caro sindaco, parliamo di biblioteche

16 gennaio 2012
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(Di seguito due pezzi usciti rispettivamente a mia firma su l’Unità e a firma di Christian Raimo su Il Manifesto riguardo la questione biblioteche, diffusione della cultura ed enti locali. Lo spunto è stato il libro pubblicato nel dicembre scorso da Antonella Agnoli per Editrice Bibliografica)

di Chiara Valerio e Christian Raimo

#1 (Chiara Valerio)

“La biblioteca è un servizio di base, trasversale, che offre qualcosa a tutte le categorie di cittadini: vecchi e giovani, professionisti e disoccupati, casalinghe e immigrati. Copre un arco di interessi vastissimo e quindi è un sostegno vitale anche per altre strutture culturali come i musei, i teatri, i cinema. Occorre promuovere il coordinamento e l’integrazione fra tutti questi servizi.” Caro sindaco, parliamo di biblioteche (Editrice Bibliografica, 2011) è un altro tassello che Antonella Agnoli, bibliotecaria et alia in un paese in cui (quasi) nessuno legge, sottrae al muraglione ideologico che sta intorno all’idea di cultura, di intellettuale e di privilegio culturale e che è il principale fortilizio che soffoca la mobilità tra le classi sociali nel nostro paese. Ed è quindi un altro tassello aggiunto al concetto di democrazia. Se ne Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà (Laterza, 2009), Agnoli ha scritto che prima di fare cultura è necessario fare alfabetizzazione – e che entrare in una biblioteca in Italia significa, invece e troppo spesso, essere costretti a valutare la situazione sociale nella quale ci si trova, in base all’esperienza in altri ambienti pubblici e all’arredamento e che dunque “occorre pochissimo tempo a un potenziale lettore per capire, grazie a una quantità di indizi, quale sarà il suo posto all’interno dell’istituzione e valutare se rischia di rendersi ridicolo o di perdere la faccia” –, in questo pamphlet si rivolge direttamente alle amministrazioni locali per spiegare e dimostrare come, anche in tempo di crisi, sia possibile e pure necessario investire nelle biblioteche di pubblica lettura. Perché dire alle persone i libri che devono leggere è ideologia, lasciare che leggano e basta è democrazia. E quindi possibilità di evoluzione ancora prima che di rivoluzione. Le biblioteche di pubblica lettura, al contrario delle biblioteche di conservazione – che pure “sono state sempre un oggetto di valore collocato nelle nostra città come un vaso cinese in salotto, che potrebbe esserci oppure non esserci” – dal 1972 sono una responsabilità degli enti locali e spesso sono vissute come un “optional affidato alla buona volontà e alla lungimiranza della singola amministrazione” e non come la risorsa energetica che sono. “Nella crisi, la biblioteca è un’ancora di salvezza per i ceti più deboli, i giovani che non riescono a trovare un lavoro, i bambini che hanno bisogno di crescere in un ambiente stimolante e di fare esperienze culturali che in famiglia non potrebbero avere”. Tuttavia per essere davvero una risorsa energetica la cultura – continua Agnoli – ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare. Tutto il lavoro saggistico, e tutto il lavoro che Antonella Agnoli ha fatto e fa sul territorio – la direzione della biblioteca di Spinea (Venezia), l’ideazione della Biblioteca San Giovanni di Pesaro, il capillare giro di presentazioni de Le piazze del sapere in ogni minimo comune, biblioteca, circolo di lettura, presidio del libro italiano, scuole – gira intorno al concetto che il libero accesso ai libri è condizione necessaria e sufficiente alla salute, al mantenimento e all’adattamento, in epoca di accelerazione e manipolazione dell’informazione, del concetto di democrazia e della democrazia in sé. “Non si riflette abbastanza sul paradosso di un pianeta dove l’informazione è (relativamente) alla portata di tutti mentre l’impoverimento culturale della vita collettiva è palese”. Antonella Agnoli, come tutti coloro che sono padroni di un’ortodossia, è una vera eretica, le sue proposte per le biblioteche di pubblica lettura in tempo di crisi spaziano dalla possibilità di usare i locali delle biblioteche – di conservazione e di pubblica lettura – per matrimoni, feste di compleanno, mercatini di libri usati, come location per pubblicità, tutte proposte che rappresentano la reale possibilità di aprire un luogo considerato storicamente per studiosi, studenti, curiosi e intellettuali, a tutti. La sopravvivenza di una biblioteca garantisce – e leggendo Agnoli si esclama “è vero!” – la possibilità, a chi non può consentirselo per ragioni economiche o di lingua, di accedere alla rete, alla modulistica per bollette, pensione, alla possibilità di compilare un curriculum vitae. “Come i sindaci di un secolo fa non avevano dubbi sulla necessità di realizzare le foglie e di portare l’acquedotto nei loro comuni, così oggi si deve guardare alle connessioni a banda larga come a un diritto basilare dei cittadini, un bene comune importante quanto l’acqua”. La biblioteca, è insomma un luogo di confronto, discussione, alfabetizzazione e cultura. “La perdita dell’abitudine a ritrovarsi e confrontarsi in piazza, al bar, dal parrucchiere è uno dei molti motivi che rendono la nostra democrazia un guscio vuoto”.

