Un monito alle vittime dell’emergenza omofobia

18 novembre 2009
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[Pubblico un estratto della conferenza tenuta da Lorenzo Bernini il 5 novembre 2009 presso l’università di Verona, su invito del gruppo studentesco EGLBT (etero, gay, lesbo, bisex and transgender) corredato da fotografie di Lina Pallotta. – Jan Reister]

Fate l’amore non la guerra – di Lorenzo Bernini

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Non mi piacciono le fiaccolate. O meglio non mi piace il fatto che ultimamente la fiaccolata sembra essere diventata la modalità di manifestazione prediletta dal movimento lesbico gay trans. Come non mi piace lo slogan che è stato scelto per l’ultima manifestazione nazionale contro l’omofobia a Roma: cioè “uguali”. Questo perché in quanto appartenente a una minoranza oppressa, oggetto di discriminazione e di odio, non solo non mi sento uguale, ma soprattutto non aspiro a essere uguale a chi esprime posizioni omofobiche, a chi incarna quello stile di vita eterosessuale che mi esclude, e da cui dipende la mia discriminazione. Aspiro piuttosto a rivendicare la mia diversità, e a farne un punto di partenza per la trasformazione.

Condivido la necessità di reclamare uguali diritti. I diritti dobbiamo esigerli tutti: non solo una legge antidiscriminatoria e i pacs, ma anche il matrimonio, l’adozione, l’accesso alle tecniche di riproduzione assistita. Però dobbiamo anche riflettere su ciò che ce ne faremo di questi diritti, se mai riusciremo a conquistarli in Italia. Dovremmo anche riflettere su quale mondo vorremmo una volta che fossimo riusciti a diventarne pienamente cittadini. È importante che lottiamo per avere uguali diritti, per raggiungere un’eguaglianza giuridica anche nello Stato italiano.

Però la parola d’ordine “uguali” rischia di esprimere un desiderio di omologazione sociale, di inclusione nella società così come già è, mentre il mio desiderio, il modo in cui interpreto il mio impegno politico in quanto gay, è quello di contestare questa società, così come essa è e come oggi sta diventando, e di lavorare per il cambiamento. Per questa ragione non riesco a sentirmi rappresentato da manifestazioni che assomigliano a cortei funebri in cui ognuno racconta la sua storia personale di sofferenza per commuovere i presenti e per reclamare una “sicurezza” intesa come la sicurezza repressiva della polizia. E non mi sento rappresentato da manifestazioni in cui si invitano i cittadini italiani a partecipare senza alcuna insegna politica, come se non ci fosse alcuna differenza oggi in Italia tra maggioranza e opposizione parlamentare e sociale, tra destra e sinistra, tra neoliberali e anticapitalisti, tra gerarchie cattoliche e attivisti laici.

In quanto militante gay non riesco insomma a identificarmi nel ruolo di una “povera vittima” che insieme ad altre “povere vittime” si limita a piangere il lutto delle violenze subite dalla comunità omo/trans-sessuale. Non riesco a riconoscermi in iniziative che hanno lo scopo di rivendicare protezione, o meglio di mendicare protezione da quel governo il cui atteggiamento misogino, omofobico, transfobico e razzista è il vero responsabile del nuovo clima di crescente intolleranza per tutte le minoranze che si è ormai ampiamente diffuso in Italia – per le minoranze sessuali, ma anche per la minoranze etniche, religiose e culturali, per i migranti. E di conseguenza sono spaventato dal fatto che la parlamentare del PD Paola Concia, che per quanto non provenga da una militanza nel movimento lesbico è oggi considerata la rappresentante del movimento lesbico gay trans in parlamento, ha aperto addirittura un dialogo con gruppi neofascisti come casa Pound.

Per queste ragioni al titolo che mi avete proposto per questo incontro sull’emergenza omofobia, “Fate l’amore, non la guerra” ho scelto di aggiungere un sottotitolo: “Un monito alle ‘vittime’ dell’‘emergenza’ omofobia”, dove le parole “vittime” ed “emergenza” sono tra virgolette, perché sono le parole chiave del mio intervento, quelle su cui vorrei soffermarmi, che vorrei interrogare e mettere in discussione.

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Il coordinamento di associazioni trans Sylvia Rivera. Da sinistra a Destra: Juana Ramos (Associazione Transexualia – Madrid), Laurella Arietti (circolo Pink – Verona), Porpora Marcasciano e Marcella Di Folco (Movimento d’Identità Transessuale)

Prima di soffermarmi su queste parole del sottotitolo, vorrei però iniziare dal commentare il titolo. Il motto che avete scelto, “Fate l’amore, non la guerra”, è ben diverso dalla parola d’ordine “uguali” – e personalmente mi sarebbe piaciuto molto che il movimento lesbico gay trans avesse scelto uno slogan come questo per l’ultima manifestazione romana. La contrapposizione tra fare l’amore e fare la guerra esiste già in Ovidio (nelle Eroidi). “Gli altri facciano la guerra, Protesilao faccia l’amore”: queste sono le parole che Laodamia pronuncia pensando al marito, il guerriero greco Protesilao che sta per partire per la guerra di Troia – sarà il primo dei guerrieri greci a toccare terra e il primo a essere ucciso dai Troiani.

Il motto “Fate l’amore non fate la guerra” come noi lo conosciamo non deriva però da Ovidio, ma è generalmente attribuito al filosofo inglese Bertrand Russell (1872-1970), che fu un intellettuale pacifista e anticonformista, laicista e socialista, difensore dei diritti delle donne e della libertà sessuale – un intellettuale che pagò caro il suo impegno politico. Russell si oppose infatti all’ingresso della Gran Bretagna nella prima guerra mondiale, e per questo perse il suo posto di insegnamento al Trinity College, fu arrestato e trascorse ben sei mesi in carcere. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale invece Russell accantonò il suo pacifismo, e sostenne la necessità che l’Inghilterra intervenisse militarmente contro Hitler. Negli anni della guerra fredda tornò invece a difendere le ragioni del pacifismo, fu un sostenitore del disarmo nucleare e fu condannato a un’altra settimana di prigione in seguito a una manifestazione per il disarmo. Morì nel 1970, e fece in tempo a prendere parte anche alle manifestazioni pacifiste contro la guerra del Vietnam. Alla sua morte il suo “fate l’amore, non la guerra” divenne uno dei motti più ricorrenti nel movimento pacifista e della contestazione.

