Il cuoco è un mestiere pericoloso

3 dicembre 2008
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Nella città un tempo nota come Bombay, un cuoco romano ha rischiato la vita per portare il latte alla sua bambina di sei mesi, tappata in una stanza con sua madre, alimentata per tutta la durata dell’assedio di biscotti al cioccolato trovati nel frigobar. Coperto alle spalle dagli agenti indiani, Emanuele Lattanzi, chef all’Hotel Oberoi che appartiene alla catena Hilton, ha raggiunto la sua famiglia con addosso la giacca bianca inamidata con cui quella sera aveva cominciato il suo servizio. Nella stessa parte della città- Colaba, il quartiere di lusso vicino al porto e alla Gateway of India- ma in un luogo di cui la gran parte dei bombaiti ignorava verosimilmente l’esistenza, la cuoca indiana del centro ebraico scappa con il figlio del rabbino in braccio. Si chiama Sandra Samuel e lavora presso i Chabad-Lubavitch da cinque anni, ossia da quando Gavriel Holtzberg vi è arrivato da un precedente incarico in Thailandia insieme alla moglie Rivka. La cuoca ha una crocchia allentata e sghemba, le braccia della magrezza nervosa di chi lavora molto. Appare in un filmato di qualche anno prima, mentre prepara dei panini tipici askenaziti, fatti a girella e dolci, con gli stessi capelli attorcigliati per comodità, la stessa faccia che si presume già da tempo vecchia e destinata a rimanere uguale per molto tempo, solo un po’ meno stravolta di quella della foto in cui stringe il figlio del rabbino. Si era nascosta dentro una stanza con un altro inserviente, vi aveva passato tutta la sera, poi ha sentito “Sandra, Sandra”, era Moshe che la chiamava, l’aveva visto nascere e l’aveva accudito, non ce l’ha fatta a non seguire la voce del bambino. L’altro dipendente ha cercato di dissuaderla, ma lei è uscita dal nascondiglio, è salita al piano di sopra, l’ha trovato in una stanza dove c’erano quattro persone a terra e sangue dappertutto, non si è chiesta chi fossero e se fossero vive o morte, ha visto abbastanza per afferrare il figlio del suo datore di lavoro e fuggire. Erano passate le undici di sera, i terroristi stavano sul tetto, anche questo l’aveva visto prima di agire, ma quando è corsa fuori dall’edificio le hanno sparato dietro. Moshe aveva i vestiti sporchi di sangue e stringeva un peluche non meglio identificato di colore azzurro. Ora sta con i nonni materni venuti da Israele, ma l’unica persona a cui risponde è Sandra. Il giorno dopo essere stato salvato e essere diventato orfano, ha compiuto due anni.
Nelle foto da cerimonia apparse sui giornali per commemorarli, Gavriel e Rivka Holztberg incarnano quasi perfettamente l’iconografia dei Chassidim ultraortodossi, così come sono iscritti in un immaginario identico nei secoli che appartiene all’Est Europa e all’occidente e sembrano la cosa più lontana da quello legato all’India. Gene Wilder, rabbi yiddish che gira a cavallo fra i fuorilegge nella commedia “Scusi, dove è il West?”, con la sua barba più folta e altrettanto rossa di quella del suo reale collega di Bombay, appare meno assurdo. Ma è proprio la misura della barba il dettaglio con cui il rabbino Holtzberg tradisce le aspettative. E’ troppo corta, è troppo giovane, il figlio di un macellaio kasher di Brooklyn. Aveva 29 anni, sua moglie 28, quando sono stati uccisi.
Nel filmino ripescato dalla tv del quotidiano israeliano “Haaretz”, dove si vede pure Sandra Samuel intenta a formare e allineare su una teglia i panini, gli Holtzberg risultano soprattutto questo: giovani. Al posto del grande cappello nero, Gavriel ha in testa una piccola kippah, la camicia bianca gli penzola dai pantaloni insieme ai filatteri, Rivka indossa una maglietta verde mela con dei fiorellini e ha dei capelli castani lisci e lunghi alle spalle che sembrano quelli di una qualsiasi ragazza: non la parrucca indossata dalle ortodosse dopo il matrimonio. Pur con gli occhiali, è carina.
I Chabad-Lubavitch sono arcaici e moderni, applicano una sorta di spirito missionario all’interno dell’ebraismo, l’accoglienza anche solo occasionale di chi è lontano e lontanissimo dai precetti della torah li ha fatti diventare un movimento fortissimo e gli ha spinti in tutti gli angoli del mondo, pure in Thailandia e a Bombay. Gli Holtzberg non sono venuti principalmente per assistere le poche centinaia di vecchi scuri di pelle e donne in sari che con la loro ortodossia askenazita non c’entrano un bel nulla, ossia quel che rimane degli ebrei autoctoni nella città che ebbe la sua prima sinagoga nel settecento e deve la sua ascesa anche alla dinastia dei Sassoon di Baghdad, mercanti e poi banchieri che fecero costruire sinagoghe, librerie e persino i docks di Colaba che ospitano ancora oggi il mercato del pesce. I Bene Israel, comunità che si ritiene giunta in India dalla Galilea due secoli prima che vi crescesse Gesù Cristo, ora sono quasi tutti immigrati in Israele, dove si confrontano con le diffidenze e discriminazioni riservate ad altre minoranze ebree “etniche”. Gli Holtzberg si occupavano soprattutto di israeliani, uomini d’affari e principalmente di turisti, quel tipo di turista che viene in India per lasciarsi alle spalle le costrizioni della sua vita fra cui, nel caso specifico, il servizio militare figura ai primi posti. Passavano il loro tempo anche ad assistere i correligionari con problemi di tossicodipendenza o ad andare a visitare quelli finiti in carcere, senza domande, senza cercare di capire chi fra gli smarriti si portava dietro un trauma o era un disertore che poteva rivolgersi a loro, ma non al consolato.
Insieme ai loro, sono stati ritrovati i corpi di altri sette ebrei o israeliani, tre dei quali a tutt’oggi non hanno ancora un nome, il che forse dice qualcosa della loro identità in fuga. Nove morti il cui peso sta nel fatto che siano stati deliberatamente scovati, presi in ostaggio e uccisi, più che nel numero:anche se in proporzione è superiore a quello degli altri stranieri ammazzati, inclusi gli americani e i britannici, i quali, pur essendo stati il bersaglio prediletto, formano in ogni caso nemmeno un terzo delle vittime. Il resto sono indiani come Sandra Samuel, come i quattromila che persero la vita negli attentati compiuti da fondamentalisti sia islamici che indù solo negli ultimi quattro anni, morti che, in molti casi, lontani dalla loro terra non avevano pressoché fatto notizia.
Per fare propaganda col sangue, non serve ammazzarne il più possibile, bisogna colpire quelli giusti nei posti giusti, quelli che non potranno essere ignorati o dimenticati dal resto del mondo il giorno dopo, come è accaduto alle centinaia di vittime del treno pendolare fatto saltare sempre a Bombay solo due anni fa. L’orrore per farsi recepire deve avvalersi di grammatiche di morte universali, grammatiche di cui fa parte l’antiebraismo, e anche se l’attacco di questi giorni, al pari dei molti precedenti, avesse mirato principalmente alla causa dell’annessione al Pakistan del Kashmir, stavolta il suo idioma è stato forte e chiarissimo. L’orrore produce un mondo unito, unito e rattrappito dalla violenza, e genera nel mondo una contrattura irreversibile. Chi fugge dai conflitti a casa propria, può finire per esserne mietuto nel luogo dove ha cercato relax e oblio, e diventa un lavoro pericoloso non solo fare il rabbino, ma pure il cuoco è un mestiere eroico e a rischio, e questo non per sbaglio o accidente, ma perché la sua presenza è richiesta nei templi del consumo e del capitalismo, nei luoghi da colpire, nei luoghi simbolo. Nel ristorante “Towers of the World”, posto all’ultimo piano delle Torri Gemelle, non si è salvato nessun cuoco, cameriere o sguattero. All’Oberoi di Bombay, lo chef Lattanzi non avrebbe mai compiuto il suo gesto di semplice amore e coraggio, se non avesse comunicato con sua moglie via sms, se sua figlia non avesse preso il biberon, e se, prima di tutto, andare all’estero non fosse una delle migliori opportunità per migliaia di cuochi italiani, un esercito invisibile sparpagliato dagli alberghi a cinque stelle alle più sperdute pizzerie “Bell’Italia” o “Vesuvio” aperte in ogni angolo del mondo. La diaspora dei cuochi italiani prima di trovare il suo eroe in Lattanzi, ha avuto il suo caduto, il suo martire. Antonio Amato nel maggio 2004 è stato giustiziato con tre colpi di pistola insieme ad altri dieci ad Al Khobar, zona di estrazione del petrolio in Arabia Saudita, nel corso di un attentato qaedista a un complesso residenziale per stranieri non casualmente chiamato “Oasis”. Aveva trentacinque anni e dirigeva da tre mesi il lussuoso ristorante “Casa mia”. Veniva da Giugliano in Campania, per l’esattezza da Varcaturo, la stessa frazione sulla domiziana dove l’undici luglio di quest’anno i Casalesi hanno ucciso il gestore del lido balneare “La Fiorente”, poi, nel raggio di pochi chilometri e nel giro di pochi mesi, un’altra decina di innocenti, fra cui un gestore di una sala giochi, un dipendente di un’impresa di pompe funebri, sette africani: muratori, sarti, elettricisti. Nel mondo piccolissimo della violenza ogni mestiere è a rischio e nessun luogo è altrove.

