A me gli occhi


di Chiara Valerio

Su Le Benevole di Jonathan Littell

Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?
G. Bufalino, Le menzogne della notte

I Lemmings (DMA design, 1991) cadono da una botola. Non sono cattivi, non sono buoni, non sono intelligenti e nemmeno stupidi. Sono indistinguibili gli uni dagli altri, indossano una uniforme, un grembiule quasi scolastico. Coincidono con ciò che indossano, bidimensionali. Il quadro di gioco è un percorso astratto e composito. Lo scopo è condurre, in un tempo stabilito e in un’altra botola, almeno una certa percentuale di lemmings. Non importa quali lemmings arrivino nella seconda botola ma solo quanti. Tuttavia, per farlo, il giocatore deve assegnare un ruolo, una funzione, a qualcuno dei lemmings. Il giocatore ne sceglie uno qualsiasi e lo investe scalatore, bloccatore, costruttore, perforatore, minatore, paracadutista, scavatore e kamikaze. Il giocatore dispone di una funzione di pausa per studiare il quadro di gioco e di una funzione di autodistruzione nel caso risulti impossibile salvare la percentuale di lemmings richiesta e non voglia attendere lo scadere del tempo. Nessun lemming può tornare nella buca dalla quale è caduto1.

Le Benevole di Jonathan Littell (Einaudi, 2007) racconta una storia di uomini durante la seconda guerra mondiale. Le funzioni assegnate ai personaggi sono uomo, donna, madre, padre, tedesco, ebreo, zingaro, asociale, ufficiale, sano, ferito, antropologo, medico, costruttore di ponti, führer. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa a rivestire le funzioni e i panni di una cosa o l’altra. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa ad agire in accordo alle caratteristiche della funzione assegnata. In uno stato come il nostro a tutti era assegnato un ruolo: Tu, vittima, e Tu, carnefice, e nessuno poteva scegliere, non si domandava il consenso di nessuno, perché tutti erano intercambiabili, le vittime come i carnefici. I nomi propri utilizzati e i fondali dei percorsi di gioco sono documentati, minuziosi ed escerti dall’Europa dal 1938 al 1945. Le Benevole è un romanzo metafisico nella misura in cui, come in De Chirico, ogni oggetto, nome, data, cibo o accadimento è reale, quotidiano, riconducibile a una radice, geografizzato o catalogato in un archivio, e il complesso, la costruzione, che sia collage, olio, gas o tecnica mista, è estraniante e talvolta ambiguo. Un universo cristallino dal quale la vita sembrava bandita. È così ambiguo che le considerazioni morali nemmeno attecchiscono dietro le abilità dichiarate di risolvere più velocemente di tutti il cubo magico degli anni del Reich. È così estraniante perché ne Le Benevole sembra che capire tutto significhi giustificare tutto2 . Lo trovavo straordinario. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di cruciale in tutto ciò, e che se fossi riuscito a capirlo, avrei capito tutto e avrei potuto finalmente riposarmi.

La categoria che rende evidente l’abilità di Jonathan Littell nel cucire la storia sul filo di ferro dei livelli di gioco e che palesa la fortunosa ambiguità de Le Benevole è quella dei nomi propri. E non ci sarebbe azzardo, o evidenza, o squarcio del velo narrativo, se certi nomi non trascinassero seco una rete di famiglia e relazioni, di eco e sentito dire. E dunque di acredini e affetto, di non detto e domande. I nomi propri, alabarde del nominare sinonimo di possedere, sono funzioni scomode perché identificano e attribuiscono tridimensionalità nell’altorilievo scorrevolissimo e nastro di questo romanzo. I lemmings sono bidimensionali laddove i nomi propri sono risme. (…) e diceva quelle cose, quelle parole che non si dovevano dire, e le registrava, su disco o su nastro poco importa, e prendeva accuratamente nota dei presenti e degli assenti (…) il Reichsführer lo faceva deliberatamente (…) era perché nessuno di loro potesse dire di non sapere, potesse tentare, in caso di sconfitta, di farsi credere innocente rispetto alla cosa peggiore, potesse pensare, un giorno, di cavarsela a buon mercato; era per comprometterli, e loro lo capivano benissimo, era da quello che nasceva il loro smarrimento. È il nome proprio a denunciare l’impossibilità di ogni appello.

Ogni premessa è debito

Nella vita di ognuno fa irruzione almeno una volta l’assoluto con le sue spietate pretese. Apre i sensi a mirabili percezioni, segna le grandi svolte della storia personale, ma toglie per sempre pace alla realtà di ogni giorno.
L. Koch, Favole di Tenebra

In epigrafe si legge Per i morti. Che è l’ouverture che manca ai movimenti musicali che si susseguono nell’indice. In epigrafe si legge Per i morti. Che è il contrappunto che scandisce i movimenti musicali che si impilano nell’indice. Quanto agli altri, che la cosa gli ripugnasse o li lasciasse indifferenti, la eseguivano per senso del dovere e dell’obbligo, e così godevano del proprio zelo, della propria capacità di portare a termine con successo un compito tanto difficile nonostante il disgusto e l’angoscia: «Ma io non provo nessun piacere a uccidere», dicevano spesso, godendo così del proprio rigore e della propria virtù. Per i morti. Ho cominciato a leggere Le Benevole perché cercavo una declinazione narrativa de La banalità del male ma sono incappata in un nodo scorsoio. Declinare la banalità del male è possibile solo quando si fissano inderogabilia, principi giuridici, stilemi della politica o della supremazia nazionale, si identificano le doti della vittoria, e quando si relegano i sentimenti, i pensieri e le peculiarità di ogni singolo individuo alla sfera del caos3. Fissato il riferimento cartesiano, il reticolo allucinatorio e coerente, la scacchiera, è possibile dimostrare che il male non esiste in sé ma solo come risultante di una interpretazione, di un arbitrio e di una consolazione. Se si è più esperti, e si gioca da lungi, è possibile provare che l’interpretazione, l’arbitrio e la consolazione sono diritti dei vincitori. (…) e ovviamente capivo che quella regola valeva per tutti, che se altri si fossero rivelati più forti di noi ci avrebbero fatto a loro volta quel che noi avevamo fatto ad altri, e che di fronte a quelle spinte le fragili barriere che gli uomini costruiscono per tentare di regolare la vita comune, leggi, giustizia, morale, etica, contano poco, che la minima paura o pulsione un po’ intensa le sfonda come una barriera di paglia, ma capivo anche che quelli che hanno fatto il primo passo non devono far conto che gli altri, arrivato il loro turno, rispetteranno la giustizia e le leggi, e avevo paura, perché stavamo perdendo la guerra.
Le Benevole non è infatti la storia di Maximilian Aue di madre francese e padre tedesco, Obersturmbannführer con specifiche competenze Judenfrei e poi venditore di merletti.
Maximilian Aue è solo il distrattore, in piedi al centro della scena a catalizzare l’attenzione, l’empatia, il disgusto e l’abilità risolutiva del lettore, mentre le ipotesi costruttive di Jonathan Littell mutano in dubbi atroci, allungano terminazioni sinaptiche nella testa di chi legge e ungono le mani di sangue. Nonostante le mie vicissitudini, e sono state tante, resto di quelli che pensano che le sole cose indispensabili alla vita umana siano l’aria, il mangiare, il bere, l’evacuare, e la ricerca della verità. Mangiare bere evacuare e cercare la verità sono i quattro cardini di questo romanzo. Con la specifica che non tutti gli uomini cercano la verità nel medesimo modo ma tutti condividono la necessità di mangiare, bere ed evacuare e pure i metodi di colmarla. Uno dei cardini sui quali poggia questo romanzo è labile e quasi falso. Per questo piccolo piolo traballante, anzi, traballato ad hoc, la realtà resta assai indietro rispetto alla plausibilità. E i fatti assai ritratti in confronto alle ipotesi. Che allungano terminazioni sinaptiche nella testa di chi legge e ungono le mani di sangue. Ancora una volta. Mi pervase un’ondata di amarezza: ecco cosa hanno fatto di me (…) un uomo che non può vedere una foresta senza pensare a una fossa comune.
Fratelli umani. Ex falso quodlibet.
Penso che mi sia permesso concludere come un fatto assodato dalla storia moderna che tutti, o quasi, in un dato complesso di circostanze, fanno ciò che viene detto loro di fare; e, scusatemi, non ci sono molte probabilità che voi siate l’eccezione. Non più di me.
Perciò. C’è un fatto assodato nella storia moderna.