Erano gli anni della rivoluzione sessuale, in cui i giovani dei movimenti studenteschi americani ed europei sognavano un mondo diverso da quello dei loro padri e delle loro madri, un mondo in cui il sesso fosse libero, senza costrizioni, in cui l’amore potesse prendere forme diverse dalla famiglia eterosessuale riproduttiva che nella sua struttura classica è sinonimo di oppressione della moglie da parte del marito, dei figli e delle figlie da parte dei genitori. I giovani degli anni settanta sognavano un mondo rinnovato, in cui la logica dell’amore prevalesse sulle logiche della sopraffazione sessuale e generazionale, e sulle logiche della guerra e della violenza.

È appunto da questa effervescenza politica e sociale che nacquero tanto i movimenti femministi, quanto i movimenti gay lesbici e transessuali. E non nacquero come movimenti di vittime che chiedono pietà e protezione alla società così come essa esiste, ma come movimenti audaci e coraggiosi che aspirano a trasformare la società. Ad esempio allo Stonewall Inn di New York il 28 giugno 1969 transessuali gay e lesbiche non chiesero la protezione della polizia, ma al contrario reagirono contro la polizia che abitualmente faceva irruzione nei locali gay maltrattandone e arrestandone gli avventori. In quel caso non si trattò di una reazione non violenta, ma di una guerriglia urbana che durò alcuni giorni – e che fu iniziata dalla transessuale Sylvia Rivera che lanciò una bottiglia contro un poliziotto.

Questa è la ricorrenza che il movimento festeggia ogni 28 giugno come giornata dell’orgoglio lesbico gay trans. Questa è la ricorrenza che tradizionalmente il movimento festeggia esibendo provocatoriamente corpi seminudi, grandi seni siliconati, paillettes, lustrini e indumenti di cuoio nelle gay parade come segno della rivoluzione sessuale, come segno dell’aspirazione a un mondo creativo e gioioso, “anormale” forse, ma certamente “favoloso”.

La parola “gay” che negli anni settanta è stata scelta dal movimento anglosassone al posto del più tradizionale “omosessuale”, che è un termine che deriva dal lessico medico, allude proprio al desiderio di essere diversi dagli altri, di essere provocatoriamente gioiosi, gai appunto. La parola “gay” designa inizialmente anche la volontà di non manifestare nel modo serioso e austero dei movimenti marxisti di quegli anni, la volontà di rigettare l’organizzazione di stampo militarista che caratterizza alcuni di quei movimenti, per privilegiare l’ironia, la provocazione, la gioia di esibire il proprio corpo. “Gay” negli anni settanta ha più o meno il significato politico che oggi, mutatis mutandis, ha acquistato la parola “queer”, con cui una parte del movimento ha scelto di rinominarsi, mentre un’altra parte del movimento rigetta quel modo gaio di manifestare, e plaude a un nuovo modo di scendere in piazza, più educato e disciplinato – un modo di manifestare che dovrebbe renderci più rispettabili, non più orgogliosi della nostra differenza ma appunto “uguali”, non più inclini a scandalizzare ma al contrario impegnati a dichiarare i nostri buoni sentimenti, a raccontare le nostre storie per impietosire chi ha il buon cuore di ascoltarci.

Anche in Italia abbiamo avuto la nostra Stonewall: il 5 aprile 1972 si tenne a Sanremo un convegno di psichiatri, organizzata dal Centro Italiano di Sessuologia, un organismo di ispirazione cattolica, che tra le altre cose si proponeva di discutere le possibili cure dell’omosessualità. Una quarantina di militanti del FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), protestarono di fronte al convegno con slogan come “psichiatri, siamo venuti a curarvi!”. Mentre gli psichiatri cattolici entravano nella sala del convegno, i manifestanti li irrisero urlando loro “normali!”, come un insulto. Naturalmente vennero sgomberati dalla polizia, ma Angelo Pezzana, uno dei fondatori del movimento, riuscì a prendere la parola durante il convegno. Non dichiarò “sono una vittima di voi psichiatri”, “sono infelice a causa vostra e di quelli come voi”, ma al contrario dichiarò “sono omosessuale e felice di esserlo”. E a me dispiace molto che questo richiamo alla felicità, e anche alla felicità della partecipazione politica, alla felicità del manifestare assieme agli altri per costruire un mondo diverso, sembra essersi persa nel nostro movimento.

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Vinicio Diamanti e Porpora Marcasciano

Sono passati molti anni da allora, tante cose sono cambiate in meglio nelle vite dei gay delle lesbiche, delle donne e degli uomini trans italiani, anche se oggi ci troviamo ad affrontare questa “emergenza” omofobia. Il movimento è cresciuto moltissimo, oggi le nostre manifestazioni non sono più composte da pochi militanti coraggiosi, ma riempiono le strade e le piazze delle città e coinvolgono anche molti simpatizzanti eterosessuali. Per fortuna oggi la polizia non ci carica e non ci arresta, ma piuttosto protegge le nostre manifestazioni dal rischio di aggressioni esterne.

E tuttavia anziché aver acquistato maggior grinta, maggior forza trasformativa, il movimento sembra essersi assestato su posizioni moderate. Anziché promuovere cambiamento, sappiamo chiedere soltanto l’accesso agli stessi diritti di cui godono le persone eterosessuali, e l’assimilazione sociale. Anziché dichiarare la nostra felicità, il nostro orgoglio di non essere uguali agli altri, il nostro desiderio di non essere “normali”, impersoniamo il ruolo di vittime che supplicano protezione a chiunque, che chiedono l’approvazione di qualsiasi forza politica, che aspirando a essere “normali” come tutti gli altri, dialogando persino con i neofascisti.

