biocarcerazione epatica (ceb-ctf: la vergogna dell’attesa)

21 luglio 2010
Pubblicato da

di Fabio Rocco Oliva

“un cervello morto essendo un corpo morto e un punto di partenza”

Il filo spinato e sotto il muro e sotto ancora l’asfalto del cortile e la guancia sinistra di Nunziata schiacciata all’asfalto:

– Visplane karistoghi Visplane efteroghi –

Urla : la guancia sinistra di Nunziata attaccata all’asfalto sotto un pezzo di muro bianco sotto il filo spinato e più in alto le finestre e le case e le voci della gente del quartiere atterrita poi scivolare per le scale e piedi e grida spingendosi e spalancandosi le porte – turiamicu, riuzut testeru, turiamicu – le urla, e nel traffico tra le automobili e gas, l’ambulanza è nel cortile perché la barella tra la gente è facce e poi asfalto a piccole pietre e tutti in cerchio senza toccare lei, Nunziata, telefonando agli altri e poi sporgendo gli occhi verso lei – riuzit remut andur, remut riuzit andur – urla strazianti e feroci frastuonare venendo iniettate gocce di valium che distendere i muscoli spastici e infilata nell’utero dell’ambulanza con sirena ad orgasmo e Carmela Blundo seduta di fianco a lei che è distesa sulla barella – Nunziata : fissare l’infermiere e Carmela Blundo che saltando nell’ambulanza per starle vicino con gli occhi di tutte addosso (l’invidia dell’aiuto): lei è gialla, d’un giallo mucoso e ha la pancia gonfia distesa sulla barella.


“Di un cervello – morto – gli organi finendo per essere cibo per vermi (tutto al più cenere). Spreco organico”.

E il letto d’ospedale che avendo ferro sopra i piedi e tabelle e numeri con mani sudate sulla superficie del ferro a far muovere le dita come su tamburi (tabelle per controllare l’organigramma della febbre), le facce in cerchio dei quartieranti che urlando e sorridendo e mandare baci che le mani – il palmo – scivolando sulla mano di lei – Nunziata – io Nunziata, bella io – sorriso d’incoscienza e Vincenzo Scatola che subito che carezzandole la fronte altagialla e le sorride e che poi via vai di gente del vicinato (Nunziata ringrazia con sorrisi e piscia nel letto davanti a tutti come un cane per la gioia)

– Burnidu karistò, om alla sannamà –

e tutti lì rinchiudendosi nella camera d’ospedale di lei che è giardino di mattonelle e flebo e sacca a raccogliere bile e geometrico agli occhi di lei assuefatti al mostro di lui: la camera d’ospedale di letti e numeri anonimi e isterici (la maledetta abitudine, ora è il suo giardino fiorito e la sua casa da pulire) – manu gutri romeno diuti, io Nunziata, bella io – e sorridendo che Pina Cozzolino le tende le braccia al collo strofinandosi il naso all’orecchio di lei che gialla-mucosa girando gli occhi nevrotici: soffitto, mattonelle, gente, camici bianchi, gialli (sorridendo d’ebete).

“un cervello morto essendo che nulla di più – o peggio, qualcosa – che sette-otto possibilità di vita altra ad altro da sé”

Essendo un corridoio di pareti grigie e calde e mattonelle che hanno l’azzurro e il grigio scuro, c’è un sedia ad un finestra (Nunziata ci soffia addosso le corde vocali) – ma laki infra moeri ma laki – la mano di un infermiere sulla spalla di lei nel non-tempo del corridoio nel non-tempo delle mattonelle, nel non-tempo delle vestaglie degli ammalati e degli infermieri: poi: correndo in un campo di calcio e che c’è da tirare un rigore e chiudendo gli occhi alla polvere che stramazza le narici e allora affondare nella terra tra la polvere e di corsa via, l’ambulanza, ma nulla potendo fermare la morte che arrivare strappando rapida tutto e le mani del dottore che prendendo il fegato dal corpo di lui (sedici anni) che gli amichetti piangono sul campo di calcio tra la polvere con un fascio di fiori e una foto di lui e quel fegato molleggiando tra le dite del dottore e Nunziata – maragoti inobatu? – e tutto il vicinato che accarezza lei, perché un orfano (accumulo insensato di organi, un cervello altro e non-morto) figliato da un intero quartiere della periferia di Napoli presso Acerra che schiacciando le mani contro le mani e vegliare perché l’attesa scivolando via costruendosi in un fegato molliccio nelle mani di un chirurgo e tutto il maternato vicinato di lei è gioia per un fegato di un giovane che è affondato in un campo di calcio della periferia, presso Pozzuoli.

