman nell’interazioni tra individui e gli effetti reciproci che subisco l’uno verso l’altro durante un’interazione tra di loro, considerando uno dedito a certe pratiche spirituali o chiamatale come volete (metodi di addestramento della mente, pratiche per modificare il senso comune, esperienze di mutazione antropologica, in ogni caso figlie di una letteratura spirituale e religiosa che ha una sua storia, storiografia, mappa sociale, tradizione plurimillenaria) e un altro soggetto attivista politico impegnato, lontano da certe idee. Interessante è il poi il risultato dell’effetto dell’individuo dedito a quelle pratiche nell’altro.

    Suppongo che ci sarà qualcuno qui che non mancherà di trovare qualche, a suo parere, efficace battuta pronta a denigrare, ridurre la portata di certi risultati, dall’alto della sua rigorosa preparazione a discuterne come si fa in un dibattito scientifico o filosofico.

  132. gina il 20 aprile 2007 alle 12:21

    Spiaciuta che la discussione (che ho seguito con interesse) sia finita così. Spiaciuta che termini come problema, e punto di vista siano venuti fuori solo alla fine e a chiudere, pur costituendo i principali presupposti del pezzo. Forse perché qui non ce la si dice in faccia (segni emozionali) ma forse anche perché la ricettività, oltre ad essere un superpotere e uno dei presupposti del teletrasporto inteso come donazione (ciao lumina) (si) sostanzia anche via cavo (in) modalità espressive differenti dal master and servant a raffica di libro utilizzato qui. Ed è proprio la messa in atto, la pratica comunicativa dell’essere nel senso di incarnare la conoscenza/l’informazione, sciogliendola a (ri)costituire un comune che comunque c’è già, a rappresentare del tutto paradossalmente l’ostacolo principale. Comunque grazie a tutti.

  133. The O.C. il 20 aprile 2007 alle 13:14

    Perdona, Gina,
    ma riducendo bestialmente vuoi dire che la scrittura è condivisione?
    Se è così basta scrivere come esseri umani.
    Saluti

  134. gina il 20 aprile 2007 alle 13:32

    oc
    si parte da: segnare lettere e parole con lo stilo sopra le tavolette incerate:)

  135. Luminamenti il 20 aprile 2007 alle 13:46

    Hai ragione Lucio, però mi mancano tante cose.

    Ciao Gina, felice di leggerti. Discutere e pensare seduti davanti al pc è complicato. Io non ho metodo da insegnare e quelli che insegnavo nel mio lavoro in passato li ho abbandonati tutti, nel senso che tutti mi sembrano veri e falsi insieme. Parole come Problema, Punto di Vista sono molto importanti, la cosa che sento come più congeniale e vitale in questo senso è (il senso di avere un problema, punti di vista) tenere la mente e il cuore fluido, aperto, disponibile agli spostamenti, a ricrearsi, non riesco a trovare modello letterario migliore del Zhuang-zi

  136. Luminamenti il 20 aprile 2007 alle 13:57

    Di quando in quando i bagliori delle folgori illuminavano per un attimo la stanza, mentre guizzi di tuono serpeggiando lasciavano una striscia dentellata sulla terra scura…una conversazione tra dei, maschio e femmina…Come da un enorme lontanza Lila sentiva l’eco della rabbia. La sua rabbia le avrebbe dovuto torcere le viscere, tirarle i muscoli della faccia. Ma non provava torsione o tensione, fluttuava invece, lontana e staccata, sulle cose circostanti (Paul Gunn Allen, scrittrice indiana d’America, Spider Woman’s Graddaughters, New York 1990)

  137. andrea inglese il 20 aprile 2007 alle 14:43

    a gina e lumina
    certo, molte delle cose affermate da Lumina (quelle che riesco a capire) le trovo sensate e condivisbili: lui parla di ricerche che possono incidere sulle strutture dei comportamenti umani, come in passato hanno fatto tecniche di tipo religioso; non trovo condivisbile il suo modo di avanzare parandosi di bibliografie, di allusioni esoteriche, e di scivolare poi in giudizi astrusi tipo: Vincent Descombes:”Non puoi mettermi davanti un autore, quale quello che citi, che è incompetente e per nulla informato e molto divagante!”
    Io gli ho spiegato perché preferivo non parlare di neuroscienze e scienze cognitive, senza permettermi di dire: i neuroscienziati sono degli incompetenti. Ho parlato semmai dell’uso ideologico che è stato fatto di quei saperi.
    E lui risponde in quel modo. Il che mi fa presumere che conosce bene Descombes, per portare un giudizio cosi categorico. Ma se lo conoscesse non potrebbe fornirmi un giudizio cosi astruso su un dei più importanti filosofi francesi contemporanei e uno dei pochi che si è occupato dei presupposti epistemologici della cosidetta rivoluzione cognitiva, muovendo da Fodor.

    Poi, guarda caso, di cio’ me ne sono occupato in un saggio apparso sulla rivista “Fenomenologia e società”, non l’ultima delle riviste filosofiche italiane. Il saggio era intitolato “Una critica al paradigma cognitivista. L’olismo antropologico di Vincent Descombes”. Un’intera redazione si è fatta prendere per il naso da me accettando di pubblicare un articolo su un oggetto mai esistito (secondo lumina) “il paradigma cognitivista”. (Detto questo, lungi da me farmi passare come un esperto di quel dedalo di scienze, teorie, filosofie…)

    Ora come posso impegnarmi in una discussione complessa, come quelle messe in campo da Lumina, quando se ne esce con tali sparate? Una sola frase puo’ inficiare un’intera postura discorsiva. Se uno pretende rigore da me, nella discussione, deve essere in grado di essere lui stesso rigoroso. Altrimenti lasciamo perdere per ora. Magari in un altro contesto, potremmo trovare un sacco di cose da dirci e da scambiarci. Mi scuso di essere entrato nei dettagli, in modo noioso. Ma era per spiegare la mia reazione.

  138. wovoka il 20 aprile 2007 alle 15:06

    > Un’intera redazione si è fatta prendere per il naso da me accettando di pubblicare un articolo su un oggetto mai esistito [..]

