Attraversare i confini: corpo e potere materno nella fiaba

di Francesca Matteoni

(La prima parte si può leggere qui)

Neve stregata: l’eredità materna

Una terra invernale. Il respiro scorporato dei cieli, convogliato in piccoli globi bianchi di neve, che volteggiano e cadono come piume. La Regina siede nel castello, guardando il silenzio all’esterno: la cornice nera d’ebano della finestra, racchiude il paesaggio in una distanza di freddo irraggiungibile e compatto. Lei attraversa il confine pungendosi il dito con un ago mentre cuce. Tre gocce di sangue si versano sulla neve, creano un’immagine di lontananza e sorprendente bellezza che contagia l’immaginazione della donna:

“Se solo avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue, e nera come il legno della finestra (15)”.

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Ha scritto Bruno Bettelheim che l’effusione di sangue rappresenta il desiderio sessuale contrapposto ad una condizione di innocenza ed insieme il nutrimento del nascituro (16), portato nel mondo degli altri dal luogo del suo isolamento. I tre colori, bianco, rosso, nero, simboleggiano il passaggio dalla sostanza intatta al movimento vitale, all’impenetrabilità della fine. Tracciando un parallelo alchemico possono essere letti come segnali di un processo alchemico in atto: dall’assoluta purezza (albedo), all’esistenza (rubedo), al decesso (nigredo). Dunque il bianco della neve è assimilabile a quella delle ossa – di ciò che resiste e contiene un frammento dello spirito – mentre la sorgente della vita è il sangue.
Come Rosaspina ne La bella addormentata, pungendosi, lasciando fuoriuscire il sangue, che dovrebbe essere contenuto e protetto all’interno della pelle, la Regina innesca un movimento rischioso, oltrepassa la soglia della mortalità (17). Tuttavia mentre Rosaspina è riportata in vita dall’intervento del principe, la Regina non viene salvata: si spinge intera, si sacrifica nella creazione della figlia. Il sangue conduce il sogno della donna nel mondo reale, incantando le qualità della neve con quelle più fragili del corpo.

Secondo le teorie mediche di Galeno ancora diffuse nell’età moderna, il sangue mestruale costituiva la materia nutritiva per il feto, dopo la sua formazione nel ventre materno grazie all’azione vitale dello sperma (una sorta di sangue raffinato) e del seme femminile. Durante l’allattamento il sangue veniva rediretto dal ventre al seno dove si mutava in latte, diventando il vero fluido vitale del corpo, dotato di qualità curative e magiche (18). Attraverso il latte l’energia vitale veniva trasferita da un essere umano all’altro: il sangue della madre donava la forza fisica necessaria al figlio.

Il sacrificio materno era necessario per attuare la vita nel mondo: fino alla fine del diciottesimo secolo, nella Germania luterana, l’esperienza della maternità era totalmente concentrata sul benessere dell’infante, mentre erano viste positivamente le sofferenze e le difficoltà materne durante la gravidanza e la gestazione. Per Lutero una madre doveva preferire la sua stessa morte a quella del figlio: essere madre era il marchio stesso dell’identità femminile (19).
Ma cosa succede se la madre resta viva, se non si arrende alla morte nascosta nella nascita?
Nella prima edizione del 1812 delle fiabe dei fratelli Grimm, la madre naturale di Biancaneve non muore, ma è lei stessa la perfida Regina che ordina al cacciatore di uccidere la ragazza e riportarne il fegato ed i polmoni come prova (20). In una nota variante della fiaba, l’irlandese Gold Tree and Silver Tree, la regina Silver Tree è presentata come la madre che si ammala dopo aver scoperto che la figlia, Golden Tree, è molto più bella di lei. Silver Tree chiede allora al marito il cuore ed il fegato della figlia, di cui cibarsi per guarire (21).
Un’osservazione importante: le fiabe dei Grimm non erano originariamente pensate per un pubblico infantile, tuttavia i due fratelli decisero di epurare i contenuti tradizionali, apportando modifiche significative, tra cui il cambio della madre in matrigna in diverse storie, per non urtare la sensibilità dei lettori, in un periodo in cui l’attenzione e la cura per l’infanzia stavano acquisendo maggior importanza a livello sociale. Come ha notato la storica Lyndall Roper nel suo lavoro sulla stregoneria in Germania, il diciottesimo secolo è l’alba dell’Era del Sentimento, portatore di ideali che esaltano la sfera emotiva come primaria nella vita individuale e comune (22). In questo contesto Biancaneve aggiunge valore al ruolo della giovinezza con i suoi attributi di innocenza, gentilezza e bellezza in contrasto con le caratteristiche della matrigna: una donna matura, che nonostante il suo fascino, è inesorabilmente “contaminata”, corrotta dal passaggio del tempo. Attraverso il tema narcisistico della bellezza, le paure e le ansie riguardanti la maternità vengono alla superficie, tratteggiando la battaglia mortale tra la Regina e Biancaneve; un conflitto che, come Sandra Gilbert e Susan Gubar hanno sottolineato, sembra accadere dentro il solito individuo, piuttosto che in due donne distinte.