“la morte essendo insopportabile e necessaria”

E tra le mani del chirurgo il fegato e il vicinato di Nunziata e Nunziata felici per l’arrivo del fegato e la mamma del sedicenne è testa attaccata al marmo nel cimitero fissando gli occhi di lui nella fotografia a colori sul marmo – preso il fegato tra le mani (il dottore) e inviato per esame istologico – il vicinato che sospirando tira su e giù il cuore attraverso gli organi per l’incontrollabile gioia e attesa della sentenza mentre Nunziata gialla come una rosa – yimet, huck han himet! – sospirando si siede in corridoio e la finestra incorniciando lei (dall’altro lato della finestra, vedere lei dal basso verso l’alto) l’attesa immobile di non-tempo e non-pensiero e solo un albero grosso – e il fegato tra l’istologia asettica – e l’albero grosso che pieno di foglie regalando ombra al prato quattro metri sotto e attraverso le foglie il sole e i raggi e il calore invadendo le spalle e il collo di Nunziata – han den nur, han den nur – che allungando una mano che scivola lungo il vetro per toccare l’ombra dell’albero – attesa, ancora attesa e non può toccare le foglie dell’albero al di là del vetro. Ed essendo solo un leggero calore sul viso giallo di lei come una patata, l’effetto piacevole dei raggi del sole. Affanno aritmico e occhi schizzati aperti nel non-spazio e non-tempo, età incomprensibile di lei. Sedici anni e il fegato invaso da tumori di lui, il rigore abortito nel tonfo, metastasi invadendo gli organi: un fegato di sedici anni coperto di tumori non essendo altro che passatempo per vermi e non-possibilità di vita per Nunziata. E così

Diciotto mesi.     Attesa.      Diciotto mesi.     Attesa.

E Nunziata è ancora nel non-tempo e nel non-spazio seduta in corridoio di mattonelle e pareti chiuse schiacciando l’estensione del cervello di lei, (e il vicinato ogni giorno a visitarla a turno e a pulirle i liquidi che perde tra lenzuola bianche con ricami rosa) e degli altri fegati malati che devono morire aspettando.

Poi ancora l’attesa di Nunziata prigioniero di organi si dilata: ed è estate, il vicinato maternato di lei è in vacanza al mare – è sola, ora, figlia degli ammalati – e uno le regala un girasole – galleggiando per il corridoio e le flebo strofinando le dita nel naso

L’autunno arrivando ancora una volta e Nunziata

ancora appesa alla finestra da venti mesi ormai contemplando albero e ombra e parlando al girasole posato tra le cosce:

io Nunziata, bella io!
Io Nunziata, bella io!
Materepatòr,
mestrue eposcòr.
Materepatòr,
motrem epascòr:
uretrés uretrès
mestrue uretrés.
Efteristò
Materepatòr,
ulciscòr
materepatòr.
Io Nunziata, bella io!
Io Nunziata, bella io!

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45 Responses to biocarcerazione epatica (ceb-ctf: la vergogna dell’attesa)

  1. Ares il 21 luglio 2010 alle 11:47

    .. mi è venuto mal di testa..

  2. laura il 21 luglio 2010 alle 12:33

    è tutto veramente toccante…raccapricciante…”non-tempo e nel non-spazio”

  3. Daniele il 21 luglio 2010 alle 14:28

    bello, ma soprattutto originale. personalmente più del contenuto angosciante mi ha colpito il lavoro di sintassi. mi sembra rendano bene la situazione di caos sia fisico ke mentale ke troviamo in ogni punto del racconto, dalla tragedia iniziale di nunziata, alla folla, a napoli, al mondo.
    bellissime le parole di nunziata alla fine: io nunziata, bella io

  4. Ares il 21 luglio 2010 alle 14:51

    Si, molto caos.. tutto troppo uguale..

    ..e i momenti di angoscante solitudine, dove stanno?..

    .. dove non senti nulla, tutto è fermo, slegato.. lontano.. da te e dalla tua tragedia..

    .. e il grido sordo, inascoltato ?

    .. è tutto troppo uguale, alla fine viene un gran mal di testa.

  5. Lupus il 21 luglio 2010 alle 16:16

    Racconto impegnativo, forse troppo. Credo che venga richiesto al lettore uno “sforzo di dolore” incompatibile con la soddisfazione che può nascere dalla lettura. Nel senso che forse vorrebbe essere un modo per “sentire la malattia e il dolore” per mezzo della malattia e del dolore stesso, senza, in genere, alcuna mediazione linguistica razionalmente indirizzata a descrivere una data situazione di malattia e di dolore. Vorrebbero essere, quelle del testo, parole malate nel vero senso della parola e in tutto e per tutto. E proprio qui nasce l’immenso sforzo richiesto al lettore: ammalarsi totalmente, a suo modo, nell’arco dei 5 minuti di lettura del racconto. Il fatto che faccia venire il mal di testa a qualcuno potrebbe, secondo quest’ottica, essere un vero e proprio traguardo, senza dubbio. C’è da dire, però, che non è molto difficile far venire mal di testa attraverso una massiccia disarticolazione del testo; leggere le prime frasi scritte dai bambini può far venir mal di testa. E’ questo il grande rischio che corre un tale stile (estremo) di scrittura: non riuscire ad essere mandato giù. In fondo cerchiamo di correggere i bambini che scrivono in modi assurdi, quando seguono più quello che sentono al momento che un intento comunicativo vero e proprio, questo è vero ed è civiltà. Ma trovo anche vero che in quelle frasi sconnesse e “da far venir il mal di testa” dei bambini ci sia scritto sempre più di quanto pensiamo ci sia scritto. Ed è per tale motivo che questo racconto in definitiva mi piace, anche se lavorerei ancora molto sulla “resa comunicativa”. E’ davvero possibile convincere il lettore ad ammalarsi totalmente per cinque minuti? O, in generale, convincerlo a entrare a condizioni tanto difficili in un testo scritto? Personalmente credo di sì, occorre soltanto dargli qualcosina in più.

