Articolo precedenteIniziative Uaar
Articolo successivoSguardi a perdita d’occhio

Quello che vedi è quello che ottieni

peroncino lavinia

di Chiara Valerio

Avevo una missione, e sorridevo talmente forte che la sera avevo i denti piantati nelle gengive. Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009) di Violetta Bellocchio è un romanzo di lucciole e lanterne. Balugina curioso e, in certe parti, impone di indossare gli occhiali da sole. Capita che le lanterne accechino. Allora, lei chi è? «Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata.

La storia non si fa presto a raccontarla perché c’è una giovane donna che decide di aprire un bed & breakfast in un entroterra toscano, quasi desolato, quasi iconico, quasi donna della domenica. Ci sono tanti di quei paesi che posso dire di aver visto solo perché c’era il cartello. In mezzo a queste incertezze di paesaggio e nebbie di intenzioni, Bellocchio inserisce un personaggio a colori lisergici, composito, contemporaneo, risultante di un montaggio cosciente tra immaginario trentenne, telefilm americano, provincia cronica, i beati anni del castigo, cinema, i genitori padreterni fanno i figli crocifissi, e non è vero ma ci credo, quindi credimi anche tu. E quando dico “patrigno” intendo “il fidanzato di mia madre”, e quando dico “sempre” intendo “una volta”, e quando dico “picchiare” intendo “tirare uno schiaffo”.

Il bed & breakfast funziona bene, quasi da solo, però Layla decide di lasciarsi aiutare da Sean, un ragazzo del posto con i capelli scuri e la pelle chiara. Con una macchina, una capacità incredibile di aggiustare le cose e di scavalcare la rete di casa. Di annunciare ospiti inattesi portando in mano una busta di carta col pane. Sean che «Come fai a guardare una replica» dico. «È abbastanza rilassante. Io invecchio e quelle mucche hanno sempre la stessa età» e che decora i muri e arreda gli spazi con la stessa facilità con la quale fa anelli di fumo. Ci mette un po’ di tempo. Ma il risultato vale la pena e i clienti cominciano ad arrivare. «Certi ci vengono a cercare casa, giusto?», «Eh. Ma per comprare bene qui bisognava comprare settanta, ottant’anni fa.» Mio nonno ha comprato negli anni Sessanta. È bello sapere che comunque l’hanno fregato.

La storia è nascosta perché Layla sta cercando di sparire. Non osare dispiacerti per me. Come certe attrici americane. Non perché qualcuno la insegua. Ma perché qualche anno prima, quindici anni, non tanto tempo in fondo, qualcuno non ha risposto a un messaggio lasciato su una segreteria telefonica. Non che la fanciulla sia ossessiva. Ma le riesce bene. Non che abbia un passato tragico. Ma nemmeno un futuro roseo. A parte i fiori in giardino. Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo.

Layla è la signora e Sean è il ragazzo. Le canzoni sono quasi d’amore.

Con una scrittura rapida, stilettante, piena di rimandi e di eco e con la pretesa di costruire un romanzo di secchi vuoti, scatole di fiammiferi, crema per ripulire l’argento, missioni laiche per salvare gli uomini e quindi le circostanze, di maschere che piano piano diventano esseri umani e tentennano, Violetta Bellocchio racconta una storia acrilica e tenera, divertente e misteriosa. Bambina e in qualche misura, risalente.  Buffa ed entusiasta. Forse dovrei mettermi a fare le pulci. A dire che ci sono questioni accennate che potevano essere messe in piano, stirate, che la successione di immagini quando non dà ebbrezza dà vertigine, che saper tirare i fili non significa saper allestire il teatro dei pupi. Ma la verità è che questo libro mi ha fatto ridere in tanti modi. E ridere sui libri è cosi consolatorio, e raro, che oggi va bene così. Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie.

sono io che me ne vado

Violetta Bellocchio, Sono io che me ne vado, Mondadori (2009), pp. 360, 15,60 €.

[la foto in incipit è di lavinia_a]

Print Friendly, PDF & Email

1 commento

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

metti una sera al…

di Maria Angela Spitella La sera andavamo al Kino E se l’ultimo mercoledì del mese ci si vedesse tutti al...

la confusione è precisa in amore

di Luca Alvino Uno dei meriti più importanti della poesia è quello di saper rendere il disordine tollerabile. Come ogni...

carta st[r]ampa[la]ta n.47

di Fabrizio Tonello Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso, come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”,...

hanksy

di Sabina de Gregori Il mondo si sa, gira e rigira su se stesso, ma ogni tanto improvvisa e sorprende...

se c’è una cosa che non ti fa stare zitta, è un segreto

di Chiara Valerio Ha i suoi vantaggi essere nel posto più brutto, perché non ti preoccupi di perderti qualcosa. Nella...

è tutto compresso in un istante

di Chiara Valerio La sera festeggiammo. Stappammo una bottiglia di vino rosso, lo stesso del nostro primo incontro, il Chianti,...
Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: