Considerazioni a margine di Umbria Jazz – 2

4 ottobre 2007
Pubblicato da

milesdavis.jpg di Sergio Pasquandrea

[continua da qui]

E infine arrivò il bebop.
Anche qui luoghi comuni: Bird e Dizzy e compagni si ribellavano allo swing commerciale e facevano questa musica nera, orgogliosamente nera, piena di ritmi bizzarri, e soprattutto non-ballabile, piena di frasi arzigogolate e guizzanti. Lo capiamo solo noi, bianco, questa è la nostra musica, lo swing è musica vecchia, noi siamo il futuro.
Tutte cose vere solo per metà. Ma una cosa è certa: è qui che il jazz comincia a staccarsi dall’entertainment e a proporsi come arte. E, ancora più importante, il jazz comincia a non essere solo pittoresco, o divertente, ma anche cool. Per essere hip si doveva ascoltare quella musica. Gli hipsters avevano anche un loro costume, lo zoot suit, fatto di pantaloni con la vita altissima, larghi lungo le gambe ma stretti da molle alla caviglia, e giacche coloratissime con le spalle spropositatamente ampie. Oppure imitavano Dizzy Gillespie, con il suo basco, gli occhiali neri e la “mosca” di peli sotto il labbro. Norman Mailer descrisse l’hipster come un “negro bianco”, proveniente dalla classe media che “cercava di deporre la propria ‘bianchezza’ e adottare quello che credeva fosse lo stile di vita rilassato, spontaneo, cool degli hipster neri”. Era un modo per segnalare la propria appartenenza a una confraternita, un gruppo chiuso.
Questi due fatti hanno conseguenze importanti: perché ancor oggi, se si chiede all’uomo della strada che cosa gli evoca il jazz, la risposta sarà: o una musica “difficile” (ergo: ostica, faticosa da ascoltare, non fischiettabile), oppure una musica che evoca una certa aura di coolness.
Leggevo qualche tempo fa un divertente e cattivissimo articolo di un critico musicale francese, Thierry Quénum, in cui si descriveva una figura sociale di gran moda in Francia, il “bobo”: ossia il “bourgeois-bohémien”, la versione aggiornata del radical-chic, figlio di papà con pretese alternativo-ecologiste-mondialiste. Fra i tipici acquisti del bobo, diceva Quénum, non può mancare il cd del musicista jazz consigliato dalla rivista di tendenza: che il bobo acquisterà senza ascoltarlo, perché è “très sympa”. Ossia: mi dà un’aria fichetta senza porre in crisi le mie certezze sul mondo, si può mettere su alle feste con gli amici senza disturbare la conversazione.
Ogni tanto si parla di un revival del jazz, di artisti che sfondano le hit parade vendendo dischi a centinaia di migliaia. Poi ci si chiede quali sono questi artisti, e si scopre che si tratta dello swing sbadigliante di Michael Bublé o delle soavi ninnananne di Norah Jones o delle belle cosce di Diana Krall. Per tornare a Umbria Jazz di quest’estate, ho ogni motivo per credere che il pubblico che è andato a sentire il concerto (sublime) di Ornette Coleman avesse pochi punti di tangenza con quello che ha stipato il Teatro Morlacchi per ascoltare le svenevolezze new age del ricciolone Giovanni Allevi.
Insomma, il jazz, nella percezione comune, o è roba da intellettuali (fra parentesi: intellettuali spesso piuttosto settari, conservatori e snob, provare per credere) o comunque evoca un’idea di esclusività, sofisticatezza, chic. Strano, per una musica nata per essere eseguita nelle strade e rimasta, per metà della sua storia, una musica da ballare.

E questo porta a un’ultima domanda. Quand’è, di preciso, che il jazz ha smesso di essere “popolare”?
In genere si dice che la grande frattura coincide con il bebop, ossia a metà anni ’40. Però ancora negli anni ’50 i dischi del quintetto di Miles Davis passavano in tutti i juke-box, e Miles, con i suoi completi italiani, le macchine sportive, le belle donne e l’aria incazzata da “non mi faccio mettere sotto da nessuno”, era l’idolo della comunità nera.
In realtà la frattura si apre negli anni ’60. Due sono le scosse sismiche che creano la faglia.
La prima è il free jazz: paradossale, in un certo senso, visto che fu legato a doppio filo ai movimenti neri più radicali (e negli anni ’70 a Umbria Jazz i fricchettoni applaudivano qualunque musicista nero coi capelli afro e fischiavano il povero Stan Getz solo perché era bianco e suonava in smoking), ma è fuori dubbio che Cecil Taylor, Roscoe Mitchell o Anthony Braxton, artisti immensi, hanno ben poche speranze di diventare “popolari”.
L’altra frattura fu il rock (inteso in senso lato: dai Beatles a Jimi Hendrix a Sly & Family Stone), che attirò magneticamente il pubblico giovanile, bianco e nero, dando il colpo di grazia alla “popolarità” del jazz. L’aveva capito quel volpone di Miles Davis, che in quel periodo cominciò ad ascoltare Sly Stone e a progettare dischi con Hendrix.
Dopo, certo, ci fu Herbie Hancock con gli Headhunters e con Rockit, ci furono i Return to Forever e l’Elektrik Band di Chick Corea, ci furono i Weather Report: ma questo è già tutto un altro discorso. La deflagrazione del rock portò a uno scollamento tra il jazz e il grande pubblico, sia quello bianco sia quello della “black diaspora”, che oggi si riconoscono in altre musiche.