  6. Andrea il 21 luglio 2010 alle 16:29

    emotnal e molto potente! Non hai letto qualcosa di simile in un istante. Grazie

  7. Ares il 21 luglio 2010 alle 18:49

    @Lupus

    Ah! gran bel traguardo davvero farmi venire il mal di testa, complimentoni davvero.

    ..guarda, ti concedo il fatto che questo pezzo possa essere ascoltato provando una certo turbamento.. ma chi legge deve avere le contro pal.. i contro cogl… insomma mi hai capito, il lettore deve essere molto bravo..

    ..non voglio neanche pensarci , leggere più di una paginetta di questo calibro.. mai!!

  8. Chiara il 21 luglio 2010 alle 19:45

    Leggendo questo racconto è come se fossi stata portata a guardare delle immagini …immagini naturalmente dolorose , immagini che scorrono velocemente in contrapposizione al “non tempo”…. questo racconto per me assume un significato di denuncia a quella che è la realtà del sistema sanitario regionale e , alla società … ma la cosà più forte è di come dalla tecnica originale spicchi fuori inevitabilmente e miracolosamente un emozione….la rabbia.

  9. Marmeladov il 21 luglio 2010 alle 20:30

    Però: (al di là del mal di testa che può provocarlo anche il GrandeFratello nel senso che il “mal di testa” è anti-ideologico) quello che sconforta è la difficoltà di accettare che per godere di qualcosa di “artistico” è necessario (anche) un po’ di sforzo; suvvia non facciamo nulla (di impegnativo intellettualmente) per tutto il giorno, la cultura la subiamo passivamente immobili-imbambolati senza domande!

    ma questa è la grande contraddizione di internet: la velocità e il “rizoma” perdono in profondità, saltelliamo di qua e di là, facciamo “cultura” (ma del link) senza coltivare e pretendiamo che i fiori si impongano a noi nella pausa pranzo e dopo aver consultato wikipedia e la repubblica on-line!

    è chiaro che questa non è narrazione, è performance! non è “significato” ma “significante”!

    la letteratura non è (e non deve essere) soltanto questa… ma sono esperienze che possiamo di tanto in tanto concederci…

  10. Amed il 21 luglio 2010 alle 21:44

    Complimenti, lo stile è originale e il testo colpisce e commuove.

  11. bianca centofanti gentilini il 21 luglio 2010 alle 22:33

    non sempre accettiamo la sofferenza,molti guardano altrove,queste pagine mi hanno fatto vivere la scena,mi sembrava di vedere i personaggi ,sentivo il dolore ma anche una grande rassegnazione,questa è vita vera la vedi la vivi la senti,ti entra nell’anima e ti travolge e allo stesso tempo vedi tutto con più chiarezza,il dolore è dolore non lo puoi quantificare resta dentro di te. GRAZIE per questa lezione di vita

  12. stefania il 21 luglio 2010 alle 23:51

    Stile nuovo,ritmo veloce che travolge il lettore lasciando il tempo a riflessioni. Complimenti!

  13. sergio il 22 luglio 2010 alle 09:24

    Adeguarsi,conformarsi,coerenza è questo che oggi rende l’uomo più attento a qualsiasi problematica.Una società malata va descritta con una “parola malata” in BIOCARCERAZIONE EPATICA è voluta la disarticolazione sintattica per conformarsi, adeguarsi essere coerenti e attrarre con più profondità l’attenzione del lettore .Oliva ci è riuscito alla grande perchè alle fine della lettura quella disarticolazione è diventata chiarezza e la problematica descritta più penetrante. Cosa può chiedere di più uno scrittore?.Non credo sia stato facile predisporsi alla lettura del brano ma una volta adeguatosi la lettura è filata liscia e leggera.Gli avvenimenti le azioni il significato si sono ricomposti in modo logico.

  14. marianna il 22 luglio 2010 alle 12:58

    il racconto rispecchia il caos e il disagio che ognuno di noi vive in questa assurda società. Trovo interessante la scrittura disconnessa ed adeguata alla problematica del racconto. Non si può descrivere un disagio con un linguaggio strutturato, occorre destrutturare la lingua, la sua sintassi. Ammetto che non è semplice una tale lettura, non puoi distenderti, rilassarti, ma tutto il tuo corpo, la tua mente è preda dell’angoscia e disperazione! Non ti viene il mal di testa,( allora se si legge o si ascolta Artaud ? ) ma rifletti; la cultura deve anche far male per scuotere le coscienze e dare un senso e significato a tutto ciò che ci circonda e ci attraversa! Grazie Fabio per le struggenti parole….

  15. samael il 22 luglio 2010 alle 13:44

    Di certo non per tutti , ma di sicuro di grande qualità.

  16. isabel il 22 luglio 2010 alle 18:15

    Fresco, nuovo e avvincente lo stile di questo racconto incisivo. Ti butta dentro la realtà, ti ci scaraventa violentemente e così la soffri, la godi, ma mai l’ammiri da fuori, mai da spettatore semiassente.
    Un’esperienza.

