Leggere Forest. Presto.

Sacrificio di Isacco – Michelangelo Merisi da Caravaggio
1603, olio su tela, 104×135 – Galleria degli Uffizi, Firenze

   di Linnio Accorroni

Noi siamo tutti dei bambini, tranne i bambini.
            “Santuario” W. Faulkner

   C’è la letteratura. E c’è la morte. C’è la letteratura e c’è la morte, e c’è la morte, quella più terribile ed ingiustificabile, quella dei bambini, quella che non ammette nessuna elaborazione, quella che non permette nessuna forma di conforto, quella che non concede oblio, quella che strazia e strema. Non sorprende quindi che Philippe Forest, a 10 anni dalla scrittura del suo ‘romanzo’ Tutti i bambini, tranne uno, sia tornato ad impelagarsi in questa materia tanto sconvolgente e dolorosa, sia tornato di nuovo a domandarsi cosa accade “nell’impossibile della realtà”: e la malattia e la morte di una bambina è una delle forme – la meno riconducibile a logiche consolatorie di razionalità e di senso – che “l’impossibile” assume nella dimensione della quotidianità. In verità, quasi tutta la sua produzione letteraria, dopo quel tragico 25 aprile 1996 – il giorno della scomparsa di sua figlia Pauline, quattro anni, a causa di una rara forma di cancro alle ossa, dopo un’agonia straziante e dolorosa fra ospedali, chemio ed operazioni durata per quasi un anno e mezzo – si è come raggrumata attorno a quell’evento: L’Enfant éternel, Gallimard, 1997( tradotto in italiano con il titolo Tutti i bambini, tranne uno), Toute la nuit, 1999, ( Per tutta la notte), Le Nouvel Amour, 2007 ( L’amore nuovo), Tous les enfants sauf un, 2007, tradotto con il titolo Se anche avessi torto, e uscito quest’anno per i tipi della Alet, come gli altri. Del resto, si può fare o scrivere d’altro, dopo un accadimento similare? È forse contemplata la possibilità di pensare e quindi di scrivere su qualcosa che non sia ‘quello’?; si possono ipotizzare, davanti ad un evento del genere, fughe, uscite di sicurezza, distrazioni o rimozioni?
   Eppure, lo si sa, sarebbe cosa giusta e logica e, per certi aspetti anche salutare, non tornare ossessivamente a riprendere il discorso proprio là dove era stato interrotto, ripercorrere, con meticolosità assidua e maniacale, a ritroso, nessun dolore escluso, tutto lo svolgimento, tornare ad esperirne tutti i particolari, rivivere le stesse situazioni fino a scriverne una compatta bibliografia di quattro volumi tutti legati, ognuno in maniera differente, alla vicenda di Pauline. Non occuparsi della morte rientra tra quelle savie norme di comportamento che ci rendono possibile un’ esistenza ‘normale’, tranquilla e pacificata, quelle che ci consentono di ‘andare avanti’, come si dice con l’efficace scaltrezza di un confortante luogo comune: certo che “è normale voler distogliere lo sguardo dalla morte, cercare il più a lungo possibile di dimenticarla, respingere ai confini della coscienza l’immagine atroce e insopportabile della cosa in cui si è mutata la figura di un essere amato”. Ma questo non è concesso a tutti: Forest è convinto che sulla morte si possa sviluppare un ragionamento analogo a quello che si può fare per la verità: “tutti la conoscono da sempre e tutti la dimenticano di continuo. Per questo va perennemente riscoperta. E lo si può fare solo a titolo personale, perché la rivelazione che concerne la verità non assume forma che non sia quella di un’esperienza. Voglio dire: di una prova”.
   Invece vivere, dar forma alla nostra quotidianità significa quasi sempre per noi tutti allontanare lo sguardo dalla morte, cioè dallo scandalo più disgustoso ed insopportabile, quello che non concede alcuna redenzione o giustificazione o spiegazione: tanto più quando muore una bambina di quattro anni come è stato per Pauline. Scrivere tre ‘romanzi’ ed un testo – quest’ultimo dal tono più dichiaratamente saggistico, ma perfettamente allineato alla dolorosa lucidità degli altri – significa quindi rischiare consapevolmente l’impopolarità, significa scegliere una tematica priva di qualsiasi appeal, significa mettere in conto l’ipotesi, tutt’altro che remota, di non essere letto perchè quei testi si ostinano a parlare di qualcosa che continuamente viene rimosso ed allontanato, perchè desta paura ed orrore, perchè volentieri viene dimenticato, perchè il solo pensarci provoca disagio, paura, angoscia. Lo scrittore che invece decide di esplorare integralmente quest’universo di dolore sconfinato e insensato sa che dovrà pagare un prezzo, quello più salato per uno che vive di letteratura e di parole, e cioè condannarsi ad essere inascoltato «perchè il dolore che lui manifesta viene ad essere come un rimprovero rivolto alla spensieratezza dei vivi e perchè ricorda loro la grande verità inopportuna che destina tutti gli esseri alla morte […]perchè nell’Europa del XXI secolo[…] diventa subito un oggetto di paura e di orrore che tutti evitano». Ma ancora più cocente la frustazione che deriva dal fatto che la letteratura tutta e persino la filosofia, a dispetto della loro superba impalcatura retorica, non resistono neppure per un attimo alla domanda che sempre si pone chi ha vissuto un’esperienza tanto similare ed angosciosa. Non sanno letteralmente cosa dire, non sanno come spiegare ciò che accade e come accade e perchè accade; anzi, la filosofia pare persino meno convincente della religione, le sue risposte – «la grande e immemoriale saggezza che invita ad essere acquiescenti nei confronti della necessità, le spacconate neonietzscheane in base alle quali il superuomo acconsente all’eterno ritorno, le alte meditazioni heideggeriane sull’Essere e il suo oblio? Andiamo! Words, words, words, come dice Amleto, quest’altro eroe del lutto» risibili ed insignificanti balbettii di fronte alla scandalosa evidenza della morte, davanti alla «incredibile immobilità del dolore, l’inalterato smarrimento di fronte alla verità».

