L'”angelo della storia” e la coralità della memoria

22 novembre 2007
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su Tadellöser & Wollf di Walter Kempowski

di Raul Calzoni

Nato a Rostock nel 1929, Walter Kempowski vanta una produzione letteraria che comprende sei romanzi e tre testi documentari, apparsi fra il 1971 e il 1984 e poi confluiti in Die deutsche Chronik (La cronaca tedesca, 1999), i volumi della cosiddetta «Zweite Chronik» («seconda cronaca», 1991-2006), i diari collettivi relativi alla seconda guerra mondiale del monumentale Das Echolot (L’ecoscandaglio, 1993-2005) e quattro diari intimi (1990-2006). A detta di molti critici, i nuclei tematici ai quali tale opera si richiama possono essere ricondotti ad alcuni episodi drammatici della biografia dello scrittore, ovvero alla distruzione di Rostock sotto i bombardamenti alleati del 1942, alla morte del padre sul fronte orientale del conflitto pochi giorni prima della caduta della Germania, all’occupazione sovietica della sua città natale nel dopoguerra, all’arresto con la madre e il fratello per spionaggio nel 1948 e alla successiva condanna a 25 anni di reclusione a Bautzen, penitenziario dal quale venne rilasciato su amnistia nel 1956.

Questi eventi uniformano in effetti la scrittura di Kempowski, giustificandone anche l’inclinazione al passato e all’autobiografia. Se, però, si volesse individuare “l’Evento” che ebbe le maggiori ricadute sull’esistenza e sull’elaborazione del metodo narrativo dello scrittore, pare si dovrebbe indicare la detenzione. «Il carcere fu la sua “università”, avrebbe dovuto essere anche il suo primo tema», ha sostenuto Dirk Hempel, autorevole critico dell’opera di Kempowski. E così accadde: Bautzen fu il soggetto dei primi racconti composti dopo la scarcerazione, come Knast (Carcere, 1958) e Das Auge (L’occhio, 1959), ma anche delle due prose brevi Der Restaurator (Il restauratore) e Vor dem Gewitter (Dinnanzi alla burrasca) e del romanzo epistolare Margot scritti fra il 1961 e il 1963. Inoltre, il periodo di carcerazione trovò con Im Block. Ein Haftbericht (Nel blocco. Resoconto sulla prigionia, 1969), che decretò l’ingresso ufficiale del nostro autore sulla scena letteraria tedesca, una trasposizione narrativa il cui ductus si fonda sulla rielaborazione di ricordi dello scrittore e di altri internati, cosicché un resoconto scarno ed oggettivo si innalza a rappresentazione collettiva della vita nel penitenziario.

Questa prima narrazione degli anni di reclusione venne poi rielaborata in Ein Kapitel für sich (Un capitolo a sé, 1975), con lo scopo di far confluire Im Block nella Deutsche Chronik, la raccolta apparsa nel 1999 che ricostruisce la storia attraverso il Novecento di una famiglia di sensali marittimi omonima a quella dell’autore. Ein Kapitel für sich non si fonda solamente sulla memoria di Kempowski e dei suoi compagni di prigionia, ma anche su quanto i familiari ricordavano del loro internamento. Il 20 agosto 1948, con lo scrittore, fu arrestato il fratello Robert, anch’egli condannato a 25 anni di prigionia a Bautzen e rilasciato nel 1956, mentre il 28 settembre la medesima sorte toccò alla madre Margarethe, la quale venne detenuta prima a Sachsenhausen e poi nel carcere femminile di Hoheneck fino al 1954. I capitoli del romanzo convergono così in un resoconto relativo alle prigioni sofferte dall’intera famiglia, al quale vengono interpolate le lettere che Ulla, unica sorella di Kempowski al momento dei fatti già spostata in Danimarca, inviava loro. Le sezioni del volume costituiscono unità narrative apparentemente autonome, ma in realtà ogni protocollo della memoria è inserito nella trama del romanzo sfruttando le possibilità estetiche offerte dalla tecnica del collage.

