Storia di fantasmi. Per Antonella Anedda

12 ottobre 2009
Pubblicato da

di Francesca Matteoni

“Questo libro è una storia di fantasmi” scrive Antonella Anedda nell’introduzione al suo La vita dei dettagli, opera che esplora la relazione tra pittura e poesia, tra l’essenza dell’arte e la sua decifrazione interiore, dove i fantasmi svolgono il duplice ruolo di presenze non immediatamente manifeste o non visibili a tutti, e di icone, “rumori” della perdita.

Da sempre la poetessa abita lo scrivere come un dialogo quieto fatto dello spazio tra il gesto che incide e i libri della memoria, tra il margine dell’io e lo spalancarsi corale del mondo, tra ciò che l’occhio vede e ciò che l’immaginazione accoglie. Sfogliando questo nuovo libro mi sono allora ricordata in un primo momento, di un’altra opera dell’autrice, Nomi Distanti, testo di traduzioni poetiche in cui il tradurre è inteso radicalmente, non solo come trasposizione linguistica, ma come colloquio con i poeti amati che permette ai versi una continua variazione, un modularsi differente della vita che contengono a seconda di chi li trattiene, li ridice nella sua impronta. Ne La vita dei dettagli, questo movimento nasce dall’incontro di Anedda con quadri e artisti, che avviene però con una particolare prospettiva, scomponendo le opere in frammenti di senso e seguendone uno dentro le molteplici possibilità che apre, mentre emerge dal quadro, come un pegno, una feritoia. La scelta del dettaglio permette una sorta di isolamento dal contesto, di “usare lo sguardo come un coltello” per scavare nell’immagine: è un esercizio di attenzione – ricostruire una storia partendo da una misura piccola, destinata generalmente a sfuggire, amalgamata nella totalità dell’opera. È questa misura il nostro stesso stato – precario, spesso incomunicabile nel suo sostare rapido all’interno del tempo che può ben scordarci, oltrepassarci. Acuendo la percezione sul dettaglio il tempo si trasforma in un luogo: noi ci siamo stati, ci siamo immersi, ed i corpi, gli elementi, le pareti nude, i rami, il colore, le impossibili stanze dei quadri diventano materia tangibile, esperienza tridimensionale del comprendere, dell’entrare in ciò che osserviamo. Attenzione, spazio (o spaziotempo), traduzione, lentezza del guardare sono tutte parole che tornano nella prima sezione del libro dove 32 dettagli di opere si rispecchiano in 32 prose ekfrastiche in cui l’intrusione dell’arte nella vita si rivela come il suo resistere, il suo farsi di sogno e memoria, quel “mondo come meditazione” del poeta statunitense Wallace Stevens, che ha la sua piccola verità nel momento riflessivo, immaginifico – l’attesa di Penelope intenta alla sua tela. Ogni dettaglio tira via un filo diverso – apre un’assenza, suggerisce un volto – ricompone il tutto altrove con altre priorità.

La poesia è il centro della seconda parte del libro, Galleria, pensata come un’installazione verbo-visiva, un museo che ospita in ogni sala i testi di poeti che hanno scritto davanti alle immagini (davanti e non sopra se la scrittura è specchio, se in questa può esserci riconoscimento). Caravaggio, Bruegel, Tiziano, Parmigianino, che diventano Bonnefoy, Williams, Auden, Skàcel, Herbert, Ashbery; o i quadri anonimi, il ritmo descrittivo scandito proprio nei dettagli della poesia di Elizabeth Bishop, demone tutelare del bellissimo saggio sulle icone e la “bruttezza”. Perché la poesia e non una qualsiasi altra scrittura per svolgere la trama da un dettaglio all’altro? Quale comunanza tra parola poetica e frammento pittorico? La risposta è ancora spaziale: la poesia per sua natura si comprime, lascia ampi margini bianchi, pause per l’occhio ed il respiro, ma così facendo costringe anche a vedere per fessure (“vedere” verbo degli artisti come dei poeti), ad affidarci all’intuizione, a seguire una traccia consapevoli dell’ombra circostante. È una questione di spazi vuoti: lo spazio che sulla tela è occupato dal resto dell’immagine, lo spazio che la poesia, il suo non detto, può dischiudere o riempire in noi. Guardare l’oggetto nascosto nell’ampiezza della scena, nel quotidiano trovare il familiare, il personale nell’opera, come un’àncora nella dissoluzione.