pubblicato il 2.12.2008 sul “Riformista”.

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31 Responses to Il cuoco è un mestiere pericoloso

  1. Irene il 3 dicembre 2008 alle 14:18

    “Nel mondo piccolissimo della violenza ogni mestiere è a rischio e nessun luogo è altrove”, una grande verità.

    Così come nessuno di noi dovrebbe girare la faccia dell’altra parte e dire”Non mi riguarda” davanti alla violenza gratuita, all’illegalità, alle prevaricazioni.

    Grazie Helena, davvero un bellissimo post.

  2. plessus il 3 dicembre 2008 alle 15:11

    Ci sono società e culture a non finire, ognuna a suo modo sedotta dalla sprezzante illusione di essere l’unica credibile, insostituibile, irriproducibile. Sono esistiti ed esisteranno sempre milioni di uomini malati della stessa forma di megalomania di cui anche intere nazioni e mondi interi sono affetti.
    Se le armi che danno corpo d’acciaio all’impalpabile fumo delle mono-megaloteistiche religioni non se ne trovano qui, se ne trovano altrove. Dalle linee di produzione dove vengono fabbricate non usciranno mai cibo, acqua, giocattoli. Sul formicaio della terra diventa pertanto facile aprire il fuoco dell’intolleranza ove c’è l’incontinenza di un culto: basta armarne un braccio.
    La circolazione di idee, e dei loro contenitori uomini, è praticamente e virtualmente molto più veloce e sviluppata oggi, che nel passato. Se una volta era la “voglia” di scavalcare i muri dei confini che scatenava i conflitti, ora sono le mescole esplosive di pelli e genìe diverse che li innescano.
    Mancano le grandi idee di grandi uomini aggregatori di popoli in grado di indicare la direzione giusta da seguire. Non sono ancora rinati Mahatma Gandhi, Martin Luther King, Che Guevara. Vedo cellule impazzite ed insulsi condottieri fatti e strafatti di tv e consiglieri che invece di ritirarsi in pace e piangere i loro morti affinchè i vivi possano continuare ad esserlo più a lungo, si esaltano ancor più nella lotta sacrifricale per raggiungere l’orgasmo con diciassette vergini o con una puttana d’alto bordo sotto il bordo della scrivania.
    L’interesse zero non esiste. E quando esiste sprofonda sotto zero con il fanatismo religioso.
    Io non lo so a chi o per cosa può rivelarsi utile il tuo scritto, Helena.
    A me a mantenere alta la voglia di leggere Nazione Indiana, e di riflettere.