  17. Lorena il 22 luglio 2010 alle 18:16

    Bellissimoooooo! Da un po’ non leggevo niente che avesse qualcosa di “nuovo”. A me questo racconto è sembrato un esperimento. Una ricerca di un proprio stile.
    Molto valido.

  18. Ares il 22 luglio 2010 alle 18:32

    .. è troppo tutto uguale..

    è forse questo che fa dire a qualcuno che è “performance”..anche se la cosa non la condivido fino in fondo.. non è solo perfonmance.. no

    Sull’originalità dello stile, qualcuno la definirebbe una “scrittura selvaggia”, che in alcuni corsi di scrittura “creativa” è il punto dal quale partire, e non di arrivo, per scrivere.

    Ci sono esempi anche piu’ estremi di destrutturazione della lingua, uno su tutti Giovanni Testori e il suo “Factum Est” (1981).

    Comunque consigno ad Oliva di proporre il testo ad un attore bravo, che legga ad alta voce, a volte puo’ essere utile per non incappare nel caos.

    .. oddio!! l’attore come mezzo salvifico da caos ?!.. che sto’ dicendo? ^__-

  19. piku il 22 luglio 2010 alle 18:32

    Non sono un’esperta ma questo racconto è speciale.
    Non ha sintassi ma allo stesso tempo è sintassi allo stato puro (intesa in senso etimologico di “syn” e “taxi”). I gerundi ti tengono lì con il fiato sospeso, la sequenza è veloce e implacabile come lo sono il tempo e la realtà.
    Mi piace perché non è prevedibile e questo è veramente un difficilissimo (e parlo di Mari, di Longo… ma anche dell’ultimo Bariccoechepizzaoh). L’autore tiene i fili o li lascia? C’è Faulkner, c’è Joyce e c’è dentro Napoli, ma anche questa o quell’altra metropoli.
    Però, ovviamente, non ci basta.
    Rocco, devi continuare.

  20. Karolina il 22 luglio 2010 alle 18:55

    Molto originale. Sicuramente richiede un po di sforzo di mettersi in situazione presentata d’ autore ma vale la pena. Complimenti per lautore e tanti auguri per i prossimi lavori!

  21. CEPPONE il 22 luglio 2010 alle 20:36

    Originale …..pero’ come stile forse e’ un po’ difficile da accettare per molti lettori……bisogna leggerlo piu’ volte ….storia di sofferenza e dolore che viviamo quotidianamente nella NOSTRA SANITA’….

  22. Daniele Annunziata il 22 luglio 2010 alle 20:42

    Fabio…i tuoi scritti sono come al solito Incisivi e toccanti…riescono a ferire…pura emozione.
    Te l’ho sempre detto…sei bravo…non ho altri termini.
    Daniele

  23. Hannibal il 23 luglio 2010 alle 00:45

    Dove la scrittura rende l’immagine e le parole il discorso. Dove le parole illuminano, la comprensione è oscurata, il testo una pioggia su lamiera. Non c’è da capire nulla, dice. Tutto è compreso (e con doppia esse tutto è compresso) nell’istante vivo, sovraesposto, crudo pane del dolore. Lievito di pazienza. Forno della nostra morte cerebrale, saltellando le sinapsi come girini in un letto d’ospedale, le parole pure. Inutile il complimento. Da tempo seguo Fabio, la forma del suo pensiero.
    Hannibal