    Un nuovo caso Sokal !!!
    :-)

  139. alanina il 20 aprile 2007 alle 15:46

    questi sono gli articoli. alcuni. quelli che vengono da riviste importanti (Nature, PNAS), che gli altri il database non me li trova.
    non li capisco nei dettagli sottili, perchè sono fuori dal mio campo ristretto di competenza, cmq, in sintesi approssimativa:

    http://www.nature.com/nature/journal/v405/n6783/pdf/405139a0.pdf

    come dice il sottotitolo, riporta che individui afasici (con incapacità nel linguaggio) sono più abili nel riconoscere le menzogne pronunciate da altri.
    ipotizza che questo accada perchè il danno ai circuiti (neuronali) del linguaggio induce una crescita compensatoria nelle aree cerebrali della comprensione non-verbale.

    http://www.pnas.org/cgi/reprint/99/3/1586

    dice in sintesi che l’elettroencefalogramma (gli impulsi elettrici del cervello) di un individuo che sta per ricevere un test visivo mostra dei segnali (prima che venga effettuato il test) che sono proporzionali a quello che l’individuo dice di provare riguardo al test che sta per ricevere.

    http://www.nature.com/nrn/journal/v2/n4/pdf/nrn0401_229a.pdf

    è un articolo riassuntivo che affronta la questione di come il cervello riesce a coordinare l’attività di aree fisicamente separate, deputate ad attività diversa (come la visione, la memoria, la reazione, eccetera). Dice che l’ipotesi più probabile è che questo avvenga grazie ad onde elettriche sincrone che sono osservabili nel cervello ad intervalli di tempo.

    oltre a questi, ce ne sono decine, forse centinaia di altri, di questi e altri autori.

    In sostanza, esiste (ovviamente) un interesse da parte della ricerca nei confronti dei fenomeni della mente. Ovviamente, questi argomenti vengono affrontati con metodi e criteri sperimentali, e danno informazioni di tipo strutturale e funzionale.
    Suggerire l’idea che da studi sperimentali di questo tipo sia scaturito qualcosa ricollegabile al metafisico, non solo è falso, ma è (secondo me) pericoloso.

    Non c’è da stare troppo in ansia, cmq: il giorno che si riuscisse a dimostrare con criteri scientifici che esistono eventi mentali indipendenti da oggetti o fenomeni fisici, non ci sarebbe da aspettare la soffiata dell’amico biologo: ci sarebbero più notiziari in televisione di quando sono crollate le tween towers.

    Poi boh, spero che quello che ho detto si capisca.

  140. Luminamenti il 20 aprile 2007 alle 15:56

    La tua scorrettezza Andrea Inglese e la tua incapacità di essere giusto emerge con evidenza, come mostrerò.

    Mi sembra che la ricostruzione temporale dei fatti accaduti in questa sezione non siano quelli che sostiene Andrea Inglese, come dimostrerò facendo vedere quello che chiunque può andare a controllare rivedendosi l’ordine temporale dei messaggi postati.

    1) il mio primo post è delle ore 10 del 17 aprile. il secondo è del 17 aprile ore 13, 57. il mio terzo post è del 17 apr ore 14, 15. il quarto del 17 apr è delle ore 14,17. il mio quinto post è del 18 apr ore 10,20.

    Andrea Inglese posta risposte il 17 aprile ore 14,51, poi alle ore 15,02, poi alle 17,35, poi alle 18,29, poi alle 18,38, poi 22,07, poi il 18 apr alle ore 01,11, poi alle ore 9,20, poi alle 10,35, poi alle 11,12.

    Ebbene in tutti questi post di Andrea Inglese mentre con alcuni ho avuto già degli scambi (come si può controllare), io non ho ricevuto da Andrea Inglese nemmeno una riga nei miei confronti né di carattere interrogativo, , né contraddittorio, né argomentativo, nè di eventuale richiesta esplicativa.

    Decide a un certo punto di rispondere a tutti i miei post che ho fino a quel momento pubblicato solo il 18 aprile alle ore 12, 10 e dicendomi cosa?
    Che si è letto i volumi di un filosofo e che il discorso è chiuso.
    Ed è chiuso nei miei confronti (magari nella sua mente no), proprio perché non si sente in dovere di dire una sola riga di pensiero in merito a tutto quanto ho inserito nei miei post pubblicati fino a quel momento e che se uno se li rileggi non ci trova citati solo bibliografie, ma anche pensieri, concetti, posizioni, argomenti, accompagnati sì da riferimenti bibliografici con una valore indicativo per chi legge del percorso attraverso cui ho sviluppato quei pensieri che ho scritto.
    E’ vero che lui deve rispondere a tanti, ma quando decide per la prima volta di rivolgersi a me lo fa nel modo che è controllabile da tutti e che ho descritto.

    A questo punto Andrea Inglese ha per me interrotto la comunicazione perché non l’ha mai iniziata, è evidente. E per quale ragione io avrei dovuto dargli risposte argomentative ed esplicative del mio rifiuto di quel filosofo che lui mi cita? Mi è sufficiente a quel punto semplicemente informarlo che trovo quel filosofo vaneggiante. Non è necessario che gli spieghi perché lo trovo una bufala. Lui non mi ha risposto su Nulla citandomi quel filosofo.

    Io invece nei post ancora successivi sono invece andato ancora più fondo.

    In quanto al discorso sul “paradigma cognitivista”, Andrea Inglese vedo che insiste nel volersi fare del male, e a sentir lui con il ragionamento che scrive in questo suo post delle 14,43 pensa citandomi un articolo e una rivista a sentir lui non male di livello, di avere dimostrato che esiste un paradigma cognitivista.

    Andrea Inglese è rimasto veramente indietro ahimé. Se all’inizio effettivamente è uscita fuori dalla bocca di qualche balordo cattivo divulgatore di basso profilo, questa espressione paradigma cognitivista, oggi fa solo sorridere, perchè ci aveva mai creduto in passato figuriamoci adesso. L’atto formale di nascita della scienza cognitiva può essere considerato il primo numero del giornale “Cognitive Science” uscito nel gennaio del 1977, che diventerà l’organo ufficiale dell’omonima Società.
    Accorciando…la prima conferenza della Cognitive Science Society si tenne nell’agosto del 1979 alla university of california San diego. L’organizzatore principale fu il famoso Donald Norman (lo sai chi è? Andrea Inglese) che si avvalse di una lunghissima preparazione in cui ogni partecipante lesse e commentò i lavori di tutti gli altri. Per nominare solo alcuni dei partecipanti di un’immenso amalgama interdisciplinare, ognuno con il suo Paradigma, perché non esiste una Scienza Cognitiva in quanto Paradigma Cognitivista, parteciparono filosofi come searle, il neuroscienziato Geschwind, il linguista Lakoff, gli psicologi Johnson-Laird, studiosi di intelligenza artificiale come Minsky, Newell, il mio maestro Roger Schank, Simon, Winograd. Così le Scienze Cognitive hanno una storia e più prassi e un metodo, che è quello scientifico, che comprende l’informatica e i linguaggi computazionali, l’intelligenza artificiale dura e quella morbida, la matematica e i sistemi esperti, il connessionismo, la psicologia cognitivista, la fenomenologia delle emozioni, la neurobiologia, l’operazionismo, il costruttivismo, la Sistemica (di cui sono membro), la matematica dei formalismi logici, la robotica.