  3. véronique vergé il 3 dicembre 2008 alle 16:52

    Un articolo interessante che unisce storia singola con fatto di attualità.
    Helena ha sempre il talento per raggiungere l’emozione nella precisione del fatto, nella descrizione.
    C’è sempre uno sguardo che stacca un momento particolare del nostro mondo.
    La foto ” m’a fait craquer”( senso di sciogliere il cuore)

  4. viola il 3 dicembre 2008 alle 17:11

    Helena ha descritto il “tendrel”: i fattori di intedipendenza, quelli per cui non serve chiederti per chi suona la campana o mitraglia il terrorista di turno,..un articolo “politico” nel senso etimologico del termine, un saluto, V.

  5. soldato blu il 3 dicembre 2008 alle 17:21

    Libertà, Fraternità, Uguaglianza.

    A più di duecento anni dalla Rivoluzione Francese,
    Identità, Nazionalità, Religione,
    i tre Mostri che sembravano essere stati sconfitti
    almeno tendenzialmente, nel Mondo Occidentale,
    si ripresentano nel loro aspetto sanguinoso e
    con l’imperativo di distruggere le identità, le nazioni
    e le religioni altre.

    Primo risultato delle scomparsa dell’Unione Sovietica
    che, per quanto incarnazione di un’idea di società oppressiva
    e illiberale – quando non anche assassina – obbligava
    comunque il mondo, le nazioni, le classi, gli individui, a
    confrontarsi “ideologicamente”.

    La distruzione voluta delle “ideologie”,
    e il misconoscimento della legittimità
    di una discussione permanente
    su modelli “alternativi” all’attuale sistema economico,
    accettati non solo dai politici, ma anche
    dagli intellettuali che si definiscono “progressisti”,
    e che si sono trasformati, tutti, in chierici del capitalismo,
    non poteva che creare questo vuoto “ideologico” [culturale] in
    cui attecchiscono e crescono forme “naturali” di pensiero
    che si basano su “Terra e Sangue”:
    identità, nazione e religione.

  6. macondo il 3 dicembre 2008 alle 17:52

    @ soldato blu
    non mi pare che il lemma della rivoluzione francese, Libertà, Fraternità, Uguaglianza, sia stato cancellato e usurpato dai tre Mostri che sembravano scomparsi nel Mondo Occidentale: Identità, Nazionalità, Religione. C’è stato, all’origine, un tradimento della stessa rivoluzione francese (dopo Robespierre: Napoleone, l’Impero, il ritorno della monarchia). Ma, a prescindere: il mondo occidentale ha imposto questi tre mostri (la religione nelle sue varianti cattolica, protestante, ecc. in tutti – o quasi – i territori da esso conquistati e amministrati), la nazionalità (sulla base della gerarchia:cittadini della madrepatria, delle colonie, altri: indigeni, ecc. Anzi a questo proposito i colonizzatori spagnoli avevano costruito un raffinato sistema di distinzione del meticciato in base al numero di generazioni), l’identità (legata al censo, alla ricchezza: schiavo, dipendente salariato, possidente terriero, industriale). Solo che poi il mondo occidentale è invecchiato, si è indebolito, ci sono state crisi e conquiste di libertà e democrazia da parte delle classi lavoratrici che hanno cambiato i regimi ed esteso cittadinanza e diritti sociali, ma i tre mostri solo erano assopiti. Ora si sono risvegliati, e si combattono ferocemente tra loro, duplicati in altre parti del mondo che hanno preso ispirazione o a modello il mondo occidentale.

  7. soldato blu il 3 dicembre 2008 alle 19:08

    @ Macondo

    Sono d’accordo con te.

    Infatti avevo scritto che L&F&E
    avevano vinto “tendenzialmente” nel mondo Occidentale –
    nelle democrazie occidentali.
    Che c’era la convinzione, e chi non ci sperava,
    che il processo si sarebbe esteso dappertutto.

    Volevo riferirmi al secondo dopoguerra.
    E mi pareva che l’accenno
    all’Unione Sovietica lo chiarisse.

  8. Pensieri Oziosi il 3 dicembre 2008 alle 19:31

    Pur con gli occhiali, è carina.

    Siamo tornati ai tempi della Marylin Monroe in “Come sposare un milionario”?

  9. Giocatore d'Azzardo il 4 dicembre 2008 alle 00:04

    Nel mare dell’indifferenza e del provincialismo, un plauso a Helena che ha avuto il coraggio intellettuale di affrontare questo tema, di parlarne Possibile che sia così difficile comprendere che il nostro futuro dipende da ciò che succede in quei Pesi e non dalle beghine casalinghe che tanto ci affannano e attizzano gli animi?

    Blackjack.

  10. helena il 4 dicembre 2008 alle 01:23

    @ pensieri oziosi: magari!!!!