Ho cominciato con un aneddoto, e vorrei finire con un aneddoto.
Qualche anno fa a Umbria Jazz passò uno spettacolo intitolato “Guarda che luna”. Era un omaggio a Fred Buscaglione, com’è ovvio. C’era Gianmaria Testa che cantava e recitava, e poi c’erano quei folli della Banda Osiris, Enrico Rava e Stefano Bollani (forse l’avrete visto da Arbore, impegnato in deliziose parodie dei cantautori, o ascoltato su Radio3, con David Riondino: il programma si chiamava “Il dottor Djembé”). Facevano jazz e cabaret, e facevano benissimo entrambi. Lo spettacolo era esilarante e la musica sopraffina.
Dietro di me era seduto un critico, uno dei nomi grossi, ma molto grossi, del settore (non dico chi, perché si dice il peccato non il peccatore), che parlando con un collega continuava a lamentarsi: “Ma noi ci abbiamo messo tanto a far capire alla gente che il jazz è una cosa seria, ma cosa ti arriva ‘sto Bollani con tutte ‘ste buffonerie?”.

Ecco, forse non è solo colpa del rock, se il jazz non è più popolare. Forse ancora troppa gente non ha capito che l’ironia è solo una delle forme dell’intelligenza.

(fine)

[immagine tratta da http://www.ramdam.com/art/d/milesdavis.htm]

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40 Responses to Considerazioni a margine di Umbria Jazz – 2

  1. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 10:59

    “Quand’è, di preciso, che il jazz ha smesso di essere “popolare”?”

    Penso che il jazz non sia mai stato popolare così come la poesia…

    Le varie contaminazioni musicali legate al jazz o altri generi sono nati da “istanze” completamente diverse. In effetti che cosa è rimasto? Il blues, l’inizio dell’epopea del jazz. Ho sintetizzato per non creare un post su un post . Ho scritto anch’io parecchi articoli su questo tema. L’umbria jazz? Ci sono stato l’anno scorso, una schifezza, per questo la gente che ama questa musica se ne allontana. Il concerto di Mc Coy tyner? L’ultimo concerto Jazz visto e goduto. Bollani? Se non è in forma è una palla mostruosa!

  2. tashtego il 4 ottobre 2007 alle 11:45

    La sensazione, da ascoltatore di jazz (che adoro), è che questa musica sia morta.
    La sensazione è che il jazz abbia già compiuto tutta intera la sua parabola, fino all’auto-annullamento, alla sostanziale non-ascoltabilità del free, e che quello che si è ascoltato dai primi anni Settanta in poi, con ragguardevoli eccezioni, sia solo ripetizione, e citazione del già fatto, del già suonato e cantato.
    Se si confronta il percorso del jazz con quello dell’arte americana dai tempi della nascita del bee bop – coi suoi stretti rapporti con l’action painting – si vede che il cammino dell’arte ha preso molte direzioni, metre il jazz è rimasto QUASI inchiodato ai risultati raggiunti alla fine dei Sessanta.
    Però quel QUASI è importante, perché il jazz successivo forse è tutto lì, in una infinita rifinitura e ri-definizione del già detto.
    Non so.
    Forse non ne ho ascoltato abbastanza e mi sono fatto idee sbagliate.

  3. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 12:00

    Il be bop ha effettuato un’operazione di maieutica, è stato l’ostetrica che ha conferito al jazz (che già li possedeva, ma senza esserne pienamente cosciente) gli strumenti per imporsi definitivamente nel panorama della musica del Novecento come fenomeno di eccezionale e preveggente rilevanza. Ed è stata tale la portata “rivoluzionaria” del be bop da conquistare una posizione di preminenza linguistica che ancora oggi costituisce il tessuto connettivo di base delle più recenti evoluzioni sub-linguistiche dell’improvvisazione contemporanea (pensiamo a come il linguaggio parkeriano si estrofletta e sviluppi in Eric Dolphy e come, attraverso quest’ultimo, colleghi un arco sino a Anthony Braxton o altri ancora, ivi incluso Steve Coleman).

