Blog-notes

17 ottobre 2009
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effeffe
plat

Piatto Pianto
Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono. Sono passati sei mesi da un reading che ho fatto in una grande città del Sud e devo essere ancora pagato. Per intervenire a quella manifestazione mi sono anticipato le spese di viaggio. Ci ho lavorato circa un mese per documentarmi e preparare il mio intervento. Sollecitati mi hanno detto che non si sa quando saremo pagati e ci si guarda tutti – i partecipanti- un po’ imbarazzati perché la colpa non è degli organizzatori dell’evento ma dell’amministrazione della città. Comunque si sa che le amministrazioni – certo non a Bolzano- pagano anche un anno dopo. Si sa anche se non è normale. A Bolzano la cosa è talmente non normale che infatti non accade. E nulla, questo si sa, eccome se non si sa, è più terribile che telefonare per chiedere ancora i soldi che spettano. Terribile perché prima di telefonare eri un pezzente, e dopo la telefonata un po’ di più, perché ti sei dovuto pagare anche la telefonata inutile che hai fatto. Io sono di quelli che non sputano mai nel piatto in cui mangiano o mangiarono, ma il piatto, dov’è ?

muro

Murmures
Dalla mia infanzia ho sempre creduto alle scritte sui muri. Incrollabili voci della storia e della città, che nel tempo diventano significative quanto un divieto di sosta o un tabellone pubblicitario. La prima scritta, sul muro sotto i portici di casa in via G.M. Bosco, proprio sotto la finestra di Tomas Vinciguerra, che ho fatto mia, è stata in due tempi. Prima ci avevano scritto “Scalzone Libero”, in rosso, poi, qualche giorno dopo, in nero, “Piperno Stopper”. Che noi ragazzini si andava a cercare nell’album Panini, invano naturally, in quale squadra giocassero mai quei due.1 C’era poi quella storica fatta al liceo scientifico Diaz, ciò che non cambia è la volontà di cambiare, scritta a dire il vero, anche ora a distanza di anni, sibillina, che si prestava a una doppia lettura, ottimista la prima, e decisamente tragica quell’altra. Al parco Gabriella, dai borghesi, avevano invece scritto ” se vedi un punto rosa spara a vista o è una saponetta o è una femminista. Una scritta che ha pregiudicato a lungo il mio rapporto con le saponette e con le ragazze. E così nel tempo, per quel tempo che precede l’andata via dalla casa dell’origine, ho visto scritte comparire e scomparire con la stessa rapidità con cui avevano visto la luce del giorno. La più esilarante era certamente quella alla stazione di Maddaloni, “Andrea sì meglie è Pol- Pot”, che pochi anni dopo, in un altro luogo trovai cambiata in “Maradona sì meglie ro ragù e mammà.” I tempi cambiano e così le scritte sui muri che da politiche diventarono sentimentali, ti amo, di qui, ti amo di lì, fino a diventare le tag, ovvero i segni che giovani Fontana, graffitari, taguers, lasciano per le strade e sulle macchine della città. Una sola scritta, probabilmente la prima che avessi mai visto, quando piccolissimo andavo a vedere la Casertana al Pinto rimaneva al suo posto così come la vedete voi nella foto qui sopra, nitida, imperturbabile, fissata al muro come un affresco pompeiano. E che sembra suggerire ogni volta, baffone nun è maie venute, tiniteve à baffuta!2

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Torino-Roma andata e ritorno
Da una discussione pubblica con Andrea Inglese