Ne Le Benevole camminano due uomini. Il primo è Maximilian Aue, giovane giurista, ufficiale delle SS, raffinato senza troppe concessioni, privo di ambizioni, curioso del mondo e appena indennizzato, dalla guerra e dalla prostata, del fatto di non essere donna. Il secondo uomo è un lemming, una categoria funzionale che, in quanto forma, archetipo o simulacro, non è colpevole e nemmeno giusto, resta impermeabile agli umori e al tempo. Quando i due uomini si sovrappongono, Maximilian Aue, nome, gradi e inclinazioni nonostante, si rivela una spola, sostituibile in ogni momento, nel telaio della Storia. Ci passa attraverso. E la storia non gli lascia segno alcuno sulla pelle curata. Pur con un buco in testa, un occhio pineale, a regalargli un nuovo lacerto di circostanze, intorno al quale riorganizzare la concezione del mondo. Quel che volevo dire è che se l’uomo non è di sicuro buono per natura, come hanno sostenuto alcuni poeti e filosofi, non è nemmeno cattivo per natura: il bene e il male sono categorie che possono servire a definire l’effetto delle azioni di un uomo su un altro; ma a mio parere sono fondamentalmente inadeguate, se non addirittura inutilizzabili, per giudicare ciò che accade nel cuore di quell’uomo. (…) uccideva o faceva uccidere della gente, quindi è il Male; ma in sé era un uomo buono verso i suoi, indifferente verso gli altri e per di più rispettoso delle leggi. Se ci fossero gli uomini in capo alla frase risalterebbero le differenze. Gli uomini sarebbero acefali ma molteplici, colorati e corrotti, dissidenti o assertivi, l’uomo invece è solo un concetto vitruviano e, pur con testa attributi e timori, è qualsiasi. E non era l’unico, quell’uomo, tutti erano come lui, e anche voi, al suo posto, sareste stati come lui4.
Ne Le Benevole si enumerano dunque due ambientazioni. La prima, la più evidente, e che pure cronologicamente compare più tardi, è il Terzo Reich, la disfatta della Germania sul fronte orientale, la vita diplomatica a Berlino, gli intrighi politici, l’industria dell’olocausto e il Volk sostituito a Dio e che come tale abhorret a sanguine. (…) se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli uomini più patriottici, più intelligenti, più generosi, più leali della nostra razza, e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione- e se poi non serve a niente – e si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza parlare dei nostri amici esterni?. La seconda ambientazione è una serie di livelli di gioco, come Lemmings. Quando i quadri di gioco astratti si colorano di Storia, la lettura procede attraverso distorsioni e sfocamenti che affastellano eccezioni fino a renderle regole di comportamento. Era giusto? Finché ne avevamo la forza, e il potere, sì, perché riguardo alla giustizia un’istanza assoluta non c’è, e ogni popolo definisce la propria verità e la propria giustizia. Ma se mai la nostra forza si fosse indebolita, se il nostro potere avesse vacillato, allora avremmo dovuto subire la giustizia degli altri, per quando tremenda fosse. E anche quello era giusto.
Jonathan Littell ama le patologie tanto da riuscire ad architettarle. Ne ero consapevole, tutte quelle cose agitate e contraddittorie salivano in me come un’acqua nera, o come un rumore stridulo che minacciava di coprire tutti gli altri suoni, la ragione, la prudenza, perfino il desiderio ponderato. Il principio motore dei livelli di gioco programmati è il determinismo comportamentale che evidenzia pure la non commutatività della massima di San Paolo Ogni cosa a ogni uomo.5
Littell apre con Ogni uomo a ogni cosa inaugura la frammentazione della linea delle responsabilità e delle colpe, rinfocola la definizione di letteratura come epistemologia sostituendo le azioni con le parole, imponendo eco emotive e razionali sulle condizioni culturali che ha dichiarato fisse, aristoteliche, in apice e spiegando i processi dell’umana conoscenza attraverso la ricostruzione delle fasi del loro sviluppo nell’individuo. Uno qualsiasi o Maximilian Aue. L’uno qualsiasi che è Maximilian Aue. (…) scriveva Hans Johst, uno dei nostri migliori poeti nazionalsocialisti: «L’uomo vive nella propria lingua» e ancora (…) nei discorsi predominavano le frasi costruite al passivo (…) e così le cose si realizzavano da sole, nessuno faceva mai niente, erano azioni prive di agente (…) si riusciva, se non a eliminare completamente i verbi almeno a ridurli allo stato di inutili appendici (…) c’erano solo fatti, realtà nude e crude, già presenti o in attesa dell’inevitabile compimento.
È un tranello e una proposta di metodo tanto che la prima ambientazione, il Terzo Reich, è accessoria e Littell la utilizza solo con intento deduttivo, perché esso è universalmente additato come il crogiolo di tutte le empietà. Se mai riusciste a farmi piangere le mie lacrime vi sfregherebbero il viso come vetriolo. La tesi consiste nel dimostrare che gli uomini che agiscono secondo le leggi stabilite dagli uomini stessi e, non secondo coscienza, se coscienza e legge hanno poi significati differenti, possono ritrovarsi con le mani coperte di sangue. Si è usato molto, dopo la guerra, il termine disumano, per tentare di spiegare ciò che era accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano. Così tanto, così mortalmente umano, che la prima esternazione di umanesimo ne Le Benevole recita Dovete resistere alla tentazione di essere umani.
Il determinismo comportamentale6 è ciò che consente a Littell di rendere sinonimi le azioni sparare e ordinare una salva, vessare e progettare una persecuzione sistematica, occuparsi di Endlösung e governare uno scambio ferroviario, agire e attendere (al)le conseguenze delle azioni, scegliere e sospendere il giudizio. «E quando sparavi su quella gente cosa provavi?» Risposi senza esitare «La stessa cosa che guardando sparare gli altri. Dal momento che bisogna farlo poco importa chi lo fa. E poi ritengo che guardare comporti la mia responsabilità quanto fare».
Nel momento in cui il Volk sostituisce Dio, o un imperativo kantiano, le necessità del Volk soppiantano il formicolare, le sfumature e le ritrosie della coscienza dei singoli. Si crede ancora alle idee, ai concetti, si crede che le parole definiscano dei concetti, ma non è necessariamente così, forse non esistono idee, forse solo le parole esistono davvero, e il peso che ciascuna di loro possiede. E forse è così che ci eravamo lasciati trasportare da una parola e dalla sua inevitabilità. In noi, quindi, non c’era stata nessuna idea, nessuna logica, nessuna coerenza? C’erano state solo parole della nostra lingua così particolare, solo quella parola Endlösung,la sua sontuosa bellezza?. Epistemologia ancora.
Tuttavia sostenere che la coscienza è una azione singola e la giustizia è una azione collettiva indotta dalle ristrettezze e dalle scommesse della guerra è complesso nonostante la sistematica.
A Littell manca ancora qualcosa.
Per rimanere un nominalista, quasi un puro argomentatore, per far sì che il secondo uomo, il lemming, e Maximilian Aue combacino, Littell ha bisogno della contemporaneità, della mancanza di ambizione, della curiosità e della prima persona.
Se la narrazione non fosse contemporanea, Littell non potrebbe servire i sentimenti e le situazioni al sangue. Se l’ambientazione non fosse coeva, risulterebbero troppo cotti e quindi duri da digerire. Se non avesse contemporaneità le ponderazioni di Aue, di Hauser, di Vöss, di Hoenhegg, di Mandelbrod e di Leland coinvolgerebbero i giudizi e le considerazioni sugli accadimenti assai più che i pettegolezzi e le connessioni tra i fatti. Senza la contemporaneità gli inseguimenti di Clemens e Waser sarebbero meno di una puntata di un telefilm americano anni settanta. Seppure capita che Aue dichiari di aver appreso certi fatti del Reich solo successivamente, dopo le memorie di Carrell o di Frank, tutte le novecentocinquantasei pagine dell’edizione italiana sono raccontate mentre avvengono, mentre i fatti si svolgono, si riconfermano e si contraddicono. La contemporaneità consente a Littell di eliminare d’amblai tutte le questioni morali e di spostarle dall’azione alla ricostruzione storica successiva, al pastiche delle verità accertate, del a posteriori.
Se le considerazioni morali, su cosa non sia il bene e su cosa sia il male, non fossero relegate in questo
a-posteriori resterebbero a impicciare e titubare le azioni dei lemming. Differenziandoli.
La distinzione del tutto arbitraria stabilita dopo la guerra fra le «operazioni militari» da una parte, equivalenti a quelle di qualunque altro conflitto, e le «atrocità» dall’altra, perpetrate da una minoranza di sadici e pazzi è, come spero di dimostrare, un fantasma consolatorio dei vincitori (…). Littell condensa nella parola morale, che nemmeno è un concetto, ogni pensiero estraneo alla burocrazia del da farsi. Scrivendo come spero di dimostrare proscrive le considerazioni o i sussulti morali nell’ a-posteriori. Era una questione di rigore (…) non era importante solo obbedire agli ordini, ma anche condividerli, io avevo dei dubbi e la cosa mi turbava. Alla fine lessi un po’ e dormii per qualche ora. Morire, dormire, nient’altro.
È una costruzione narrativa, non un intento didascalico. In questa accezione l’ a-posteriori di Littell più che una questione temporale è un concetto spaziale, una attesa, è l’oltre la pagina, è il lettore. Come tutti gli a-posteriori però è una scatola che ha per coperchio l’interpretazione, e che dunque non tutti i lettori riescono a chiudere. Acclarata l’acuminata questione del coperchio è immediato dedurre che chi riesce a serrare la scatola sottoscrive le ragioni e le ipotesi di Littell e dunque intende che Le Benevole non è un libro sul male assoluto, ma solo un magnifico romanzo a tesi, e chi non riesce a chiudere la scatola subisce il fascino macabro della narrazione, si interroga emotivamente sulle azioni di Maximilian Aue e dei suoi, rivisita l’immagine del Reich, cerca evidenze della propria diversità, e, non trovando nulla, trema e allontana de sé la pagina scritta.