“La Regina e Biancaneve sono in un certo senso una: mentre la Regina lotta per liberarsi della passiva Biancaneve in se stessa, Biancaneve deve lottare per reprimere la determinata Regina al suo interno (23)”.

In realtà, se la Regina è la madre di Biancaneve, le due donne sono state davvero una, condividendo il solito corpo durante la gravidanza, quando il feto indifeso viene portato nella vita dal dono della madre. Ma qualcuno potrebbe obbiettare che la passività stessa della creatura nel grembo non è sempre così tenera ed inerme. Ricorderemo ciò che abbiamo detto sulle teorie riguardo il concepimento nelle ere passate. La madre dà il suo stesso sangue, come materia raccolta nel ventre, come latte dal seno, alla nuova creatura. Questo non ci ricorda vagamente un essere ostile e temibile, il morto-in-vita, il vampiro?

Del vampiro Biancaneve ha i colori. Il pallore estremo delle pelle, che prima che indice di bellezza delicata, ci ricorda la malattia, il corpo esangue di una creatura soprannaturale, assetata di vita. Il rosso acceso delle labbra, suggerisce l’attività vampiresca – l’idea che il vampiro morda le sue vittime è relativamente moderna e romanzesca, il vampiro folklorico piuttosto succhiava i liquidi dalla pelle porosa dell’individuo (24). Proviamo a guardare un po’ più lontano. Presso le tribù africane dei Lele e dei Nyakyusa il feto è nutrito dal sangue materno, esattamente come nell’Europa moderna. Tuttavia viene considerato pericoloso, un’entità maligna fino al momento della nascita, che non ha misura nella sua sete di liquidi vitali. Può mettere a rischio non solo la vita della madre, ma tutto ciò che è ricco di sostanza e con cui entra indirettamente in contatto: il latte degli animali domestici, il cibo fresco (25). Torniamo ora a Biancaneve e all’Europa. Una recente rivisitazione della fiaba, ad opera dello scrittore Neil Gaiman ci presenta appunto quest’innocente e stucchevole eroina quale vampiro dall’anima fredda e indifferente come il corpo di neve. La Regina che ci narra la storia e che, rispettando la trama originaria, non avrà per sé il lieto fine, è l’unica creatura che comprende il segreto della bambina e si ribella (26). Il terribile feto delle popolazioni africane non sembra più così distante… Accanto ai doveri materni, all’amore e alla cura, è presente nella Regina anche la consapevolezza che il suo stesso potere e la sua vitalità dovranno essere lasciati alla bambina. È, verrebbe da dire, la legge del tempo. È ciò che permette alla vita di preservarsi e ripetersi. Sono i confini, gli spazi con cui delimitiamo un potere manteniamo un equilibrio necessario. Difficile stabilire se siano “giusti”. Tuttavia è il superamento non permesso di questi margini a destabilizzare i rapporti tra individui all’interno della società, a volgere il potere in pericolo. Come spiega l’antropologa Mary Douglas riguardo la credenze delle tribù africane sopra citate, la presenza del feto, sebbene fonte di inquietudine, è in genere tenuta sotto controllo, se la gravidanza procede regolarmente ed esso rimane nei confini stabiliti del corpo materno.
È quindi, nella fiaba, la mancata sottomissione della Regina al destino, la sua trasgressione ad innescare i temi della violenza, della persecuzione e della vendetta.