Mi è capitato la settimana scorsa di viaggiare sul treno Torino- Roma in compagnia di due ragazzi, uno di origine pugliese, Antonino, l’altro calabrese, Marco, residenti a Torino. Palestrati – così si dice no?- maschi latini, ben presenti a se stessi. Per le prime ore ci si guardava con curiosità, snobberia, fino a quando, ritrovandoci sul predellino a fumare, abbiamo scambiato due chiacchiere. Cosa fai, tu, ah ti occupi di libri, noi no, televisione, e una volta seduti, la rivelazione. Erano due tronisti. Va notato che “il grande intrattenimento” , seguito alla “ grande ricreazione “ del 68, si è appropriato perfino del linguaggio e come la poesia un tempo anch’esso inaugura nuove parole: tronista, palestrato, shampiste…
Quello che volevo dirti, Andrea, è che quei due ragazzi non hanno suscitato in me nessuna riflessione del tipo : ecco il nemico! Anzi, quando mi hanno detto che due volte a settimana facevano su e giù tra Roma e Torino, per continuare a lavorare, uno in un call center, l’altro in una ditta di costruzione, quando raccontavano il loro spaesamento nel mondo, lo stesso di tanti commentatori di NI, in taluni casi perfino più autentico, la sensazione che ho avuto alla fine era di una nuova emigrazione. Quelle facce e muscoli che un tempo partivano dalla Puglia e Calabria per raggiungere Mirafiori oggi ripartivano da Torino per gli studi televisivi di Roma. Nella sostanza non era cambiato nulla. Solo che un tempo i corpi servivano a fare quanti più pezzi in catena di montaggio. Oggi a sedurre quante più candidate alla gloria del mezzo, a fare impazzire spettatori e spettatrici. Carne da macello, enfin!

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Ora pro Anobii: La leggenda del Santo Bevitore, di Joseph Roth

image_book.php Capita a tutti, soprattutto quando subentra una stagione e si cambia di giacca, di ritrovare “per miracolo” in una delle tasche un biglietto da dieci euro, un consistente numero di monete. Magari in quei momenti di magra in cui ti sei visto – perché capita più spesso agli indigenti che non ai benestanti di osservare dal di fuori il proprio livello di caduta- passare delle ore a infilare monetina dopo monetina in un distributore, l’equivalente richiesto per un pacchetto di Lucky Strike o di Futura, a centellinare le proprie miserie. C’è qualcosa di magico in quel ritrovamento, come se il tempo avesse fatto al tuo posto da risparmiatore, ma forse la sensazione che si ha non è che quei soldi ci fossero da sempre, ma che, per miracolo appunto, li avesse generati un pezzo di stoffa, una tasca, una risacca, per offrirti un giorno di più, magari anche solo qualche ora di sopravvivenza, un bicchiere di rosso alla vineria sotto casa. Di tutti i libri di Roth la leggenda è quello che racchiude in sé, pagina dopo pagina, fotogramma dopo fotogramma – splendida la trascrizione che ne fece Ermanno Olmi nel suo film- ogni possibile deriva della poetica del suo autore. Il personaggio, il clochard Andreas Kartak sopravvive di qualche ora a Joseph Roth – il racconto sarà pubblicato postumo- ma incarna più di ogni altro personaggio della letteratura l’ivrogne, l’ubriaco che è in noi, a cui l’alcol ha bruciato tutto tranne le corde dell’anima. Le stesse corde che risuonano nei piccoli miracoli che la piccola Santa Teresa di Lisieux compie ogni giorno, facendogli trovare ogni volta, fino alla caduta finale nel bistrot, di che estinguere il suo debito.

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Messico Famigliare
Capitava che mio Zio Mimmo mi faceva un regalo infilandomi nel palmo della mano e stringendo le dita, un pourboire, una inattesa mazzetta. Così rimanevo con il pugno chiuso, immaginando che vi fosse chissà quale tesoro. Per non rimanere deluso ho preferito non disfare il pugno ed è così che mi sono ritrovato ad essere, mio malgrado, comunista.