Se il carcere fu un’esperienza determinate, è però vero che il lasso di tempo «1942-1948 fu […] il periodo più buio, non certo Bautzen». Così Kempowski scrive l’11 dicembre 1992 nel suo diario, mettendo in subordine gli anni di prigionia e rimarcando il significato di irreparabile cesura inferta alla sua esistenza dal secondo conflitto mondiale e dal primo dopoguerra. Ambientato a Rostock negli anni fra il 1939 e il 1945 Tadellöser & Wolff. Un romanzo borghese (1971) occupa perciò, con Uns geht’s ja noch gold. Roman einer Famiglie (Ci va ancora di lusso. Romanzo di una famiglia, 1972) che si sviluppa nel difficile triennio 1945-1948, una posizione centrale nella produzione dell’autore. Non a caso le due opere rappresentano i testi chiave della Deutsche Chronik, concepita non solo con l’intento di dare forma narrativa alle «migliaia di immagini» del passato ricordate quotidianamente in cella da Kempowski. La raccolta infatti, che si sarebbe innalzata ad affresco della storia tedesca, nacque pure dall’intento dello scrittore di espiare la propria colpa per avere compromesso i parenti con la militanza antisovietica: «ho distrutto la mia famiglia, ora cerco di ricostruirla sulla carta», ha confessato nel 1960 al suo diario. Im Block ha quindi indicato la via per pervenire alla formulazione di un metodo narrativo fondato sulla commistione di lacerti di memoria, ma solo con Tadellöser & Wolff è giunta a maturazione la tecnica narrativa a mosaico, affine a quella di Arno Schmidt, che soggiace al primo esperimento letterario dell’autore.

Il testo, che tanto incuriosì uno scrittore raffinato come Uwe Johnson, è costituto da frammenti che, da un lato, cristallizzano ricordi dei Kempowski e di altri testimoni del dodicennio nero, dall’altro, si nutrono di citazioni letterarie, documenti storici e testimonianze del passato, ma pure della lingua della Germania nazista, di espressioni gergali e di modi di dire. Sono questi i contrassegni della «faction» che uniforma i romanzi sollecitati dalla continua riflessione compiuta da Kempowski a Bautzen «sul periodo nazista, sulla casa dei miei genitori». Tramite un caleidoscopio di immagini, fissate in unità narrative che scorrono davanti agli occhi del lettore, Tadellöser & Wolff, reso peraltro celebre in Germania dall’attribuzione nel 1971 del Lessing-Preis der Freien und Hansestadt Hamburg e da una riduzione cinematografica realizzata da Eberhard Fechner nel 1975, tematizza però indirettamente la relazione fra borghesia e nazismo. Nella città portuale di Rostock, il giovane Walter e la sua famiglia assistono perlopiù impassibili – come accade nei Buddenbrook (1901) di Thomas Mann, romanzo che non a caso rappresenta una delle letture favorite dai Kempowski – al tramonto del loro piccolo mondo, rimanendo legati ai suoi rituali. Pur tuttavia, il libro è anche un atto di accusa, un’(auto)biografi a ironica e un documento storico di ampio respiro corale in cui detto e non detto si integrano a vicenda, perché la lingua segna il passo di fronte all’indicibilità del dolore e alla banalità del male. Gli anni di guerra scorrono davanti ai nostri occhi fotografati in istantanee di vita borghese apparentemente intaccate solo negli angoli dal morbo del nazismo, ma in realtà corrotte in modo irreparabile dall’ideologia di Hitler e dei suoi aguzzini.

Per questo motivo, il linguaggio di Tadellöser & Wolff nasconde sotto la sua superficie laconica una stratificazione di signifi cati, che priva la parola scritta di un referente univoco. Quando poi è l’ellissi a dominare i frammenti del romanzo, Kempowski si arrischia sul crinale dell’opacità semantica; si tratta di una scelta consapevole, volta a smascherare la porosità del tedesco «sporco di storia» degli anni in cui si collocano le vicende. Fungono da elementi coesivi di questo spazio narrativo, dominato dalla frammentazione e dalla perdita di riferimenti certi, le espressioni idiomatiche e i vocaboli shibboleth tipici della famiglia, ma soprattutto la loro ripetizione, che fornisce all’autore appigli sicuri dinnanzi al disfacimento della propria lingua e del proprio passato. La riproposizione quasi ossessiva dei modi di dire coniati dai Kempowski, che considerati nel loro insieme formano ciò che Freud ha definito un «linguaggio artificiale», deve essere cioè considerata nell’alveo del lavoro mnestico sotteso a Tadellöser & Wolff. La coazione a ripetere, come ha rilevato ancora il padre della psicanalisi, è tipica dei soggetti che cercano di superare un trauma, ripercorrendo a più riprese con la memoria l’evento che lo ha causato. La frattura inferta dal conflitto alla sua esistenza è stata rivissuta da Kempowski durante la composizione del romanzo, mentre l’iterazione di determinate formule linguistiche gli ha permesso di fissare precisamente nella memoria gli accadimenti responsabili del trauma e, in ultima analisi, di rielaborarlo e superarlo. Inoltre, secondo Manfred Dierks, la «ripetizione calcolata» di espressioni verbali e motivi nella Deutsche Chronik non avrebbe solo una funzione coesiva fra i testi della raccolta, ma sarebbe anche una strategia per guadagnare la fiducia del lettore in merito alla veridicità dei fatti narrati. Accanto ai tre volumi di interviste (Befragungsbände) della Deutsche Chronik – nei quali Kempowski ha riunito le risposte, da lui stesso ottenute intervistando i tedeschi nel dopoguerra, ai quesiti «Ha mai visto Hitler?», «Sapeva qualcosa dei campi di concentramento?» e «Cosa ricorda degli anni scolastici?» –, Tadellöser & Wolff è quindi un laboratorio per comprendere i processi linguistici e psicologici di abiezione della realtà posti in essere dai tedeschi durante il nazismo.