    La società internazionale che riunisce gli scienziati cognitivi è la Cognitive science Society in America. Organo ufficiale è il giornale Cognitive science.
    In Europa la European Society of Cognitive Psycology svolge funzione analoga in scala ridotta.

    In Italia il giornale Sistemi Intelligenti riunisce idealmente gli studiosi vicino a quest’area. In campo metodologico c’è la rivista Methodologia della Società di cultura metodologica-operativa.
    Poi c’è il SITCC e Cognitive Therapy and Research.

  141. alanina il 20 aprile 2007 alle 15:59

    e anche se non capisco proprio benissimo tutto quello che dice gina, sospetto che abbia ragione… :-)

  142. Luminamenti il 20 aprile 2007 alle 16:22

    Cara Alanina,
    i dati che riporti significano esattemente quello che tu dici, ma non hanno nulla in comune con quelli che io avevo indicato e che sono controllabili. Io poi non ho detto esattemente quello che mi metti in bocca “Suggerire l’idea che da studi sperimentali di questo tipo sia scaturito qualcosa ricollegabile al metafisico, non solo è falso, ma è (secondo me) pericoloso”.

    Ho detto che pongono domande sulla metafisica! Hai cadute dell’attenzione? Inoltre per dire che è falso, allora da brava scienziata, devi falsificare. Ovvero prendere un esercizio della letteratura spirituale, una pratica, leggere quello che i testi dicono sul modo come si pratica e sugli effetti che ne possono derivare e poi procedere a una riproduzione in laboratorio. E’ quello che hanno fatto nei laboratori e studi che ho indicato.
    E siccome quella pratica esaminata è classifica storicamente come appartenente alla letteratura metafisica, come per esempio la letteratura mistica, il nesso è evidente. Poi se non ti piace la parola metafisica perchè ti provoca allergia (e certamente il pensiero catechistico e istituzionale religioso si è dato un bel da fare per innescare l’allergene), puoi sempre dire che sono proprietà emergenti della materia, potenzialità, chiamale come vuoi, ma non le puoi negare e non puoi negare l’interesse che possono avere sulla vita delle persone.

    In quanto a pericolose, il pericolo mi sembra ovunque ed è anche il discorso dei conformirsi per non cambiare nulla.

    Inoltre Ho scritto a un certo punto : “…chiamatale come volete (metodi di addestramento della mente, pratiche per modificare il senso comune, esperienze di mutazione antropologica, in ogni caso figlie di una letteratura spirituale e religiosa che ha una sua storia, storiografia, mappa sociale, tradizione plurimillenaria) e un altro soggetto attivista politico impegnato, lontano da certe idee. Interessante è il poi il risultato dell’effetto dell’individuo dedito a quelle pratiche nell’altro”.

    Ti domando Alanina. Tu cosa ne sai della letteratura tradizionale tibetana tantrica e in particolare dell’insegnamento Dzogchen e di quello che dice sul dormiveglia e i correlati scientifici degli studi sul sonno ipnagogico ( e ipnopompico), psicofisiologia dello stato theta?

  143. Eva Risto il 20 aprile 2007 alle 17:20

    eh, alanina, su, rispondi. hai studiato? a me sembra di no. scommetto che hai sostituito lo studio della letteratura tradizionale tibetana tantrica con qualche canzonetta di battiato. su, rispondi se hai coraggio! e datti una regolata, cazzo! come puoi continuare ad argomentare, senza gli insegnamenti dzogchen? non ti vergogni di non sapere niente del sonno ipnagogico? per non parlare poi di quello ipnopompico? ma dài, una buona volta, spezza finalmente le catene che ti tengono perennemente ancorata allo stato theta!

  144. Luminatorrance il 20 aprile 2007 alle 18:14

    il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca il mattino ha l’oro in bocca
    ecc.

  145. la funambola il 20 aprile 2007 alle 19:31

    Eva, mi fai morire dal ridere! :))))

    Ho letto gli ultimi interventi e mi sono venute in mente alcune riflessioni
    Non ci “capiremo” mai finchè non smetteremo i panni del sapere degli altri,
    finchè avremo bisogno di perderci in deliri citazionisti, finchè non vestiremo solo del nostro di “sapere” che è in ultima analisi il nostro “sentire”
    Ed il “sentire” ha la forza e la potenza dell’autenticità e solo questo può produrre cambiamento nei rapporti con gli altri e quindi nel mondo con ricadute non immediate come qualcuno qui ha sottolinetao, ma nessuno crede ai miracoli e il viaggio per la consapevolezza non è aggratis , facile e veloce.
    “La chiaroveggenza è il solo vizio che renda liberi, liberi in un deserto” se non è seguita dalla compassione.
    La chiaroveggenza non ha bisogno di essere studiata e misurata in laboratori e divulgata in riviste specializzate.
    La chiaroveggenza è in ognuno di noi.
    Ma voi, conservate il ricordo di una felicità immemorabile?
    E la mia non è una domanda retorica.