Non sto negando che siamo anche delle vittime, vittime della violenza omofobia e transfobica. Omofobia e transfobia sono realtà nella nostra società e nell’ultimo anno e negli ultimissimi mesi sono stati sempre più frequenti gli episodi di violenza verso le persone lesbiche gay e transessuali. Però essere vittime non neutralizza la nostra responsabilità, non ci esime cioè dalla decisione su che cosa possiamo e dobbiamo fare a partire dalla violenza che subiamo.

Un’importante riflessione filosofica sulla responsabilità delle vittime è stata sviluppata dopo la seconda guerra mondiale da alcuni filosofi di origine ebraica, come la tedesca Hannah Arendt (1906-1975) e il lituano-francese Emmanuel Lévinas (1905-1995). Arendt ne Le origini del totalitarismo sostiene che il popolo ebraico in Europa prima della Shoah è stato responsabile di non aver compreso l’importanza della politica, e di aver confuso l’eguaglianza giuridica e l’assimilazione sociale con l’emancipazione politica – con la rivendicazione politica dei diritti per gli ebrei e per tutte le minoranze. Sempre Arendt in Vita activa ha poi difeso l’importanza dell’azione politica, arrivando a sostenere che la politica è l’attività più propriamente e pienamente umana, quella in cui l’esistenza umana trova maggiormente senso e realizza la sua felicità.

Lévinas, in testi come Totalità e infinito e Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza ha invece condotto un’importante riflessione non-violenta sul concetto di responsabilità, secondo cui la responsabilità si definisce non in relazione a ciò che si è fatto, ma in relazione alla presenza dell’altro che è sempre di fronte a noi, anche quando non abbiamo agito un atto, ma lo abbiamo subito. La filosofa ebrea lesbofemminista Judith Butler (1956-) in tempi recenti ha riformulato il pensiero di Lévinas per criticare l’attuale politica dello Stato di Israele verso il popolo palestinese. Una vittima può reagire alla violenza subita con l’autodifesa (come accadde a Stonewall), oppure esercitando violenza su altri (come quella che oggi il governo israeliano esercita sul popolo palestinese), oppure restando congelata nel proprio ruolo di vittima e reclamando protezione, oppure ancora scegliendo di rifiutare la violenza e di costruire un mondo pacifico. Quest’ultima a mio avviso, quando è possibile, è la scelta propriamente morale, e propriamente politica.

[intervento redazionale – JR]

Come sapete anche gli omosessuali sono stati rinchiusi e uccisi nei campi di sterminio nazisti: quella che oggi chiamiamo “emergenza” omofobia non è che l’“emergere”, sui giornali e in tv, di una violenza che lesbiche gay e transessuali hanno da sempre subito nella storia. L’emergenza omofobia sui nostri media segue altre emergenze: l’emergenza bullismo, ad esempio – che è ad essa legata perché i bambini e gli adolescenti più bersagliati a scuola dai compagni come ben sappiamo sono i bambini e gli adolescenti effeminati, quelli che non si conformano agli standard di virilità ritenuti accettabili dai loro coetanei.

Un’altra emergenza che ha preceduto l’emergenza omofobia è l’emergenza della violenza sulle donne – l’emergenza stupri. Il movimento femminista ha più volte denunciato che la maggior parte degli stupri in Italia è sempre avvenuta e continua ad avvenire tra le mura domestiche: nelle famiglie eterosessuali tradizionali da sempre i mariti violentano le mogli, i padri da sempre violentano le figlie. Ma come sapete la cosiddetta emergenza stupri riguarda altre violenze, quelle compiute per strada dai cosiddetti “extracomunitari”: questi per i giornali e le tv costituiscono l’emergenza, perché sono una tragica novità, mentre i “normali” stupri familiari non fanno notizia.

Emergenza omofobia, emergenza bullismo ed emergenza stupri rientrano poi in quella che giornali e tv hanno presentato come una più ampia emergenza sicurezza, che tende a rappresentare tutti i cittadini italiani come vittime potenziali di un crimine generalizzato in crescita nella società italiana a causa dell’immigrazione. Un’emergenza che per questo governo deve essere risolta con l’impiego della polizia e dell’esercito: non stanziando fondi per l’educazione alla non violenza, per un’educazione sessuale nelle scuole incentrata sui diritti delle donne e delle minoranze sessuali, e ancora per un’educazione alla diversità culturale che possa far sentire i migranti più accolti nel nostro paese (questo governo sta continuamente tagliando fondi per l’istruzione, dalla scuola elementare all’università), ma attraverso l’esercizio della repressione poliziesca – una violenza istituzionale che deve essere più forte della violenza criminale.

Di nuovo non sto negando affatto che bullismo stupri e omofobia siano realtà con cui dobbiamo fare i conti, e che dobbiamo contrastare. Né sto negando che l’aumento di alcuni crimini in Italia sia legato alla presenza nel nostro paese di migranti poveri e disperati – poveri e disperati, ma non per questo privi di responsabilità per ciò che fanno. Vorrei però sottolineare il fatto che le politiche securitarie e repressive di questo governo, e anche i tagli al sistema scolastico e universitario che riguardano me come ricercatore e voi come studenti, sono concause di queste emergenze.

È come se oggi in Italia si fossero infranti degli argini morali, e di conseguenza stessero “emergendo” razzismi e intolleranze che sono sempre state parte della nostra società, ma che prima i cittadini italiani avevano più remore a esprimere pubblicamente. Ed è indubbio che il fatto che certi personaggi siedano nel nostro parlamento e appartengano al nostro governo faccia sentire gli italiani maggiormente legittimati a esprimere pubblicamente il loro razzismo e la loro intolleranze.