Nel testo, ogni frammento riproduce un ricordo che viene offerto al lettore affinché questi ricostruisca, immagine dopo immagine, un quadro attendibile del passato. Allo stesso modo in cui, durante il processo creativo, le immagini che si presentavano alla mente dello scrittore ne evocavano altre, che a loro volta rinviavano in profondità a nuove, sotto gli episodi di vita borghese narrati nella Deutsche Chronik si celano gli accadimenti della storia tedesca. Per questo motivo, la critica ha rilevato che leggere i romanzi della Deutsche Chronik sia simile a sfogliare le pagine di un «album fotografico letterario», in cui i crimini commessi dal nazismo sono solo apparentemente nascosti. L’ingenuità tramite la quale viene narrata l’agiata quotidianità della famiglia ha, quindi, uno scopo preciso: «È l’idillio a spingere il lettore ad interrogarsi sull’orrore». Tadellöser & Wolff è così l’estremo romanzo borghese possibile, ovvero il racconto del definitivo crollo di un intero mondo, che può rivivere solamente attraverso la rimemorazione e il gesto della scrittura. Le diverse prospettive sul declino emergono nel romanzo dalla tensione fra i frammenti narrativi che raccontano la vita dei Kempowski sotto il regime, sospendendo qualsiasi giudizio sulla loro responsabilità nell’ascesa del nazismo e nel consolidamento del potere di Hitler.

Eppure, due evidenti caratteristiche del romanzo dovrebbero indurre a dubitare dell’attendibilità di quanto viene narrato e soprattutto smascherare l’ironia che pervade il libro. In primo luogo, il titolo ricercato spinge a interrogare il suo significato, ma diffonde pure una certa inquietudine: Tadellöser & Wolff veicola, perlomeno al lettore tedesco, che la narrazione riguarderà qualcuno o qualcosa «tadellos» («irreprensibile», «ineccepibile»), se non addirittura «tadellöser» («più irreprensibile»). Nel romanzo è, ironicamente e provocatoriamente, il terzo Reich a caricarsi dell’aura di impeccabilità annunciata. Ciò emerge anche dal fatto che l’intercalare «Tadellöser & Wolff!» – storpiatura del nome della ditta di sigari Loeser & Wolff, fumati dal padre di Walter, tramite la quale la famiglia esprime somma approvazione e lode –, si ricollega sovente alle condizioni sociali maturate durante il dodicennio nero. Significativo appare, inoltre, in questo contesto che Kempowski aveva suggerito di intitolare la presente traduzione Right or wrong?, con il verosimile intento di invitare il lettore italiano a prendere posizione sul comportamento dei protagonisti del suo romanzo. Il secondo elemento, che contribuisce a creare distanza ironica fra la storia narrata e la storia della narrazione, ma anche a tutelare lo scrittore e la sua famiglia dall’accusa di essersi tacitamente allineati con l’ideologia nazista, è l’indicazione «Tutto puramente immaginario!» riportata in esergo al romanzo.
Essa connota gli avvenimenti narrati come prodotti della fantasia, quasi che quanto descritto non sia mai accaduto, e invoglia a verificare la sincerità dei ricordi protocollati nel testo.