    (scusate, sono troppo stanca per risposte un po’ più impegnative)

  11. Tashtego il 4 dicembre 2008 alle 16:48

    in questo post c’è qualcosa che non mi torna.
    sento come un carenza di giudizio.
    come una voglia di medietà.
    come se quello non fosse l’odio, ODIO allo stato puro, frenetico, completamente invasivo, una disperazione ultima di auto-annientamento.
    come se l’odio non avesse una o più origini.
    come se si mettesse sopra una pietra concettuale alle vittime (innocenti?) di carnefici (efferati sì, ma del tutto colpevoli?).
    i volti adolescenziali di questi ultimi, per esempio.
    il loro appartenere ad un mondo di cui qui, nella sostanza, non si sa nulla.
    non mi nascondo il rischio di esserne considerato complice se affermo che a me, quei ragazzi che hanno ucciso e si sono fatti uccidere in quel modo, sono sembrati del tutto innocenti.
    di un’innocenza totale, purissima.

  12. soldato blu il 4 dicembre 2008 alle 20:13

    @ Tash

    Affronti una dimensione pericolosissima del pensiero.
    E sono cosciente del rischio che si corre nell’affrontare
    certi fatti con un’apertura totale all’abisso, che non si
    fa limitare neanche dalla più grande sofferenza inflitta
    agli altri.

    L’ho già fatto e continuerò a farlo – e so che il giudizio
    da parte tua sarà negativo – senza esporre in pubblico
    questo pensiero “laterale”.
    Ma non perchè abbia paura di esporre le mie idee, bensì
    perché mai avviene che io senta pienamente di avere ragione.

    In parole povere, avendoti seguito per metà del ragionamento,
    mi sono cascate le braccia quando hai parlato di “innocenza” dei
    carnefici.

    Non ho capito : tu hai espresso una tua sensazione provata davanti certi visi – di cui a nessuno può fregare più di tanto – o volevi con questo dire che loro si sentivano giustificati, e quindi innocenti, perchè immersi in una forma di vita che rendeva lecito quello che stavano facendo?

    Perchè vedi l”innocenza” non giustificherebbe alcunchè, in nessun caso, nè allieverebbe di un ete la loro colpa di essere massacratori di innocenti.

    Come mai affermo questo? Gratuitamente.
    Io ateo e ideologicamente armato per la distruzione della Chiesa cristiana e di ogni altra chiesa, trovo che il meglio che sia stato detto, come via per giudicare questi casi, sia una detto apocrifo di chissà quale povero cristo:

    “Se sai quello che fai sarai redento, se non sai quello fai sarai maledetto.”

    Un’unica cosa si può sapere di quei carnefici innocenti: che non “sapevano” quello che stavano facendo. E quindi siano maledetti.

  13. Paolo Mossetti il 4 dicembre 2008 alle 22:10

    @ ciao helena, solo per sapere se la mia mail poi ti è arrivata.

    vorrei commentare questo post con maggiore lucidità. quindi ripasserò domani…:)

    un saluto

  14. Tashtego il 5 dicembre 2008 alle 00:16

    l’innocenza sta nella pervasività dell’allucinazione di cui sono vittime carnefici così giovani, capaci di svuotarsi al punto da commettere atti del genere non solo contro “infedeli”, ma contro se stessi le loro vite ogni loro possibile futuro.
    in questi casi provo ad immaginare sempre cosa possono aver provato le vittime – c’è sempre una strana carenza di narrazione dei fatti e delle sensazioni da parte di chi ne esce vivo -, ma provo a immaginare cosa può esserci nella mente di un ragazzo che fa una cosa del genere, com’è cresciuto, da dove viene, chi sono stati i suoi maestri: esiste una dimensione della realtà contemporanea che ci è del tutto sconosciuta, dalla quale fuoriesce questa violenza, che è soprattutto mentale, culturale…
    l’innocenza è sempre non consapevolezza di ciò che si compie, è totale buona fede, mancanza di secondi fini, di tornaconti personali, di malizia.
    è dedizione incondizionata…
    provo difficoltà nel formulare un giudizio morale, in questi casi: il mio interesse per i carnefici è molto più alto di quello per le vittime…
    capisci soldier?

  15. soldato blu il 5 dicembre 2008 alle 05:21

    Vedi Tash, anch’io MOLTO interessato ai carnefici, se non altro per tentare di elaborare efficaci strumenti di difesa e possibilmente per dotarmi di armi di distruzione nei loro confronti.
    Ciò in cui tu sbagli, secondo me, è quando affermi che sarebbe necessario conoscere il loro brodo di coltura per sapere cosa sono.
    Questo non è vero.
    La loro non è una condizione individuale, ma una condizione collettiva – in senso junghiano – da cui sono “afferrati”. Tant’è che anche tu parli di “allucinazione”, di “dedizione incondizionata”.
    E non è una “dimensione contemporanea”, la loro, che li produce, ma una dimensione archetipica: bestiale:

    *

    Notizie sull’origine di questi guerrieri sono assenti, anche se Tacito menziona gruppi di combattenti germanici con caratteristiche simili.

    L’etimologia della parola è incerta, una delle ipotesi è che sia frutto dell’unione di due parole norrene, “berr” (in inglese bare, “nuda”) e sarkr (simile allo scozzese per shirt ovvero “maglia”), ma questa etimologia è inesatta, perché serkr è un sostantivo e non un aggettivo; l’ipotesi più accreditata, ed etimologicamente più corretta, è che derivi da berr (in germanico bür, “orso”), in quanto in tempi antichi era costume dei guerrieri vestirsi di pellicce d’orsi, lupi e renne[1].