Io penso che la seducente civetteria de Le Benevole consista nel creare questo schieramento, nel cercare una condivisione con l’intelletto degli uni e con gli intestini degli altri. E nel posizionare sulla linea di confine e di fuoco, sulla scriminatura farinosa, la percezione del male.
Non c’è merito alcuno e non c’è colpa a consegnare a Jonathan Littell i pensieri o i sussulti7. Non c’è merito alcuno e non c’è colpa a scegliere i bianchi o i neri e a sedere in una partita nella quale i contendenti sono in accordo sui principi. I filosofi politici hanno spesso osservato che in tempo di guerra il cittadino, maschio perlomeno, perde uno dei suoi diritti più elementari, il diritto di vivere (…) ma hanno raramente notato che questo cittadino perde al tempo stesso un altro diritto, altrettanto elementare e forse per lui ancor più vitale, per quanto riguarda l’idea che si fa di se stesso come uomo civilizzato. Il diritto di non uccidere. Non può esserci libero arbitrio quando si è perso il diritto di non uccidere. Il teorema di Littell è coerente. L’ipotesi feroce. Nulla accade o deve stupire perché il diritto di non uccidere si perde a pagina 19 e nemmeno le Benevole possono restituirlo a un uomo solo con tutto il peso del passato, del dolore della vita e della memoria inalterabile (( I prodotti di queste razzie sull’esperienza sono grandi cumuli disorganici di dati, sgangherati cataloghi, frane di dettagli inessenziali; sotto cui si postula senza indagare che debba pure nascondersi (se non altro per la larghezza e la rappresentatività del prelievo) del materiale importante.
L. Koch, Byron e le sensazioni, cit., p. 103)). Se la memoria è inalterabile, Maximilian Aue è destinato a ripetere. A ogni riavvio del gioco, il primo quadro è sempre identico, fratelli umani, e a quello segue il secondo, se riusciste a farmi piangere. E così è.
Se Maximilian Aue non fosse un mero lemming con una mera funzione, se cioè avesse ambizione, Littell non potrebbe affermare che tutte le azioni, tutti i ruoli, decisionali ed esecutivi, tutte le morti, civili e militari, in battaglia o disarmate, sono uguali. Perché l’ambizione farebbe digrignare i denti smalti di Aue di merito e attribuzione di senso, di prerogativa e assunzione di iniziativa.
Se solo Maximilian Aue avesse ambizione e non fosse così curioso Littell non potrebbe maneggiare un eterno fanciullo che può esperire senza avvertire la necessità di giungere a un risultato diverso dall’osservazione medesima. Se Aue non fosse così curioso avrebbe chiari limiti temporali. (…) la curiosità: qui come in tante altre cose della mia vita, ero curioso, cercavo di vedere quale effetto ciò avrebbe avuto su di me.
La prima persona è un espediente chiarito, con qualche virtuosismo, da Yourcenar in Memorie di Adriano8, l’io in cima a un opera dalla quale si vuole cancellare se stessi. Io credo che l’io in vigore ne Le Benevole sia quasi una conseguenza della contemporaneità e la cancellazione di sé sia piuttosto una cancellazione del sé. Del sé lettore.
Se la narrazione fosse alla terza o alla seconda persona singolare, il passaggio all’indistinto noi-lemmings, il percorso dal racconto al reticolo, dalla pelle alle ossa, non sarebbe istantaneo. Si dovrebbe passare attraverso commenti o più semplicemente attraverso la descrizione di incontri, di situazioni e di luoghi. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno tal de’ tali Maximilian Aue.
Invece la prima persona singolare del racconto, il sé cancellato, coincide con la prima persona plurale del quadro di gioco, e vede, agisce, sbaglia, uccide, ama, spera, distrugge e palpita. Così quando i quadri di Lemmings, i reticoli teorici dei documenti archiviati, gli schemi delle battaglie e della burocrazia, vengono calati nel contesto storico, la reazione del lettore è l’inquietudine. Le mie idee, le avevo sempre mantenute radicali; ora anche lo Stato, la Nazione avevano scelto il radicale e l’assoluto. (…) E se poi la radicalità era quella dell’abisso, e se l’assoluto si rivelava il male assoluto, bisognava comunque, di questo almeno ero intimamente persuaso, seguirli fino in fondo, a occhi bene aperti.
L’io lettore cerca una persona singola per identificarsi e invece, sopravento sottoscorta sottosopra, si ritrova a sillabare Io sono noi e quindi non sono proprio nessuno. Non sto uccidendo e non sto massacrando e nemmeno salvando qualcuno. (…) e quello sguardo mi si conficcò dentro, mi aprì il ventre e ne fece uscire un fiotto di segatura, ero un volgare pupazzo e non provavo niente, e al tempo stesso volevo con tutto il cuore chinarmi e ripulirle la fronte dalla terra e dal sudore, accarezzarle la guancia e dirle che andava tutto bene, che tutto sarebbe andato per il meglio, invece le sparai convulsamente un colpo alla testa, il che dopotutto era lo stesso(…).
Il microambiente è solforoso, puzza, brucia anche se apre i polmoni. L’aria primaverile era acre, piena di fumo nero e di polvere di mattone che scricchiolava sotto i denti.
A un certo punto si respira così bene che è quasi accettabile, per un momento e a piè pari, saltare fuori dallo schema, sbarazzarsi del poderoso impianto storico, disinteressarsi del successivo livello di gioco, e condividere i movimenti emotivi di Maximilian Aue. Che per converso alla brillante carriera militare e alla adesione fattiva al nazionalsocialismo non sono casuali e nemmeno supinamente condivisi ma perseguiti e dannati e rammaricati a ogni passo. Le cose degenerano in maniera impercettibile. L’amore per la sorella gemella Una, il pianoforte e l’odio per la madre. Ancor oggi, il fatto che non suono il piano e non lo suonerò mai, mi opprime, talvolta più degli orrori, del fiume nero del mio passato che mi trascina con sé attraverso gli anni.
Aue li vive con approccio mimetico e vicario. E io invece amo un’unica persona (…) quella il cui pensiero non mi abbandona mai e che lascia la mia testa solo per penetrarmi nelle ossa, quella che starà sempre tra il mondo e me e quindi tra te e me, quella il cui stesso matrimonio fa sì che io potrei sposarti solo per provare ciò che prova lei nel matrimonio, quella la cui semplice esistenza fa sì che tu per me non potrai mai esistere del tutto, e per il resto, perché c’è anche il resto io preferisco comunque farmi trapanare il culo da ragazzi sconosciuti(…). Si accaparra gli spartiti affinché qualcuno, anche un piccolo ebreo virtuoso, suoni Couperin e Rameau. Cerca uomini che lo possiedano così da sentirsi donna quanto Una. Insegue una foto del padre senza volto e senza postura pur di raccontarsi di avere avuto un genitore retto e che non abbia distrutto la famiglia risposandosi. Come mamma ed herr Moreau. La madre, il pianoforte e la sorella gemella sono amori fuori tempo massimo, galleggiano sull’orizzonte emotivo di Aue sempre troppo tardi. Se Una non fosse mia sorella. Se avessi imparato a suonare il piano. Se mia madre avesse atteso il ritorno di mio padre. Per il sottile moralismo di Aue, che forse è solo una modulazione de l’orgoglio è il peccato dei puri ((M. Yourcenar, Alexis o il trattato della lotta vana, Feltrinelli, 1962, [con beneficio di inventario].)), essere in ritardo è molto più che disdicevole, è quasi corruzione. E per coerenza a sé, per il rigore di cui blatera e argomenta, per la devozione all’assoluto verso il quale tende. Maximilian non riesce a chiudere i rapporti con nessuno dei propri amori e continua a raccontarli, rimuoverli e riesumarli, integri e perduti. Ed è con il medesimo rigore che Aue imbastisce la responsabilità della propria catastrofe. La mise en abîme della propria disfatta. L’incontro con Hélène è raccontato con i contorni di una allucinazione e con la nostalgia dell’inaccessibilità, dell’impotenza e dell’inammissibilità. (…) volevo prenderla a calci nel ventre per la sua inammissibile bontà. Hélène, che non è Una, è inaccessibile, Hélène, che non è un adolescente vigoroso, non gli fa scorrere per il corpo umide carezze, Hélène, che gli si dedica senza un fine diverso da quello di un’altra possibilità e di una giovinezza sfuggita alla guerra, è appunto inammissibile. D’altronde la gratuità dei gesti è aleatoria e dunque sfugge a qualsiasi determinismo. «Ho nostalgia di quando andavamo a nuotare in piscina», mormorò. «Se vuole, -proposi, – quando starò meglio, ci torneremo». Guardò a sua volta dalla finestra: «Non ci sono più piscine a Berlino», disse pacatamente.
L’amore di Hélène evidenzia le ossessioni e le debolezze di Maximilian Aue. L’amore, comunque impossibile, suppura tra gli interstizi della logica, del livello di gioco, impregna le pieghe della Storia e mostra Le Benevole come un libro esangue.
Le ossa scricchiolano, gli impiccati evacuano e dondolano le braccia, i visceri colano dagli squarci nel ventre. Ma non c’è sangue che imporpora la neve, né sangue che si raggruma sulle ferite seccate al freddo di Russia. Corrono i topi a rosicchiare gli arti e le cartilagini del volto e brulicano gli insetti sui cadaveri accatastati nelle cantine. Le pareti dello studio addobbate di brandelli di carne. Ci sono tutti gli effetti della perdita di sangue ma il sangue non si vede. Resta oltre. Talvolta se ne avverte l’odore o se ne rimane abbacinati dall’orrore estetizzante. (…) fui pervaso da una angoscia senza senso: gli Orpo avrebbero fucilato gli ebrei proprio lì e li avrebbe buttati nella piscina, e noi avremmo dovuto nuotare nel sangue, tra corpi che galleggiavano proni. L’adolescenza di Una termina con una perdita di sangue e il sangue separa Maximilian e Una come una ferita aperta. Aue perde sangue solo quando pensa e pensa solo quando ama e se così è, il più grande prestigio di Jonathan Littell è quello di aver piegato la Storia a proprio beneficio (e rischio e pericolo) e di aver celebrato ne Le Benevole l’indifferenza di uno verso le altrui sofferenze e causalità. I pensieri di Maximilian Aue, il suo libero arbitrio, i suoi focolai di ruminazione sulle circostanze sono accesi e fumiganti verso Una, per il resto, egli può fare ciò che gli è stato ordinato di fare e non c’è altro. (…) era più di così, era l’intero corso degli eventi, la miseria del corpo e del desiderio, le decisioni che si prendono e sulle quali non si può tornare, il senso stesso che si sceglie di dare a quella cosa che chiamiamo, forse a torto, la nostra vita.9