L’immaginazione ha sicuramente trasfigurato i fatti, ma non si può negare che il romanzo si basi su una vasta documentazione raccolta dallo scrittore, di cui danno conto anche i citati «volumi di interviste». Già Tadellöser & Wolff rivela, come si è accennato, la volontà dell’autore di ricostruire la propria giovinezza attraverso la scrittura, dando forma non solamente a ricordi individuali, ma anche alla memoria della borghesia tedesca negli anni più cupi della sua storia. Tale operazione fu possibile vagliando l’autenticità dei propri ricordi, mettendoli in dialogo con i risultati delle interviste condotte negli anni successivi all’amnistia; lasso di tempo al quale è peraltro dedicato Herzlich willkommen (Un cordiale benvenuto, 1984), volume che chiude la Deutsche Chronik.

I Befragungsbände raccolgono parte del materiale utilizzato per comporre la raccolta e hanno svolto un ruolo fondamentale nel percorso letterario di Kempowski. Durante la stesura dei romanzi successivi a Tadellöser & Wolff, come Aus großer Zeit (Dai tempi d’oro, 1978) e Schöne Aussicht (Bella vista, 1981) che riferiscono della fondazione e della successiva ascesa sociale della famiglia Kempowski a Rostock fra la fine dell’Ottocento e il primo trentennio del Novecento, lo scrittore, non avendo vissuto l’epoca, dovette affidarsi sempre maggiormente ai ricordi altrui e ai documenti storici. Negli anni in cui elaborò questi testi, egli lavorò perciò avvalendosi sempre più dello “schedario” – lo “Zettelkasten” diventato il simbolo del metodo creativo di Kempowski –, in cui aveva raccolto i protocolli delle conversazioni condotte con diversi testimoni del passato tedesco. «Questo schedario ha la funzione di una rotaia con innumerevoli traversine […]. Ogni scheda registra un’impressione precisa, un’immagine oppure un ricordo», ha peraltro affermato lo scrittore, rivelando il ruolo svolto dallo Zettelkasten nel suo metodo narrativo.

Ai ricordi e alle immagini contenuti nelle schede, l’autore si è ispirato per creare i frammenti dei suoi romanzi. La fondazione, avvenuta nel 1980 nei locali dello Haus Kreinhoop di Nartum, dell’Archiv für unpublizierte Biographien e dell’Archiv für unpublizierte Photographien ha poi permesso allo scrittore di ampliare e verificare le proprie conoscenze sulla percezione tedesca della seconda guerra mondiale e, al contempo, di ricostruire alcune fasi del passato nazista attraverso i ricordi della gente comune. I due archivi, che oggi raccolgono migliaia di fotografi e e documenti inediti, hanno fornito il materiale per pubblicare una collana di biografi e, apparsa fra il 1986 e il 1998, il cui successo ha incoraggiato Kempowski a realizzare i dieci volumi del progetto-Echolot. Esso ha dato la possibilità di rappresentare il conflitto attraverso «stazioni esemplari» della storia tedesca – come Berlino, Dresda, Stalingrado e Auschwitz –, che vengono raccontate tramite estratti di diari e lettere, ma anche documenti ed atti ufficiali emessi dagli edifici del potere delle nazioni belligeranti. Questo materiale è ordinato in un collage del ricordo che innalza il diario collettivo a medium letterario capace di rappresentare congiuntamente gli orrori perpetrati dai nazisti contro l’umanità e la distruzione fisica e psicologica causata dalla guerra sui diversi fronti.

Già nel 1993 era apparso, non certo senza clamore, il primo Echolot dedicato ai mesi cruciali della battaglia di Stalingrado, in cui Kempowski rinunciava al ruolo del narratore per assumere le caratteristiche del protocollante della storia e della memoria collettiva tedesca. Il favore accordato dal pubblico a questo diario collettivo indusse l’autore a proseguire nell’impresa, cosicché fra il 1999 e il 2005 sono stati pubblicati Das Echolot. Fuga furiosa, che espone i drammatici eventi bellici dell’inverno 1945 come l’affondamento del transatlantico Wilhelm Gustloff e la devastante incursione aerea anglo-americana su Dresda, Das Echolot. Barbarossa ’41, consacrato all’omonima operazione militare tedesca contro la Russia, e Das Echolot. Abgesang ’45, nel quale è stata salvata dall’oblio la voce residua di centinaia di testimoni degli ultimi giorni di guerra.