    Mediocrità,
    è stata la mia paura, la mia sofferenza , il mio dispiacere, la mia invidia per gli artisti o chiunque si affermasse non solo all’esterno, cioè che fosse riconosciuto, visibile, celebre
    ma affermasse sè medesimo , insomma si confermasse con qualcosa di tangibile che gli desse l’illusione di elevarsi, di distinguersi, di confermarsi appunto come entità unica, inclonabile, irripetibile, inconfondibile…
    Io insomma soffrivo di questo senso di mediocrità perchè legavo questa parola alla mia incapacità di fare un bel libro, fare un bel quadro, fare una bella canzone, fare un bel ballo, fare una bella invenzione….ecc ecc ecc
    Insomma la legavo, la parola mediocrità appunto, al FARE, fare una cosa che stupisse, che mi facesse riconoscere dagli altri come SPECIALE.
    Poi ho scoperto che la grandezza sta nel pensare, pensare col cuore.
    Mia zia nina era analfabeta, non sapeva fare nulla di eccezionale,
    Mia zia nina sapeva “accogliere”, mia zia nina non sapeva nulla dell’inconscio, viveva come può vivere una quercia.
    Mia zia nina era soave
    mia zia nina aveva “capito” tutto senza aprire un libro.
    mia zia nina era chiroveggente senza sapere di esserlo.
    mia Zia Nina era un una “GRANDE”
    eistein, al confronto…un mediocre.
    Mia zia nina è il mio unico riferimento.
    Io non sono più tanto sicura che l’uomo sia un animale sociale ma vi voglio bene attutti e voglio pensare che questi due pensierini siano letti con amore e con fiducia perchè ispirati solo dall’ amore e dalla fiducia
    baci
    la funambola

  146. volpe il 20 aprile 2007 alle 20:03

    Ma Luminamenti è una forza della natura!

  147. yoda il 20 aprile 2007 alle 21:47

    La “forza” scorre potente in quell’uomo!

  148. superciuk il 20 aprile 2007 alle 21:52

    luminamenti non usa il mouse. ordina direttamente alla freccia dove andare da sola.

  149. la funambola il 20 aprile 2007 alle 22:32

    sù sù sù
    non infierite, da bravi .:)

    lumina, ammorbali, così s’imparano! :))))))

    DAMMI UNA AMANO SENIORITIA TU PUOI CAMBIARE LA MIUA VITA E METTILA QUA, E VEDRAI CHE QUALCOSA SUCCEDERA’…MA SE NON SATI PIU’ NELLA PELLE E HAI BISOGNO DI UNA SCUSA PUOI SALIRE IO NE HO TANTE TE NE POSSO DARE UNA …..E ALLLORAAAAAAAAAAAAAAAAAA SIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII…così, tanto, per cantare

  150. superciuk il 20 aprile 2007 alle 22:59

    luminamenti non legge i libri. li fissa fino a quando non ottiene le informazioni che gli servono.

  151. superquark il 20 aprile 2007 alle 23:03

    non ci sono ignoranti. solo persone che hanno incontrato luminamenti nello stesso blog.

  152. supertasc il 20 aprile 2007 alle 23:51

    non esiste la teoria dell’evoluzione, ma solo una lista di creature a cui luminamenti permette di vivere.

  153. superpippo il 20 aprile 2007 alle 23:56

    luminamenti non parla. lui pensa le parole e poi le manda direttamente al tuo cervello con un semplice clic del mouse.

  154. Luminamenti il 21 aprile 2007 alle 00:04

    Una buona notte ragazzi. Pensierino per la Notte.

    Se vuoi costruire una nave, non radunare gli uomini per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito (Antoine de Saint-Exupéry)

  155. supernonsopiuché il 21 aprile 2007 alle 00:06

    luminamenti non ti dà mai la buona notte. lui è la tua buona notte.

  156. tashtego il 21 aprile 2007 alle 10:53

    pur di dormire mi accontenterei anche del sonno ipnagogico (e di quello ipnopompico, sempre che per “pompa” qui si intenda anima e non altro).
    detto questo.
    aggiungo.
    che quando mi viene la “nostalgia del mare ampio e infinito” prenoto un posto su un volo per la grecia con l’egean airlines.
    l’ho fatto la settimana scorsa, per dire.
    che di costruirmi una nave non c’avevo tempo.
    (ma voglia forse sì)

  157. tashtego il 21 aprile 2007 alle 10:54

    non “anima”, ma “trasporto”.
    scus.

  158. la funambola il 21 aprile 2007 alle 16:20

    “se si potesse dormire ventiquattr’ore su ventiquattro, si raggiungerebbe presto l’inerzia primordiale, la beatitudine di quell’interrotto torpore anteriore alla genesi, sogno di ogni coscienza esasperata di se stessa”
    deve essere una brutta bestia l’insonnia, questa assenza di oblio,questa allerta permanente.
    i suoi pensieri notturni hanno lo stesso “metodo” di quelli diurni?
    provi con una tisana alla maria, o con una canna, ha effetti benefici sull’io che si sfinisce.
    affettuosamente
    la funambola

  159. lucio il 21 aprile 2007 alle 17:51

    Con affetto, in onore a Luminamenti. ‘nvidiosiii

    LUMINAMENTI

    Sono convinto, dietro a questo nickname
    si cela, con poteri sorprendenti,
    un gran profeta, un duce, o un Superman
    forse “Colui che Illumina le Menti”

    Un tipo alla Mosè, coi lampi in fronte,
    con il bastone e le risposte pronte,
    la barba lunga e un libro tra le mani,
    anzi di più, con tutta la Treccani.

    Pronto a tirarla addosso a chi è normale,
    come un regalo, non per fargli male,
    a chi interviene qui privo di gloria
    e il mahabharata non sa più a memoria.

    L’ho raccontato a tutti i conoscenti,
    sappiate che il signor Luminamenti
    conosce tutto, nomi, date, eventi,
    e tutto elenca per farci contenti,

    e infine, con i suoi comandamenti
    c’illumina nei cuori e nelle menti!

  160. superdog il 21 aprile 2007 alle 19:28

    luminamenti non ha bisogno della treccani. lui è la tutticani.

    se voi pensate e scrivete e parlate, è perché lui lo vuole. gli basta pensarvi, e la vostra esistenza si manifesta dietro lo schermo di un computer.

