Lo specchio delle brame

gracekellyindelittoperfetto

di Chiara Valerio

Sui saggi non bisognerebbe mai dire niente. Bisognerebbe lasciarli piuttosto nel loro empireo a riflettere sulla pochezza del mondo. Anche quando i saggi sono libri, scatole cinesi. Saggi che contengono altri saggi. Una intera comunità di intellettuali. Una specie di Scuola di Atene. Adesso, la scuola di Atene in salsa pop, con echi postmoderni, e tutto un apparato linguistico che farebbe impallidire un Ministero alla propaganda, è disponibile in un libro da leggere più che da studiare Perché si occupa di cinema. Anzi di cinema contemporaneo. Quando La violenza allo specchio (Transeuropa, 2009) mi è capitato in mano, l’ho aperto con sommo sospetto e infinita voglia di passare ad altro. E se lo avessi fatto avrei sbagliato.

Per dieci motivi fondamentali. La pianista. La passione di Cristo. Au revoir les enfants. Dead man walking. Kill Bill. The funeral. Zelig. Dogville. Manderlay. Eyes wide shut. Certe volte per leggere un libro basta un solo motivo e qui ce ne sono dieci. Leggere accademici che parlano di cinema è formidabile, se parlassero di letteratura sarebbe un inferno, sarebbe insopportabile, visto che nessuno legge i libri. E invece così, sul cinema, non ci si sente nella posizione di un vassallo. Perché può essere che l’uomo della strada, o dei corridoi di biblioteca (categorie alle quali io appartengo senza dubbio), non conosca e non condivida il gergo, ma ha le spalle così forti per aver condiviso le immagini che immediatamente si pensa io c’ero, io l’ho visto, io so se mi è piaciuto oppure no. E questo, immediatamente crea dialogo. E la scuola di Atene si apre pure ai peripatetici. Se per caso se ne stavano passeggiando altrove.

Se dovessi mettere in ordine la top ten e volendo evitare il vigliacco ordine alfabetico, direi, con la voce da cronista sportivo, La pianista, Kill Bill, Au revoir les enfants, Dead man walking, La passione di Cristo, Zelig, Eyes wide shut, The funeral, Dogville, Manderlay. La pianista e Kill Bill quasi pari merito. Ed entrambi per un utilizzo sacrificale di lame più lunghe di un coltello da cucina.

Tuttavia, siccome ho cominciato utilizzando termini come pop e postmoderno mi concentro su uno solo dei saggi. Un as-saggio di tutto il libro. Che è Kill Bill vol. 3 di Pierpaolo Antonello (lo stesso uomo che oltre ad avere due nomi ha anche due funzioni perché è autore di uno dei saggi e curatore insieme ad Eleonora Bujatti del collettaneo). I paragrafi del saggio di Antonello sono La vendetta, Vendetta e reciprocità, Vendetta e ripetizione, Violenza al femminile, Dead can dance, Diasparagmos, Morte e resurrezione, Redenzione. Che se uno si fermasse ai titoli sembrerebbe solo post moderno. Invece poi lo leggi e trovi la dimensione estetica della violenza, il serbatoio immaginifico di una generazione di cinefili, l’attenzione ai simboli di a e b-movies di kung fu, la trascrizione in integrale della leggenda di Pai Mei e di Ezechiele 25,17 da Pulp Fiction. E quello che ti torna in mente, in una prosa, rigida e rigidamente imbastita di schemi interpretativi girardiani e alla ricerca di echi che vanno dal cinema classico alla tragedia greca, è la tuta gialla della sposa, l’occhio strappato a Elle Driver, la neve fintissima sui capelli d’ebano di O-Ren Ishii. La prosa di Antonello è di uno che mentre legge, mentre guarda, interpreta e regala ai lettori non una semplice ipotesi argomentata, ma una intera serie di Fibonacci di connessioni, di storia, girando, con le parole un altro film che è quello del retroterra. Da dove viene Kill Bill e dove può andare. Ma non da chi e per chi, proprio da dove. Kill Bill fratello del Tito Andronico, Kill Bill even Steven, Kill Bill cugino di c’era una volta il West e germano de Il clan del loto bianco. Kill Bill dove tutte le ferite sono lasciate deliberatamente aperte, rendendo la struttura casuale delle vendette ancora potenzialmente produttiva in termini immaginativi e rappresentativi e che quindi apre le porte a un terzo volume. Che poi per Girard, per esempio e come si legge in nota, la vendetta di Amleto sia pigra, un po’ non ci cambia molto, ma di certo, di molto certo ci diverte pensare il principe di Danimarca annoiato, Elsinore con un fondale da cartone animato e Laerte che può fare solo cinque passi prima che gli scoppi il cuore. E questo è più che pop. È camp.

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AA.VV., La violenza allo specchio (P. Antonello, E. Buratti cur.i), Transeuropa (2009), € 19,60.

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