Di fronte al vice presidente del Senato Calderoli che chiama i gay “culattoni” e porta provocatoriamente un maiale a passeggiare sul luogo destinato alla costruzione di una moschea; di fronte al ministro dell’Interno Maroni che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom e che ha sostenuto che occorre “essere cattivi con i clandestini”; di fronte ai respingimenti dei barconi dei migranti a Lampedusa; oppure di fronte al presidente del Consiglio Berlusconi che anche di fronte agli “scandali sessuali” di cui è protagonista si vanta della sua virilità, che racconta barzellette sui gay agli operai impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto in Abruzzo e che si dichiara contrario a un’Italia multietnica; di fronte a tutto questo, e sono solo degli esempi, perché dovremmo stupirci se il nostro vicino di casa si sente legittimato a dire quanto gli facciano schifo il colore della nostra pelle o le nostre abitudini sessuali? Se in seguito al pacchetto sicurezza un anno fa a Roma la polizia ha organizzato violente retate contro le prostitute transessuali – più che delle retate, delle vere e proprie cacce alle trans – perché dovremmo stupirci se alcuni gruppetti di balordi si sentono legittimati a proseguire questa caccia alle minoranze sessuali? Anche l’atteggiamento del governo italiano oggi è razzista, anche quella istituzionale è omofobia e transfobia – e questo è il terreno di coltura su cui si sviluppano gli episodi più estremi della violenza di cui siamo vittime.

Siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, quindi. E se un tempo di questa violenza l’informazione non faceva parola, negli ultimi tempi per fortuna giornali e televisioni non ce la nascondono più. Quello della vittima sembra anzi essere il ruolo che più volentieri ci viene attribuito dai media. Un ruolo “rispettabile” che gli stessi membri del governo e i loro colleghi e amici sono disposti a riconoscerci. Tutti infatti (o meglio: quasi tutti), anche quando ci hanno insultato con barzellette o male parole il giorno prima, sono poi disposti a difenderci – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – quando appariamo come vittime di violenza. Persino il sindaco di Roma Alemanno, ex estremista di destra poi entrato in AN e nel PdL, ha preso parte alla fiaccolata romana contro le violenze omofobiche, per poi dire che come buona parte dei parlamentari del PdL avrebbe votato contro l’approvazione del disegno di legge Concia per l’introduzione nel codice penale dell’aggravante di omofobia nei casi di violenza.

5-450Di fronte a questa situazione a mio avviso, anche se siamo vittime della violenza omofobica e transfobica, dovremmo sforzarci di non essere soltanto delle vittime, e di recuperare almeno un po’ della volontà trasformativa che caratterizzava gli inizi del nostro movimento. Dovremmo seguire l’insegnamento di Arendt, e riacquistare il senso della felicità pubblica, della partecipazione attiva alla politica, non solo per reclamare protezione da questa società così com’è, ma anche per contribuire alla trasformazione della società in nome dei principi di eguaglianza giuridica e di rispetto per le differenze.

Lo scrittore Christopher Isherwood (1904-1986) – l’autore di Addio a Berlino da cui è stato tratto nel 1972 il famoso musical di Bob Fosse Cabaret con Liza Minnelli – sosteneva che l’omosessualità era stata per lui motivo di ispirazione, perché gli aveva permesso di esercitare uno sguardo obliquo sul mondo, uno sguardo queer, che è lo sguardo curioso di chi non si accontenta di guardare il mondo così come solitamente appare, come lo guardano i più, ma lo osserva secondo una prospettiva imprevista e inedita.

Il filosofo francese Michel Foucault (1926-1984), autore di capolavori come Storia della follia, Sorvegliare e punire, La volontà di sapere, intervistato sulla propria omosessualità nel 1981, dichiarò invece: “Bisogna diffidare dalla tendenza a ricondurre la questione dell’omosessualità al problema del ‘chi sono?’, ‘qual è il segreto del mio desiderio?’. Forse sarebbe meglio domandarsi: ‘Quali reazioni possono, attraverso l’omosessualità, essere stabilite, inventate, moltiplicate, modulate?’”. E poi continuò: “L’omosessualità è una grande occasione storica per riaprire virtualità relazionali ed affettive, non tanto per le qualità intrinseche dell’omosessuale, ma perché la sua posizione in un certo senso ‘trasversale’, le linee diagonali che può tracciare nel tessuto sociale, permettono di fare emergere tali virtualità”.

A mio avviso sarebbe importante che il movimento lesbico gay trans, anche a partire dal fatto che essere lesbiche gay trans in Italia oggi, come purtroppo da sempre, significa essere esposti alla violenza omofobica e transfobica, continuasse a vivere l’omosessualità e la transessualità come osservatori privilegiati sul mondo, come occasioni di trasformazione e di cambiamento, o almeno, di fronte alla deriva neoautoritaria che sta prendendo la politica italiana, come occasioni di resistenza, di difesa della nostra costituzione antifascista e dei diritti che sancisce, e anche di difesa delle conquiste sociali e culturali – anche se per il momento non giuridiche – che la comunità omo/trans-sessuale ha comunque ottenuto anche in Italia dagli anni settanta ad oggi.

In questa prospettiva, ad esempio, il movimento avrebbe dovuto essere più radicale nell’affermare che avremmo voluto non l’introduzione dell’aggravante per omosessualità nel codice penale, come proponeva il disegno di legge Concia, ma l’introduzione dell’omofobia e della transfobia nella legge Mancino. Anziché appoggiare direttamente il disegno di legge Concia con una manifestazione intitolata “uguali”, a mio avviso il movimento avrebbe dovuto appoggiarlo indirettamente (obliquamente, in modo queer) indicendo una manifestazione dal titolo diverso – magari “fate l’amore, non la guerra”, oppure “orgogliosi di essere diversi e antifascisti” – chiedendo l’ampliamento della legge Mancino.