Maximilian Aue è Jean Floressas Des Esseintes in guerra. Se ci fosse andato.
Maximilian in Aria è Trilogia della città di K.
Maximilian ad Antibes è Arancia meccanica
Maximilian e Una sono Igiene dell’assassino
Thomas Hauser è Nessuno tocchi Caino
Mandelbrod e Leland sono Guildestern e Rosencrantz o la SPECTRE
Clemens e Waser sono Guildestern e Rosencranz sono morti o Chips
La SS-Haus di Lublino è Salò o le 120 giornate di Sodoma
Ad libitum. Sfumando…

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[Questo saggio è uscito oggi sull’ultimo numero di “Nuovi Argomenti” (nr.42). Il dipinto di Jeramy Turner è intitolato Lemmings]
  1. - Perché proprio io?
    – Questa è una tipica domanda da terrestre Signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché Proprio noi, allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è. Ha mai visto degli insetti sepolti nell’ambra?
    – Sì. Effettivamente Billy in ufficio aveva un fermacarte formato da un blocco di ambra levigata con tre coccinelle incastonate.
    – Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’è nessun perché.
    K. Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli, 2007, p. 77
    []
  2. Un altro modo di evadere dal campo (…) della verità personale consiste nel ricorrere ad una delle infinite teorie, basate su ipotesi astratte e non verificabili, che vanno da quella dello Zeitgeist a quella del complesso di Edipo: teorie così generali che ogni avvenimento e ogni azione si può giustificare con esse – tutto ciò che accade, accade perché non c’è altra alternativa, e nessuno può agire in maniera diversa da come agisce. Tra questi schemi che “spiegano” tutto senza spiegare nulla troviamo idee come quella della “mentalità del ghetto” degli ebrei europei, o l’idea di una “colpa collettiva” del popolo tedesco (…).
    H. Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 2006, p. 297 s.
    L’Altrove non è un semplice doppiofondo dell’immaginazione, ma uno spazio di rifiuto e di espulsione, dove rinchiudere l’irrapresentabile e l’insopportabile.
    L. Koch, «Beowulf», in Al di qua o al di là dell’umano, Donzelli, 1997, p. 84 []
  3. Comunque sia, il codice militare tedesco afferma esplicitamente che la coscienza non basta. Il paragrafo 48 dice: “il fatto che la persona abbia ritenuto di dovere obbedire alla sua coscienza o ai precetti della sua religione non esclude che un’azione o un’omissione possa essere punita”. (…) quell’idea parte dal presupposto che la legge esprima soltanto ciò che la coscienza direbbe all’uomo anche se non ci fosse la legge. Se dovessimo applicare coerentemente questo ragionamento al caso Eichmann, dovremmo concludere che Eichmann agì esattamente come doveva: agì in armonia con la regola, eseguì gli ordini a lui impartiti per la loro “manifesta” legalità, cioè regolarità.
    H. Arendt, La banalità, cit., p. 294 s. []
  4. Ma nella misura in cui si tratta di crimini (e questo è il presupposto di ogni processo) tutte le rotelle del macchinario, anche le più insignificanti, automaticamente in tribunale si trasformano in esecutori, cioè in esseri umani. Ed è inutile che l’imputato cerchi di giustificarsi sostenendo di aver agito non come uomo, ma come semplice funzionario che ha fatto una cosa che chiunque altro avrebbe potuto fare: sarebbe come se egli si appellasse alle statistiche sulla delinquenza e dichiarasse che ciò che ha fatto era statisticamente prevedibile, e che è stato un semplice accidente se a farlo è stato lui e non un altro, ché qualcuno doveva pur farlo.
    H. Arendt, La banalità, cit., p. 292 []
  5. Poiché, pur essendo libero da tutti, mi son fatto servo a tutti, per guadagnarne il maggior numero;
    e coi Giudei, mi son fatto Giudeo, per guadagnare i Giudei; con quelli che son sotto la legge, mi son fatto come uno sotto la legge (benché io stesso non sia sottoposto alla legge), per guadagnare quelli che son sotto la legge; con quelli che son senza legge, mi son fatto come se fossi senza legge (benché io non sia senza legge riguardo a Dio, ma sotto la legge di Cristo), per guadagnare quelli che son senza legge. Coi deboli mi son fatto debole, per guadagnare i deboli; mi faccio ogni cosa a tutti, per salvarne ad ogni modo alcuni. Mi faccio ogni cosa a tutti.
    Corinzi I, 19:23 []
  6. “Dove sono?” disse Billy Pilgrim?
    “Prigioniero in un blocco d’ambra signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento (…).”
    “Come… come ho fatto ad arrivare qui?”
    “Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. (…) Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basa. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”
    “Lei non ha l’aria di credere al libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.
    K. Vonnegut, Mattatoio n. 5, cit., p. 85 []
  7. Il corpo risponde automaticamente alle richieste della situazione, la macchina difende i suoi interessi nel modo più opportuno, reagendo se stimolata; e solo in un secondo momento motiva i suoi gesti con le emozioni, voglie e paure.
    L. Koch, «Beowulf», cit., p. 78 []
  8. Ritratto di una voce. Se ho voluto scrivere queste memorie di Adriano in prima persona è per fare a meno il più possibile di qualsiasi intermediario, compresa me stessa. Adriano era in grado di parlare della sua vita i modo più fermo, più sottile di come avrei potuto farlo io.
    M. Yourcenar, Taccuini di appunti a Memorie di Adriano, Einaudi, 1981, p. 287 s. []
  9. Se non avessi ceduto alla costruzione di un lemma propedeutico al teorema di Jonathan Littell avrei intitolato le mie osservazioni Non ci sono più piscine a Berlino. Un poco perché ricorda la chiusa di Opera al nero di Yourcenar che, quanto a contemporaneità e ricostruzione storico-narrativa, rappresenta un sistema di ipotesi perfettamente sostituibili agli accadimenti (se mai potessimo conoscerli). Zenone, che sta per recidersi una vena, osserva Per me era l’acqua per l’ultima volta. L’incontro di Maximilian Aue con Hélène e la pacata serenità di un innamoramento lenitivo arriva quando l’acqua è finita, l’ultima volta era prima di oggi e nessuna piscina sarà più placenta. Nel contempo Non ci sono più piscine a Berlino è espressione sintetica della fine della guerra. Non c’è più nulla di tedesco a cui dare battaglia, nemmeno un vezzo cittadino, il Reich è caduto, Berlino, cuore dell’impero, è in mano agli alleati e l’acqua non può essere sopravvivenza né svago. Se mi fossi lasciata trascinare da i morti insonni con gli occhi aperti, dalle complicazioni dell’uomo Aue che sprofonda in mezzo a frotte di dichiarate necessità, dalle argomentazione colte e anche un po’ gigione per sedurre un altro, da traini di artiglieria contorti come feti, da preoccupazioni per le modanature decorative, io avrei indugiato sugli incanti de Le Benevole, gli specchietti per le allodole e le pulci, i toni shakesperiani di certi discorsi ufficiali e avrei sostenuto che tutto quello che c’è in questo romanzo è buono e giusto e vero. Perché è bello, bellissimo in questa prosa asciutta da cronaca di guerra butterata da opalescenti barocchi. Fatto questo, se mi fossi lasciata catturare dal montaggio, avrei sottolineato quanto Le Benevole sia un romanzo contemporaneo, di adesso, e includa nell’impiantito personaggi e suggestioni da serie televisiva, da commedia brillante e da comicità grottesca, orchestri abilmente complottismi di ogni latitudine e non tema le miscellanee di fantascienza, sionismo e cattolicesimo. Se solo non avessi ceduto al cubo magico del Reich mi sarei dilungata sulla struttura leziosa ma variata da Suite e osservato che Couperin e Rameau, più che predilezioni, sono gli scapi che tengono rigido l’indice. Avrei scritto quanto davvero Allemanda I e II e Sarabanda siano frazioni narrative più lente rispetto alla Toccata e alla Corrente, quanto in esse Jonathan Littell temporeggi sui particolari per frenare il flusso sia della narrazione sia dell’immagine della Storia che il lettore scolarizzato ha in testa. Avrei sottolineato quanto l’Aria sia scritta per voce sola e riprenda il tema che corre impetuoso in tutto il romanzo e che è, a mio avviso, la ricerca della differenza tra sé e il mondo e dunque della distanza tra sé e l’altro e dunque della definizione dell’io. Littell che, come ho scritto, ama le patologie, dona ad Aue anche l’impossibilità fisica di essere solo e gli affianca Una. Le loro reazioni, la loro violenza, il loro alcolismo, la mia stessa tristezza, tutto ciò dimostrava che l’altro esiste, esiste in quanto altro, esiste in quanto umano, e che nessuna volontà, nessuna ideologia, nessuna dose di stupidità e di alcol può spezzare questo legame, tenue ma indistruttibile. È un fatto e non è una opinione. Che poi Littell proceda per dogmi è ancora un altro fatto. []