    Si è però fatta strada l’idea che il be bop abbia rappresentato una “frattura” nel continuum dell’improvvisazione africana-americana e americana; cioè che il be bop, scaturito dal cervello di un paio di artisti nati già in armatura come Pallade Atena, sia balzato alla ribalta “out of the blue”, soprattutto come reazione al decadentismo dello Swing bianco. Come al solito, ciò è solo parte minima della realtà: è regola che ogni innovazione artistica tenda a “uccidere i propri genitori”, per la cosiddetta “vitalità del negativo”. Ma, per l’appunto, l’uccisione dei genitori implica ipso facto l’esistenza di essi, ed un loro ruolo, che a un certo punto è stato, per forza di cose, fertile.

    Le varie manifestazioni dello Swing hanno posseduto un ruolo fondamentale nell’articolazione del linguaggio boppistico (e, per forza generazionale, i primi bopper nascevano nelle formazioni swing, fucina di base…). Si tende a sottovalutare certi fenomeni per la grande rapidità con cui essi si sono affermati, e che non ha sempre permesso un’adeguata messa a fuoco in prospettiva. E’ come la polemica sullo Swing visto essenzialmente come meccanismo musicale ‘da ballo’…Come racconta Archie Shepp, i giovani africani-americani adattarono ben presto anche il be bop alle esigenze ludiche del ballo, senza che ciò inficiasse minimamente la portata “eversiva” del linguaggio che, comunque, ebbe un approccio inizialmente caotico, e non sorprende che un artista come Miles Davis provasse la necessità (non solo per mancanza di virtuosismo strumentale) di conferire maggiore spessore strutturale a un linguaggio che rischiava di auto-emarginarsi nella provocazione dadaista. Anche il caso del be bop sottolinea la necessità di conoscere più o meno l’intera estensione della storia jazzistica: francamente, è difficile concepire l’esistenza di un Clifford Brown, peraltro posteriore al bop, senza conoscere Louis Armstrong. E certo linguaggio orchestrale e strumentale sarebbe impensabile senza la conoscenza, che so, di un Fletcher Henderson o di un Don Redman, tanto per citare dei nomi. E non sottovaluterei, ad esempio, il peso anche delle orchestre swing bianche, capaci di far compiere un notevole balzo qualitativo alla scrittura orchestrale, e all’eloquio strumentale. Ho steso poche, pochissime annotazioni esemplificative. L’argomento è, ovviamente, di incommensurabile vastità.”

  4. giorgio fontana il 4 ottobre 2007 alle 12:19

    bellissimo articolo! grazie mille a sergio.
    la mia conoscenza del (e con essa il mio amore per il) jazz si ferma con “bitches brew”, ma so di perdermi molte belle cose. non penso che il jazz sia morto lì. certo viviamo in tempi di scolastica, ma ci sono stati impulsi importanti anche in seguito. io però da buon nostalgico vigliacco mi ascolto john coltrane, e mi va bene così. et que les bobos se cassent.

    giorgio

  5. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 12:20

    @ Marco Saya
    In realtà credo che ci sia stato un periodo, anche abbastanza lungo, in cui il jazz era popolare: lo swing è stato LA musica degli anni ’30-’40 e ancora fino agli anni ’50 un artista come Miles Davis era immensamente popolare.
    Per quanto riguarda la discendenza del bop dallo swing, hai perfettamente ragione, ma io ho evitato di proposito l’argomento, sia perché avrebbe richiesto un intero saggio (o più di uno), sia perché a me non interessava tanto che cosa sia veramente stato il bebop, ma piuttosto come sia stato percepito.