Odio la parola vocazione, tuttavia mi pare che per lei la diffusione della cultura somigli abbastanza a una vocazione… sono stati la scuola, l’università, i libri, le persone?

Se sono quello che sono lo devo alla politica, non certo alla scuola. Non so bene chi mi abbia insegnato a leggere e scrivere, ma sono sicura che dai 14 ai 18 anni l’unica cosa che mi interessava era andare a ballare. Se dicessi che la cultura è stata per me una vocazione fin dall’infanzia penso che finirei nell’ultimo girone dell’inferno dantesco: dopo la maturità sono andata a Roma e invece che fare l’università frequentavo giovani artisti e la cellula di Potere Operaio (prima che fosse messo fuori legge). L’università, ripresa più volte, non l’ho mai finita, c’era sempre qualche cosa di più importante da fare. Penso che negli anni Settanta  il PCI sia stato l’università di un’intera generazione.

Perché ha deciso di lavorare su, con e per le biblioteche?

La biblioteca l’ho scoperta quando me ne hanno data una da fondare: prima non ci ero mai entrata. Avevo fatto la campagna per il referendum sul divorzio, e poi quello sull’aborto e così avevo conosciuto il sindaco di Spinea, una città-dormitorio alla periferia di Venezia. Non sapevo nulla, ma a me piace fare cose nuove, organizzare luoghi e attività dove le persone possano stare insieme quindi ho iniziato dalla biblioteca per bambini, scommettendo che i genitori che accompagnavano i figli si sarebbero prima o poi accorti che era un posto piacevole anche per loro. Ho cercato di raggiungere le giovani coppie con figli, comprato i libri di Munari e sperato che funzionasse. Ha funzionato. Quando me ne sono andata, nel 2000, era passato in biblioteca il 50% di cittadini.

#2 (Christian Raimo)