La differenza tra il disegno di legge Concia che è stato discusso e bocciato e la legge Mancino infatti non è di poco conto: accontentandosi del disegno di legge Concia gli omosessuali hanno assunto il ruolo di vittime che chiedono protezione giuridica e poliziesca solo per se stessi, dimenticando la responsabilità dell’impegno politico verso gli altri – solo gli omosessuali hanno assunto questo ruolo, perché il disegno di legge concia non nominava uomini e donne transessuali, né gli uomini e le donne migranti. Se il movimento lesbico gay trans avesse invece manifestato unito per l’ampliamento della legge Mancino, a mio avviso avrebbe assunto il ruolo di una forza politica che difende le ragioni dell’antifascismo contro i rischi di neoautoritarismo, di esautorazione delle prerogative parlamentari, di cancellazione dei diritti costituzionali, di razzismo, di omofobia e di transfobia presenti oggi nel nostro paese.

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Marcella Di Folco e Vladimir Luxuria

Il disegno di legge Concia avrebbe introdotto nel codice penale, all’articolo 61, tra le circostanze aggravanti in caso di aggressione, il fatto che il reato sia stato commesso per ragioni relative all’orientamento sessuale della persona aggredita – quindi nel caso in cui la vittima sia un gay o una lesbica, non un/una transessuale o un/una migrante (per ora l’articolo 61 considera aggravanti i futili motivi, oppure il fatto che l’aggressione serva per coprire un precedente reato o per commetterne un altro, o ancora l’uso di sevizie e la crudeltà nell’esercizio della violenza, o il fatto che la violenza sia associata a un abuso di potere…).

Al disegno di legge Concia, che sulla carta era appoggiato da parte del PD, parte del PdL e persino da parte della Lega, sono state opposte due obiezioni: la prima era relativa alla presunta ambiguità del termine “orientamento sessuale” – tutti sappiamo a che l’espressione indica l’omosessualità, tranne alcuni parlamentari del PdL, secondo cui l’espressione comprende anche la pedofilia, la necrofilia o la zoofilia, e che pertanto hanno chiesto che il disegno di legge fosse rimandato in Commissione…

La seconda, che è stata determinante per la bocciatura del disegno di legge durante la discussione parlamentare, è stata sollevata dall’UdC, ed era relativa al fatto che questa aggravante avrebbe compromesso il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Anche questa è una motivazione pretestuosa, perché l’articolo 3 non sostiene soltanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ma continua: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Nello spirito di quanto affermato dall’articolo 3 della Costituzione, sostenere che un’aggressione di una minoranza oppressa è più grave di un’aggressione compiuta a scopo di rapina non è affatto una discriminazione a favore della minoranza – come è stato pretestuosamente obiettato a disegno di legge Concia – ma rientra nel tentativo da parte dello Stato di rimuovere gli ostacoli culturali e sociali che impediscono l’eguaglianza giuridica dei cittadini (come avviene nelle politiche di pari opportunità per le donne). Il rilievo di incostituzionalità era quindi evidentemente pretestuoso. E infatti la corte costituzionale non ha mai obiettato che la legge Scelba o la legge Mancino contraddicano l’articolo 3 della costituzione.
Quando fu scritta la costituzione, nel 1946 e nel 1947, i costituenti la corredarono di una norma, la XII norma transitoria, che afferma inderogabilmente il principio secondo cui “è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Da questo principio generale la norma transitoria trae come conclusione che per 5 anni, in deroga all’articolo 48 (secondo cui tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, hanno uguale diritto di partecipare alle elezioni e di esercitare il diritto di voto), i “capi responsabili” del partito fascista non potevano candidarsi alle elezioni. La XII norma transitoria ha avuto applicazione nel 1952 nella legge 645 o legge Scelba, che introduce il reato di apologia di fascismo che consiste non solo nel fare propaganda per ricostituire il partito fascista, ma anche nell’“esaltare, minacciare o usare la violenza come metodo di lotta politica, nel denigrare i principi democratici e le libertà sancite dalla costituzione” e nel fare “propaganda razzista”.

Anche la legge 205 del 1993, o legge Mancino, è un’applicazione della XII norma transitoria. La legge Mancino punisce con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sull’odio razziale o etnico, e chi incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. La proposta originaria avanzata dal movimento lesbico gay e trans era di aggiungere la discriminazione per ragioni relative all’orientamento e all’identità sessuali alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi già punite dalla legge Mancino. Ma su una tale proposta non si sarebbe mai raggiunto un accordo con le destre né con i cattolici, e allora si è ripiegato – a mio avviso sbagliando – sul sostegno incondizionato e diretto del disegno di legge Concia.

A mio avviso si è trattato di una scelta sbagliata, perché la differenza tra le leggi Scelba e Mancino e il disegno di legge Concia è enorme, e le prime hanno un significato politico che l’ultimo non avrebbe potuto avere. Le leggi Scelba e Mancino non hanno infatti introdotto un’aggravante a un reato, ma hanno introdotto nuovi reati: l’apologia di fascismo e la discriminazione o l’incitazione alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi – a cui originariamente e giustamente il movimento lesbico gay trans chiedeva di aggiungere la discriminazione per motivi relativi all’orientamento e all’identità sessuali. Si tratta quindi, in questo caso, non solo di reati di violenza e di omicidio, ma anche di reati di opinione – si tratta di affermare il principio che non possono essere pronunciate parole di odio contro le minoranze. Un principio tanto più necessario in una società come è diventata oggi quella italiana, in cui come dicevo prima sembrano essere saltati degli argini morali, e sembra che tutto possa essere detto impunemente, senza ricevere alcun biasimo – né giuridico, né morale.

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Valerie Taccarelli (Movimento d’Identità Transessuale)

Quando furono promulgate le leggi Scelba e Mancino, esponenti del Movimento Sociale Italiano e di Allenanza Nazionale sostennero che queste due leggi fossero in contrasto non con l’articolo 3, ma con l’articolo 21 della Costituzione, che è l’articolo che garantisce la libertà di pensiero. Ad oggi però nessuno ha richiesto l’intervento della corte costituzionale per la legge Mancino. La corte costituzionale si è invece pronunciata sulla legge Scelba, che fu applicata contro alcuni esponenti del Movimento Sociale Italiano. Durante i processi fu sollevata l’obiezione di anticostituzionalità, ma in due sentenze del 1957 e del 1958 la corte costituzionale rispose che proprio per garantire la libertà di pensiero la costituzione italiana proibisce la riorganizzazione del partito fascista, e che quindi è coerente con la costituzione bandire anche quelle forme di propaganda che potrebbero condurre a tale riorganizzazione.