  24 comments for “A me gli occhi

  1. véronique vergé
    27 maggio 2008 at 11:56

    Posso solo dire che non ho potuto finire la lettura Le Benevole. Ho letto l’inizio e sono diventato ammalata, davvero. Alla lettura, avevo la nausea e sentivo che mi sentivo in depresso: qualcosa di terribile come une depressione o l’inizio. La morte è nelle tutte le pagine. Mi sono fermata al momenta dove una bambina è fucilata: ho trovato tutto ripugnanto e la scittura soffocante: è a disperare dell’essere umano. Non critico il progetto, ma mi lascia un strano sentimento di nausea.
    E l’ultimo libro di Jonathan Littel è di cattivo gusto: avere ossessione, capisco ma è la manera di trattare l’argomento che mi mette a disagio.

  2. Enrique Vila-Matas
    27 maggio 2008 at 12:15

    Magníficas las citas del gran Vonnegut.

    Vila-Matas, Enrique

  3. chi
    27 maggio 2008 at 12:31

    @enrique
    grazie per vonnegut! :-)
    per i Suicidi Esemplari e per il resto che tintinna nelle tasche.

    @veronique
    il mio rapporto con le benevole è stato intricato. adesso sono contenta di averlo letto e in qualche senso accantonato. ma di certo mi rimarrà la grande contentezza di essermi immersa in un libro ed essere tornata a galla con più pensiero. ma un altro libro di Littell lo leggerei, nonostante tutto.

    e questo.
    chi

  4. niky lismo
    27 maggio 2008 at 16:36

    Leggere Chiara Valerio rende superfluo leggere Le benevole, o pericoloso, o nocivo. Chi azzarderà un approccio a questo romanzo al di fuori di indicazioni ermeneutiche così assertive e, nella loro indefinita apertura, cogenti? Chi rischierà una lettura all’altezza di aspettative tanto delineate? Chi si sottoporrà a una quasi certa delusione? Balena quasi il dubbio che il merito maggiore di Littell sia di aver innescato la disamina istopatologica di Chiara… O è il Terzo Reich che è servito a generare Le benevole? “Di tutto ciò che sta scritto sono scrittori tutti”, ma l’acume critico di Chiara intimorisce, e potrebbe dissuaderne qualcuno…

  5. giovannicossu
    27 maggio 2008 at 16:57

    Non ho avuto il coraggio di leggerlo.
    Dopo aver visto mia moglie soffrire, mentre lo leggeva, e, al contrario del solito, parlarmi di ciò che gli veniva posto davanti, da Littell. Quasi a chiedere aiuto, consolazione.
    No! non penso che lo leggerò mai.

    Ma ho letto il libretto dell’Einaudi che accompagnava la ‘copia omaggio’ per i librai:
    JONATHAN LITTELL e PIERRE NORA, Conversazione sulla storia e il romanzo.

    *

    P.N. Ha subito avuto la sensazione dell’ambiguità intrinseca di questa mescolanza tra intellettuale e carnefice, di una prossimità inscindibile di cultura e barbarie?

    J.L. Non è una sensazione, è una constatazione. Si tocca con mano.
    Ho già parlato altrove delle mie discussioni con quel comandante che massacrava centinaia, se non migliaia di civili bosniaci, e che, quando gli veniva chiesto qual era la ragione del suo risentimento, rispondeva che gli avevano portato via le sue canne da pesca e la sua collezione di esche artificiali.

    *

    Mi è bastato questo per pensare con soddisfazione a un probabile olocausto nucleare che spazzi via questa muffa umanità dalla faccia della Terra.

  6. véronique vergé
    28 maggio 2008 at 08:09

    Giovanicossu: hai ragione. E’ un libro che per una persona fragile puo condurre alla sofferanza. Come lo dicevo e insisto: ho provato un dolore, un disgusto tanti grandi che sentivo i segni della depressione, era un mare di morte che mi annegava. Per fortune è una collega che mi ha prestato il libro e dopo quasi cento pagine, ho abbandonata, avevo la nausea e la mente invasa da morte: vedevo la morte daperttutto.
    E’ un sentimento tanti forte, che fra qualche mesi, quando il libro è uscito in collezione economica e che l’ho visto in una pila in una libreria, ho avuto un movimento di fare un passo indietro.
    Insisto: sconsiglio libro a tutta persona che si sente triste già per natura.