    Sembra che i berserkir fossero bande religiose o società di guerrieri. Alcune saghe parlano di gruppi di berserkir con dodici membri dove coloro che desideravano entrare a farne parte dovevano attraversare un combattimento (rituale o reale). Alcuni berserkr cambiavano i loro nomi in björn o biorn, come riferimento all’orso.

    Il soprannome che adottavano e la loro inaudita ferocia in battaglia generò infatti una leggenda secondo la quale essi si trasformavano letteralmente in enormi orsi mannari durante la battaglia e si diceva che non potessero essere sconfitti (in quanto ignoravano il dolore) senza ricorrere all’asportazione di parti vitali (quali cuore o testa).

    La terribile reputazione di queste bande, e la loro apparizione sul campo di battaglia aveva certamente un grande effetto demoralizzante sui nemici.

    I berserkir combattevano incoscientemente e con forza incredibile. Entravano in questa rabbia berserkr prima delle battaglie: sbattevano le loro armi sui loro elmi e scudi, li mordevano e ululavano.

    Anche gli alleati tuttavia dovevano temere questi guerrieri, perché i berserkir, nella loro selvaggia furia, potevano decidere di saccheggiare un villaggio amico da soli e violentare le donne.

    Snorri Sturluson parla di berserker nella Saga di Egil, nella Hrólfs saga kraka ok kappa hans e nella Saga degli Ynglingar. Molte saghe descrivono i berserkir come malvagi che uccidono, rubano e saccheggiano. Erik il Rosso era forse un berserkr.

    Harald Bellachioma, fondatore del regno di Norvegia, usava i berserkir come truppe d’élite. La Saga di Grettir narra che questi guerrieri erano conosciuti come Úlfheðinn o “mantello di lupo”, poiché indossavano le pelli di questo animale.

    Molti sovrani nordici usavano i berserkir come parte del loro esercito o come guardia del corpo. Può essere che alcuni di questi guerrieri avessero l’organizzazione e i rituali dei berserkir, oppure che usassero il nome come sinonimo di ferocia: difficilmente un re avrebbe accettato dei maniaci omicidi come uomini fidati.

    Nel 1015 re Erik di Norvegia bandì i berserkir. La legge cristiana li bandì come pagani. Nel 1100 i berserkir organizzati erano spariti.

    Si dice che i berserkir in battaglia indossassero pelli d’orso, pellicce folte che li avrebbero protetti. La venerazione dell’orso non era rara fra i Germanici del nord. “Posseduti” dallo spirito dell’orso, ritenevano di averne la forza e la ferocia, e di poterne assumere l’aspetto. Probabilmente hanno ispirato il personaggio di Beorn ne Lo Hobbit di Tolkien.

    Anche alcuni guerrieri nordici dell’impero Bizantino seguivano rituali di venerazione dell’orso.

    Teorie moderne sul berserksgangr

    I sostenitori della teoria delle droghe parlano di ergotismo o di uso di funghi allucinogeni; non si esclude che anche lo stato di ebbrezza alcolica avrebbe potuto funzionare; è altresì possibile che i berserker entrassero in questa furia tramite particolari processi psicologici – rituali e danze, per esempio. Secondo il Saxo Grammaticus, inoltre, bevevano sangue di orso o lupo.

    La “furia dei berserkir” – detta anche berserksgangr – poteva anche giungere nel mezzo del lavoro quotidiano. Incominciava con un tremolio, il battere dei denti e una sensazione di freddo nel corpo. La faccia si gonfiava e cambiava colore. Seguiva una grande rabbia, l’ululare ed una grande propensione alla rissa.
    Quando la rabbia si esauriva, il berserker era completamente stremato, anche per diversi giorni. Secondo le saghe, molti dei loro nemici ne approfittavano per ucciderli in questi momenti di debolezza.

    Secondo il professore statunitense Jesse L. Byock, questa rabbia potrebbe anche essere stata causata dal morbo di Paget. La crescita incontrollata delle ossa del teschio poteva causare una pressione dolorosa sulla testa. Come prova, menziona le teste grosse e sgradevoli di Egill Skallgrímsson nella Saga di Egil. Altre possibilità sono epilessia e isteria.

    Altri hanno sostenuto che i temuti Berserker vichinghi si eccitassero con un infuso funghi allucinogeni del tipo Amanita muscaria.

    Nell’inglese moderno è diffuso il detto “to go berserk”, che indica il perdere completamente il controllo, proprio come questi feroci guerrieri.

    Curiosità

    Similmente ai furiosi berserkir subisce terribili metamorfosi durante le sue battaglie l’eroe celtico Cù Chulainn, protagonista del Ciclo dell’Ulster. Lo spasmo frenetico del corpo sotto la pelle trasforma letteralmente Cù Chulainn in un mostro inarrestabile, incapace di distinguere tra amici e nemici. Il nome dato a questa sua tipica frenesia guerriera è ríastrad, “distorsione”.

    Wikipedia.

  16. soldato blu il 5 dicembre 2008 alle 05:50

    Naturalmente quello sopra è solo l’esempio più colorito di “questa cosa”.
    Non ci dimenticheremo certo Giosuè, o i Templari, o gli Assassini, e chi più ne ha più ne metta.
    Considero la figura di “combattente religioso” la più alta negazione di ciò che, io, considero umano.
    In questa condizione, pragamatica, non certo ideale, di umanità, non avrei nessuno dubbio, se mi si presentasse un possibilità, di uccidere le migliaia di persone che rappresentano questo archetipo. Senza alcuna preoccupazione di una critica da parte di chi è di opinione opposta, e senza tenere conto delle eventuali contraddizioni che tale comportamento potrebbe generare.
    Non mi frega assolutamente niente di essere “giusto”.
    Convinto di una cosa posso ben sopportare che i “giusti” non siano d’accordo come me e che mi condannino.
    E’ solo una questione di rapporto di forza.