Secondo queste sentenze della corte costituzionale, quindi, alla base della struttura della nostra costituzione sta un principio classico del liberalismo – affermato per la prima volta alla fine del 1600 dal filosofo britannico John Locke (1632-1704) contro i “papisti”, cioè contro i cattolici –, che è un principio molto semplice secondo il quale per garantire la tolleranza in democrazia è necessario bandire l’intolleranza: non si può insomma essere tolleranti con gli intolleranti. La democrazia liberale non è infatti il regime in cui si può dire tutto e in cui la volontà della maggioranza non ha alcun freno, ma è il regime che pone a proprio fondamento i principi della libertà e dell’uguaglianza, che pone questi principi al di sopra della volontà della maggioranza, che difende questi valori da chi tenta di metterli in discussione attraverso forme di propaganda.

A mio avviso questo principio di Locke è un principio politico che anche il movimento lesbico gay e trans dovrebbe fare suo, e che dovremmo aggiungere come auspicabile motto del movimento: “Fate l’amore, non la guerra”, “siate orgogliosi di essere diversi e antifascisti”, “non siate tolleranti con gli intolleranti”! Perché non si può dialogare politicamente con i neofascisti di casa Pound. Non si può cercare di fare una “leggiucchia” contro l’omofobia – e non contro la transfobia e il razzismo – assieme al PdL e alla Lega. E non ha senso chiedere protezione a coloro che hanno creato quel clima d’odio per le minoranze che è un ottimo terreno di coltura per le violenze omofobiche e transfobiche. Siamo vittime di violenza, ma questo non ci condanna a essere solo vittime di violenza – e non ci esime dalle nostre responsabilità politiche.

Chi si identifica con la vittima, chi si accontenta del ruolo di vittima che oggi i giornali e le tv cuciono addosso a noi lesbiche gay e transessuali, può accontentarsi di supplicare protezione a chiunque, di qualsiasi parte politica faccia parte, di destra o di sinistra, cattolico o laico.

Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa. Fare politica significa non rimanere neutrali ed equidistanti rispetto agli attori politici presenti, ma significa prendere posizione – non in nome del proprio personale interesse, ma in nome di una giustizia che riguarda tutti e tutte. Ad esempio significa difendere i valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo, fare opposizione contro le derive neoautoritarie e razziste di questo governo, e interpretare la difesa di un documento antico ma prezioso come la costituzione – questa resistenza oggi necessaria – non come un gesto di conservazione ma come un gesto di trasformazione volto al futuro.

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Lorenzo Bernini, Valerie Taccarelli e Mirca Vergnano (associazione Evadamo di Torino) al seminario trans organizzato dal coordinamento Sylvia Rivera a Terranova Bracciolini (FI) nel maggio 2008

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24 Responses to Un monito alle vittime dell’emergenza omofobia

  1. Ares il 18 novembre 2009 alle 13:52

    Bernini sono d accordo con lei per il 99,999999%, ma la prego si convinca di essere normale, so che è una sofferenza ammetterlo, purtroppo lo siamo tutti, normali e uguali nella stessa miseria.

  2. Ares il 18 novembre 2009 alle 13:57

    Secondo voi è proponibile una legge che depenalizzi chi si difende da attacchi omofobi ?.
    Così se mi difendo e spacco la faccia ad un agressore non vengo accusato di aver risposto in modo sproporzionato ad una provocazione omofoba.

    Talvolta ci si trattiene dallo spaccare il muso all’avversario, in primis per non sporcarsi di sangue il polsini della camicia e in secundis per non finire in questura, dopo aver accompagnato il malcapitato al pronto soccorso ^__-

  3. véronique vergé il 18 novembre 2009 alle 17:38

    Un articolo molto importante.

  4. gina il 18 novembre 2009 alle 19:27

    bravo:)

  5. Lucio Angelini il 18 novembre 2009 alle 19:39

    Alla base del pregiudizio omofobico, come è noto, sta il cosiddetto istinto di conservazione/riproduzione/espansione della specie, rispetto al quale le pratiche omosessuali (ma anche quelle masturbatorie) sarebbero avvertite come dissipatorie (spreco di seme).

    Sull’opposizione SESSUALITA’ RIPRODUTTIVA e SESSUALITA’ RICREATIVA rimando al post:

    http://lucioangelini.splinder.com/post/11768644/SESSUALIT%C3%80+RIPRODUTTIVASESSUA

    da cui cito la struggente poesia:

    “UNA RISPPOSTA ALLEGRA”

    Madre Natura
    ha già trovato
    una propria
    risposta
    al problema
    mondiale
    del sovraffollamento
    demografico,
    una risposta
    allegra,
    oltretutto:
    una risposta gay…

  6. Ares il 19 novembre 2009 alle 10:45

    @Lucio .. ma sa quanti etero specano seme, procreando..

  7. Lucio Angelini il 19 novembre 2009 alle 12:36

    Va senza dire. Si tratta di pregiudizi ARCAICI. Purtroppo, malgrado la ***sovrabbondanza*** di seme e di seminatori attuale, c’è ancora chi crede che mettere il seme in ano (o, peggio ancora, in profilattico) anziché direttamente in vagina sia disdicevole.

  8. Lucio Angelini il 19 novembre 2009 alle 12:37

    Ooops, colgo con 5 secondi di ritardo il vero senso della battuta. Sì, sì, la mamma dei testadicazzo, per nostra sfortuna, è sempre e COMUNQUE incinta.