Biancaneve è una storia di donne, madri ed invidia. Sostituendo l’idea di bellezza, rappresentata dallo specchio, con quella dell’energia, del potenziale, che decresce nella Regina, mentre si manifesta in Biancaneve, inizierà ad essere chiaro e centrale il conflitto drammatico, che non riguarda solo la vanità della donna, ma la stessa conservazione della vita. L’invidia in sé è a brama per la ricchezza ed i beni d qualcun altro, riconducibili primariamente alla salute fisica: il temperamento invidioso della Regina si rivolge verso la giovinezza ed il vigore di Biancaneve, celati nell’aspetto esteriore. La Regina infierisce sulla ragazza non solo per eliminare una rivale, ma per riottenere ciò che attraverso la nascita Biancaneve ha ereditato dalla madre. L’assalto è marcatamente fisico nel pasto cannibalistico: la Regina mangia ciò che pensa essere il fegato (dove gli spiriti vitali del sangue venivano generati) ed i polmoni della ragazza. Secondo un’antica credenza,

“un individuo acquisisce il potere e le caratteristiche di ciò che mangia (27)”.

Ma qui più che di acquisizione si tratta di una macabra “riappropriazione” di parti del corpo originate e separate dalla madre al momento della nascita. Per ottenere il suo scopo la donna è pronta a sacrificare lo stato regale: si traveste da popolana, offrendo varie merci alla ragazza: un pettine, un corsetto, una mela; assume si di sé lo stereotipo della vecchia strega che, meno di un secolo prima, attirava e consumava i bambini con i suoi doni e le sue parole. Del resto l’idea di cattiva madre è fondamento della credenza nelle streghe che così tanto influenzò le fantasie dell’Europa seicentesca: sia la maternità che la stregoneria coinvolgono (sebbene la seconda non esclusivamente) donne e bambini. La strega cerca di possedere il potenziale energetico che la madre naturalmente infonde al bambino.

“L’invidia, dopo tutto, è un sentimento che si fonda sull’identificazione (28)”.

La madre, la vergine, la strega, sono parti della solita donna, in competizione tra di loro. La Regina incarna l’egoismo disperato che vuole divorare o cancellare la ragazza informe da lei stessa scaturita; porveniente da ere di ideologia maschile e patriarcale, rappresenta la donna non sottomessa che tenta di difendere la propria bellezza, il proprio potere, la propria intatta, niente affatto prodiga (ma piena di desiderio) persona. Invitata al matrimonio di Biancaneve, incontrerà la sua tremenda morte, obbligata a danzare in scarpe di ferro arroventato, che la sfiancano e la prosciugano irrimediabilmente. Il fuoco, che si mangia il sangue, è il simbolo finale di voracità ed invidia, ritorte contro lei stessa. Nell’interpretazione di Anne Sexton, le scarpe arroventate, che richiamano da vicino i roghi dove le streghe venivano “purificate” dai loro crimini e dalla macchia dell’eresia, più che la punizione per la sua crudeltà, sono lo spettro concretizzato di un destino che ogni donna fronteggia, se non si adegua alle regole sociali, alla legge del tempo:

La bellezza è una passione come un’altra
ma, amici cari, alla fine
danzerete la danza del fuoco con scarpe di ferro (29).

Quindi infine una stessa sorte attende Biancaneve e la Regina, perché la stessa natura femminile le accomuna, come una condizione che aspetta sempre un riconoscimento esterno, proveniente da una società maschile.