  17. Tashtego il 5 dicembre 2008 alle 08:17

    “E non è una “dimensione contemporanea”, la loro, che li produce, ma una dimensione archetipica: bestiale…”
    sono arrivato sin qui.
    non sono andato oltre: non ci sono le minime condizioni di condivisione, come si dice.
    obbietto solo che tutti siamo “archetipici e bestiali”, anche tu.
    con simpatia.
    pec

  18. helena il 5 dicembre 2008 alle 08:37

    @ paolo mossetti: arrivata….sono un po’ trafelata, ma spero che riesca a risponderti oggi. Lo stesso vale per questo thread.

  19. soldato blu il 5 dicembre 2008 alle 09:47

    Siamo tutti archetipici e animali, e non ci si può far niente, sull'”esserlo”.
    Ci si può fare qualcosa sul “come” esserlo.
    Per esempio giocando sull’uso della ragione, dei sensi, dei sentimenti.
    Per esempio decidendo che non esiste “una verità” a cui rispondere adattandosi a suo strumento.
    E capire, invece, che esiste una “responsabilità” che solamente può esistere se noi ci riteniamo individualmente responsabili della sofferenza che infliggiamo agli altri.
    Anche quando lo facciamo per un fine che consideriamo “superiore”.

    Per finire, e per ciò che mi riguarda:
    Io sono uguale a quegli assassini soltanto di fronte alla Legge.
    Per quanto riguarda la mia animalità siamo animali completamente
    diversi.

    La differenza tra contemporaneità e archetipicità che volevo sottolineare è che nella contemporaneità – nella storia – l’uomo agisce come individuo,
    nell’archetipicità – il “collettivo” junghiano – non esiste individuo, quindi nè
    storia nè contemporaneità: bestialità insomma, e non animalità.

    Perchè mi accanisco così? Perché l’unica cosa che considero metro della politica e di qualunque azione sociale è il bilancio della sofferenza universale.
    E con questo, naturalmente, mi fermo, perchè non esiste un metodo di misurazione oggettivo.
    Ma esiste la nostra inelligenza, se esiste, di agire per il meglio prendendosene tutta la responsabilità.

    Per esempio, assurdo. “Se avessi potuto sapere prima cosa volevano fare”, e dove stavano quei ragazzi innocenti. Se avessi avuto i mezzi e capacità. Sarei andato a prenderli a uno a uno per tagliargli quella testa di cazzo con quel viso tanto innocente. Prima che loro lo facessero agli altri.

  20. Paolo Mossetti il 5 dicembre 2008 alle 10:51

    tranquilla helena, non c’è fretta! volevo solo sapere se ti era arrivata, un abbraccio

  21. plessus il 5 dicembre 2008 alle 11:33

    Mi è venuto in mente questo accostamento: il combattente religioso di soldato blu e il plotone di signore timorose di dio inginocchiate in prima fila a mani giunte in una chiesa qualsiasi. Il massimo dell’offensiva ed il massimo della difensiva, dello stesso colore nero. Questo solo per sottolineare gli aberranti paradossi figli illegittimi di ciò che invece dovrebbe diffondere intimo benessere e disponibilità verso gli altri.

  22. helena il 5 dicembre 2008 alle 12:49

    Io qui volevo semplicemente focalizzare alcune vicende per offrire uno sguardo che andasse oltre agli schemi di guerra manichei e alla conta dei morti in base a criteri di attribuzione nazionale, anche se quest’ultima fino a un certo punto è inevitabile e pure comprensibile. E’ uno sguardo medio? Può darsi. Poi mi colpisce sempre che in certe situazioni ci siano persone che agiscono contro il supposto istinto primario di autodifesa, anche se credo di sapere che al gesto di un padre e di una cuoca- tata Tash forse attribuirà un più generico istinto di conservazione della specie. Io invece credo che decisioni simili non si spieghino sino in fondo con gli istinti e che ciascuno merita di essere mostrato, soprattutto se il legame non è di sangue, religione, nazione come nel caso di Sandra Samuel.
    E’ pochissimo rispondere al delirio identitario di cui parla Soldato Blu con un piccolo esempio contrario, mi rendo conto, ma forse – scusate l’espressione da vecchia zia- coi tempi che corrono è già qualcosa.
    Poi il problema dei ragazzi che hanno sparato, me lo sono posta anch’io. Tant’è vero che l’unica volta che li ho definiti “terroristi”, mi sono soffermata sull’uso del termine, ma dalla prospettiva di colei che stava cercando di salvare se stessa e il bambino, mi sembrava quello più congruo.
    Sono d’accordo soprattutto sul fatto che ne sappiamo troppo poco. Non sarei nemmeno così certa che fossero prinicpalmente guidati da “odio allo stato puro” ecc. Magari c’entrano ugualmente il senso di appartenenza al gruppo, la fedeltà a un capo o ai compagni, il senso di rispetto, di onore, di riscatto. L’idea della “bella morte” credo sia qualcosa che riesce a far presa su ragazzi giovani, non solo pakistani o iracheni. Non credo che andiamo molto lontano tirando paragoni con i bersekir o gli assassini. E forse nemmeno se ci concentriamo troppo sull’aspetto del “fanatismo religioso”. E’ chiaro che gli shahid agiscono dentro a una grammatica ideologica ben precisa e apparentemente sempre uguale, ma loro, dietro a questa, chi sono realmente? E’ diverso se sono pakistani o palestinesi o ceceni o iracheni, è diverso se sono cresciuti in occidente o no, se appartengono a una classe media o medio-alta come apparentemente erano gli attentatori dell’11 settembre dove l’adesione ideologica sembra predominante o sono stati arruolati più in basso.
    Noi di questi ragazzi non sappiamo nulla. Non sappiamo se vengono dal Kashmir, non sappiamo se sono cresciuti con la memoria degli orrori della Partizione, se li hanno tirati fuori dalla miseria nelle madrasse o altro. O forse meglio che parli per me stessa: io ad esempio so soltanto che i musulmani in India non se la passano benissimo, che sono stati spesso vittime di attentati e pogrom da parte del fondamentalismo indù e che sono in genere più o meno discriminati. E che l’indiano medio disprezza i pakistani, e suppongo viceversa.
    Da una parte e dall’altra non sembra ci sia qualcuno interessato a guardare queste persone più da vicino. Per gli uni sono una massa uniforme di terroristi, per l’altra un esercito di indistinti martiri, la cui storia si esaurisce nel gesto finale. Ci sono libri, romanzi che cercano di colmare questo silenzio ideologico su entrambi i fronti e quelli che ho letto mi sono sembrati importanti, purtroppo di tradotti in italiano mi vengono in mente solo “Il fondamentalista riluttante” di Hamid Mohsin e vari libri di Yasmina Khadra. E nessuno di questi parla di fondamentalisti pakistani cresciuti in Pakistan. Ma magari qualcuno di voi ne conosce altri?

