Cepollaro alla festa indiana

28 maggio 2010
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Appunti per La ricerca del vocabolario perduto

di Biagio Cepollaro

Un vocabolario si può provare di volta in volta a condividere: una categoria critica se si vuole condividere deve essere mostrata nei luoghi in cui concretamente funziona, rilevando le sue virtù interpretative o valutative. Il vocabolario comune non è tanto da intendersi, a mio avviso, come una classificazione terminologica condivisa, quanto come la comprensione che rendiamo possibile al nostro interlocutore delle nostre effettive strategie di lettura.

Bisogna fare attenzione, secondo me, a non ipostatizzare un termine critico che in una precisa circostanza di lettura è risultato utile. Se utilizzo quel termine in circostanze apparentemente simili non vi sarà più utilità. Esempio: ‘sperimentale’, ‘tradizionale’, ‘espressionista’ etc etc. Scrivere oggi deformando l’aspetto lessicale o grammaticale non vuol dire per forza realizzare testi sperimentali: può voler dire il contrario e cioè fare dell’accademia. Scrivere oggi accentuando gli aspetti violentemente crudi di alcuni soggetti non vuol dire fare dell’espressionismo ma può voler dire semplicemente ripetere una maniera.

Nel leggere, oggi, provo ad esser particolarmente sensibile alla concretezza, alla specificità, all’unicità del testo poetico che ho di fronte. Anche perché oggi sono venute meno, insieme a gran parte del dibattito letterario anche quelle differenze a monte che erano le poetiche e i relativi conflitti.

Anni fa ero più sensibile alle tendenze, cioè a ciò che soprattutto accomunava i testi tra loro, quasi corollari di un assioma iniziale. Le tendenze veicolavano anche vere e proprie ideologie. E dunque il confronto era piuttosto aspro.

Oggi sono quasi irritato da eventuali presentazioni che incapsulano quel testo specifico in etichette, schematismi, e altre forme pregiudiziali di pre-comprensione.

Sterili mi sembrano gli accorpamenti, i raggruppamenti, la ricerca delle somiglianze superficiali e delle differenze: ciò che conta non è giungere ad una definizione (peraltro impossibile) di una poesia ma ad una lettura di quella poesia che sia davvero una lettura, la restituzione cioè di un’esperienza estetica legata a quella poesia. Una lettura che si articoli lungo gli snodi specifici e propri di quella poesia.

L’analisi viene dopo, all’inizio vi è un processo che è insieme cognitivo ed emotivo: è l’esperienza estetica della lettura.

Il senso di un testo poetico è latente e insieme inesauribile.

Tale latenza risuonerà in me, in parte evidenziandosi, nei limiti dell’esperienza che ho fin qui della vita e di altri testi.

Credo che la poesia non chieda lettori bulimici e chiassosi ma lettori sottili.

Intendo non perdere questo spessore emotivo che accompagna quello cognitivo, intendo approfondire l’esperienza estetica non sterilizzarla per un presunto rigore scientifico.

La prospettiva dell’autore-critico, se si può dir così, mi fa dire che l’atto critico mi nasce come desiderio di lettura, all’interno dell’atto di lettura, come intensificazione dell’atto di lettura. La lettura critica per me è cercare di capire analiticamente perché mi piace o non mi piace ciò che con atto intuitivo e sintetico ritengo appunto mi piaccia o non mi piaccia.

La lettura critica è una sorta di cammino a ritroso ed esplicativo dell’esperienza estetica della lettura del testo poetico.

Credo che un autore legga per nutrirsi e metabolizzare: il contesto della sua lettura critica sarà prossimo al contesto del suo lavoro: sia per ampliarne le dimensioni, sia per limitarne per contrasto le caratteristiche. Questo contesto coincide con l’aspetto più evidentemente soggettivo della sua lettura ma in compenso la sua lettura, sensibile ai modi concreti, esperiti, di fare poesia, sarà più prossima al testo e, per così dire, alla sua pragmatica.

Leggo soprattutto i testi che sento affini per scoprire in quanti possibili modi è declinabile un certo atteggiamento compositivo che condivido. Ma leggo anche i testi che non sento affini per cercare di capire le ragioni della mia distanza e talvolta della mia irritazione. Entrambe le cose sono utili.

Dalla prospettiva dell’autore-critico percepisco il testo come un manufatto. Qualcosa che letteralmente qualcuno ha fatto in un certo modo producendo un certo effetto. Sono particolarmente sensibile di conseguenza ai materiali, alle procedure di montaggio, per così dire, e a tutti gli accorgimenti stilistici e retorici che concorrono a produrre un determinato effetto ai miei occhi.

Leggere per me è lasciare risuonare un testo. Ma sono io nella lettura che ne sollecito gli aspetti perché l’incontro avvenga, perché la latenza del testo possa risuonare in me. La mia attenzione è rivolta sempre ad alcuni aspetti: è lo stile della mia lettura ed il portato della mia esperienza sia di facitore che di lettore.

Mi accorgo di compiere quasi sempre tre mosse:

1) Osservo l’aspetto grafico del testo.

Ancor prima di leggere un verso una prima indicazione mi viene data dalla disposizione grafica dei versi. Se non si tratta della struttura strofica tradizionale, sarà decisivo il gremito o il rado, la lunghezza orizzontale del verso o la verticalizzazione del versicolo. In ogni caso il bianco che dialoga col nero, il vuoto col pieno, il silenzio con la parola. Da quando l’oralità primaria è stata condizionata dalla stampa è inevitabile questa dimensione grafica della poesia, anche senza riferirsi alla poesia visiva o concreta. Da questa prima mossa mi giungono notizie circa la tendenza all’ordine o al disordine, circa l’esistenza di simmetrie o non simmetrie. Il cosa dire mi viene anticipato da questo come.

2) Ascolto mentalmente o recitando ad alta voce i versi per evidenziarne l’aspetto fono-ritmico.

Il senso mi si ricompone a partire dalle relazioni tra i suoni. Inseguo le ripetizioni, le costanze, le opposizioni, le varianti e trovo che le relazioni tra suoni sono già indicazioni di senso imprevisto. Il senso della poesia, soprattutto moderna e contemporanea,  scorre al di sotto della superficie sintattica. Al di sotto di quella superficie vi è il suono. Vi sono le relazioni che il suono crea.

3) Indirizzato dal visivo e dal sonoro giungo al semantico.

Il lessico, l’immagine, le implicazioni dei i registri. I modi come le immagini si richiamano, i campi semantici che si profilano, le ipotesi e le conferme. Attraverso i significati e le loro relazioni, implicazioni, le gerarchie che stabiliscono, le insistenze e le ripetizioni, le simmetrie e le opposizioni, si profila il senso.

A volte le caratteristiche del testo poetico pongono in rilievo uno dei tre aspetti e una delle tre mosse diventa di conseguenza più o meno predominante.

I materiali

Ho raccolto nel 2004 e ristampato on line su www.cepollaro.it i saggi inizialmente in cartaceo in un e-book dal titolo Perché i poeti? Saggi e interventi sulla poesia italiana alla fine del millennio (1986-2001). Nel 2007 in un e-book ho raccolto tutti gli scritti critici, le letture realizzate direttamente sulla rete, magari a partire da scritti poetici inediti in cartaceo: Incontri con la poesia. Quattro anni di letture critiche on line, 2003-2007.

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2 Responses to Cepollaro alla festa indiana

  1. francesco pecoraro il 29 maggio 2010 alle 09:15

    ubi est cepollaro ibi non est pecoraro

  2. ciccio il 3 giugno 2010 alle 01:38

    Ua’… e perché…?? state appiccicati??



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