    @ Tashtego
    In realtà il tuo post sottintende un altro problema spinosissimo: che cos’è, oggi il jazz?
    Perché se per jazz si intende il mainstream, allora è logico che Roy Hargrove sostanzialmente rifà Lee Morgan e Freddie Hubbard, per non parlare di Wynton Marsalis (e non ne parliamo, per carità, che sennò viene fuori una polemica lunga un chilometro).
    Ma per “jazz”, ormai, si può intendere di tutto: Norah Jones, l’avanguardia radicale europea degli anni ’70, Steve Coleman, l’acid-jazz, i Syndicate di Joe Zawinul, Anthony Braxton, il latin jazz, John Zorn, Gianluigi Trovesi che lavora sulla musica medievale rinascimentale, Don Byron che fa klezmer, Jan Garbarek che suona con l’Hilliard Ensemble, Rabih Abou-Khalil che rielabora la tradizione dell’oud mediorientale, fino alle produzioni ECM.
    Dov’è il punto in comune, ammesso che ci sia? Secondo me (ma è un’opinione personale) ciò che c’è di vivo è il linguaggio, l’attitudine mentale del jazz, ossia quella di trattare il materiale, qualunque materiale, come punto di partenza per la (ri)creazione estemporanea.
    Da questo punto di vista, sempre secondo me, è molto più “jazz” Uri Caine che rifà le Variazioni Goldberg, che non un qualsiasi sassofonista che continua a ripetere i licks che Charlie Parker suonava sessant’anni fa, o peggio ancora a tentare di imitare Coltrane, come ormai fanno il 99,99% dei sassofonisti.
    A me è piaciuta molto una definizione che mi ha dato una volta il pianista Aaron Goldberg: ormai, più che di jazz come un corpo compatto, si dovrebbe parlare di una serie di cerchi concentrici, al centro dei quali c’è il nocciolo duro di caratteristiche stilistiche che connotano il “jazz-jazz” (swing, un certo tipo di fraseggio, di sonorità, di ascendenza stilistica ecc.), e poi man mano che si procede verso la periferia si incrociano altri cerchi, che portano a sfumare l’una o l’altra caratteristica o a incrociarla con altre influenze. La buona musica, la musica nuova, può essere in ognuno di questi punti, e anzi ormai è molto più spesso alla periferia che al centro.

  6. tashtego il 4 ottobre 2007 alle 12:31

    @giorgio fontana
    io faccio lo stesso da decenni e sono ancora molto lontano dall’esaurire l’universo coltraniano, ammesso che questo sia un mio obbiettivo.
    ascoltare e ri-ascoltare coltrane, tutta la vita.
    ascoltare un numero non finito di volte l’assolo di My favourite things di Afro blue impressions, per esempio: metterlo su ogni tanto.

    col tempo ha capito che Coltrane è sublime per la sua dissipazione musicale, per aver bruciato tutto e tutti prima del tempo giusto e avere lasciato il jazz come un mucchio di ossa quasi del tutto spolpate.
    miles dopo tutto fu l’opposto, lui teneva, conservava, si accettava come maniera di se stesso.

  7. Chapuce il 4 ottobre 2007 alle 12:43

    Quanti anni aveva Miles Davis nella foto?
    era in forma!
    della buona musica bisognerebbe ‘parlare’ più spesso…

  8. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 13:17

    @ Sergio

    il problema è che, a mio avviso, anche questi cerchi concentrici sono diventati degli stagni…piatti e maleodoranti…

    come il Rock, è morto con i Led Zeppelin!

    Ora ci dobbiamo accontentare di tristi “coveristi”. Il jazz è scomparso negli anni 60, il fraseggio improvvisativo-jazzistico ha già dato quello poteva trasmettere e quei cerchi si ricongiungono spesso e volentieri al blues. (forse l’unica musica che può sperare in una nuova resurrezione del jazz e in una codifica di nuove forme metriche)

  9. andrea tozzini il 4 ottobre 2007 alle 13:35

    Il discorso è decisamente intricato. Quando Bill Evans (per non dire Eric Dolphy che sarebbe buttar lì un nome troppo inquieto) inventa le inversioni di nona come aveva già fatto Schoenberg – creando però più scalpore rispetto a Bill Evans, diciamocelo – è chiaro che il rapporto tra jazz e popolarità venga a subire una rettifica ideologica. Il jazz è l’unica altra musica colta esistente, vale a dire l’unica altra via musicale ad avere accesso a nozioni di estetica generale. Il fatto che non piacesse ad Adorno non è indicativo. Le origini profane del jazz, e dio solo sa quanto mi ribrezzi mischiare la vostra religiosità in cose del genere, non sono andate affatto perdute, anzi! La signorina che sbiascicando elegantemente critica Rava e Petrella è ciò che di profano rimane del jazz – solo che al teatro dell’opera sarebbe rimasta zitta, in “piazza” non ha bisogno invece di tacere. Se il problema è l’arte allora non è il jazz, cioè il genere, a dover interessare. Se il problema è invece sentirsi maltrattati nei sentimenti da chi non può e/o non vuole stare a sentire la musica, ma semplicemente consolarsene dal punto di vista esistenziale, di etichetta, allora bisogna considerare che molto della passione di questi avventori pseudo-intellettuali che conoscono molto di jazz, proviene proprio dal suo essere un tipo di musica “non adatta”. Temo che sia da una parte che dall’altra arrivino maree di gente che non stanno a sentire ma che vogliono sentire (non parliamo di Schopenhauer). Anche la musica classica è una cosa seria, ma in sostanza si va a teatro perché si vuol piangere.
    Per il resto, questo articolo è inutile; e questo commento è della stessa natura dialettica che quello della signorina citata.

    Saluti,

    A.

  10. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 13:39

    Lo diceva, Gaber: “ci deve essere uno strano godimento a sentirsi inutili”.