  161. alanina il 22 aprile 2007 alle 13:11

    ma vorrei aggiungere per completezza che esistono effettivamente, fin dagli anni ’70, una serie di studi scientificamente affidabili, condotti su monaci volontari, che dimostrano una serie di effetti della meditazione profonda.
    ad esempio, la capacità di abbassare la temperatura corporea o i battiti cardiaci a valori che si pensavano impossibili per un soggetto sano.
    altri studi poi dimostrano modifiche e fenomeni peculiari di vario genere nel cervello di soggetti addestrati alla meditazione dalla giovane età.
    tant’è che, al presente, la meditazione è l’unica forma di terapia o pratica alternativa a cui la scienza riconosce effetti dimostrabili, seppure non ancora ben caratterizzati.

    indagini di questo tipo sono senza dubbio affascinanti, ed è possibile che contribuiscano a mettere in luce meccanismi del cervello non ancora noti, e magari anche a schiudere la possibilità di ampliare in qualche modo alcuni potenziali della mente.
    (io, per esempio, sarei già contenta di acquisire il metodo per ricordarmi ogni volta dove ho messo le chiavi della macchina, lasciamo perdere la nave)

    in questo come in altri tipi di indagine si raccomanda di non abbandonare il buon senso. ad oggi, per esempio, il metodo più riproducibile per conseguire stati di percezione alterata rimane l’uso di droghe e sostanze allucinogene naturali o sintetiche.
    un tipo di indagine sicuramente da sconsigliare in tempi come questi, in cui il sistema sanitario riesce malamente a fronteggiare un’appendicite.

  162. Luminamenti il 22 aprile 2007 alle 14:00

    L’uso di droghe non riproduce, né fa conseguire ciò che accade, per esempio, meditando. Cioè, le due cose non sono equivalenti. I risultati scientifici, sperimentali non sono eguali. Delle droghe non parlo, le sconsiglio perché sono roba per gente forte (le mosche bianche) e non per i drogati (cioè gente debole). Le droghe sintetiche poi sono disastrose.
    Ma anche sugli effetti di un veleno privo di tossicità mortale immediata, occorrerebbe osservare gli studi degli etnoantropologi. La società moderna è una società con riti deboli, quindi il consiglio è quello qui sopra.
    Né più nessuno nella comunità scientifica, oggi, adotta il termine stati di percezione alterata (giusto o sbagliato che sia l’aver modificato il lessico con stati molteplici di percezione o coscienza).
    Per un primo assaggio della questione consiglio il rigoroso volume di Marco Margnelli, Natura e struttura di alcuni stati di coscienza, Poletto editore. Su uno studio lungo e approfondito su una forma di meditazione rimando Mindfullness, Bollati Boringhieri. Tanto per iniziare.

    p.s il sistema sanitario fronteggia bene le appendiciti e tante altre cose sebbene è pieno di difetti e di casi di mala sanità.

    Il prof. Bastiaans ha curato efficaciemente la sindrome da campo di concentramento usando anche l’LSD.

    Per la memoria la medicina non può far nulla, per adesso, ma esistono ottime tecniche, ampiamente collaudate, che fanno miracoli, sebbene miracoli non sono, tranne nei casi documentabili di alterazioni morfo-funzionali dei circuiti dell’ippocampo e le patologie da stress correlate legate all’iperproduzione del cortisolo (per me i miracoli non esistono ma esiste la metafisica. Più metafisica della fisica contemporanea…più metafisica dei fenomeni discontinui in biologia…

  163. la funambola il 22 aprile 2007 alle 18:13

    “Delle droghe non parlo, le sconsiglio perché sono roba per gente forte (le mosche bianche) e non per i drogati (cioè gente debole). Le droghe sintetiche poi sono disastrose”

    “La società moderna è una società con riti deboli, quindi il consiglio è quello qui sopra”

    lumina, ti amo :))
    senti
    … e finalmente mi quieto. Dissipazioni e ricordi svaniscono dalla mia anima come se non fossero mai esistiti. Resto sola e calma. Vivo questo momento come se fosse il momento di una conversione religiosa. Eppure non c’è nulla che mi attragga verso il trascendente, anche se nulla più mi lega all’immanente. Mi sento libera come se finissi di esistere conservandone la consapevolezza.
    Mi quieto, sì, mi quieto. Una grande quiete, soave come un’inutilità, scende nel fondo del mio essere. Le pagine lette, i doveri compiuti, i passi e gli eventi del vivere: tutto si è tradotto in una vaga penombra, in un alone appena visibile che circonda qualcosa di tranquillo che non so definire.
    L’azione attraverso la quale a volte ho dimenticato l’anima; il pensiero attraverso il quale a volte ho dimenticato l’azione; entrambi mi si trasformano in una sorta di tenerezza priva di sentimento, una compassione insulsa e vuota.
    Non è questa giornata pigra e soave, nebbiosa e blanda.
    Non è questa brezza imperfetta, quasi nulla, poco più dell’aria.
    Non è il colore anonimo del cielo stancamente azzurro qua e là. No. No, perchè non sento. Vedo senza intenzioni e senza soluzioni. Assisto attentamente ad uno spettacolo che non esiste.
    Non avverto l’anima, soltanto la quiete. Le cose esterne, nitide e immobili, anche quelle che si muovono, sono per me come deve essere stato il mondo per Cristo quando dall’alto di tutto Satana lo tentò. Sono un nulla, e non capisco come Satana, vecchio di tanta esperienza, si illudesse di tentarlo.
    Scorri leggera, vita impercettibile, silenzioso ruscello che fugge sotto alberi dimenticati! Scorri blanda, anima sconosciuta, mormorio invisibile oltre i grandi rami caduti! Scorri inutile e senza ragione, consapevolezza che non è consapevole di niente, vaga luce in lontananza fra radure di foglie, che non sappiamo da dove viene né dove va! Scorri, scorri, e lasciaci dimenticare!
    Vago soffio di una cosa che non osò vivere, insipido sorso di una cosa che non potè sentire, mormorio inutile di una cosa che non volle pensare, vai lento, vai pigro, vai con i vortici che ti aspettano e lungo i declivi che incontrerai; vai verso l’ombra o verso la luce, fratello del mondo; vai verso la gloria o verso l’abisso, figlia del Caos e della Notte, ricordandoti ancora, in qualche angolo di te stessa, che gli Dei sono venuti più tardi e che anche gli Dei passano”

    Ed emili gli risponde:

    Per un istante d’estasi
    noi paghiamo in angoscia
    una misura esatta e trepidante
    proporzionata all’estasi

