carta st[r]amp[al]ata n.42

9 settembre 2011
Pubblicato da

di Fabrizio Tonello

I grandi uomini si riconoscono per la visione storica, la capacità di elevarsi al di sopra delle contingenze del momento, di guardare oltre le piccolezze della vita quotidiana. Giulio Tremonti, per esempio, è andato a Rimini al meeting di Comunione e Liberazione senza preoccuparsi di quisquilie come la Borsa di Milano dove ormai gli operatori più solidi sono le donne delle pulizie a stipendio fisso: “Waterloo fu vittoria o sconfitta?” si è chiesto il ministro mentre i pragmatici ciellini, preoccupati per i loro danè, lo guardavano straniti. E il ministro si è anche risposto da solo: “Fu una vittoria per l’Inghilterra e per l’Atlantico ma fu una sconfitta per l’Europa”.

Belin!, come direbbero a Genova: l’unità europea avrebbe bisogno di un Napoleone che tenga lontani gli odiati banchieri inglesi e noi che non ci avevamo pensato. Al posto dell’inetto presidente della Commissione UE José Barroso, che è portoghese, quindi praticamente brasiliano, ci vorrebbe un leader autentico, magari un po’ italiano e un po’ francese, come Bonaparte che era nato in Corsica. Forse Tremonti pensava a se stesso, essendo anch’egli uomo di frontiera (Sondrio) benché più italo-svizzero che italo-francese. O forse a Rimini si sentiva una reincarnazione di Mario Appelius, con il suo radiofonico “Dio stramaledica gli Inglesi!” del 1940-42.

Ma poiché che il ministro del Tesoro mette sul tappeto una questione storica, andiamo a dare un’occhiata a quello che successe nella pianura belga nell’anno di grazia 1815. Per esempio: l’esercito “inglese” di cosa era fatto? Di un terzo di soldati nati nelle isole britanniche, ci informa lo storico Alessandro Barbero (La battaglia, Laterza, 2003) mentre il 26% provenivano dai Paesi Bassi e il 39% da vari regni e principati tedeschi. Insomma, il duca di Wellington aveva qualche difficoltà a farsi capire dai suoi stessi soldati e nessuno cantava God Save The King, inno di cui pure ci sarebbe stato bisogno perché il re era Giorgio III, che era matto e aveva dovuto essere rinchiuso già nel 1811.

Certo, si possono costruire gli imperi anche con truppe coloniali e mercenarie, quindi si potrebbe sostenere che Waterloo fu una vittoria della Gran Bretagna anche se nei suoi reggimenti c’erano dei poveracci provenienti da mezza Europa, arruolati “perché hanno messo incinta la ragazza, altri perché sono ricercati e molti di più per la smania di ubriacarsi” come disse lo stesso Wellington. Il problema è che la battaglia non fu vinta dagli inglesi, che nel pomeriggio erano disperati e stavano per cedere di fronte agli assalti dei francesi, ma dai prussiani, che arrivarono al momento giusto.

Ricapitoliamo: la coalizione che combatteva Napoleone era europea e comprendeva anche austriaci e russi (che non fecero in tempo ad arrivare). Delle truppe effettivamente impiegate a Waterloo il 18 giugno, due terzi erano tedesche. I prussiani erano stati sconfitti a Ligny due giorni prima e si erano ritirati verso Wavre, lasciando gli inglesi alle porte di Bruxelles: Waterloo è 12 chilometri a sud della capitale belga. Il piano di Napoleone era di distruggere anche gli inglesi prima che i due pezzi dell’esercito alleato potessero riunirsi.

In realtà, la battaglia iniziò tardi e Napoleone, già alle 13, aveva intravisto le avanguardie  prussiane verso Est, dalla parte di Chapelle-St. Lambert. Gli attacchi della cavalleria di Ney verso le 15,30 furono un tentativo disperato di sfondare il centro della linea di Wellington prima dell’arrivo dei rinforzi prussiani. Era una scommessa rischiosa e i quadrati di fanteria inglesi riuscirono a respingere le cariche, senza farsi prendere dal panico; i corazzieri francesi fallirono nel tentativo di aprire un varco nelle linee di Wellington, una falla che sarebbe poi stata sfruttata dalla fanteria provocando il collasso dello schieramento nemico prima che le truppe di von Bülow rovesciassero la situazione.

Come finì è noto: il centro inglese resse, i prussiani investirono l’ala destra dello schieramento francese, la Vecchia Guardia si trovò presa tra due fuochi e, improvvisamente, il panico si diffuse fra le esauste truppe di Napoleone, come si legge anche nella Certosa di Parma di Stendhal: “Il reggimento, attaccato all’improvviso da nugoli di cavalleria prussiana, dopo aver creduto tutto il giorno nella vittoria, batteva in ritirata o per meglio dire scappava in direzione della Francia”. Il protagonista Fabrizio del Dongo chiede informazioni alla vivandiera che lo ha raccolto e questa risponde: “Siamo spacciati, piccino mio; c’è che la cavalleria dei prussiani ci accoppa a sciabolate, nient’altro che questo c’è”. Gli alleati rimasero padroni del campo, Wellington e Blücher si incontrarono verso le dieci di sera, qualche giorno dopo Napoleone abdicò e fu esiliato a S. Elena.

Waterloo inaugurò un’era di dominio anglosassone sull’Europa? Gli avidi banchieri della City iniziarono allora a succhiare il sangue delle indifese nazioni sul continente? La perfida Albione ci ha sfruttato per quasi duecento anni come suggerisce Tremonti? Non proprio. Il Congresso di Vienna, che si concluse negli stessi giorni, finì con il trionfo della Russia (che inghiottì la Polonia e la Finlandia) e soprattutto della Prussia, che pose le basi dell’unificazione tedesca impadronendosi del Reno-Westfalia e riducendo a 38 gli staterelli tedeschi (da 360 che erano). Ci sarebbero voluti altri 56 anni, ma l’impero tedesco alla fine sarebbe stato proclamato nel 1871. Se proprio si vuol parlare di “egemonia atlantica” sull’Europa occorre spostare le date parecchio più in qua: dopo due guerra mondiali ci fu il piano Marshall (1948) e la fondazione della NATO (1949). Quanto all’imperialismo inglese, sarebbe stata tenuto fuori dalla Comunità Europea fino al 1973.

Durante un comizio in Piemonte in aprile 2010, il nostro aspirante storico delle relazioni internazionali disse a una platea entusiasta: “Noi non leggiamo libri, mangiamo agnolotti”. Sugli agnolotti non posso che essere d’accordo: il mio nonno materno era di Casteggio, poi emigrato a Venezia; ogni domenica, dopo avermi concesso una seconda porzione, mi dava anche un affettuoso scappellotto dicendo: “Stüdia, cit!”. Ecco, il problema di Tremonti è che da piccolo gli davano gli agnolotti senza dirgli di studiare.

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One Response to carta st[r]amp[al]ata n.42

  1. daniele ventre il 9 settembre 2011 alle 23:41

    IL problema è che costui è ministro delle finanze.



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