  24. fabio rocco oliva il 23 luglio 2010 alle 01:27

    “il lettore deve essere molto bravo”. È vero quello che dice Ares. Ma non solo. Nella lettura c’è bisogno di uno sforzo per comprendere quello che è in superficie. La stessa dinamica accade anche nella realtà. Partecipiamo ad un evento, ne cogliamo la scorza. Poi accade qualcosa. Una scelta. Una volontà di sapere. Allora si cerca di bucare la superficie. È uno sforzo, una fatica. Ma non credo che scegliere la via più comoda si riveli sempre soddisfacente. Si dice spesso che le ideologie sono morte e ben venga. Non c’è bisogno di piangere troppo per questa perdita. Nonostante ciò io credo fermamente che la letteratura sia uno strumento civile e politico fondamentale. Allora la letteratura può e deve stimolare. Se poi vengono i mal di testa oppure ci si annoia e si decide di leggere qualcosa di più facilmente fruibile, è un atteggiamento legittimo e comprensibile. Ma che si sia coscienti anche che ciò non è altro che lo specchio di un dilagante abbandono alla superficialità. Ci si informa velocemente, ci si scrive velocemente, si legge velocemente e si analizza il reale allo stesso modo. Pratico e confortevole. Ma siamo sicuri che funzioni? Questa scelta della comodità, questa volontà di non soffrire a volte può condurci a non vedere quali dinamiche ci sono dietro ciò a cui assistiamo. Poi. Perché è sempre uguale la sintassi del racconto? Da un lato proprio perché questo è un racconto breve, è una porzione della vita, non è una totalità, non è un romanzo che più può prestarsi ad una varietà tonale grazie alla sua maggiore estensione. Ma non solo. In alcune esperienze estreme della vita, come la malattia, come l’attesa, non sempre ciò che accade è vissuto lucidamente e allora in quei momenti tutto il tempo che vi spendiamo può apparire una grossa e monotona alterazione dello spazio e del tempo. Allora la scrittura, questa tipologia di scrittura, tramite la sonorità delle parole, tramite la scomposizione della sintassi vuole rendere la scarica elettrica di quel momento, un ritmo che ovviamente è il ritmo di chi percepisce. Ed è qui che credo accada qualcosa di importante. L’altro che legge percepisce a suo modo. Così non esiste un’unica modalità ma ognuno di noi (lettori di parole o di ortografie corporali) diventa una sorta di creatore di fronte al nulla. Può sembrare pretenzioso. Ma bisogna anche osare senza temere. Allora qui ritorna ancora una volta la necessità dello sforzo nella lettura come volontà di sapere e creare trasgredendo un ordine prestabilito, un dogma, una auctoritas. Poi. Oltre alla questione della lingua (e io credo che la forma sia già contenuto) c’è un’altra questione importante: la vergogna del sistema sanitario. Le donazioni di organi in Italia funzionano malissimo. Questo perché chi dovrebbe fare il suo mestiere (l’espianto di organi) non sempre ne assolve l’obbligo. Questo perché in Italia c’è bassa informazione sui trapianti. Questo perché le persone credono che nel momento in cui si muore anche tutti gli organi smettono di vivere. Ma non è così. Quegli organi possono continuare a vivere in altri corpi. Negli ospedali non sempre è tutelata la dignità del paziente. Spesso nei corridoi si possono vedere vecchi seminudi abbandonati a loro stessi (io stesso ho visto questo). Non sempre gli infermieri fanno il loro dovere. Spesso si fanno trapianti quando ormai è inutile farli. Perché si fanno? Perché gli ospedali guadagnano su ogni trapianto (in questi casi l’organo donato non è mai un buon organo perché si calcola che quel paziente non ha possibilità). Il codice rosso accade molto di rado ma quando accade è una barzelletta. Perché attendere che si giunga agli sgoccioli per attivare il codice rosso? Non sarebbe meglio usare le stesse pressioni quando il paziente ha più possibilità di sopravvivere? Non si fanno molti trapianti al sud perché gli ospedali meridionali sono in debito di organi con quelli del nord (questo è molto divertente, quasi comico). E poi l’attesa. Vivere sospeso nell’attesa di un organo fa venire veramente il mal di testa. No. Forse di più. La testa e tutto ciò che è intorno esplode. Grazie a tutti coloro che hanno commentato il racconto.

  25. M.REC il 23 luglio 2010 alle 08:42

    Non è un banalissimo “armoni” o letteratura affine, (per fortuna).
    Voglio dire che è un testo impegnativo, interessante, fatto con un tipo di scrittura creativa e quindi non banale. richiede un’attenzione significativa da parte del lettore, se esso vuole coglierne tutti i rimandi e le “immagine poetiche” di ogni frase. ed è proprio per questo che è bello. parlando per linee più generali, non asseconda una cultura mediocre legata a un tipo di comunicazione più televisiva che letteraria e induce il lettore a pensare. la domanda è: saremo pronti ad accettare il fatto che, un seplice racconto, carta con un pò di inchiosto, ci induca a mettere in moto un pò il cervello, facendoci notare che invece siamo abituati a preferire un pensioro non nostro, già bello e cofezionato?

  26. Roberta il 23 luglio 2010 alle 11:36

    Drammaticamente crudo…coinvolgente…non realistico ma reale…toccante… finalmente qualcosa di diverso, lontano dal “piattume”…

  27. Ares il 23 luglio 2010 alle 12:55

    @ Oliva

    preda i miei commenti sempre con le pinze, non sono un opinionista di spessore, io leggo e poi dico cosa ne penso e cosa, a livello epidermico, sento.

    Questa è una scrittura che conosco molto bene, ed è il lavoro che faccio prima di comporre una qualsiasci scena teatrale, è un modo per mettere ritmicamente in ordine le miei immagini , i miei incubi, i miei fantasmi; Questo tipo di scriturra mi serve per comporre la partitura ritmica dei miei spettacoli, che da quelle immagini infernali e convulse, da addomesticare, hanno origine.
    Il lavoro che lei pubblica è il lavoro che io tengo nel cassetto: è materiale di lavorazione è , nel mio caso, materiale di scarto.

    Quando ho letto il suo pezzo, ho riconosciuto un lavoro migliore, degno di essere pubblicato; vi è più cura, pero’ nello stesso tempo ho sentito una certa “autoreferenzialità” ..e un po’ di compiacimento.. ma ci vuole, a volte è terapeutico..

    Il compiacimento l’ho intravisto nel protrarsi “ritmico”dello stile, sempre uguale a se stesso; forse mi aspettavo ritmi diversi, ritmi piu’ dilatati in alcune parti ?, ritmi piu’ sincopati in altre?; forse un cambiamento di stile ? per ritornarci subito dopo, ci macherebbe.
    Non ho trovato spiraghi, crepe.. perchè dovrei sforzarmi io di trovarle?, ero cosi’ sedotto dallo dallo stile.. monotono e seduttivo.