Ritratti, la terza parte, è allora dedicata a quegli artisti che nella loro diversità hanno conosciuto, mostrato l’idea di dissolvimento – moto originario dell’arte e tuttavia contrario alla sua permanenza. Incontriamo allora l’opposizione al morire della materia, la propria deposizione nell’arte, di Nicolas De Staël; il viaggio nel profondo – nel silenzio del futuro -, nella solitudine estrema delle grandi tele di Mark Rothko; la separazione per acqua e l’acqua insostenibile della nostra fragilità di Bill Viola; l’eredità umana del linguaggio ed il suo stesso sfilacciarsi, scolorire negli elementi, di Jenny Holzer. Il secco della pittura, il dilatarsi del video, il fluire della luce sulla nostra sostanza che si spezza e torna acquorea, impermanente.

“L’acqua è qualcosa che non puoi tenere”, scrive Anne Carson, poetessa canadese citata e tradotta da Anedda: esattamente come il vivere, l’amare, il richiamo al nostro naturale essere separati. Ma l’acqua è anche ciò che supera barriere, il tocco trasversale dell’arte dove si fissano cose effimere, che si estinguono, dove si esiste anche quando ormai si è immemori di noi stessi. L’acqua è infine quella della città di Arles, dove Antonella sosta in cammino nella quarta sezione del libro, all’interno di un’opera umana di vicende e artisti, “una città sull’acqua che è il ritmo della nostra sete”, che scorre costantemente verso un mare sconosciuto lungo il fiume, e che tuttavia riflette ogni luce, quelle stelle infantili di Van Gogh, come girandole fiammanti. Allora l’acqua è la poesia o l’arte, il piccolo universo dove non siamo integri, ma ritagli in vite altre, epifanie in dissolvenza, dove stiamo esposti senza più finzione al dolore e al perdere e dove il perdere è la pazienza di un restituire. Restituirci a un’acqua di “dettagli” sotto la superficie, deboli pezzi di materia che vengono collezionati (e Collezionare perdite è l’ultima stazione di quest’opera), catalogati in quel tempo non scandito dai minuti, ma ricomposto di odori, oggetti abitati, frasi che ci imprimono l’uno nell’altro, mancanze – un tempo liquido verso una tregua dell’essere che non teniamo e tuttavia ci tiene.

Nell’immagine: Un dettaglio

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3 Responses to Storia di fantasmi. Per Antonella Anedda

  1. Damiano Abeni il 12 ottobre 2009 alle 15:40

    Un libro per me impossibile da non amare, con tante tracce che riesco a ricondurre così facilmente alla mia esperienza (Strand, Simic, Stevens, Graham, Bishop, Ashbery – ma anche il compenetrarsi quasi diaristico di immagine e testo in chiusura del libro, come ne “La casa esposta” di Marco Giovenale).
    E indicherei anche l’importante complementarità con (più che la consequenzialità rispetto a) “Dal balcone del corpo”, specie della sezione iniziale e in quella finale.

  2. Corrado Benigni il 12 ottobre 2009 alle 15:50

    La poesia è un’attitudine dello sguardo, è tendere l’orecchio e mettersi in ascolto; in tutto questo il poeta (vero) è chi sa cogliere più di altri le sfumature, i dettagli del visibile.
    Antonella Anedda, con il suo sguardo acutissimo e una parola che sa farsi silenzio, ci spiega come cogliere questi dettagli in un tempo di “mancanza di visione”, dove a un eccesso di immagini si contrappone spesso l’incapacità di comprendere il reale. L’occhio hypocrite, verrebbe da dire ripensando al lecteur baudeleriano. Un libro anomalo e originalissimo questo di Anedda – puntualmente recensito da Francesca – che rivela quell’attitudine dello sguardo che tende a vedere l’inclinazione del mondo.
    Corrado Benigni

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