  11. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 13:40

    @chapuce.
    La foto, se non sbaglio, è sulla copertina di qualche disco Columbia, quindi direi fine anni ’50-primi anni ’60.
    Miles dovrebbe essere sui 35 circa.

  12. andrea tozzini il 4 ottobre 2007 alle 13:46

    Bhè, l’arte stessa è inutile.

  13. giorgio fontana il 4 ottobre 2007 alle 13:54

    @tashtego

    io purtroppo lo faccio solo da anni, e non penso esaurirò mai l’univeso coltraniano (per fortuna, penso). e forse la mia formazione musicale è troppo eclettica per comprenderne tutte le sfaccettature. coltrane ha senz’altro bruciato il panorama in una decina d’anni, senza possibilità di ritorno, senza lasciare una vera e propria “eredità a lungo termine” come ha fatto davis (non gli interessava scoprire talenti: la sua formazione tipo è stata una soltanto, con lievi variazioni: ha indicato una via estrema, anche sbagliando, ma è morto alla frontiera da solo). a me però quello che piace di lui è la grande sincerità, l’incapacità di barare, di “fare trucchetti” con la musica. la necessità che sembra mettere in ogni nota. è trasparente.

    e comunque il mio preferito da qualche tempo è “giant steps”.

  14. tashtego il 4 ottobre 2007 alle 14:17

    “Se il problema è invece sentirsi maltrattati nei sentimenti da chi non può e/o non vuole stare a sentire la musica, ma semplicemente consolarsene dal punto di vista esistenziale…”
    Va bene.
    Allora mettiamola così, rozzamente.
    C’è sempre qualcuno che viene a dirci com’è che va ascoltato questo, come va visto quest’altro, che sa (o fa finta di sapere) inoltrarsi nelle pieghe disciplinari, che sa cosa cazzo sono le “inversioni di nona”, eccetera.
    Niente di male in ciò.
    Però la musica devono poterla ascoltare e apprezzare, a modo loro, TUTTI, anche quelli che non sanno nulla, come me, delle “inversioni di nona”, anche quelli che dire le “inversioni di nona” gli sembra una cosa un po’ intimidatoria, in un contesto come questo, nei commenti di un post già di per sé senza molte pretese.
    Se uno vuole massaggiarsi le emozioni con Coltrane, lo faccia pure, è concesso, anzi è forse il modo giusto di ascoltarlo.
    La musica è da sempre in contatto misterioso con le nostre emozioni: così è, non ne abbiamo colpa e non possiamo farci molto.

    @giorgio
    Il mio Coltrane preferito è live, sempre.
    Nel live, se posso dire una banalità, c’è l’essenza dissipativa, l’irripetibilità e l’imprevedibilità del jazz: esistono dischi mitici registrati in un minuscolo club di New York, metti un martedì sera, metti nel 1964, metti che c’erano otto persone presenti: ascolti quei clap clap sporadici alla fine di ogni brano e pensi a tutta questa musica sprecata e persa, notte dopo notte.

  15. tashtego il 4 ottobre 2007 alle 14:22

    a proposito di coolness.
    ho un amico americano che si chiama ross.
    ross mi diceva di una volta che lo presentarono a miles davis: alla fine di un concerto un amico comune disse, ehi miles, questo è ross e miles rispose: ecchissenefrega (in inglese, certo).

  16. andrea tozzini il 4 ottobre 2007 alle 14:36

    tashtego, la musica la ascoltano comunque tutti; il post e tu stesso, ne siete la prova. Chi è costui che viene a dirci come ascoltare e sentire le cose?
    Ti pregherei di non sentirti intimorito da alcuna inversione.
    Ma il problema è che ho chiosato il mio commento in maniera insolente, così da risparmiarmi una risposta adeguata. Non avevo considerato la coorte.
    però basta.

  17. véronique vergé il 4 ottobre 2007 alle 14:38

    Grazie Andrea,

    L’articolo postato è ricco e analisa tutti gli aspetti del Jazz. Ho imparato molte cose. Grazie e buona giornata.

  18. tashtego il 4 ottobre 2007 alle 14:43

    la coorte?
    l’arte stessa è inutile?
    ma che dici?

  19. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 14:44

    certo che capire l’armonia è fondamentale. Un conto è ascoltare un re minore settima con la quinta diminuita, un conto un re maggiore 7 con la quinta aumentata. Le tonalità in minore sono più calde (so what di Miles ne è un esempio ) rispetto a Thomas di Rollins… Lo so, sono seghe mentali ,ma per un musicista jazz sono nozioni fondamentali. Chi ascolta, anche se non capisce quello che il jazzista sta suonando, recepisce il calore della musica, la sua comunicabilità,etc,etc e tutto questo viene dato in parte dal tipo di tonalità eseguita.