    Devo dire che l’ho letto una volta sola, e la “scorza” , forse, era troppo spessa in ogni sio punto perchè mi venisse voglia di scavare a mani nude..perchè avrei dovuto ? sei tu che hai voluto comunicare, io non avevo bisogno di ascoltarti.. dammi un motivo per fermarmi, uno spiraglio minimo.

    Pergiunta lei a scelto un tema che a me sta a cuore, avendo io una cirrotica scompensata in casa, ormai fuori età per poter accedere al trapianto.

    Come dire, probabilmento questa mia maggiore sensibilità all’argomento mi impedisce di assolverla e mi porta a pretendere di piu’, come lettore, dalla sua scrittura..

    ..non mi basta la scusa “è un testo breve”, che devono dire allora i poeti ?

  28. Babele il 23 luglio 2010 alle 13:42

    A lei sfuggono un po’ di cose, caro Ares. Lei si aspettava “ritmi diversi”, dice; si aspettava “ritmi più dilatati in alcune parti, ritmi più sincopati in altre”, dice ancora lei. “Forse un cambiamento di stile”, da qualche parte, si aspettava.

    Ma ritengo che l’ATTESA e la CRUDELTÀ di queste cose di cui Oliva scrive siano invece, proprio come dice lei Ares, “troppo uguali”, sì, uguali a se stesse: calate in un non tempo e in un non luogo di ossessione, fissate in una “spessa scorza” senza “spiragli”, come è nello stile, come è nella lettura, e in definitiva nella realtà.

    Nell’atto di scrivere, nell’atto di leggere e nell’atto di vivere: crudeltà e poi crudeltà potenziata dalla ripetizione, dal monotono, dall’essere (cito le sue parole) “tutto troppo uguale” delle cose: delle parole (scritte o lette) e dell’attesa di un organo.

    A lei, tutto sommato, manca di riconoscere questo: la forma è già contenuto.

    P.S.: Per quanto riguarda i poeti, lei mi ha fatto pensare a questo: qualcuno potrebbe leggere “Biocarcerazione epatica” pure come una lunga poesia per la potenza evocativa delle immagini e il senso di musicalità di cui il testo è dotato

  29. Antonio il 23 luglio 2010 alle 13:47

    Bello!Immagini molto forti e coinvolgenti, sono stato portato a vivere in prima persona il dolore della perdita e la sofferenza dell’attesa.
    Ho sentito il freddo “marmo” sulla guancia.
    Complimenti all’autore.Aspetto i prossimi lavori.

  30. Ares il 23 luglio 2010 alle 14:24

    @Babele

    ma si, si accontentiamoci..
    ..

    certo, la forma è contenuto sempre.

    ..

    si, non ho cito la poesia a caso.

  31. fed-ex il 23 luglio 2010 alle 14:45

    Interessante…
    Da questo stralcio del libro si evince un tentativo di voler esprimere una situazione di vita sicuramente difficile e sofferta, con una tecnica letteraria non comune ai più, ma che arriva…arriva decisamente….
    Il titolo poi lo trovo decisamente calzante:
    Biocarcerazione epatica…
    credo che non ci sia peggior “carcerato” di chi si trova costretto a rimmettersi nelle mani e nelle lunghe attese della sanità in generale e soprattutto italiana!!!!
    A questo punto sono davvero curioso di scoprire come finirà la storia di Nunziata…sono un inguaribile ottimista!!!!!!!
    Complimenti!!!!

  32. thejgsf.exe il 23 luglio 2010 alle 18:44

    dài Oliva chiama un altro po’ di amici…
    che roba!

  33. CANNELLONE il 26 luglio 2010 alle 01:55

    Io non sono un lettore molto bravo ed esperto ma ammetto che il racconto mi ha coinvolto molto e speravo in un lieto fine per Nunziata pero’ sappiamo che nella vita reale purtroppo nulla avviene come noi vorremmo .
    In un racconto cosi’ breve l’autore e’ riuscito a far comprendere ai lettori anche meno bravi cio’ che accade ogni giorno negli ospedali italiani quindi penso che il testo ,come suggerisce qualcuno, potrebbe benissimo essere recitato da un attore per propagandare la donazione degli organi.
    Per quanto riguarda lo stile devo ammettere di non avere mai letto nulla di simile e grazie al ritmo del racconto cosi’ veloce e caotico riesci ad immedesimarti nella situazione e comprendere velocemente la storia.
    Grazie Oliva spero di poter leggere un suo prossimo racconto per apprezzare ancora di piu’ il suo stile.

  34. simona il 26 luglio 2010 alle 11:21

    interessante. pastoso.
    mi ha ricordato molto antonio lobo antunes, “che farò quando tutto brucia”. è un suo autore di riferimento?