 

(Proprio per questo, proprio perchè conoscevo bene quell’esperienza attorno a cui ruota tutta l’opera di Forest, ho cercato di fare di tutto per non leggerlo. Mi sono speso in espedienti piccoli e meschini, attuati con un candore non privo di un’ipocrita volontà di farla franca per sottrarmi a quella cronaca del dolore. Insomma, tutto, o quasi, pur di non leggere, purchè non capitasse, ciò che era avvenuto in precedenza quando, dopo la lettura dei suoi precedenti libri, ero precipitato anch’io, insieme allo scrittore, in quel girone di disperazione e pena senza limiti. Così ho sepolto questo «Se anche avessi torto» nella pila dei leggituri, memorizzando l’immagine ferocissima e terribile che campeggiava sulla copertina: l’Isacco caravaggesco che urla di dolore e paura, con la mascella serrata nella morsa ferrea di suo padre Abramo che sta per decollarlo, e l’angelo che stringe il polso paterno, che ferma in extremis l’inconcepibile. Poi, terminati gli inutili depistaggi, l’ho letto e adesso non mi resta altro che fare «come colui che piange e dice».)

 
   A proposito dell’insostenibile scandalo della morte, quello da cui volentieri si allontana il viso, l’insostenibile che fingiamo non avvenga. Ma «di quell’insostenibile sono preda negli ospedali in questo preciso momento migliaia di bambini e di genitori accanto a loro, che non hanno la possibilità di rifiutarlo, che devono ‘sostenerlo’, sopportarlo, affrontarlo. E che ci riescono, perchè non hanno altra scelta». Alla malinconia ospedaliera, a questo «grande universo immobile ed indifferenziato [che] veglia ai margini del mondo in cui si agitano inconsapevolmente i vivi» sono dedicati i primi tre capitoli di questo saggio. Ma in queste pagine si parla anche di cancro – in particolare del saggio della Sontag ad esso dedicato, dei bambini, della morte interdetta, del lutto e i suoi lavori forzati (tre capitoli anche qui) dimostrando come l’inventore stesso della ‘elaborazione del lutto’, cioè Freud, sperimentò la vacuità della sua teoria di fronte ad una dolorosa esperienza personale, della letteratura e delle sue presunte virtù terapeutiche. Colpisce la radicalità delle affermazioni e delle riflessioni di Forest che, attestate tutte sul versante delle verità di fatto, rifiutano a priori ogni possibile confutazione o negazione, si negano al confronto dialettico, alla finzione pseudoamicale e ‘democratica’ del dialogo e dello scambio. Una scrittura netta e scabra, che s’avvale della spietata luminosità della chiarezza (più volte Forest, in posa metanarrativa, riflette sulle forma che occorre dare a ciò che scrive, cercando di arrivare- spesso per ‘levare’- alla formulazione più chiara ed esplicita dei concetti), quella che bandisce ogni sentimentalismo o patetismo, che nega il lirismo, che collassa il circuito emotività-dolore. Le frasi sono lapidarie ed icastiche: iscrizioni votive, lapidi offerte al viandante che passa e che deve obbligatoriamente prendersi una pausa, fermarsi a riflettere su ciò che quelle pietre gli dicono, su quelle verità scomode e non manipolabili.
 