  23. soldato blu il 5 dicembre 2008 alle 13:38

    A me pare che la confusione sopravvenga quando si fa confusione.

    In questo senso. Si è letto un articolo su un’azione militare condotta da fondamentalisti religiosi che si è conclusa con una strage. Ci sono state delle vittime e ci sono stati dei sopravvissuti. Che non sarebbero stati né “vittime” né “sopravvissuti” se non ci fosse stata una volontà esplicita di massacro.

    Se questo è l’argomento, a parer mio, lo si deve discutere in questo contesto.
    E allora se la personalità delle vittime è caratterizzata dall’essere vittime, la personalità dei massacratori è caratterizzata dall’essere massacratori.
    Lo svolgimento è: quale tipo di massacratori?
    L’analisi deve scavare nelle tipologie tentando di capire come ci si deve difendere da cose di questo tipo.

    L’altro discorso – che è anche l'”altro” mio discorso – è: come dovrebbe essere il mondo perché queste cose non accadono e prevalga invece il rispetto reciproco.

    Ma sono due discorsi diversi.
    E solo le anime belle, per desiderio di bellezza della propria anima, possono affermare di voler bene al proprio nemico o di porgere la guancia al proprio assassino.
    O all’assassino di un bambino.

    E di interessarsi dei suoi sentimenti.

    La mia posizione è questa: può essere l’ultimo dannato della terra, appartenente a una nazione oppressa, di una famiglia di intoccabili, il cui padre era un tiranno: se questo tenta di avvicinarsi a me, o a un bambino, con l’intenzione di far del male, io l’uccido prima.
    Pensando solamente ad essere efficiente in questo, non certo guardandolo negli occhi per capire se lo ha spinto la sofferenza.

    Poi, nella mia attività politica, penserò al futuro del mondo.

  24. helena il 5 dicembre 2008 alle 14:05

    Non ho capito chi vorrebbe porre l’altra guancia. Non io. Io vorrei solo avere più elementi per capire. Per capire meglio. Non per giustificare o discolpare. Perché se non riesco a farmi un’idea più precisa e differenziata, come faccio a sapere come si fa a combattere quel male?

  25. soldato blu il 5 dicembre 2008 alle 14:26

    La guancia non era di nessuno, Helena. E tanto meno la tua.

    Volevo soltanto dire che ci sono due modi (o mondi) da capire.
    Uno, quello che si potrebbe chiamare “militare”, deve agire in modo immediato con ciò che ha ed esclude la pietà.
    L’altro, che sulla pietà si fonda, si proietta nel profondo del problema e agisce sui tempi lunghi.

    La guancia era di chi esclude il primo modo che, in base al secondo, è sempre ingiusto.

    La “bella anima” è quella che pensa che non si debba “mai” fare niente di “ingiusto”. Come appunto mettersi dalla parte delle “vittime” che fanno parte del mondo degli oppressori, contro i “massacratori” che fanno parte del mondo degli oppressi.

  26. ailanto il 6 dicembre 2008 alle 15:18

    Mi sorprende sempre che a un certo punto qualcuno tiri fuori l’uccisione dei bambini (un tempo anche le donne e le madri, adesso si omette per correttezza di genere) come esemplificativo del male assoluto. In che senso un bambino vale più di un adulto o di un vecchio sul mercato dell’indignazione? Perchè ha minori capacità difensive? (ma nel caso di attacchi militari indiscriminati su vasta scala questa differenza è irrilevante); altrimenti perchè?

  27. helena il 7 dicembre 2008 alle 11:22

    Scusa il mio ritardo nel risponderti, io mio era complessivamente un silenzio-assenso e poi aspettavo pure se Tash avesse voglia di intervenire, ma a quanto pare non ne ha.
    Come ho scritto nei commenti al post di Raimo, per me le vittime quando sono inermi massacrati sono vittime e stop, senza bisogno di virgolette ed altro. Tutte. Non sono né sante o sacre né buone, e soprattutto non giustificano revanchismi, revisionismi e cose del genere, contabilità con finali aggionrnamenti nella hit-parade dei morti, storie e memorie identiarie da sbattersi in faccia a cazzotti ecc.
    Io ho perso tutta la mia famiglia nei campi di sterminio nazisti, ma non mi sogno per questo di giustificare Hiroshima o Nagasaki o i bombardamenti di Amburgo e di Dresda. Perché non sono giustificabili nemmeno con fini militari, mentre coloro che sconfissero il nazismo, malgrado ciò, restano comunque dalla parte giusta.
    Secondo me si può stare dalla parte delle vittime, che sono per definizione innocenti (anche se fossero state dei pezzi di merda per tutta la vita), e non sottrarsi a un giudizio sulla storia cercando di capirla nella sua complessità.