  7. chi
    28 maggio 2008 at 08:34

    io non credo che le benevole sia un libro sul male. e credo, come ho scritto, che uno degli obiettivi del libro, forse pure inconsci, fosse segnare il discrimine tra chi condivideva, leggendolo, l’idea di poter fare un pastiche sul male e chi, non leggendolo, sosteneva l’inammissibilità del pastiche.

    @ niky lismo
    !!!!!!! :) grazie

  8. 28 maggio 2008 at 10:28

    [L’appuntamento con Chiara è sempre imperdibile!]

    il torrent littelliano molto mi attira
    la rappresentazione del male non mi angoscia anzi
    il pastiche e le intitolazioni musicali mi confortano

    le antiche terribili Erinni della vendetta di sangue, dopo aver inseguito in lungo ed in largo Oreste con intenzioni affatto “benevole” si placano e diventano Eumenidi, “benevole” custodi della giustizia in Orestea di Eschilo, dopo il regolare processo con assoluzione finale per il di lui matricidio di Clitennestra, istruito nell’Aeropago con la supervisione di Apollo e dell’avvocatessa Atena.

    I libri sono sempre processi a qualcosa, placarsi di vendette.

    ,\\’

  9. chi
    28 maggio 2008 at 10:56

    spumeggiante orsola :)
    chi

  10. giovannicossu
    28 maggio 2008 at 11:54

    Non è che non sopporto il Male, ne sono pieno.
    E’ che mi causa una sofferenza insopportabile la descrizione della sofferenza altrui.

    Non mi procura nessun disagio pensare di premere un bottone e fare sparire l’umanità dalla faccia dalla terra.

    Ma una volta un mio nipotino cadde e, battuto il viso per terra, il sangue non tardò a scorrere sulla sua faccia. Sono svenuto.

    E’ patologico? Devo considerarmi malato?

  11. véronique vergé
    28 maggio 2008 at 15:39

    Il testo di Chiaria Valerio è bello.
    La mia esperienza di lettura del libro non vale per tutte le letture.
    Ho detto, perché la lettura mi ha fatto davvero un dolore nella mente : non posso entrare nel pensiero di un torturatore: è impossibile. Non posso neanche entrare in una posizione di lettore in distacco.
    Quando leggevo questo libro, avevo l’impressione di essere prigionera di una scrittura trappola.
    Mi chiedo come l’autore ha potuto scrivere il libro senza entrare in depressione, è un mistero per me.
    E’ l’ultimo commento che faro a proposito del libro.
    Il patto di lettura per questo libro non ha funzionato per me.

  12. Plessus
    28 maggio 2008 at 16:14

    E’ da febbraio che la cicatrice preventiva del cellophane ancora sigilla lo squarcio sul petto che Le benevole con ogni probabilità mi apriranno, quando delibererò di scorrere quelle pagine dalla copertina rosso sangue poste in libreria tra Cell di King e Beowulf, dall’erudita e magnifica prefazione-saggio di Ludovica Koch.
    Temo anch’io questo libro, e condivido alcuni dei pregiudizi emozionali e dolori intercostali esposti da Véronique e Giovanni.
    Dopo aver prudentemente letto le recensioni, e similari, di Paolin, Genna, Wu Ming ed altri, volentieri ho scorso le righe di questo mini-saggio dell’autrice del post che, finalmente, estrae brocche d’acqua dal fiume littelliano e la passa al microscopio sotto gli occhi di tutti.
    Sarà che sono in via di estinzione alcuni impegni fissi invernali, sarà che trasferendo parte delle mie attenzioni letterarie sul male mi immagino di esorcizzarlo.
    Fatto sta che la decisione di affrontare finalmente la lettura dell’opera – che importante deve essere, viste le attenzioni che le sono state riservate dalle platee intellettuali – , è maturanda.
    Grazie, a Chiara e a NI.
    PS Ma perché l’Autore ha scelto proprio quel titolo? M’è sfuggito qualcosa?

  13. chi
    28 maggio 2008 at 17:03

    @plessus
    io adoro ludovica koch, al di qua o al di là dell’umano (donzelli, 1996) è una mia perenne rilettura.
    ;-) lu-do-vi-ca lu-do-vi-ca!
    sul perché de Le Benevole credo che il commento a questo post di orsola puecher sia super-esaustivo.

  14. Plessus
    28 maggio 2008 at 18:12

    Sì, m’era sfuggito qualcosa…
    L’interpretazione di Orsola non si incolla al titolo.
    Lo abbraccia letterariamente e letteralmente!
    Saluti e salute

  15. carmine vitale
    28 maggio 2008 at 19:43

    eppure non sapevi quel che io so.La terra insegna più della nudità degli elementi. Non ci si dà impunemente agli occhi di un dio. Così coraggioso, nel vuoto, hai sacrificato ai demoni:c’erano Wotan e Thor, il gracidio delle Erinni nell’aria,il terrore dei cani all’approssimarsi di Ecate col corteo dei morti. (da visioni sulla baia di san francisco, 1969 C.Milosz)

    rivedere ore e ore Shoah di Claude Lanzmann
    trascorrere una giornata con ivan denisovic
    capire se questo è un uomo
    cv

  16. maria (v)
    29 maggio 2008 at 09:37

    Chiara, ti ringrazio perché il libro non l’ho ancora letto, ma l’argomento mi interessa moltissimo, tant’è che anch’io stavo collazionando frammenti con variazione sul tema, spero non ti dispiaccia se aggiungo quelle che avevo selezionato io, altri spunti:

    Dal Post Scriptum all’Enciclopedia dei morti di Danilo Kiš:
    “Il libro dei re e degli sciocchi fu concepito inizialmente in forma di saggio, e di questo ha conservato tracce evidenti. La mia intenzione era di presentare in breve la storia vera e fantastica, «fantastica fino all’inverosimile» della nascita dei Protocolli dei savi di Sion, la loro folle influenza su generazioni di lettori e le tragiche conseguenze che ne derivarono; un tema che, come parabola del male mi interessava da anni – come dimostrano certe pagine del mio romanzo Peščanik (Clessidra) . Il mio intento era, cioè, di mettere in dubbio, con un esempio storicamente verificato e più o meno noto, l’idea generalmente accettata che i libri sono sempre e unicamente al servizio del bene. I libri sacri, invece, così come le opere canonizzate dei maestri del pensiero, sono come il veleno dei serpenti; sono la fonte sia della morale che dell’empietà, sia della grazia che del crimine.

    «I molti libri non sono pericolosi. Pericoloso è un libro solo».

    […]
    Da Il libro dei re e degli sciocchi:
    “[…]Se ogni Stato ha due nemici – risuona la voce cristallina di un ufficiale – e se allo Stato è consentito usare nei confronti del nemico esterno tutta la forza possibile, come, per esempio, gli agguati notturni o gli assalti con truppe assolutamente preponderanti, perché mai, nei confronti del suo peggior nemico, perturbatore dell’ordine sociale esistente e del benessere, simili misure dovrebbero essere ritenute proibite e contro natura?[…]
    E qui gli balenò davanti lo sguardo folle di una ragazzina, in qualche parte di Odessa. Con la testa appoggiata sul battente sfondato di un armadio, nel quale aveva cercato di nascondersi, giace come impietrita, benché respiri ancora. Nello specchio, come una citazione, si scorgono cadaveri mutilati, pezzi sparsi di mobili, di specchi, di samovar, di lampade infrante, biancheria e vestiti, materassi, piumini sfondati; la strada è coperta di neve: la lanugine è caduta ovunque, anche sugli alberi)[…]
    (Nelle stanze semibuie giacciono immersi in pozze di sangue, corpi mutilati di uomini e fanciulle violentate con gli occhi sbarrati fissi nel vuoto dietro le pesanti tende strappate. La scena è però reale come reali i cadaveri. In questa scenografia da incubo solo la neve è artificiale[…]
    Come colonne di basalto le persone stanno ancora dritte, non avendo il più piccolo spazio per cadere a terra o per piegarsi. Persino nella morte, si possono ancora riconoscere le famiglie, dalle mani che si stringono. Fanno fatica a separarle, quando si deve liberare il locale per un nuovo carico. Si gettano via i corpi bluastri, umidi di sudore e di urina, le gambe imbrattate di escrementi e di sangue mestruale. Una ventina di operai controllano le bocche, che aprono servendosi di sbarre di ferro. Altri si occupano degli ani e degli organi genitali, cercando monete, diamanti, oro. Dei dentisti strappano con le tenaglie i denti d’oro, ponti, corone. Al centro del cerchio c’è in capitano Wirth…”
    Al centro del cerchio c’è il capitano Wirth. Nella tasca superiore della giubba, a sinistra, ha una copia della Congiura rilegata in pelle…”