Se nel 1954, ancora a Bautzen, Kempowski era diventato direttore del coro del penitenziario, con i quattro volumi di Das Echolot. Ein kollektives Tagebuch. Januar und Februar 1943 (L’ecoscandaglio. Un diario collettivo. Gennaio e febbraio 1943, 1993) egli si è innalzato a guida di un “coro babilonico” di testimonianze relative alla battaglia di Stalingrado. Fondamentale per l’assunzione di questo ruolo è stata ancora la detenzione, come l’autore ha confessato in una celebre passo dell’introduzione al diario: «A Bautzen,
una sera dell’inverno 1950, fui condotto attraverso il cortile della prigione, ove udii un mormorio singolare. Il secondino disse: “sono i suoi compagni, si raccontano qualcosa”. In quell’istante compresi che già da anni dalla prigione si alzava un coro babilonico, senza che nessuno lo recepisse o decifrasse, e mi resi conto di esserne l’unico ascoltatore». Ordinato da due principi strutturali, l’uno “sincronico” e l’altro “diacronico”, Das Echolot coinvolge così i comunicati ufficiali provenienti dallo Hauptquartier di Hitler e dal Cremlino, come pure le testimonianze dei civili che si preoccupano della sorte dei familiari al fronte, delle disperate condizioni della vita quotidiana e del destino della Germania. Ai proclama di Goebbels, come il noto discorso tenuto a Berlino nel gennaio 1943 con il quale venne annunciata la “guerra totale”, si affiancano estratti dai diari degli scrittori in esilio, come Thomas Mann, e di persone comuni, ma soprattutto resoconti che provengono dai campi di concentramento.

Sovente accusato dalla critica di non avere tematizzato l’Olocausto nei suoi romanzi – emblematica, a questo proposito, l’abitudine dei Kempowski di riferirsi in Tadellöser & Wolff ai campi di sterminio con il termine “Konzertlager”, in luogo dell’impronunciabile “Konzentrationslager” –, Kempowski ha in realtà offerto con la sua opera una resa estetica della persecuzione degli ebrei dalla quale emerge la complessità, e per certi versi
l’impossibilità, di testimoniare in modo convincente la Shoah. La celebre e spesso fraintesa sentenza di Theodor W. Adorno, secondo la quale «scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie», si rivela centrale per comprendere le scelte estetiche di Kempowski, poiché Die deutsche Chronik e Das Echolot lasciano intendere che, come ha sostenuto anche Primo Levi in I sommersi e i salvati (1986), i veri testimoni dell’Olocausto sono quelli «“integrali”, sono coloro che non hanno testimoniato né avrebbero potuto farlo», perché sono caduti nelle camere a gas dei lager e non potranno mai raccontare la loro storia. La persecuzione viene rappresentata in modo indiretto nell’opera narrativa e nei diari del progetto Echolot, ma di questi ultimi essa funge persino da collante strutturale. La ricorsività dei drammatici estratti dal Kalendarium des Konzentrationslagers Auschwitz-Birkenau 1939-1945 di Danuta Czech, collocati in chiusura di ciascuno dei cinquantanove giorni che compongono il primo Echolot, non solo rivelano la presenza del “principio diacronico” che ordina la distribuzione dei testi nel diario, ma pone costantemente il lettore di fronte al più efferato crimine mai commesso contro l’umanità.
Nel grande “coro babilonico” dei ‹sommersi› e dei ‹salvati›, ossia di coloro che vissero i mesi del 1943 durante i quali si consumò la disfatta della sesta armata della Wehrmacht, è quindi riconoscibile una modalità estetica per testimoniare e rappresentare la guerra nella sua insidiosa complessità. Ci si potrebbe forse avvalere dell’intuizione di Vladimir Nabokov relativa alla “sincronizzazione cosmica” degli eventi per comprendere il significato profondo dei diari collettivi di Kempowski, poiché grazie alla simultaneità fra la battaglia di Stalingrado, i bombardamenti sulle città tedesche e l’annientamento degli ebrei emerge la portata traumatica del conflitto. Il montaggio di testimonianze e documenti ufficiali, spesso prodotti dai nazisti falsificando la realtà, ha cioè offerto la possibilità di rappresentare la guerra in modo prismatico. Assemblando le voci delle vittime e dei carnefici, l’autore ha però perseguito anche l’obiettivo di promuovere un confronto diretto con gli episodi cruciali del conflitto, stimolando un processo di apprendimento nel lettore. Questi è spinto dalle contraddizioni presenti nei testi protocollati in Das Echolot ad assumere un ruolo attivo: vagliare la sincerità degli eventi narrati, individuando le divergenze fra le testimonianze, e riflettere sugli eventi di cui viene informato, sostando negli spazi vuoti, eppure tanto carichi di significato, che si creano fra le schegge testuali.