    Per un’ora diletta
    compensi amari d’anni
    centesimi strappati con dolore,
    scrigni pieni di lacrime

    lui , fernando pessoa , era capace di sentire questo , ed io penso che “pensare così, “sentire”, così sia riscatto grande dal dolore dell’esistere, dal tributo gravoso che la consapevolezza ti fa pagare.
    Nessun uomo ha saputo vivere e scrivere come fossero la stessa cosa. Nessuno è stato così disperatamente e necessariamente onesto con sé stesso come lo è stato lui, nessuno ha mai saputo scrivere e vivere la solitudine esistenziale come ha fatto lui, nessuno è riuscito a vivere e scrivere il dolore della consapevolezza come ci è riuscito lui.
    Nessuno ha mai scritto “per necessità” assoluta come ha scritto lui.( solo emily è riuscita ad andare “oltre”)
    Nessuno è riuscito a vivere e scrivere col coraggio che ha avuto lui, il coraggio di non saper vivere perchè amava disperatamente le vita.
    E qui, in queste parole , mi chiedo se un “sentire” così sia stato un prezzo equo per il dolore che ha provato, guardando con gli “occhi”
    Se questi due esseri, uomo e donna, hanno detto queste cose significa che le hanno vissute, se le hanno vissute significa che in ognuno di noi c’è la possibilità di sentire così, e se in ognuno di noi c’è la possibilità di sentire così io mi sento meglio, io mi sento che posso credere nell’uomo, perchè chi sente così non potrà che essermi compagno di viaggio e i compagni di viaggio sanno che il viaggio non può che essere in solitario, ma sapere che si è soli, tutti soli, è una grande consolazione ,è uno stare in sublime compagnia.
    tutto questo senza uso di sostanze stupefacenti.
    ma hai detto bene sopra: quanta ipocrisia, quanta ignoranza e quanta paura sul tema delle droghe.
    un bacio radioso.
    la funambola

  164. superfù il 22 aprile 2007 alle 18:29

    ruminamenti non pensa,
    Lui, E’, il PENSIERO

    :)))))))

  165. supercrack il 23 aprile 2007 alle 00:10

    una sola lacrima di luminamenti cancellerebbe dal pianeta fame, miseria, malattie e analfabetismo. il problema è che lui non ha mai pianto.

  166. lucio il 23 aprile 2007 alle 01:12

    Chiedo scusa per aver contribuito anch’io alla deriva delle ultime 48 ore e torno in tema per evidenziare l’importanza dell’appello di Inglese. Credo che il suo richiamo all’impegno sia così forte e necessario da non rimanere sommerso neanche dai nostri interventi più surreali (e forse un po’ d’ironia era pure giustificabile). Ma non può finire in barzelletta l’invito (invidiabile per l’energia dimostrata) a concentrarsi sul proprio ombelico affidando all’Apparato tecnico scientifico l’idea di progetto per se e per il mondo. E’ proprio questo atteggiamento rinunciatario che ha determinato l’intervento di Inglese.
    “… una rinuncia all’autogoverno di tale portata, da far pensare alle misteriose leggi ecologiche che determinano certe specie animali al suicidio collettivo.” questo è l’allarme di Bollati riportato nel post. Questo può succedere anche all’uomo, e succede ogni tanto a quelle comunità chiuse di fedeli che si mettono ciecamente nelle mani di un santone-truffaldino, o della Monsanto.

    Usandolo, sento anche mio questo blog, questo spazio pubblico, e sento il dovere di difenderlo.
    Mi unisco all’appello e mi permetto di estenderlo a tutti coloro che, come me, hanno più volontà che notevoli strumenti.
    Ciao e grazie.

  167. andrea inglese il 23 aprile 2007 alle 13:20

    “Usandolo, sento anche mio questo blog, questo spazio pubblico, e sento il dovere di difenderlo.”
    Caro Lucio nonostante tutti i divagamenti, le diffrazioni, gli equivoci, i più banali scazzi, e nonostante i limiti dei testi e dei temi proposti, non è irrilevante che tu od altri percepiscano questo (come altri luoghi in rete) come “spazi pubblici”. Non tutto è dissipazione e narcisismo in rete. E sono grato a te che lo ricordi.

  168. alanina il 23 aprile 2007 alle 13:47

    condivido completamente queste ultime note di lucio, e se per caso contengono un garbato rimprovero anche per me, mi scuso anch’io.
    così tanto credo anch’io alla necessità di un’etica più solida (trasmessa anche attraverso arte e letteratura, certo, perchè no?) , così tanto credo anch’io che la condivisione dei saperi stia diventando sempre più importante per poterla elaborare (l’etca) che per questo mi affaccio ogni tanto (anche) qui a sbirciare che aria tira.
    penso poi che lo sforzo di sintesi e chiarezza e sfrondamento (per carità, signor L, senza polemica, lo dico perchè lo penso davvero) sia essenziale per riuscire a scambiare veramente qualcosa, anche a scapito di qualche dettaglio.
    con ciò, ringrazio e mi taccio.
    :-)

  169. la funambola il 23 aprile 2007 alle 13:53

    amen

  170. Luminamenti il 24 aprile 2007 alle 08:31

    D’accordo su molte cose, ma prima occore una civiltà (etica) della comunicazione.
    Se no tante parole diventano fumo. E constato che molto spesso manca (l’attenzione).

    Richiamare all’impegno se non vuole essere una vuota parola, tanto che è ripetuta da qualche secolo, deve comportare la trasformazione della mente. Questo impegno è a valle di tutto il resto (socità, politica eccetera eccetera).

    P.S funambola ho letto con molto piacere quanto hai scritto

  171. Luminamenti il 24 aprile 2007 alle 08:33

    Lucio, per esempio, non ha capito niente di quello che ho scritto, evidentemente…

  172. lucio il 24 aprile 2007 alle 17:38

    Luminamenti, credo che se ci fosse la volontà di argomentare con la stessa chiarezza del tuo primo intervento di oggi, si potrebbe esprimere meglio (e se necessario valutare) l’interesse per questo ed altri temi qui proposti, vecchi o nuovi che siano. Per esempio, se io preferissi accostare “il richiamo all’impegno” alla trasformazione del comportamento piuttosto che a quella della mente, evidenzierei un punto di osservazione diverso (in questo caso opposto) che potrebbe essere utile all’analisi. Sento anch’io i limiti che la semplificazione pone al pieno e piano argomentare, riducendo spesso un concetto ad una tentata contrapposizione, e anche per questo motivo cerco di non assumere posizioni apodittiche e inamovibili che possono bloccare il discorso oltre all’interlocutore.
    Continuo a volerti bene senza capire niente di quello che hai scritto & senza nulla a pretendere.