    *

    “Lo sappiamo tutti, in Europa, che ci son mille modi di fare il pagliaccio: anche l’eroe, il vigliacco, il traditore, il rivoluzionario, il salvator della patria, il martire della libertà, son tutti modi di fare il pagliaccio. Anche quello di mettere un uomo al muro e di sparargli nel ventre, anche quello di perdere o di vincere una guerra, son modi come altri di fare il pagliaccio[…]
    La notte, disteso accanto ai soldati canadesi, e ai partigiani della Divisione comunista “Potente” io premevo il viso contro l’impiantito dei mattoni, facendomi forza per non alzarmi, per non scendere in strada, per non andare in giro per le case a sparar nel ventre di tutti coloro che, nascosti nelle cantine, aspettavano tremando il momento di poter, passato il pericolo, correre in piazza con le coccarde tricolori al petto e i fazzoletti rossi al collo a gridar: “Viva la libertà!”. Avevo schifo di quell’odio che mi mangiava il cuore, ma dovevo aggrapparmi con le unghie al pavimento per non andar nelle case ad ammazzare tutti i falsi eroi che un giorno, quando i tedeschi avessero abbandonato la città, sarebbero usciti dai loro nascondigli a gridar: “Viva la libertà!”, guardando con disprezzo, con pietà, con odio, i nostri visi barbuti e le nostre uniformi lacere.[…]
    Dalle fogne, dalle cantine, dalle soffitte, dagli armadi, di sotto i letti, dalle crepe nei muri, dove vivevano da un mese clandestinamente, sbucarono come topi gli eroi dell’ultima ora, i tiranni di domani: quegli eroici topi della libertà, che un giorno avrebbero invaso l’Europa, per edificare sulle rovine dell’oppressione straniera il regno dell’oppressione domestica”.[…]
    Quei morti li odiavo. Tutti i morti. Erano loro gli stranieri i soli, i veri stranieri nella patria comune di tutti gli uomini vivi, nella patria comune, la vita[…]
    Ora capivo la ragione di tutto quell’odio, di quella furia omicida che mi mordeva dentro, che bruciava le viscere di tutti i popoli d’Europa: era il bisogno di odiar qualcosa di vivo, di caldo, di umano, di nostro, qualcosa di simile a noi; qualcosa che fosse della nostra razza, che appartenesse alla nostra stessa patria, la vita: non già quegli stranieri che avevano invaso l’Europa, e immoti, freddi, lividi, le occhiaie vuote, opprimevano da cinque anni la nostra patria, la vita, soffocando la nostra libertà, dignità, l’amore, la speranza, la giovinezza, sotto il peso immane della loro carne diaccia. Quel che ci scagliava come lupi contro i nostri fratelli, quel che in nome della libertà gettava i francesi contro i francesi, gli italiani contro gli italiani, i polacchi contro i polacchi, i rimeni contro i romeni, era il bisogno di odiar qualcosa di simile a noi, di nostro, qualcosa in cui ci potessimo riconoscere e odiare”
    (da La pelle di Curzio Malaparte)

    *

    Nelle oscure sale del museo – quel che resta di Auschwitz – vedo un mucchio di scarpe da bambino o qualcosa di simile a quel che ho già visto altrove sotto un albero di natale, bambole mi pare. L’abiezione giunge al crimine nazista quando la morte, che comunque mi uccide, si mescola a quanto nel mio universo vivente dovrebbe salvarmi dalla morte: per esempio con l’infanzia e con la scienza.[…]
    (da Poteri dell’orrore. Saggio sull’abiezione di Julia Kristeva)

    Da Gli Ingegneri Indaco ne I racconti dell’arcobaleno di William T. Vollmann

    […]
    Alla fine avviarono i motori (ricordo un resoconto che ho letto su uno dei primi test effettuati ad Auschwitz, quando i condannati dovettero aspettare ore nella camera a gas finché gli ingegneri non misero a punto tutte le macchine). […]

    – In che modo secondo te la crudeltà ha un ruolo nelle tue performance?- chiesi
    – Mark Pauline masticò scontrosamente il suo manzo alla mongola. “Crudeltà è una di quelle parole che ormai non ha più senso per quanto ci si riempiano tutti la bocca – disse- Per come la uso io è solo un aspetto dello spettacolo. E’ uno strumento, uno dei tanti modi per dare vita allo spettacolo. [..]
    – Per me la crudeltà è un punto di vista, un’intensificazione. Insomma come fai a fissare un limite? Quand’è che fai le coccole e quando certe carezze? E’ un po’ come la pedofilia. Cos’è la crudeltà e cosa sarebbe invece una specie di interazione personalizzata tra due meccanismi? Vallo a capire, anzi, vale davvero la pena chiederselo?[..]
    – e se le macchine fossero davvero coscienti e si riconoscessero? Cosa penserebbero?
    -[…] credo che per una macchina si tratterebbe solo di coprire tutta la gamma delle sue potenzialità nel miglior modo possibile, questo è l’unico pensiero di una macchina. A una macchia non interessa se le sue azioni sono giuste o sbagliate. Non sa che farsene della moralità intesa in senso umano. Vuole solo…la macchina vuole solo esplodere[…]

    -Che differenza c’è tra una macchina e un buon tedesco?
    – Una macchina più che altro esegue gli ordini. E a volte disobbedisce[..]
    -Perché disobbedisce?
    -Be’ quando la sfrutti oltre il limite non funziona a dovere. Va in tilt. Quando cerchi di fargli fare qualcosa al di sopra delle sue forze, si rompe.”

    […]
    – Se fossero intelligenti e in grado di pensare, credi che queste macchine vi considererebbero crudeli per quello che gli avete fatto?
    – se fossero intelligenti lo farebbero da sole- rispose l’Ingegnere Indaco.

    *

    ma, come diceva già il vecchio Céline, riferendosi alla prima delle due guerre: “Si faceva la fila per andare a crepare […] E’ degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre”

  17. chi
    29 maggio 2008 at 10:25

    maria (v). i tuoi spunti selezionati devono assolutamente essere collage-ati da te in un testo!. quelli da vollmann sono acutissimie non conoscevo l’enciclopedia dei morti. a malaparte avevo pensato ma non sono riuscita a rileggere la pelle nel modo che avrei voluto. non ho scovato lacerti per una costruzione più cinematografica, più montata. forse più camp per modulare certi suadenti estetismi de le benevole.
    grazie di tutto. :-)
    chi

  18. véronique vergé
    29 maggio 2008 at 12:29

    Un’ analisi fina, ricca che mi dà un’altra vista. Penso che il male fa parte della letteratura. Il libro mi ha molto messa a disagio: è certo il segno di un capolavoro se rovescia la mente, fa ressentire l’orrore.
    Non so perché, un libro che presenta il punto di vista di un torturatore mi demolisce;
    Sull’argomento preferisco Primo Levi nella sua scrittura nitida, precisa:
    il libro è visto da una coscienza umana, di vittime.
    Perché denunciare con un punto di vista sadico è una manera di fare del lettore una vittime: sono costretta a essere il spettatore di una mente sadica. Ho abbandonato il libro anche per questa ragione.
    Su un altro argomento mi ramento un film (certo allontanato del motivo delle benevole) La passion de Jésus Christ, film americano: ho rifiutato di verderlo: penso che si tratta di perversità della creazione, quando sei spettatore malgrado la tua anima.
    Ma forse non possiedo una vera capacità intellettuale di distacco.

    Allora Maria, se leggi il libro, dimmi la tua opinione.

  19. 29 maggio 2008 at 15:31

    mi domando se i brani in corsivo nel testo della recensione siano citazioni dal libro.

  20. chi
    29 maggio 2008 at 16:27

    sì tash sono tratti da Le Benevole.