Antonella Agnoli ha scritto un libretto semplice e bellissimo. S’intitola Caro sindaco, parliamo di biblioteche, l’ha pubblicato l’Editrice Bibliografica (in una collana d’introduzione alle biblioteche che comprende altri titoli utilissimi), costa dodici euro, è lungo un centinaio di cartelle non di più. È un libro-manifesto: puntuale nelle sue rivendicazioni come una Lettera a una professoressa, documentato e efficace contro l’ideologia dei social network come Tu non sei un gadget di Jaron Lanier, difensore di una prospettiva umanistica come Non per profitto di Martha Nussbaum. Leggendolo – ci si impiegano un paio d’ore – si imparano (o si fa mente locale su) diverse cose: che esistono due tipi di biblioteche pubbliche (quelle di conservazione tipo quelle della tradizione umanistica italiana; le public libraries tipiche di una tradizione protestante), che solo il 2% di italiani legge più di due libri al mese, che all’estero gli intellettuali non hanno il feticcio di costruirsi biblioteche domestiche e utilizzano quelle pubbliche, che a pensarci una biblioteca è un luogo di socializzazione e googlebooks no, che i volumi cartacei garantiscono meglio l’integrità e la permanenza di un testo rispetto ai loro corrispettivi digitali, che i supporti informatici cambiano nel tempo e diventano spesso non utilizzabili (leggere una cinquecentina oggi sarebbe possibile, provate a fare lo stesso con un floppy), che per trovare un testo che ci serve non abbiamo bisogno di un’infinità di possibilità ma di una selezione ragionevole, che  spesso un bibliotecario riesce a trovare quello che ci occorre meglio di un motore di ricerca, che i computer non possono essere un sostituto della scuola né di una biblioteca perché se accedo a più contenuti non è per niente detto che ne comprenda di più, che affinché arrivi la democrazia anche in Egitto o in Tunisia non bastano twitter o facebook ma serve scendere in piazza coi propri corpi e qualche volta morire, che Wikipedia non ce la fa già più a reggersi solo sul volontariato o sull’entusiasmo e che quindi tocca alle istituzioni mantenere nel tempo le grandi spinte collettive, che in Italia c’è un arretratezza culturale che sta diventando immobilismo (percentuali di lettori in diminuzione, tassi di laureati metà di quelli europei, grandi sperequazioni tra scuole rurali e scuole cittadine), che la cultura ha un bisogno vitale di infrastrutture intangibili tipo la capacità di dare valore a contesti di esperienze ricchi e complessi (e va letto o riletto il molto citato Italia reloaded di Coliandro e Sacco), che le biblioteche possono funzionare come luoghi sociali deputati all’incontro con l’Altro (questo capita per esempio alle donne musulmane a Whitechapel che utilizzano gli Idea Store per uscire di casa e emanciparsi frequentando un corso d’informatica all’insaputa dei mariti), che dalla crisi del 2007 le biblioteche pubbliche fanno da ammortizzatore sociale indispensabile per molti di questi nuovi poveri, che le public libraries sempre di più svolgono un ruolo di accesso alla cittadinanza (ci si va per avere una connessione gratuita a internet, o capire come presentare un documento on-line), che trovare i soldi per le biblioteche in tempi di crisi anche per un piccolo comune non è per nulla impossibile – qualche concorso Miss Bikini in meno o l’affitto delle sale magari per un matrimonio o una festa di compleanno sono solo alcune delle idee possibili, che se le biblioteche diventassero  capaci di fornire molti, moltissimi servizi (da uno sportello giuridico alla possibilità di pagare le bollette a una sede per corsi di yoga al bar per l’aperitivo) si trasformerebbero nei luoghi di riferimento per i cittadini e quindi dei presìdi democratici (piazze del sapere, per usare il titolo del precedente libro di Agnoli), che è basilare coinvolgere dei volontari che amplino lo spettro delle attività socioculturali da offrire, che le biblioteche – a saperle progettare – possono diventare come è accaduto in molti casi in Italia i centri propulsori di una strategia di riqualificazione urbana…

Insomma se io fossi un amministratore pubblico eleggerei questo Caro sindaco a mio libretto rosso per le prossime elezioni e scriverei il mio programma politico a partire da qui, ricavandone uno slogan semplicissimo: una biblioteca pubblica all’avanguardia in ogni quartiere e tra cinque anni l’Italia sarà diversa. Se, come racconta Agnoli, ha funzionato a Maiolati Spontini, un comune di 6132 abitanti in provincia di Ancona, perché non dovrebbe funzionare dappertutto?