Come l’invidia anche il riconoscimento ha a che fare con il senso della vista. Essere visti è essere riconosciuti. Cenerentola, uscendo dalle ceneri incolori nello splendore dell’abito fatato, è vista dal principe e può così appartenere alla comunità in qualità di sposa. L’uso dello specchio in Biancaneve simboleggia, in modo più crudele, il solito processo ma coinvolge sia l’eroina che la sua persecutrice. Nello specchio la Regina vede se stessa: misura il suo valore sociale. L’oggetto diventa il luogo di contatto tra la giovinezza dell’altra che avanza e la propria che recede: qui esse si mescolano pericolosamente, alimentando l’invidia.
Tuttavia perfino Biancaneve non è libera, relegata dall’altra parte dello specchio, chiusa in una bara di vetro, è in trappola nella sua bellezza. È la creatura che deve essere ammirata, per guadagnare un’identità (30).

Soffermiamoci sullo specchio. Esso fa le veci del personaggio umano assente nella fiaba, il giudice di questa efferata competizione, l’uomo, che appare solo nell’epilogo, come principe, per decidere quale delle due donne dovrà sopravvivere. Per trovare conferma dell’idea dell’uomo come deus ex machina della storia, occorre guardare a stesure precedenti della fiaba. Ne La schiavetta di Basile, ad esempio è esplicito il tema incestuoso (che in Biancaneve, come la conosciamo, possiamo solo intuire vagamente) e la responsabilità maschile: la zia infatti aggredisce la nipote poiché la sospetta di avere una relazione sessuale con suo marito. In un manoscritto tedesco del 1810, mai dato alle stampe, è il padre, invece del principe straniero, a salvare la ragazza, mentre nelle versioni più note siamo abituati ad abbandonarlo quasi all’inizio. Proviamo ora a cercare una versione della fiaba dove non ci siano pozzi d’acqua, specchi, superfici riflettenti, per vedere se tutti i protagonisti si rivelano, con il ruolo a loro predestinato. È ancora il genio di Angela Carter a soccorrerci. Nel suo The Snow Child (31), la scrittrice scelse infatti di riscrivere una variante poco nota di Biancaneve, in cui l’antagonista dell’eroina è in qualche modo riscattata, e il personaggio maschile esplicita il suo ruolo decisivo.
La figura del Conte, invece che della madre, apre la storia. Egli desidera una fanciulla bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come le piume del corvo. Quando la ragazza magicamente appare, completamente nuda, accentra su di sé l’attenzione dell’uomo, cosicché la Contessa comincia ad odiarla. Ha inizio la lotta per la sopravvivenza e per l’attenzione maschile. La Contessa perde una parte del suo vestiario, che viene acquisito dalla bambina, ogni volta che fallisce nell’eliminare la rivale, a causa dell’intervento del Conte. Quando infine la Contessa riesce a ditruggere la ragazza, ciò accade in un modo molto singolare (e magico): la bambina di neve infatti è uccisa poiché coglie una rosa e si punge con una spina, la sua unica ed ultima azione.
Cosa significa? È semplicemente il trionfo di una donna sull’altra? E come spiegare il comportamento malatamente morboso del Conte, che ha un rapporto sessuale con il cadavere della ragazza, mentre la Contessa lo guarda senza intervenire?

La spina ed il sangue ci ricordano il destino di quella triste regina alla finestra, la madre di Biancaneve, e di Rosaspina che si punge con un fuso.
Quando la bambina perde sangue, perde il fluido vitale ed inizia la sua trasformazione in qualcosa d’altro, uno stato successivo dell’essere. L’azione, seppure semplice, interrompe la sua passività ricettiva, la guida oltre il confine che la separa dalla Contessa, che divide la vergine dalla donna matura. Cogliendo la rosa, simbolicamente, abbandona la sua purezza immobile.
Anzi, nel momento in cui perde questa condizione è già cadavere: la bambina deve soccombere perché succeda la donna.

Abbiamo detto, riguardo Cenerentola, che crescere è sostituire. È ora possibile aggiungere che è anche uno spietato sparire: la madre nella bambina, la bambina nella donna.