  21. maria (v)
    29 maggio 2008 at 22:57

    È strano, ma è la seconda volta che sono costretta ad associare (mentalmente) un pezzo di Chiara Valerio con qualche riflessione che mi deriva da Slavoj Žižek: della prima volta che ti lessi, anche se non commentai, mi rimasero impresse queste tue parole e cito a memoria, scusa l’imprecisione:
    “Un’onesta passione per la scrittura comporta orrore per l’inautentico e una certa sensualità per le parole, ma anche sensualità per l’inautentico e un certo orrore per le parole” di qui fui costretta a rimeditare per me, per certi miei punti nevralgici “Benvenuti nel deserto del reale” e andai in crisi su vari fronti…oggi, è “per colpa” di Véronique ;-)))) che con La Passione di Gibson mi ha fatto tornare in mente “America oggi, Abu Ghraib e altre oscenità” dello stesso e, non posso farci niente, mi rendo conto che peggioro a vista d’occhio, il vizio delle citazioni sta diventando maniacale, AIUTO! FERMATEMI! ;-)

    “Le credenziali di coloro che hanno criticato La passione di Cristo di Mel Gibson ancora prima della sua uscita sembrano impeccabili: non hanno forse completamente ragione nel temere che il film, girato da un cattolico fanatico e tradizionalista, non scevro di sortite antisemite, possa accendere sentimenti antisemiti? Più in generale, La “Passione di Cristo” non è forse una specie di manifesto dei nostri fondamentalisti anti-secolaristi (occidentali, cristiani)? Non è dunque dovere di ogni buon laico occidentale bocciarlo? Un tale tipo di attacco incondizionato non rappresenta forse un sine qua non se vogliamo fare intendere chiaramente che non siamo cripto- razzisti capaci solo di insorgere contro il fondamentalismo delle altre culture (musulmane)?
    Si sa che il Papa ha avuto una reazione ambigua di fronte al film: subito dopo averlo visto, profondamente scosso, pare abbia detto “è proprio così come è stato”; questa affermazione è stata velocemente sostituita da una presa di posizione ufficiale più neutrale, corretta in modo da non offendere nessuno. Questo cambiamento esemplifica alla perfezione tutto ciò che c’è di sbagliato nella tolleranza liberale, nel timore “politicamente corretto” di offendere la specifica sensibilità religiosa di qualcuno: anche se la Bibbia dice chiaro e tondo che la folla ebrea richiese la morte di Cristo, non si deve comunque rappresentare questa scena in modo diretta ma, al contrario, bisogna sdrammatizzarla e contestualizzarla per far capire che gli ebrei non vanno incolpati collettivamente della crocifissione…Questa posizione è problematica visto che così facendo, l’aggressività della passione religiosa viene semplicemente rimossa: rimane pur sempre lì, covata sotto la cenere e, non trovando una via d’uscita, diventa sempre più forte. […]
    In questo contesto, la sola risposta passionale alla passione fondamentalista sembra essere il laicismo aggressivo come quello ostentato recentemente dallo stato francese il cui governo ha proibito di adottare simboli o vestiti religiosi troppo appariscenti nelle scuole (non soltanto il velo delle donne musulmane, ma anche lo zuccotto ebraico e croci cristiane troppo grandi). Non è difficile però presagire quali saranno i risultati a lungo termine di questo provvedimento: esclusi dallo spazio pubblico, i musulmani saranno esortati a costituirsi in comunità fondamentaliste non integrate. Ecco ciò che Lacan voleva evidenziare parlando del legame tra la regola della fraternità post- rivoluzionaria e la logica delle segregazione[…]
    La Passione di Gibson paga dunque a caro prezzo dialettico il suo tentativo di fare un film cristiano fondamentalista: esso perde qualsiasi traccia di autentica esperienza cristiana e, a livello di trama cinematografica, si omologa ai suoi avversari ufficiali. In altre parole, nella misura in cui mette in scena il dolore e la morte di Cristo come se si trattasse di uno spettacolo gay-sadomaso non è forse estremamente sacrilego? Non rimane infatti altro che il corpo di un bel giovane lentamente ucciso dopo mille torture (tra l’altro, ironicamente, il film non è coerente con le sue premesse “realiste”: con tutta probabilità, Cristo era nudo sulla croce…) Manca inoltre qualsiasi tipo di domanda sul significato della Crocefissione[…]
    Invece di cercare di redimere il nucleo etico puro di una religione contro le sue strumentalizzazioni politiche, dovremmo criticare spietatamente proprio questo nucleo in TUTTE le religioni. Siccome, al giorno d’oggi, le religioni stesse (dalla spiritualità New Age al volgare spiritualismo del Dalai lama) sono più che pronte a servire la ricerca-di-piacere postmoderna, paradossalmente, solo un materialismo coerente è capace di sostenere una posizione etica militante e veramente ascetica….”

    Come al solito Žižek mi mette in crisi, perché io sono atea in questa fase della mia vita, ma ho sempre difeso il punto di vista altrui, ricordo anzi, un’accesa discussione, tempo fa, su un post di Andrea Inglese al riguardo.
    Quello di cui sono convinta è che non esiste un punto di vista superiore che possa considerarsi immune da barbarie, crudeltà etc…
    Neanche il laicismo, appunto, neanche il rivoluzionario, il liberatore, l’illuminista o chi per lui…mi sento piuttosto molto vicina al pensiero cinematografico, per rimanere in tema di film, di Milos Forman (si veda The Goya’s ghosts, in italiano L’ultimo inquisitore, dove il più feroce e ligio inquisitore, non differisce in nulla dall più eroico rivoluzionario, tanto da essere impersonato dallo stesso attore, e sullo sfondo sempre la stessa folla, la stessa massa anonima e sofferente…tra l’altro sull’ultimo numero dell’Internazionale viene riportata proprio la sua personale esperienza del 68, con critica aspra, ma che stavolta mi risparmio di copincollare avendo già abusato troppo del post di Chiara.
    Un abbraccio

  22. véronique vergé
    30 maggio 2008 at 08:14

    Grazie Maria,

    Ho dovuto leggere due volte, perché quando il discorso diventa intellettuale, non è facile di penetrare la complessità delle idee;
    mi ha fatto riflettere su, questo post e i commenti: è interessante affrontare altra opinione, uscire da un’ opinione che rassicura.

    Devo dire che il post e i commenti hanno fatto vacillare il mio pensiero.
    Per il libro, resto sulla mia opinione, ma lo vedo ora diversamente.

  23. chi
    31 maggio 2008 at 00:06

    @ maria (v)
    io conoscevo zizek solo di nome, quindi grazie di questa saporita selezione.

    “Una passione onesta per lo scrivere consiste nell’orrore per l’inautentico e anche in una certa sensualità per le parole” è di lalla romano, mio è solo il ribaltamento. grazie per l’attenzione.

    ;-)
    chi

  24. maria (v)
    31 maggio 2008 at 22:34

    @ véronique

    io non volevo assolutamente farti cambiare idea su un libro che, per di più, non ho ancora letto, ma sto cominciando.
    volevo solo esprimere una mia opinione, piuttosto confusa, poco lineare, il nucleo è che non credo esistano libri cattivi, se non nel senso di mediocri. la crudeltà è negli uomini e non nei libri, è nei fatti (storici) non nelle parole, negli eventi del passato, del presente e distogliere lo sguardo non aiuta a comprendere e non aiuta ad evitare che si ripetano in altra maniera, sotto altre forme…
    questo solo, volevo dire, più o meno balbettando…
    comunque l’ho appena aperto e mi bastano queste righe:
    ” Io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l’avreste fatto anche voi.[…]. Se siete nati in un paese o in un’epoca in cui non solo nessuno viene ad uccidervi la moglie o i figli, ma nessuno viene nemmeno a chiedervi di uccidere la moglie e i figli degli altri, ringraziate Dio e andate in pace. Ma tenete sempre a mente questa considerazione: forse avete avuto più fortuna di me, ma non siete migliori. Perché se avete l’arroganza di pensarlo, qui comincia il pericolo. Ci si compiace di contrapporre lo Stato totalitario o meno all’uomo comune, cimice o giunco. Ma così si dimentica che lo Stato è fatto di uomini, tutti più o meno comuni…”

    @ chiara

    il tuo “ribaltamento” è tutto ciò che mi costringe a ricordare una frase altrimenti inutile, ricordarmi cioé che non è sempre facile distinguere l’autentico, nonostante le buone intenzioni…quindi sono io a ringraziare te anche se, come dicevo, per la seconda volta mi hai fatto, involontariamente, sprofondare nella crisi…

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