  1. Quasi una ventina d’anni dopo quando giocavo a Vincennes nella nazionale italiani all’estero, mi capitò di incontrare Oreste sul campo, che però non giocava, e subito mi voltai per vedere se c’era Piperno. []
  2. Quel viva la baffuta l’ho sempre considerata come la più autentica dichiarazione d’amore che il genere maschile potesse fare a quello femminile e lontano anni luce da tutta quella mega esposizione di cazzi, cazzetti, cazzarielli che invadevano dai bagni di scuola il resto del mondo []

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18 Responses to Blog-notes

  1. francesco pecoraro il 17 ottobre 2009 alle 08:30

    @effeffe
    mio figlio da piccolissimo chiudeva il pugno per ore, senza riaprirlo.
    un mattino mentre lo cambiavo gliene aprii uno a forza, così, tanto per fare: dentro c’era ancora un pezzo di parmigiano che si sbocconcellava la sera prima.
    non-ostante questa attitudine, non mi è diventato comunista.
    peccato.

  2. effeffe il 17 ottobre 2009 alle 09:02

    lotta parmigiana
    effeffe

  3. gianni biondillo il 17 ottobre 2009 alle 09:57

    Il recupero crediti è ormai la mia seconda attività. Anzi, per il tempo impiegato e per lo stress prodotto, forse la prima.

  4. effeffe il 17 ottobre 2009 alle 10:08

    i debiti invece ti accoppano subito! Gianni me la speghi tu sta legge della new economy? Come mai i tuoi crediti corrono meno dei debiti? Comunque tu per foruna c’hai Elena che cucina da dio la pasta al forno, quelli si che sono piatti
    effeffe

  5. carmine vitale il 17 ottobre 2009 alle 13:24

    i debiti sono la tosse convulsiva
    non se ne vanno mai
    i crediti evaporano svicolano sono oggi l’economia primaria
    e il loro recupero un percorso ad ostacoli impensabili
    scene mute e silenzi

    ma un post come questo è un gioiello,nonostante
    c.

  6. Salvatore D'Angelo il 17 ottobre 2009 alle 13:40

    caro effeffe ci vorrebero tante case delle arti e tanti assessori come il mio…
    Complimenti per il post, bello e gustoso. Io la Casertana dei mitici Fazzi, Taccetti e Cominato (quella della prima promozione in B) andavo a vederla a sedici anni, partivo in bici, dal paese, mi facevo 16 km d’andata e 16 km di ritorno, la lasciavo in deposito vicino alla stazione ,poi a piedi tutta via roma, la trasversale col monumento ai caduti, Viale medeglie d’oro e – santa ingenuità!- mi batteva il cuore alla vista del mitico pinto e delle maglie rossoblù. Quando si vinceva, i 16 km del ritorno erano una allegra galoppata al ritmo sincopato di Django Reinhardt, quando si perdeva….dio come pesavano quei pedali!

  7. effeffe il 17 ottobre 2009 alle 14:17

    E anche questo è vero caro saldan! e ne approfitto per ricordare a tutti i lettori/scrittori in linea che se la casa delle arti di Succivo vi invita farà il necessario per farvi restare sull’impervio ma onorevole terreno della letteratura senza cadere nella trappola dei campi minati dei mancati o pos pos posti pagamenti.
    Comunque si sa che la provincia ha sempre fatto meglio delle capitali!!
    forse andrebbe fatta una cartografia ad uso e consumo di quanti cercano di dare un senso alla propria opera, e a quella degli altri – come nel caso della manifestazione incriminata- e avere almeno la possibilità di decidere se andare o meno. Io rivendico quella libertà, di sapere come stanno le cose e se posso permetterlo di decidere se accettare o declinare. C’est tout!
    effeffe

  8. effeffe il 17 ottobre 2009 alle 14:34

    a proposito della nota 3 ho davanti a me il libro incredibile (uscito questa settimana) di Dany Robert Dufour, La cité perverse, sottotitolo libéralisme et pornographie) L’attacco è memorabile.