  9. francesco pecoraro il 19 novembre 2009 alle 13:50

    certo un po’ di sintesi, una minore dose di auto-compiacimento citatorio, un po’ più di lucidità avrebbe giovato a questa lenzuolata.
    esiste un allarme DESTRA e dato che la destra è (ufficialmente) omofoba esiste di conseguenza un’emergenza omofobia.
    occorre rilanciare il tema complessivo dei diritti civili come tema politico.
    il punto è che nessuna forza politica di quelle che oggi siedono in parlamento ha la minima intenzione di accollarsi una battaglia del genere: andrebbe contro la destra basica che oggi alberga nelle menti della maggioranza degli elettori, sia di destra che di “sinistra”.
    per quanto mi riguarda sono disposto a dare il mio voto in futuro solo a chi ha un programma politico di allargamento dei diritti civili, ivi compresa la fecondazione assistita, l’eutanasia, eccetera.
    mi pare l’unico modo oggi rimasto di essere “di sinistra” in questo paese.

    • jan reister il 19 novembre 2009 alle 14:15

      francesco pecoraro scrive:

      certo un po’ di sintesi, una minore dose di auto-compiacimento citatorio, un po’ più di lucidità avrebbe giovato a questa lenzuolata.

      Il testo è stato pensato per una conferenza e risente dei modi dell’esposizione orale, della comunicazione verbale e corporea, delle pause. E’ il suo fascino ed il suo limite. In forma scritta è senz’altro molto lungo e si rischia che molti non arrivino in fondo. Ne ho parlato con Lorenzo che ha trovato le fotografie molto belle di Lina Pallotta, usate per muovere il testo, ed ha fatto qualche taglio. Volevo comunque fare uscire il testo in breve tempo, senza chiedere a Lorenzo di riscriverlo da capo.

      Per il resto d’accordissimo con te, sulla politica dei diritti civili. L’emergenza omofobia esiste, ma se gli allarmi seguono schemi emotivi ripetuti, essi rischiano di ammansirci, di farci reagire sempre nello stesso modo:
      allarme: alta tensione emotiva, timore, entusiasmo
      risposta: conforto emotivo, ricerca dei simili, solidarietà
      quiete: riposo, accumulo di energia, tenattivo di vita normale fino al prossimo allarme.
      Mi piace di questo articolo l’esigenza di diversità, di reazione attiva, di rottura e di dovere politico al fastidio, perché la violenza sulle donne non si combatte facendo le brave donne di casa, le cacce al trans ed i pestaggi ai gay non si fanno smettere dando poco nell’occhio, con la discrezione, rispettando il decoro ed il bon ton.

  10. Ares il 19 novembre 2009 alle 16:09

    Il buon gusto, l’equilibrio, la sobrietà e una dialettica non scontata ma semplice, diretta, ferma, sono le caratteristiche principali che bisogna avere, se si vuole essere ascoltati, altrimenti si apre un confronto diretto, come accade spesso quando si assiste a dibattiti televisivi, non fruttuoso fatto di contraposizioni, fatto di perdite di argomenti(spesso no si hanno), spesso e si “abocca” facilmente alle provocazioni, si danno per scontati passaggi logici fondamentali, e si da il pretesto per essere considerati anomali, differenti, disuguali nella sostanza, incapaci di contrapporsi con equilibrio.

    Continuare a ribadire la propria diversita “formale”( il proprio essere queer sembra in questo post quasi un identità), genera contrapposizione ancor prima di partire con qualsiasi discussione.

    Essere queer vuol dire essere critici verso l’identità formulata su un dettaglio su un singolo aspetto di una persona, non l’affermazione di un’identità.

    p.s. poi cominciamo a pensarci come un movimento politico di uomini e donne di qiualsiasi orientamento sessuale. Invece di andare in piazza sempre divisi per genere.

  11. Fabio Pellegatta il 19 novembre 2009 alle 16:50

    ciao Lorenzo
    ciao a tutt*

    quanto sollevi nel tuo articolo, che condivido totalmente, rappresenta uno dei problemi più importanti per chi, come noi, si trova giornalmente a lottare in questa società, in questo Nostro Movimento.
    La riflessione sulle Istanze Originarie, sul potere “eversivo” che i vari Movimenti, femminista, gay….hanno portato con se come germe “Costituente” del loro nascere, rischia di essere perso proprio per quel spostamento dell’analisi del problema che il “sistema” magistralmente stà operando.
    Chi come noi si interfaccia con la cultura “nuova” dei nuovi adepti del Movimento GLBTQ****, si rende conto della posizione mentale e culturale “spostata” e “lontana” dal “primum movens” del Movimento stesso.
    Ricordare che dare dei diritti a dei fantasmi non serve a niente. Ricordare che proteggere dei fantasmi sociali non serve a niente, credo, sia uno dei compiti più importanti da portare avanti, anche all’interno di questo gruppo, e di questa nostra azione.
    un abbraccio
    Fabio

  12. francesco pecoraro il 19 novembre 2009 alle 18:46

    Io dico questo.
    Bollate come ideologiche («ideologico» è insulto, come «comunista») tutte le ipotesi di trasformazione, radicale o parziale, rivoluzionaria o graduale.
    Fatta fuori ogni istanza di allargamento dei diritti civili, cosa resta alla politica se non una triste gestione economica del presente?
    Cosa ci rimane da fare, da vivere, se non uno spegnimento progressivo di massa, un annegamento nelle merci fino alla prossima crisi?
    La sinistra così detta antagonista si è dis-interessata dei diritti civili per buttarsi piuttosto sull’ambientalismo.
    Persino i radicali nostrani li hanno abbandonati.
    Invece è da lì che bisogna ripartire, con intransigenza, chiarezza, violenza verbale.

  13. paolo hutter il 19 novembre 2009 alle 19:40

    complimenti al lavoro di Lorenzo che si è sforzato di dare respiro e informazioni culturali e non solo sue opinioni..
    Personalmente sono scettico rispetto alla emergenza omofobia, anche se certi episodi romani sono stati molto evidenti. Ma statisticamente non mi sembra ci siano prove certe di un aumento delle aggressioni fisiche ai gay…gridare al lupo al lupo può essere quasi controproducente.