I volumi del progetto-Echolot si ripropongono così di sondare le origini e le cause della guerra totale, scandagliando la storia e la memoria tedesca “in profondità” per trovare «la parola magica, con cui […] porre un sigillo alla nostra epoca». Alla simultaneità si affianca perciò la consequenzialità, ossia la relazione fra causa ed effetto che regola lo scorrere degli eventi bellici, grazie alla quale è possibile spiegare la crescente spirale di terrore che ha caratterizzato gli anni della rappresaglia. Il proverbio “chi semina vento, raccoglie tempesta” non è stato d’altronde posto casualmente da Kempowski ad esergo di Der rote Hahn. Dresden in Februar 1945 (Il gallo rosso. Dresda nel febbraio 1945, 2000), volume nel quale sono raccolti i testi relativi alla terribile incursione aerea sulla capitale della Sassonia. Anche qui, come nel progetto-Echolot, lo scrittore ha inserito materiale fotografico attinto dal proprio archivio, grazie al quale la devastazione causata dalla guerra, di cui testimoniano i singoli brani protocollati nel testo, si materializza dinnanzi agli occhi del lettore: le immagini documentano l’annientamento delle città bombardate, la situazione sui fronti del conflitto, ma anche il tramonto della borghesia tedesca e la sua connivenza con il nazismo. Non stupisce quindi che Kempowski abbia deciso di inserire nel suo primo Echolot riproduzioni fotografiche di interni borghesi e, in particolare, una delle ultime immagini della propria famiglia ancora riunita a Rostock. La guerra l’avrebbe presto dispersa, ma dall’immagine serena non sembra trapelare alcuna minaccia. Eppure, nel ritratto non si agita solamente quel “ritorno del morto” che, come ha sostenuto Roland Barthes nella Camera chiara, contraddistingue la fotografia di qualsiasi individuo. La presenza dei Kempowski manifesta la vera colpa della borghesia tedesca: avere taciuto durante l’ascesa al potere del nazismo, permettendo infine a Hitler di portare la Germania alla catastrofe.

Nel progetto-Echolot, le voci e le immagini dei carnefici e delle vittime sono, perciò, sovrapposte a quelle dei fiancheggiatori del regime con l’intento di salvare dall’oblio il passato recente e pervenire alle origini della “colpa tedesca”. In fondo, questo brusio di voci provenienti dalla storia si innalza dall’intera opera letteraria dell’autore, per ricomporsi in un monito a riflettere sulla degenerazione dell’umanità in periodi storici caratterizzati da particolare entropia. Osservando la Germania dall’angolazione dell’“angelo della storia” di Walter Benjamin, assunto già con Tadellöser & Wolff, Kempowski si è perciò sempre limitato a mostrare frammenti del passato senza giudicare, ma affidando al lettore il compito di trarre insegnamento dall’affresco che lacerti della storia e della memoria collettiva tedesca ricompongono davanti a lui.

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4 Responses to L'”angelo della storia” e la coralità della memoria

  1. anfiosso il 22 novembre 2007 alle 08:55

    Mi sono fermato a “vanta una produzione”.

  2. Andrea Raos il 22 novembre 2007 alle 09:25

    Beh, peggio per te.

  3. anfiosso il 22 novembre 2007 alle 10:17

    Eh, non credo, sai?

  4. véronique vergé il 22 novembre 2007 alle 11:24

    Trovo il pezzo intelligente perché spiega il valore storico di testimonianza attraverso il linguaggio.
    Il linguaggio fa lo specchio della società, pericoloso quando riflette ideologia malata, pazza.
    Trovo il punto di vista straniante, perché sono dall’altro lato. E’ molto difficile per me ascoltare la voce tedesca. La reticenza viene che leggere signifia traslocare il punto di vista: mette a disagio e rende più tollerante.
    Altro punto interessante: la scrittura in carcere. Scrivere è ballare con la libertà nella mente, quando il corpo è prigionero (carcere, camera, cella..)



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