  173. Luminamenti il 24 aprile 2007 alle 23:40

    Se tu rileggi il mio primissimo intervento, era chiaro che sollevavo un’obiezione. Se l’obiezione non ha trovato risposta da parte di Andrea inglese e invece viene sbarrata citando un libro (molto più avanti) che neanche si riferisce a quell’obiezione si viene meno all’etica della comunicazione e si mostra incapacità a gestire il rapporto con gli interlocutori. Da qui ne deriva una vera deriva…

    chiunque gestisce processi formativi, educativi, pedagogici lo sa

  174. lucio il 25 aprile 2007 alle 01:25

    Luminamenti, proprio dal tuo primo intervento ho tratto “l’Apparato tecnico scientifico” al quale intendi lasciare carta bianca, dichiarandoti “contro ogni idea di progetto per sé e per il mondo”. Se questo è il concetto base della tua obiezione, ribadisco la mia scelta per un impegno quotidiano più coinvolgente (senza attribuire valori di merito).
    Ricordando poi i brani che seguono:
    “La psicoanalisi è la prova vivente del fallimento del tentativo di Motivare Consapevolmente le nostre scelte, destinazioni, azioni, pensieri. Invece di progettare, afferrare, occorre abbandonare. […] Invece di vincere occorre arrendersi! […] La dominazione della Psiche viene schiacciata solo dalla morte dell’anima, […] Siediti nella cruna dell’ago e stai, se il filo dell’ago entra non afferrarlo, se esce non tirarlo, e gioisci,…”
    purtroppo, non riesco a trovare nel tuo intervento la volontà di favorire un processo formativo, educativo, pedagogico, né la possibilità di dialogare seriamente senza segnalare (con dispiacere) gli effetti negativi di una ricerca solamente interiore e di una predisposizione al rifiuto pressoché totale.
    Comunque buonanotte, sempre con fiducia.

  175. Luminamenti il 25 aprile 2007 alle 23:30

    Ti rispondo:

    1) impegno sì, ma non progetto, è molto diverso da progetto. Sono due cose non necessariamente conseguenti. Progetto è previsione. E’ un concetto nato con l’epistemologia della scienza. Destinato a fallire.

    2) la psicoanalisi viene da me indicata come il territorio nel quale sono state individuate quelle forze incontrollabili che negano proprio l’efficacia nel portare a termine un progetto. La Psiche (ES, Io e Super Io) è territorio maledetto e distruttivo. Altra cosa è il Superconscio.

    Mai parlato di ricerca interiore (o solamente interiore). Questa è una deduzione fallace nell’interpretazione di concetti come meditazione, contemplazioni, stati di coscienza modificati, stati estatici e mistici che non sono conosciuti per quello che sono.

    Più semplicemente: non mi prefiggo di chiudermi a casa per influire sul campo antropico umano (relazioni umane, trasformazione antropologica, mutazioni e mutanti)

  176. lucio il 26 aprile 2007 alle 03:05

    Luminamenti, in equilibrio sul filo della comprensione mi sembra di leggere qualcosa di interessante e condivisibile nel tuo ultimo intervento e credo che a questo punto sia giusto evidenziarlo e andare avanti senza infilarci in un tunnel. Ma, se credi…
    Intanto l’incipit del punto -1- “impegno sì”, se olofrastico rappresenterebbe molto più di mezzo passo nella direzione dell’impegno, ma è così?
    Poi c’è quella dichiarazione finale che mi sembra potenzialmente molto importante “non mi prefiggo di chiudermi a casa per influire sul campo antropico umano”.
    Ma tra “impegno sì” e “non chiudermi a casa” ci sono l’intero punto 1 e il 2, che forse riportano tutto l’intervento nella sua univoca chiave di lettura (secondo me) rinunciataria. Leggendo i due punti trovo che l’elemento unificante ancora una volta è l’inefficacia e il fallimento; nell’ 1 “psicoanalisi…territorio nel quale sono state individuate quelle forze che negano proprio l’efficacia nel portare a termine un progetto”, nel 2 “Progetto è previsione. E’ un concetto nato con l’epistemologia della scienza. Destinato a fallire”.

    Se con il primo Derrida volessimo accettare il principio della possibilità necessaria, per cui se qualcosa può allora necessariamente deve, e quindi teorizzare che un progetto è destinato a fallire, ci lasceremmo ingannare da una massimizzazione dell’argomento trascendentale che lo stesso autore rivide più ottimisticamente pochi anni dopo.
    Più semplicemente è chiaro che un progetto può fallire, ma non è destinato a fallire, fallire è solo una delle possibilità. Credo che anche tu abbia visto il successo di qualche progetto. E comunque sarebbe davvero triste rinunciare a un progetto per evitare un eventuale insuccesso, in questa visione impegnarsi in un progetto è già una cosa positiva.

    Poi permettimi, dubbio per dubbio, a questo punto ti devo chiedere se credi veramente che ci siano “ forze che negano proprio l’efficacia nel portare a termine un progetto” perché è vero che può fallire, ma come si fa a negare l’efficacia nel portare a termine un progetto? E non c’è più bisogno di virgolette, vorrei veramente sapere se ritieni inutile anche il successo di un progetto, riconoscendoti la coerenza con la quale ne stai scrivendo, effettivamente, dal tuo primo intervento. Giuro che se confermi e l’accendiamo, ti dedico una poesia seria (o almeno ci proverò).
    Non ti perdere, ciao.