  20. véronique vergé il 4 ottobre 2007 alle 14:47

    PS: ho comprato il CD Gianmaria Testa: adoro la voce, è una voce maschile bassa, sexy che mi piace. Vedo che ha ricevuto label bleu (Amiens) C’è un festival di jazz a Amiens!

  21. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 14:48

    l’arte è inutile quando non viene “vissuta a tutto tondo”. punto. Anche la Falchi si dichiara un’artista. e di artisti ne vedo ben pochi in giro, solo dei gran cialtroni con la merda sotto il naso e quel minimo di dialettica per vendere il loro fumo cancerogeno.

  22. andrea tozzini il 4 ottobre 2007 alle 15:05

    ma aggiornatevi e studiate, per cortesia.

    Però concordo su Saya relativamente a ciò che dice sugli artisti, non con i discorsi sugli accordi (il pezzo di Rollins è St. Thomas), anche perché il giudizio estetico è avulso da ogni categorizzazione teorica e strutturale del pezzo. Circle di Miles Davis ha una struttura assurda e all’avanguardia, ma nessuno lo sa e a nessuno piace per quel motivo.

  23. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 15:36

    A proposito delle inversioni di nona (anzi, visto che ci siamo: io ho studiato musica per parecchio tempo, ho fatto esami di armonia e ho anche suonato jazz per un po’, in maniera semi-professionale; se vogliamo dirla tutta, ho anche trascritto di persona numerosi assolo di Bill Evans, ma non ho idea di che cosa sia un’inversione di nona; casomai, Bill Evans ha adattato al jazz elementi dell’armonia debussyana; e poi pensavo che Schoenberg avesse inventato il metodo dodecafonico, dove degli accordi tradizionali non c’è più neanche la minima traccia, quindi che c’entrano le none?; ma lasciamo perdere).
    Dicevo, a proposito degli accordi: che lo si voglia o no, accordi, scale, rivolti, alterazioni e cambi di tempo sono gli strumenti di lavoro di un musicista. Se voglio fare una sedia, uso legno, sega, martello e chiodi. Se voglio scrivere o suonare un pezzo, uso accordi, melodie, arrangiamenti eccetera.
    Poi, quando mi siedo su una sedia, mi interessa solo di non ritrovarmi col sedere per terra. Come è stata fatta, me ne importa poco.
    Invece, quando ascolto un brano di musica, mi interessa che sia bello; però se capisco anche come il musicista è arrivato a produrre quella bellezza, alla fine mi piace di più.

  24. Andrea Raos il 4 ottobre 2007 alle 15:49

    Sulla spinosissima questione della possibilità di innovare nel jazz dopo Coltrane e dopo la fase elettrica di Davis, a parte i molti nomi più recenti citati nel pezzo e nei commenti (tra i quali il più sicuramente, solidamente nuovo resta, secondo me, Steve Coleman, anche grazie all’enorme forza intellettuale e spirituale che sprigiona), volevo chiedere a Sergio e agli altri numerosi esperti qui presenti cosa pensano di Jason Moran; l’ho scoperto da poco e devo dire che mi ha impressionato moltissimo, ma mi piacerebbe saperne di più. Grazie!

  25. andrea tozzini il 4 ottobre 2007 alle 15:58

    evviva, lasciamo perdere. Schoenberg non è stato solo quello della dodecafonia; ma ho già risposto, con il commento precedente, le stesse cose che dici tu.

    A.

  26. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 15:16

    @ tashtego, a proposito di “coolness”.
    Su youtube ( http://it.youtube.com/watch?v=IHeYG9SNaS0 ) c’è un’intervista a Miles, credo dei primi anni ’80.
    C’è lui vestito da dandy, con tanto di bastone col manico d’argento.
    A un certo punto, dice qualcosa come che non sa nemmeno lui che cosa farà nel prssimo disco, e l’intervistatore: “You like that mistery…”. E Miles: “They like it” (il pubblico, presumo). Poi, dopo una pausa, con quello sguardo da motherfucker: “I’m cool…”.
    Fantastico…

  27. AbatediTheleme il 4 ottobre 2007 alle 16:21

    Di Umbria Jazz 2007 ricordo con piacere lo spirito di Sly Stone sul palco, che mi ha regalato l’incontro con una delle ultime voci nere davvero memori dell’infinita, autentica profondità del blues… impossibilitato dal proprio ischeletrimento a toccare le corde soul-funky che lo fecero grande, ha cantato in tutto tre pezzi, ma alla maniera dei grandi progenitori, voce solista e scarno accompagnamento. Grande impatto emotivo…quasi un requiem.
    Ricordo invece con sconcerto il caos dei posti a sedere, gli anziani appassionati calpestati e soffocati nelle prime file nonostante avessero pagato quasi 50 euro per star lì… e le polemiche demenziali contro il sì capriccioso (ma anche grandissimo) Jarret, reo di essersi lamentato dei flash continui e del casino incessante che stavano accompagnando la sua esibizione…manco fosse Ligabue!!!
    Il problema jazz in Italia, come molti altri del resto, se me lo consenti caro Pasquandrea, è una questione di cultura… che a noi italiani difetta completamente.
    Dalla “è” con l’accento alle note di Coleman.
    Ma poichè voluta da chi comanda, ce la dobbiamo tenere.
    Vale et ego.