  14. Diego il 20 novembre 2009 alle 11:05

    Ciao Lorenz!
    Grazie del bellissimo articolo che rispecchia a pieno anche le mie convinzioni. Fa sempre bene leggere in parole scritte da altri quello per cui lotti quotidianamente.
    Pure io ritengo che oggi sia inutile porsi con un atteggiamento da povere vittime rispetto alle violenze subite. Ritengo altresì necessario continuare a portare avanti con forza una lotta per un una democrazia basata sull’uguaglianza. Uguaglianza che non sia, come scriveva Zagrebelsky, omologazione. Continuando a lottare insieme a tutt@ coloro che si battono per un diritto di “originalità” rispetto alla massa e trasformando mediante azioni concrete le condizioni sociali e culturali del nostro paese, penso potremo davvero resistere e cambiare il clima anti-culturale che stiamo vivendo.

  15. lorenzo bernini il 20 novembre 2009 alle 16:32

    Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere questo mio contributo, e a chi lo ha commentato. Un caro saluto a Jan e un abbraccio ai miei amici Fabio, Paolo e Diego.

    Oggi, 20 novembre, è il Tdor (Transgender day of remembrance): la giornata in cui la comunità trans ricorda le persone transessuali uccise per odio transfobico. Sono molte le iniziative organizzate in tutta Italia.
    E proprio oggi è stata trovata uccisa Brenda, una delle transessuali coinvolte nel “caso Marrazzo”: http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/marrazzo-spiato-1/morta-brenda/morta-brenda.html

    In questa Italia violenta e bacchettona, ho scelto di accompagnare il testo con queste belle foto di Lina Pallotta per mostrare quanto sono orgoglioso delle persone transessuali di cui sono amico.
    @Ares, le ha guardate bene quelle foto?
    No, non siamo affatto “normali”: noi siamo FAVOLOSE!

    @francesco pecoraro: scusi se la tedio ancora con quello che lei chiama “auto-compiacimento citatorio”, ma per le questioni che pone mi permetto di suggerirle la lettura dei saggi di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, che mettono a tema il concetto gramsciano di “egemonia” della sinistra e rideclinano lo stesso concetto di “sinistra” nella categoria di “democrazia radicale”. Anche se nel testo non nomino questi due autori, il loro pensiero costituisce lo sfondo del mio intervento.

  16. maria (v) il 20 novembre 2009 alle 16:59

    grazie a te, lorenzo, è proprio vero quello che dici: voi siete FAVOLOSE!
    con ammirazione

  17. Ares il 20 novembre 2009 alle 17:21

    Si, si certo ^__^

  18. gina il 20 novembre 2009 alle 19:17

    ne approfitto: take back the night per chi può/vuole

  19. L. Tedoldi il 21 novembre 2009 alle 17:15

    Ottimo intervento, una sorta di oasi nel deserto culturale e morale italiano. Per indicare cosa intendo cito, dal sito di Daniele Sensi, l’idiozia dei leghisti-ultras del crocifisso.
    “Trasmissione dei Giovani padani. Mentre i ragazzi in studio assicurano che “gli uomini della Lega non vanno con i trans perché a noi piacciono le donne” (quasi ai livelli di Ahmadinejad: “In Iran non ci sono gay”), ché “andare coi travoni” è “roba da cani” ed i transgender andrebbero chiamati “bestie”, l’unica donna del gruppo non si dà pace, e sconsolata si chiede: “Ma perché gli uomini ci vanno? Cos’ha un trans che una donna non ha?”… ” Vox populi. Voce di chi fa bruciare certi monolocali.

  20. francesco pecoraro il 21 novembre 2009 alle 18:37

    ohibò bernini, mi dà del lei?
    pubblicare significa anche andare incontro a qualche critica.
    non me ne voglia.
    la questione è così importante che io l’avrei presa più di petto.

  21. lorenzo bernini il 23 novembre 2009 alle 12:05

    @fracesco pecoraro
    certo, le critiche sono non solo bene accette, ma anche necessarie. e credo possano esserlo anche le giustificazioni: il testo è ricco di rifementi teorici e storici perché era destinato a studenti e studentesse della mia università (iscritti a facoltà differenti: lettere e filosofia, giurisprudenza, facoltà scientifiche) e a giovani che si affacciano per la prima volta alla politica (nel movimento lgt e alla politica in generale). mi sembrava importante non soltanto esporre il mio punto di vista ma anche offrire ulteriori spunti di riflessione e possibilità di approfondimento – qualcuno dopo la lezione mi ha chiesto riferimenti bibliografici.

    E ti ho dato del lei perché ha iniziato Ares!

  22. lorenzo bernini il 23 novembre 2009 alle 12:13

    @L. Tedoldi
    Grazie.
    La tragedia è che non soltanto i maschi leghisti, ma anche illustri intellettuali femministe ospiti in trasmissioni televisive hanno interpretato il desiderio degli uomini per le donne trans come un segno della crisi dell’identità maschile davanti all’avvento di quella che chiamano “signoria femminile”, e hanno liquidato il comportamento di Marrazzo come conseguenza di una sua presunta omosessualità repressa…

  23. LaFatwaIgnorante il 25 novembre 2009 alle 16:05

    “Ma fare politica non è supplicare protezione – è un’altra cosa”. Fare politica significa essere presenti. Ahmadinejad dice: “In Iran non ci sono gay”. E in Italia dove siamo? E dove sono le donne lesbiche? E le persone transessuali, tanto più adesso? Le tue parole non sono sempre corrette (vedi l’analisi su Stonewall che fu ‘figlio’ della guerra in Vietnam molto più che dei tacchi a spillo). Per me manca un’indicazione pratica e concreta su come coinvolgere in massa le persone glt. Il tuo testo mi apparire quindi favoloso come Mina quando cantava ‘Parole, parole, parole’. Un classico.



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