  177. Luminamenti il 26 aprile 2007 alle 08:04

    E’ chiaro che lo so anche io che un progetto può riuscere, cioè portare a termine l’obiettivo che si è prefisso. Ma proprio per questo è fallimentare, errore. Infatti l’accenno inclusivo a tale conclusione era data nel mio discorso dal fatto che il progetto è previsione. La previsione è il fondamento epistemologico dell’ipotesi scientifica. Qui non posso riportare per esteso l’argomento. Ma potrei dire per farmi più semplicemente comprendere, che tutti di noi abbiamo molto fiducia in quella cosa che chiamiamo esperienza. Ma che cos’è una esperienza? Non è un verità immutabile. Il fatto che il sole giorno la mattina e la sera se ne va è un’esperienza che viviamo. Ma questo non significa che continuerà ad accadere. Facciamoli pure i progetti, verifichiamone i risultati, ma è meglio farlo con la consapevolezza di essere nella non-verità.
    Se poi il Progetto è cambiare il Mondo allora ciò significa ipostatizzare il Progetto. E questo lo fa già l’Apparato scientifico-tecnologico, che io allora critico per mostrare la fallacia del suo sottosuolo.
    Inoltre, il mio discorso attribuiva inutilità a pensare la consapevolezza, così come la intende Andrea Inglese, come strumento per l’agire nel mondo. Cioè il mio discorso non era mirato contro la consapevolezza ma a :

    1) vedere le forze che si oppongono a questa consapevolezza
    2) pensare cosa è la consapevolezza, pensarla la consapevolezza. In questo senso offrivo riflessione per vedere diversamente la manifestazione della consapevolezza. Seguendo questo filo, emerge un fare della consapevolezza che è tutt’altro che rinuncia, anzi esattamente influenza fortemente il Mondo.

    Cmq mi fanno piacere questi scambi con te, perché ci si confronta su quello che l’altro scrive e non si evade scavalcando. Non c’è mai in me intenzione di dire: le cose stanno così. Ma è sul così che bisogna scambiarsi idee.

  178. Luminamenti il 26 aprile 2007 alle 08:07

    Scusa, errata corrige. Il fatto che il sole sorge di mattina e va via la sera

  179. Luminamenti il 26 aprile 2007 alle 11:18

    Aggiungo Lucio quanto dice Agamben nell’introduzione al poderoso e straordinario lavoro di Enzo Melandri, La Linea e il Circolo, studio logico-filosofico sull’analogia, Quodlibet:

    Non è infatti detto che il rendersi consapevoli, nel senso radicalmente corticale che l’atto assume per noi oggigiorno, sia sempre e di necessità un vantaggio. Come diceva Plotino, è una diminuizione dell’intelligenza aver bisogno di ragionare, una perdita della sua capacità di bastare a se stessa. In epoca contemporanea, lo stesso stato di cose viene espresso in termini di “dis- inibizione” o, in maniera più plastica, di “paradosso del centipede” (Cfr. A. Koestler, The Act ofCreation, London 1964 – I, i, 3, The Paradox of the Centipede, pp. 75-77).
    Il centipede sa benissimo, senza perciò doverne prender coscienza, che per non inciampare è meglio non chiedersi – non, per lo meno, logisticamente – in quale precisa sequenza vadano mossi i piedi. Credere che il prendere coscienza, la “consapevolizzazione” corticalmente intesa, sia un atto spontaneo, positivo, tale da non richiedere spiegazioni e anzi da approvarsi senza restrizioni – tutto questo non è che un pregiudizio spiritualistico, una cattiva razionalizzazione del mito orfico della”verità-luce”, della Lichtmetaphoric (Cfr. H. Blumenberg, Paradigmen zu einerMetaphorologie, Bonn 1960, pp. 12-18, 85-87).
    In tal modo si rischia di rendere gratuito l’atto della presa di coscienza; e, cosa ancor più grave, il suo complemento: l’atto del non voler prendere coscienza, che è ben altrimenti significativo. In primo luogo, se non vogliamo renderlo gratuito,l’atto di consapevolizzazione va inteso come sintomo di qualcosa e non come un simbolo indifferente rispetto al suo riferimento. Ci accorgiamo di avere un corpo nel senso pregnante, occlusivo, oneroso della corporeità, solo quando esso o una sua parte non funziona a dovere. Generalizzando, ciò significa che ogni teoria può essere intesa come sintomo di una sottostante disfunzione; e che inoltre il suo valore è in proporzione alla capacità che essa ha, se ce l’ha, di agire terapeuticamente: cioè di eliminare la sua stessa ragione d’essere, di sussistere come “teoria”. Ma ancor più interessante, come si è detto, è l’atto complementare del non voler prendere coscienza, la Verdrangung o “rimozione” della consapevolezza. In questo caso, il divario fra teoria e prassi è dovuto all’infelicità della prassi; la teoria regredisce a razionalizzazione del fallimento terapeutico e le stesse vie di accesso al problema restano precluse.

    Se poi affondo nella lettura dell’originale lavoro du Antonio Alberto Semi, La Coscienza in psicoanalisi (che fu presentato da Genna come tra i libri più significativi scritti negli ultimi tempi e concordo) leggo che:

    Insomma, il pensiero (“ragione” compresa, lavoro intellettuale sottile e difficile compreso) è inconscio descrittivamente e, metapsicologicamente può essere inc o prec (pag 28-29)

    L’effetto di coscienza è un prodotto non necessario o, per essere più precisi, è un prodotto psichico necessario in misura assai limitata. La maggior parte dell’umanità vive ancora oggi di simboli e segni sonori, e puntando viceversa tutto sul buon funzionamento del sistema Prec (pag 56)

    La ragione è solo una piccola e secondaria parte della coscienza, e dal punto di vista psicoanalitico, non si dovrebbe forse tanto pensare che la ragione sia una caratteristica della coscienza, quanto piuttosto che, essendo la coerenza una caratteristica fondamentale di tutte le operazioni del sistema Cs, la “ragione” sia quell’attività del sistema che la utilizza sul piano del contenuto, riuscendovi però sempre fino a un certo punto (pag 59)

  180. lucio il 26 aprile 2007 alle 23:54

    Luminamenti, non posso non prendere atto della fermezza della tua posizione “E’ chiaro che lo so anche io che un progetto può riuscere, cioè portare a termine l’obiettivo che si è prefisso. Ma proprio per questo è fallimentare, errore”.
    Mi sbagliavo, credevo che avresti rinunciato alla poesia. Ma ogni promessa è un debito e anche se in questi giorni ho altri impegni, proverò a dedicartene una.
    Infine, sono da sempre interessato anche ad un tipo di dialogo in cui si elude il principio di non contraddizione e qualsivoglia modus ponens, credo però che questo post non possa più contenerci e che avremo altre occasioni.
    Alla prossima, ciao.

  181. Luminamenti il 27 aprile 2007 alle 16:32

    Alla prossima ciao.

  182. infostudent psy unipd it il 9 maggio 2007 alle 12:20

    infostudent psy unipd it…

    Postumi. Lo scrittore dopo la sbronza della fine della storia…



indiani