Quando la Contessa finalmente prende la rosa, la getta via esclamando: “Morde!”, come se qualcosa della bambina o della sua straordinaria morte fosse sopravvissuto nel fiore che ha toccato. L’ultimo oggetto di un’innocenza perduta e di una passione invidiosa, il bordo affilato che separa, dove per un momento la ragazza e la donna si incontrano, trasformandosi dolorosamente l’una nell’altra.

Un sito (in inglese) consigliato: Surlalunefairytales

Nell’immagine:
Angela Barrett, Snow White

NOTE

15) Brothers Grimm, “Snow White” In Maria Tatar, ed. The Classic Fairy Tales,83
16) Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, 196
17) Jack Zipes, The Brothers Grimm: From Enchanted Forests to the Modern World. New York: Routledge, 2002, 215
18) Thomas Laqueur, Making Sex. Body and Gender from the Greeks to Freud. Cambridge, Massachussets and London: Harvard University Press: 1992), 104-106; Stephen Wilson, The Magical Universe. Everyday Ritual and Magic in Pre-Modern Europe. London: Hambledon and London, 2000, 271
19) Ulinka Rublack, “Pregnancy, childbirth and the female body in early modern Germany”. In Past and Present No.150 (1996): 84-110
20) Kay Stone,“Three Transformations of Snow White”. In James M. McGlathery (ed.), The Brothers Grimm and Folktale. Urbana and Chicago: University of Illinois Press, 1988; Marina Warner, From the Beast to the Blonde, 210-211; Jack Zipes, The Brothers Grimm, 33
21) Joseph Jacobs, ed. Celtic Fairy Tales. New York: Dover, 1968
22) Lyndall Roper, Witch Craze. Terror and Fantasy in Baroque Germany. New Haven and London: Yale University Press, 2004, 230-232
23) Susan Gilbert, Sandra Gubar, “”Snow White and Her Wicked Stepmother”. In Maria Tatar, ed. The Classic Fairy Tales, 295
24) Paul Barber, Vampires, Burial and Death. Yale: Yale University Press, 1988, 157; Massimo Introvigne, La stirpe di Dracula. Indagine sul vampirismo dall’antichità ai nostri giorni. Milano: Mondadori, 1997, 45-46.
25) Mary Douglas, Purity and Danger. London: Routledge 2002, 118-120
26) Neil Gaiman, “Snow, Glass, Apples” In Smoke and Mirrors: Short Fictions and Illusions, New York, Harper Perennial, 2001
27) Madonna Kolbenschlag, Kiss Sleeping Beauty Good-Bye. San Francisco: HarperCollins,1988, 36
28) Lyndall Roper, Witch Craze, 81
29) Anne Sexton, “Snow White and the Seven Dwarfs” In The Complete Poems, 225. Beauty is a simple passion,/but, oh my friends, in the end/you will dance the fire dance in iron shoes.
30) Janet Strayer, “Trapped in the Mirror: Psychosocial Reflections on Mid-Life and the Queen in Snow White”. In Human Development 39 (1996): 155-172
31) Angela Carter, “The Snow Child” In The Bloody Chamber and Other Stories. London: Penguin, 1990

francesca matteoni

Curo laboratori di poesia e fiabe per varie fasce d’età, insegno storia delle religioni e della magia presso alcune università americane di Firenze, conduco laboratori intuitivi sui tarocchi. Ho pubblicato questi libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Higgiugiuk la lappone nel X Quaderno Italiano di Poesia (Marcos y Marcos 2010), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Appunti dal parco (Vydia, 2012); Nel sonno. Una caduta, un processo, un viaggio per mare (Zona, 2014); Acquabuia (Aragno 2014). Dal sito Fiabe sono nati questi due progetti da me curati: Di là dal bosco (Le voci della luna, 2012) e ‘Sorgenti che sanno’. Acque, specchi, incantesimi (La Biblioteca dei Libri Perduti, 2016), libri ispirati al fiabesco con contributi di vari autori. Sono presente nell’antologia di poesia-terapia: Scacciapensieri (Millegru, 2015) e in Ninniamo ((Millegru 2017). Ho all’attivo pubblicazioni accademiche tra cui il libro Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Tutti gli altri (Tunué 2014) è il mio primo romanzo. Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto nell’oristanese fra il dicembre 2015 e il settembre 2016. Abito in un borgo delle colline pistoiesi. 