(non so quanto ‘successo’ abbiano avuto i libri di Forest, ma so con certezza che nessuno può essersi chinato sulle pagine da lui scritte a proposito di Pauline senza aver pianto, insieme all’autore, la sconvolgente sorte di questa bambina. So, con uguale certezza, che purtroppo questo non cambia niente nel corso delle cose, e che anche se i lettori fossero tanti, neppure tutte le loro lacrime avrebbero potuto modificare, neppure in minima parte, il destino ingiusto ed insensato che è spettato a questa bambina. So dell’impotenza della letteratura)

 
   In questo libro tutto realismo e quotidianità c’è poi anche lo spazio per la descrizione di due sogni, uno più inquietante dell’altro. Il primo viene citato da Forest quasi en passant, dopo aver evocato una serie di figure religiose che testimoniano «la scandalosa aporia della sofferenza»: Giobbe, l’Ecclesiaste, Rachele e Maria inconsolabili davanti alla perdita dei figli, Cristo che sul Golgota impreca contro Dio Padre colpevole di averlo abbandonato. Ma colpisce la frase che giunge al termine di questa galleria di personaggi biblici e che arriva quasi inconsulta, spiazzante, un vero e proprio détournement rispetto alla mistica sacralità di ciò che era stato scritto in precedenza: «E la parola dei morenti che gli uomini, qualunque età abbiano, rivolgono ai loro genitori e che torna in sogno, l’esclamazione stupefatta e di amoroso rimprovero: «Padre, non vedi che brucio!». L’altro sogno è ancora più angoscioso, anche perchè duale («Hélène mi ha raccontato che anche lei faceva sempre quel sogno»): l’autore dice che spesso nel sogno si sentiva oppresso da un desiderio implacabile, quello di tornare nell’ospedale dove, pur sapendola morta, era convinto che Pauline l’aspettasse e che sua figlia, inquieta per l’inspiegabile assenza dei genitori, continuasse sempre a crescere.
Basta solo questo fastidioso granello di sabbia – la morte – per inceppare l’ideologia dominante prodotta dal trionfo dell’economia e della tecnica, l’ideologia della gratificazione garantita, del soddisfacimento continuo e permanente su cui si basa il nuovo contratto sociale, quello che garantisce e promette a tutti, sotto forma di ricchezze, beni, prodotti, servizi, cioè «quell’appagamento immediato che dovrebbe dar senso all’esistenza», quelli regolati ed offerti dall’economia e dalla tecnica. Ma c’è la morte.
Lisez Forest. Vite.

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4 Commenti

  1. Molto bello, semplice, una pietra, un dolore senza confini.
    Ho letto un libro magnifico di Philippe Forest, da cui il cognome, forestiero, evoca il viaggio senza fine nel mondo,
    Un libro, Sanigarava, luogo del sogno fatto dall’infanzia, luogo di una città mobile, di sabbia, di notte. Molto più tardi, lo scrittore
    raggiunge i poeti giapponesi, quelli che hanno fatto della natura e del tempo, un fiume eterno e diverso, siamo i grani della sabbia, nascendo, morendo, stelle già nella scomparsa ma nel movimento del cosmos.
    Nel rovescio del romanzo dedicato in particolare a Issa, l’uomo del dolore, l’orfano della sua propia figlia, il poeta errante, si sente il dolore di un padre, un dolore trova fuga nella scrittura, si visita la città dell’oblio, ma non fronteggia al ricordo, alla pena.
    La scrittura nell’arco del tempo mette in corrispondenza la tragedia di due scrittori.
    Leggete preto Forest per abitare la città del notte, abitare la nostra vita, abitare nostre morti, senza possessione, senza niente, tranne la bellezza della scrittura, la sua ironia, il suo splendore di ciliego nittido nella neve, quella sognata da molti poeti.

  2. Ho avuto la fortuna di ascoltare Forest dal vivo, ad un incontro in Italia che tenutosi nel 2003.Ricordo di Forest gli occhi di un uomo vinto dalla vita. Ricordo di Forest che quando gli domandai: “Perchè scrivere di cose così tristi e dove si trova il coraggio per farlo?” lui rispose: “Uno scrittore risponde sempre di quello che scrive, ne risponde fino alla fine. E ne risponde anche in momenti come questo, di persona davanti ad un pubblico che esige risposte precise”
    A ripensarci oggi, dopo aver letto parte dei suoi libri, debbo dire che Forest aveva ragione.

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