  35. fabio rocco oliva il 27 luglio 2010 alle 09:33

    @ Ares

    in primis, la ringrazio per l’attenzione che rivolge al racconto. i suoi commenti stimolano la riflessione e la messa in discussione. cosa che credo sia fondamentale per evitare un semplice e stagnante compiacimento. infatti non mi compiaccio del racconto, non scrivo per poi elogiarmi. è una necessità di sopravvivenza, una resistenza alla morte e agli incubi. posso comprendere la sua situazione personale. detto ciò, mi interessa molto una cosa. lei dice che utilizza questa scrittura come primo passo per isuoi testi teatrali. è interessante vedere come la “stessa” lingua possa essere utilizzata in più campi. concordo che è un linguaggio ritmico. ma questa ritmica credo che sia unica: la mia e la sua saranno diverse perchè macerate in due corpi irrimediabilmente diversi. parlo di diversità, non di qualità. poi. quando ho citato il racconto breve in realzione a lromanzo, non era una “giustificazione” ma una considerazione tecnica. ancora. perchè dovrebbe attraversare la scorza? spesso si è riluttanti quando si è al cospetto di un qualcosa di altro e a volte può capitare che l’abitudine ci trattiene dall’esplorare. rompere la scorza è aprirsi all’altro da sè. forse nella diversità si può cogliere qualcosa che manca nella nostra visione delle cose. ma le migliori motivazioni solo lei può trovarle. le mie saranno inutili.

    @ simona
    gli autori che sono alla base della mia scrittura sono molti. ma più che individuarne alcuni, mi preme di dire come si manifesta la loro influenza.
    nell’oblio. quando un autore penetra nel cervello allora avviene, almeno in me, una sorta di dimenticanza che poi si impone nella scrittura. è come se il ritmo o la musicalità di quello scrittore fosse all’interno del mio corpo. quando scrivo la loro lingua si mescola alla mia senza sapere precisamente con quale aspetto di quale autore sia entrato in unione.
    autori che ritornano nella mente sono katzetnik (shiviti), wiesel, fallada(ognuno muore solo), faulkener, joyce, la lingua napoletana, artaud, il jazz, l’industrial, kafka… solo i primi che vengono alla mente.

  36. simona il 27 luglio 2010 alle 11:15

    In realtà penso che i nostri riferimenti letterari siano ben chiari in noi.
    Certo quando la scrittura è matura e consapevole, e quando si è in grado di controllarla. L’ideale romantico dell’autore inconsapevole di sé mi pare solo una barocca prosopopea, anche un po’ disonesta.
    Dico questo e quindi non condivido le sue parole in risposta al mio commento (e anche agli altri). L’autocompiacimento di cui l’accusano risiede secondo me nel suo parlasi addosso, il racconto invece resta una prova interessante e meritevole d’essere letta.

  37. fabio rocco oliva il 27 luglio 2010 alle 18:41

    @ simona
    credo di non essere stato chiaro. non si tratta di incosapevolezza. semplicemente un autore si installa nella mente e quand osi scrive non si bada molto a scrivere come quello o come un altro autore. si rilegge e si trovano elementi in comune. poi. personalmente non credo che sia autocompiacimento rispondere a qualcuno. leggo dei commenti, mi stimolano, rispondo. detto ciò, credo sia più interessante parlare del racconto che di me.

  38. cosimo il 29 luglio 2010 alle 17:26

    lo stile”estremo” dello scrivere non aiuta ( o aiuta tantissimo….) il lettore a provare significativo disgusto di come spesso funzioni la sanità a Napoli. Il racconto veloce, discontinuo,a bella posta sprezzante è sicuramente “significante” e pertanto il lettore deve avere la disponibilità a tuffarsi nella vicenda ( e che vicenda!, che fatto! )così potrà vivere, ripercorrere rimanerne turbato, potrà diventare “aggressivo” e così veramente venirne cosciente e così da lettore diventare………Se poi tale simile vicissitudine è stata vissuta in prima fila da alcuni lettori, allora l’apprezzamento della genuinità peculiare dello scritto arriva incalzante dai primi righi, l’inafferrabilità della descrizione del “significante”, si materializza immediatamente, diventa vera testimonianza, e con la forza della sua poesia lancia trafiggenti lazzi contro il malcostume e la mancata deontologia di alcuni camici bianchi che non si rendono conto( o si rendono conto tantissimo) cle il loro mestiere si riduce ad avere difronte a sè solo numei e ……Anche questo deve saper fare il letterato e questa è alta letteratura

  39. giovanni il 30 luglio 2010 alle 13:02

    secondo me è un racconto pieno di emotività e sofferenza, sono stato trasportato letteralmente vicino alla barella della donna, riflettendo su come ci si possa sentire in quello stato confusionario in attesa di un’organo che può salvare la tua vita.

  40. michela il 30 luglio 2010 alle 17:22

    la questione non è se il racconto-non-racconto (infatti non è un discorso di un fatto ma aspira ad essere il fatto e la sua forma) di Oliva è bello o brutto ma se è stilisticamente nuovo( dunque meritevole di seguito e pubblicazione) o meno. In questo scritto conta di più il come che il cosa. Bene: il suo come è vecchio. Così hanno scritto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, così hanno scritto (almeno in parte) nel pieno del Futurismo e delle altre avanguardie dell’inizio del Novecento, nella Parigi di Joyce e del Dadaismo, negli hanni sessanta del “Nuovo Romanzo” e dellla Scuola di Palermo. E Marmori, Roversi, Sanguineti, il Gruppo 63 e altri…Il come è vecchio, vuole essere vivo e non si accorge che è già morto. Michela Civa