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  9 comments for “Attraversare i confini: corpo e potere materno nella fiaba

  1. véronique vergé
    29 maggio 2008 at 08:46

    E’ un saggio sensibile; fioriscono le interpretazioni, in un filo di figure: vergine, madre, strega.
    Le tre figure danno colori alla simbolica: bianca neve, perfetta neve, fiore bianca è il colore dell’infanzia prima
    Il rosso marca il destino della ragazza/ la madrina cattiva vuole custodire la ragazza fuori del destino del corpo di donna, cerca a sacrificarla.
    Non so perché vedo nell’ episodio dei cacciatori, un senso di violenza sessuale.
    Il nero è il colore dell’ombra, soglia del mistero, della foresta nella notte.
    Il nero dei cappelli invoca il canto magico.
    Nella fiaba il corpo femminile simbolisa la morte, il veleno nascosto negli elementi morbidi.

    Grazie: amo molto il simbolismo delle fiabe.

  2. Cappucceto rosso
    29 maggio 2008 at 12:46

    per adesso grazie Francesca, non vedo l’ora di leggere e ..
    a presto :-)

  3. Cappucceto rosso
    29 maggio 2008 at 21:03

    è una cosa strana quella che mi succede quando mi trovo di fronte a testi che affrontano argomenti a me in un certo senso familiari, cari, eppure così inibitori, proprio per la delicatezza del tema che vanno a toccare…
    la fiaba ha in sè un enorme potere, quello di liberare il bambino e catapultarlo nel suo mondo così magico e così …dentro le cose.
    inevitabile pensare alla nostra fanciullezza, al racconto che con grande appetito desideravamo assimilare, al sogno, all’immagine (potente) che la voce disegnava e la mente liberava, una formazione, l’embrione, raccolto e custodito dentro attimi mai spenti.
    ho sprazzi di ricordi (della loro visione, dell’ascolto) offuscati, ma è ancora forte la sensazione del bene che deriva da essi.
    ed è già tanto anche ricordare…

  4. Faviv
    30 maggio 2008 at 18:09

    @ Cappucceto rosso. Mi è piaciuto molto il tuo commento, si vede che hai capito bene l’articolo e l’hai fatto tuo, l’hai vissuto intensamente e sulla tua pelle. Ora rileggilo, e cerca di capire cosa dice. Grazie.

  5. Cappucceto rosso
    30 maggio 2008 at 20:00

    e perchè mai dovrei farlo?
    provaci tu, piuttosto!
    ;-)))

  6. a.
    31 maggio 2008 at 09:54

    anch’io sono affascinata dalle dinamiche fiabesche in cui emerge (anche) una crudeltà in accordo con le molteplici sfaccettature dell’animo umano, ovviamente tutto questo prima che arrivasse la produzione disney a livellare tutto a un terreno assai povero di finezze psicologiche. l’esposizione, però, mi fa tanto tesi di laurea o dottorato.

  7. Renata Morresi
    4 giugno 2008 at 10:05

    bello e colto, fa pensare tantissimo non solo al “simbolismo delle fiabe” ma proprio all’ordine simbolico della “nostra” stessa cultura…

    (piccola postilla su quello che dice qui sopra a.: io trovo che non ci sia nulla di male a usare un tono ‘serio’ anche su internet, una volta tanto)

    grazie,
    r

  8. a.
    4 giugno 2008 at 18:45

    @Renata Morresi
    le fiabe un po’ come i miti hanno un’intriseca natura rivelatrice: mostrare tutta l’ambiguità e complessità dell’animo umano, esorcizzando anche le nostre paure più profonde. quindi ben venga una tesi, un saggio quel che sia.
    per quanto mi riguarda serio e accademico non coincidono necessaiamente, sono cm

  9. a.
    4 giugno 2008 at 18:54

    […]sono cmq, per me, due termin fastidiosi.
    e l’esposizione così scolastica penalizza un lavoro estremamente interessante.
    un saluto,
    a.

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