    Donnez moi ce dont j’ai besoin, et vous aurez de moi ce dont vous avez besoin vous-même.” Adam Smith, richesse de nations (1776)

    (trad. datemi quel di cui ho bisogno e avrete da me ciò di cui voi stessi avrete bisogno)

    Prêtez-moi la partie de votre corps qui peut me satisfaire un instant, et jouissez, si cela vous plait, de celle du mien qui peut vous être agréable”
    Sade, Juliette (1799)

    (trad. Prestatemi la parte del vostro corpo che potrà soddisfarmi un istante e godete se vi garba di quella del mio che vi potrà essere gradevole)

    et voilà, les corps sont faits!
    effeffe

  9. evelina santangelo il 17 ottobre 2009 alle 16:28

    Francesco,
    questo tuo post, così dolente, misurato, evocativo, pudico, nel toccare in realtà una delle note più dolenti per molti uomini e donne che provano anche a vivere di cultura, cultura praticata spesso in solitudine, trasmessa tutte le volte che ne è data la possibilità, senza concedersi generosi sconti (come ahimè oggi tendono a fare alcuni, forse anche per stanchezza o disillusione, chissà), organizzata con benemerite inziative spesso frutto pù di buona volontà e passione che di interesse (che la cultura oggi davvero non paga, o paga pochissimo)… questo tuo post dice quello che molti dicono, e cioè che molti di noi si fatica davvero (al di là delle apparenze) per non mollare e fare qualcosa di ben ben più remunerativo…
    Grazie.
    Ev

  10. sparz il 17 ottobre 2009 alle 16:39

    bellissimo, effeffe, e poi quest’accostamento tra i testi di Smith e Sade è un vero gioiello. Ciao.

  11. Salvatore D'Angelo il 17 ottobre 2009 alle 23:35

    gioiello che solo l’effervescente profonda colta leggerezza di effeffe poteva produrre. Chapeau!

  12. Salvatore D'Angelo il 17 ottobre 2009 alle 23:46

    il gioiello è di Dany Robert Dufour, si capisce, ma è gioiello anche il suo riposizionamento nella colonna commenti di questo post, una effeffe production.

  13. Giocatore d'Azzardo il 18 ottobre 2009 alle 12:10

    @effeeffe: l’idea dell’archivio sulle amministrazioni/enti/etc… che non pagano, non mi pare una brutta idea. Lo fanno anche le banche e, se ci finisci, basta prestiti. Potrebbe essere una discreta spina nel fianco, per quei signori che latitano nel metter mano al portafogli, vedersi pubblicati con tanto di manifestazione, partecipanti e debiti da saldare.
    Ci guadagnano in immagine (e consensi credo) quando organizzano i loro pomposi eventi? Che ne perdano finendo sulla lista di chi non paga e, a quel punto, chi sarà invitato a partecipare avrà un riferimento chiaro del rischio che corre.
    Non so perché, ma ho la vaga impressione che una simile iniziativa potrebbe “accelerare” i pagamenti: non solo liste di libri, ma liste di debitori “culturali” :-)

    Blackjack.

  14. liviobo il 18 ottobre 2009 alle 13:33

    solidarietà su tutto, ma la nota sui tronisti la trovo pericolosa. sì, mettiamoci pure un po’ di più nei loro panni… ma non ci raccontiamo poi che il mondo è composto di cattivi sfruttatori e povere vittime… sono queste ingenuità che hanno rovinato la sinistra. il pessimo mondo che abitano i tronisti, lo hanno creato (anche) i tronisti… forse il nemico non è il tronista, ma lo è di certo il tronista che è in noi (chiarisco pure: non ho nulla contro i bei ragazzi e le palestre, o il bel ragazzo e il palestrato che è in noi… ma facessero i prostituti, girassero dei benefici film porno, trombassero con le veline… insomma si attenessero alle loro competenze)

  15. liviobo il 18 ottobre 2009 alle 13:36

    PS …. sì, memorabile davvero l’accostamento smith sade…

  16. evelina santangelo il 18 ottobre 2009 alle 16:03

    Errata corrige. «Questo tuo post dice quello che molti dicono», evidentemente ho dimenticato un «non»:
    «Questo tuo post dice quello che molti non dicono».
    Ev

  17. viola il 19 ottobre 2009 alle 09:48

    “Messico” è da manuale…V.

  18. Loredana il 23 ottobre 2009 alle 13:21

    Bellissimo questo post!



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