  41. Salvatore il 7 agosto 2010 alle 17:03

    Devo ammettere che il testo è originale mi è piaciuto molto i miei complimenti e spero di leggere altri tuoi articoli grazie per avermi fatto provare qualche cosa di nuovo

  42. TT il 25 agosto 2010 alle 18:49

    Peccato che lo scrittore sembri essersi scordato la lingua italiana, il modo di gestire la narrazione e parli in un soliloquio in cui si sente potente e crede che gli altri siano scemi (un po’ come fa, ma meglio, Baricco). Peccato che si cada nella solita questione che se una cosa è difficile da leggere lo scrittore è più intelligente e il lettore si deve sforzare, perché è troppo abituato ai reality, alla tv. Questa banalità è talmente sorpassata che mi sembra incredibile se ne parli ancora. Mi dispiace per questo sito, che ho letto fino ad ora senza sentirmi mai così confusa.
    p.s. (sarebbe bello che lo scrittore rispondesse anche a quelli che lo criticano). Grazie

  43. fabio rocco oliva il 28 agosto 2010 alle 00:10

    @ michela civa
    lei scrive che il racconto non è degno di pubblicazione o seguito perché non è stilisticamente nuovo. personalmente non credo che la novità stilistica sia l’unico parametro che possa determinare la pubblicazione di uno scritto. i libri che vengono pubblicati oggi hanno tutti stili diversi?credo sia un parametro (quello della novità stilistica) che da solo non può determinare la pubblicazione. poi. lo stile può essere anche morto come dice lei. non è un problema, non vado alla ricerca del nuovo ad ogni costo. io non sto dicendo di aver creato uno stile nuovo. né di essere il nuovo genio della letteratura. scrivo quello che vedo nel modo in cui lo percepisco.

    @ TT
    come vede ho risposto anche al suo commento. in primis non credo sia il caso di prendersela con il sito di nazioneindiana se il mio racconto non le è piaciuto. avranno fatto un errore di valutazione. può capitare a tutti. li perdoni. l’ho scritto io, “la colpa” è mia.
    lei dice : “Peccato che lo scrittore sembri essersi scordato la lingua italiana”, credo sia evidente che non si tratti di oblio grammaticale ma di scelte. ma se crede siano errori, li segnali.
    lei dice: “parli in un soliloquio in cui si sente potente e crede che gli altri siano scemi” francamente fatico a capire in quale parte del racconto questo venga fuori. ci faccia capire con maggiore precisione.
    in ultimo non credo che gli altri siano scemi. come potrei pensarlo di persone che non conosco? ma non solo. credo che nessuna persona sia stupida.

  44. TT il 31 agosto 2010 alle 18:46

    @ scrittore. parto dalla fine. il fatto che lei creda che nessuno sia stupido mi sembra un po’esagerato, televisivo, della serie ‘il pubblico è sovrano e decide, il pubblico non è mica stupido’. Mi dispiace, ma non è così. La gente stupida c’è, ma questa non è una cosa che ci riguarda in questa sede. il fatto che lei lo neghi mi sembra di strana fiducia e mancanza di capacità critica. E poi, che c’entra che lei pensi che chi la legge sia scemo? non ho detto questo. Lei scrive in questo modo VOLUTAMENTE illetterato, da flusso di coscienza fuori tempo massimo. notavo solo questo. Nei commenti successivi notavo che si faceva la distinzione tra chi scrive così e lo possono capire solo in pochi e chi scrive bene e lo capiscono tutti, allora quest’ultimo non è uno scrittore a pieno titolo. questa è una diatriba vecchia come il mondo non nasce certo qui. notavo solo questo. Non me la prendo con nazione indiana, la colpa non è di nessuno, non se la prenda, solo a volte capitano certe zone franche, certi luoghi dell’etere che sono curati e dove ci si trova a leggere delle cose che sono il meglio del meglio della letteratura. ci si affeziona alle cose belle. succede che uno legga per tanto tempo un giornale e poi qualcosa le faccia capire che non c’è filtro, che qualcosa è cambiato. solo questo.
    titti

  45. Mie Ali il 1 settembre 2010 alle 11:27

    Leggo romanzi e racconti di autori giovani e meno giovani, dovendo recensirli.
    Quasi tutti privi di stile, finiscono col somigliarsi un po’.
    Ciò non vuol dire che gli scrittori bravi si siano estinti: piuttosto, estinta è la loro pubblicazione, giacché tantissime case editrici sono tipografie che stampano (facendosi pagare) parecchia spazzatura.
    Questo racconto è l’ennesima conferma a questo stato di cose.
    Un autore che ha spina dorsale, che sa usare la penna – ogni parola utilizzata è necessaria e ben incastrata, e ogni distorsione linguistica e sintattica (come può essere compreso dal lettore medio) corrisponde a una chiara volontà dell’autore, che assegna ad ogni tassello del suo mosaico (fortemente evocativo e poetico) una funzione precisa.
    Ma a quanto ho visto in rete, uno scrittore valido e fresco come Oliva è inedito (non credo per scelta personale).
    Il talento non paga, è il caso di dire. Gli auguro almeno di non dover pagare.



indiani