  28. lucia cossu il 7 dicembre 2008 alle 22:33

    Un’amica mi mandò l’introduzione del libro di Fernando Bárcena La sfinge muta L’apprendimento del dolore dopo Auschwitz. Nell’introduzione si parlava della possibilità di creare un umanesimo compassionevole per nulla vittimistico e regressivo. “ Si tratta di comprendere, in quanto metodo per stare in pace con un mondo comune e punto di partenza per l’incontro con l’alterità. Si tratta di accettare la sfida della cura dell’altro che presuppone la necessità di decentrare l’io, di sconfinare dalla cura di sé. La comprensione permette di fare questo passo.” Ne riporto un brano piuttosto lungo ma che credo possa essere utile in questa sede. “ Riflettere sulla filosofia dopo Auschwitz esige, pertanto, un lavoro che travalica il pensare intorno al pensare. Esige un lavoro, in quintessenza, pedagogico. E non solo connesso con la formazione della memoria e del ricordo. Si tratta, inoltre, di educare le generazioni più giovani alla conoscenza e al ricordo dell’accaduto perché sviluppino un’etica della vigilanza e della cura dell’altro e del mondo comune, avuto in eredità, più solida e ferma di quella messa in pratica dai loro predecessori. Si tratta di trasmettere i valori atti a coltivare e reintegrare l’umanità lesa attraverso la conoscenza dei fatti, il vissuto delle emozioni e la compassione. In tal senso questo libro ambisce solo ad articolare un discorso abbastanza coerente in favore di un’educazione davvero umanistica, ma un’educazione umanistica che invece di ignorare l’orrore del Ventesimo secolo lo tenga in considerazione muovendo da una memoria morale.
    Puntiamo qui su un umanesimo avente un duplice punto di partenza. Da una parte, anziché il culto dell’Uomo, l’esperienza del male che noi uomini possiamo commettere. Il punto di partenza è Auschwitz, è Kolima, è Hiroshima, è il Kosovo, è l’Angola. E in secondo luogo, si tratta di fondare un umanesimo che riconosca non tanto il culto universale dell’idea del bene quanto la possibilità che l’uomo concreto, singolare, finito e contingente possa sempre fare il bene a partire da una riflessione responsabile sull’esperienza del male radicale: i racconti del male possono suscitare il bene negli altri.”
    Vi riporto questo perché spesso (e non da questo post ma da alcuni commenti si) trovo si faccia una semplicistica analisi delle cause per cui si diventa carnefici. Pare sia sufficiente l’equazione disperazione e dolore = carnefici e martiri. Parlando da vittima ormai perenne che non vuole in alcun modo pensarsi come tale in modo monocorde vi posso dire che uno dei punti è invece non ciò che ho di perennemente destabilizzante e destruente a separarmi dal mondo ma l’incapacità dei “normali” di rapportarsi con me con una sana indifferenza o una sana compassione. Il mio mondo come quello di molti altri è per sempre deformato, ma si rischia di perdere la sana compassione (quella della protagonista di questo post) se gesti quotidiani costanti di altri mi vogliono imprigionare e costringere solo alla mia malattia o in altri casi alla loro religione o alla loro nazionalità. Qui si crea la frattura e le condizioni disagiate aiutano a scegliere strade mai giustificabili. Ma non pensiate che la stessa frattura non crei le condizioni per cui senza essere direttamente assassini si è però complici nell’indifferenza inerte di orrori quotidiani assai determinanti.

  29. Giovanni Senzani il 12 dicembre 2008 alle 09:47

    bello bello bello

  30. Tashtego il 12 dicembre 2008 alle 23:43

    @helena
    ero via, lontano dalla rete.
    scus.

  31. helena il 13 dicembre 2008 alle 13:33

    Stavolta ero lontana dalla rete anch’io. Volevo ringraziare Lucia per il suo commento molto interessante. Credo anch’io, al dilà del contesto psicoanalitico del testo che citi, che ci siano grossolanamente due modi per confrontarsi con il dolore degli altri e con le vittime. Uno vittimistico e strumentale che crea nuove divisioni o allarga quelle che ci sono già e uno semplicemente capace di riconoscere con rispetto ed empatia la sofferenza di un altro. Quella che tu chiameresti “sana”. Ed è interessante che ci affianci una “sana indifferenza” così come Raimo nel pezzo postato un po’ di tempo fa perorava la causa di un “sano” oblio rispetto a una memoria ipostatizzata e imposta.
    @ ailanto
    che ammazzare donne e bambini sia peggio che uccidere solo uomini è un’idea assai più antica della nascita del mercato dell’indignazione. Ha a che fare con la distinzione di inermi e “in armi” (almeno potenzialmente) e, rispetto ai vecchi che sono ovviamente inermi pure loro, con l’idea che uccidendo un bambino si voglia non solo sconfiggere un nemico, eventualmente dominarlo o sottometterlo, ma negargli il diritto di sopravvivere. Questo disegno di cancellazione riguarda pure le donne che i figli li partoriscono e non soltanto la loro uccisione, ma anche lo stupro.



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