  28. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 16:55

    Jason Moran è un musicista che vorrei approfondire anch’io, perché non lo conosco molto, anche se in realtà è in giro ormai da una decina d’anni (fra l’altro, ho scoperto da poco che è praticamente un mio coetaneo, è nato una quarantina di giorni prima di me).
    Mi pare uno che ha un atteggiamento molto aperto, che non si fa rinchiudere in gabbie stilistiche. E’ partito dall’area Greg Osby-Steve Coleman-MBase, cioè dai settori più vivi della scena “alternativa” degli anni ’80-’90, ma poi incorpora elementi di stride, free, sperimentazioni elettroniche, sampling e manipolazioni sonore, oltre a tutta la linea Monk-Jacki Byard-Muhal Richard Abrams…
    L’ho sentito dal vivo quest’estate, ma purtroppo quella sera ero talmente stanco che non riuscivo a tenere gli occhi aperti, e la sua è una musica che richiede impegno e concentrazione.
    Dovrei procurarmi qualcosa di suo, e soprattutto sono curioso di vedere come (e se) la sua musica evolverà.

    Secondo me, comunque, il jazz non è affatto morto. Sono certi settori del jazz a essersi insteriliti, ma il nocciolo, l’atteggiamento, la spinta a innovare, da qualche parte c’è ancora.
    Insomma, io sono ottimista…

  29. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 17:00

    @ Abateditheleme
    Devo dire che su Jarrett ho sentimenti un po’ misti.
    Da una parte, sono d’accordo che se un artista richede silenzio e niente flash, sarebbe doveroso da parte del pubblico rispettare la richiesta. Il problema è il modo in cui Jarrett l’ha fatta, che è stato a dir poco imbarazzante per tempi, atteggiamento e scelte lessicali. E di recente ha fatto scenate anche peggiori. Insomma, bene non sta.
    Quanto al “grandissimo”, anche lì ho i miei dubbi. La performance a UJ ha avuto momenti bellissimi, ma non è stata proprio delle sue migliori; e poi diciamolo, quel trio ormai sono 10-15 anni che propina la stessa roba. Suonata benissimo, ma sempre la stessa.
    Jarrett è stato un grande fino a metà anni ’80, poi ha cominciato ad accartocciarsi nell’autocompiacimento. Ma sarebbe un discorso molto lungo…

  30. tashtego il 4 ottobre 2007 alle 17:35

    i musicisti jazz hanno una durata, e di solito non riescono ad andare oltre.
    la cosa a cui penso sempre quando li ascolto è l’usura che deve procurare quel tipo di musica a chi la suona.
    spesso questi personaggi, un tempo mitici, li ritrovi che si sono trasformati in macchiette: rammento un concerto di pharoah sanders, molti anni fa a roma: chi cazzo era quel tizio sul palco? che c’entrava con “kulu se mama”, disco da me super ascoltato alla fine dei Sessanta?
    credo che Jarrett sia giunto da tempo alla linea di confine tra la ricerca e la ripetizione e l’abbia ampiamente sorpassata.
    l’invenzione consuma.

  31. véronique vergé il 4 ottobre 2007 alle 18:19

    Ho scoperto di recente anche il trio Lascano, revisitado da delizioso. Sono canzoni che adoro molto. Fanno parte dell’ambiente jazz o no?
    Ho letto il riassunto. Il trio fu censurato e arrestato durante il fascismo, avevo legamo con Pippo Barzizza.

    Mi piace la dolcezza delle canzoni del trio, da ascoltare, tranquillo.

  32. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 19:32

    Il trio Lescano era composto da tre sorelle olandesi (il vero nome era Leschan), che rifaceva in italiano quello che facevano molti complessi vocali americani, tipo le Boswell Sisters o le Andrews Sister.
    Non si tratta esattamente di jazz, anche perché in quegli anni il jazz in Italia non si poteva fare (almeno ufficialmente, poi lo si faceva lo stesso, tanto che Romano, figlio di Mussolini, era un grande appassionato e dopo la guerra divenne un pianista jazz professionista: è uscito un paio d’anni fa un bellissimo libro di Adriano Mazzoletti sul jazz italiano degli anni ’20 e ’30). Ma è comunque un genere che ha molte affinità con il jazz, soprattutto nella pronuncia ritmica.
    Le tre sorelle furono arrestate durante la guerra con l’accusa (falsa) di spionaggio, perché erano di origine ebrea per parte di madre.

  33. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 21:26

    Jason moran non l’ho ancora sentito live , so che ha fatto delle collaborazioni con il mitico, per me, Sam Rivers, e questo non può che far ben sperare.

    @ Sergio

    “Secondo me, comunque, il jazz non è affatto morto. Sono certi settori del jazz a essersi insteriliti, ma il nocciolo, l’atteggiamento, la spinta a innovare, da qualche parte c’è ancora.
    Insomma, io sono ottimista…”

    Mah, speriamo. come musicista jazz a Milano sono stato quello che suonava quasi tutte le sere al Capolinea prima che lo “abbattessero”, mi ero fatto promotore assieme ad altri della raccolta firma per salvare l’unico tempio del jazz a Milano. Il risultato? Edificare dei residence…

    Cosa ci rimane? Il Blue Note, lo conosco bene, ci vado spesso ad ascoltare quello che è rimasto del buon jazz contemporaneo e non ma il pubblico è diverso, non è più quello delle bruschette e del fiasco di vino, è il pubblico che viene per farsi vedere ma non per ascoltare.

  34. gianni biondillo il 4 ottobre 2007 alle 21:35

    Ah, le meravigliose bruschette del Capolinea… Dio, che nostalgia!
    Al Blue Note proprio non ci riesco ad andare, mi fa venire i nervi…

  35. Marco Saya il 4 ottobre 2007 alle 21:50

    Hai ragione Gianni, quelle bruschette con quei tavolacci di legno…, al Blue note ci devi andare con una benda… ;-)

  36. sergio pasquandrea il 4 ottobre 2007 alle 21:57

    Infatti credo che servano innanzi tutto posti diversi dal Blue Note.
    Posti come era il Capolinea, o come era lo Small’s a New York qualche anno fa, o come credo sia ancora la Knitting Factory (credo, perché purtroppo non sono mai riuscito ad andarci).
    Insomma, a me piace tantissimo l’ultimo Rava, anche perché è uno che ha avuto il coraggio di lanciare giovani e di rimettersi in gioco, però cavolo, non ne posso più di sentire sempre, ovunque vado, i soliti 5-6 nomi: Rava, i Doctor 3, Gatto, Bollani e compagnia bella. Tutti ottimi musicisti, però ce ne sono tanti che potrebbero trovare spazio, se ci fossero spazi adatti a farli crescere.
    Non credo che quelli che studiano jazz siano tutti interessati unicamente a ripetere all’infinito i fraseggi copiati dai dischi di Charlie Parker…

  37. véronique vergé il 5 ottobre 2007 alle 08:07

    Grazie Sergio per la precisione. Sono una fan del trio da cui la musica è dolce, sensuale, e sorridente. Penso “La gelosia non è più di moda”.

  38. Baldrus MC il 5 ottobre 2007 alle 10:42

    Oltre al Capolinea (mitico) negli anni Ottanta c’era anche Le Scimmie, più glamour però ci ho visto dei concertini niente male.

  39. Marco Saya il 5 ottobre 2007 alle 10:55

    le Scimmie esistono ancora, feudo di Cifarelli & C.

  40. Giacomo Ferrari il 5 ottobre 2007 alle 13:30

    Il jazz ovviamente è stata una musica popolare; neglia anni 20′, l’età del jazz, jazz e blues erano sinonimi; in quegl’anni esisteva una grandissima varietà di stili poi confluiti nell’omologazione swing (ancora molto popolare) degli anni 30′ e 40′. Naturalmente se per jazz si intende una cosa ben definita dal punto di vista dello stile o anche del linguaggio bhe si il jazz ovviamente è morto, ma è morto più di una volta! se per jazz invece si intende una tradizione musicale in movimento, allora credo che sia ancora ben vivo. Lo dimostrano sia alcuni musicisti della vecchia guardia (taylor, O. Coleman) che bellissime realtà nostrane (basse sfere di Bologna), nonchè il dibattito presente.
    Non so se l’arte sia utile o inutile, di certo quella cosa nata all’inizio del ‘900 negli USA ha rivoluzionato non solo il modo di fare musica in occidente ma anche l’arte in genere e la cultura. il 90% della musica che ci circonda dal pop al rock e persino forse qualche pezzo di musica classica, o deriva direttamente dal jazz o ne è stato fortemente condizionato.
    se si considera la musica come qualcosa che vive in una sfera di cristallo allora forse è inutile, se la si considera come un prodotto culturale essa non può non influenzare ed essere influenzata dagli altri aspetti del vivere e della cultura.
    un saluto,
    Giacomo



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