A. Agnoli, Caro sindaco, parliamo di biblioteche, Editrice Bibliografica (2011), pp. 138, 11 euro.

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5 Responses to caro sindaco, parliamo di biblioteche

  1. daniele ventre il 16 gennaio 2012 alle 16:21

    Il post tocca un nervo scoperto (e dolente).

    Il problema delle biblioteche (e in generale dei luoghi di aggregazione con potenzialità di arricchimento culturale per chi li frequenta) è una delle troppe spine nel fianco delle città italiane.

    Le biblioteche sono (come del resto le scuole e le università) concepite come luoghi dove allocare il cognitariato (proletariato cognitivo dei disoccupati intellettuali) o stipare figli della gallina bianca, LSU e invalidi. Lasciando i figli della gallina bianca, che andrebbero messi finalmente in pentola con la clientelistica mammina, per le altre due categorie si presuppone 1) che da un lato LSU e invalidi siano massa sociale in eccesso (subpersone da nutrire con quel poco che c’è finché si può); 2) che, per venire a ciò che ci preme, la produzione culturale sia sostanzialmente res supervacanea, superflua, inutile, roba per cervelli in vacanza, o per i signori che non hanno niente di meglio da fare. Ne consegue, specialmente nel solito sud dell’Italia, che le biblioteche funzionano a mezzo servizio, l’interazione col libro è resa semi-utopica, che il lettore deve offrire mille malleverie e l’accesso è limitato a certi orari (ristrettissimi). Oltretutto, le biblioteche di quartiere sono utopiche.

    Una società sana creerebbe una rete fra musei, scuole, biblioteche, fondazioni culturali cittadine.

    Nella società italiana, che è intimamente marcia (perché malata è dire poco), i musei stipano i pezzi d’arte nelle cantine; le scuole sono luoghi malsani e mal gestiti; le biblioteche sono depositi per libri; le fondazioni culturali cittadine sono frequentate da poetastri e scrittorelli autopubblicati e ancorati ai vecchi provincialismi culturali d’accatto.

  2. Nunzio Festa il 16 gennaio 2012 alle 17:36

    cosa darei, per farvi vedere invece com’è la biblioteca comunale del mio paesino…!
    uno luogo piccolo, e ovviamente non di dimensioni spaziali, chiuso, e certamente non di dimensioni spaziali, oltre che tenuta sotto chiave da un ometto presuntuoso e defunto. su gentile concessione dei sindaci vari.

    b!

    Nunzio Festa

  3. Franco Fallabrino il 16 gennaio 2012 alle 19:43

    Per questo, gentili Daniele e Nunzio, si arriva a chiedere se la cultura possa ancora essere l’antidoto e argine alla deriva catatonica e leghizzante del nostro paese. Abbiamo bisogno di far sentire una voce che non strappi una risatina amara al vecchio professore di filosofia. A volte mi sento in un formicaio che sopravvive mangiando giorno dopo giorno i suoi abitanti.

  4. Michela il 17 gennaio 2012 alle 12:26

    Ciao a tutti,
    mi chiamo Michela, sono sarda e, da luglio, collaboro con l’associazine culturale malik a “I libri aiutano a leggere il mondo”, un progetto di invito alla lettura itinerante che si pone un altissimo obbiettivo: creare ponti e legami tra lettori, autori e istituzioni. Cardine attorno al quale ruota il progetto (che si concluderà proprio questo week end alla Mediateca del Mediterraneo di Cagliari)sono proprio le biblioteche, spazi preziosi del sapere, che con questa iniziativa si aprono all’esterno cercando un legame con la comunità. L’obbiettivo è importante e intrigante: si parte, insomma, dalle biblioteche per poi conquistare le strade e costruire una rete a livello regionale per avvicinare il pubblico alla lettura, utilizzando tutti i linguaggi artistici a disposizione per mostrare diverse interpretazioni della realtà e cogliere i vari aspetti di quello che si legge.
    In questi mesi di lavoro ho avuto modo di scoprire la bellezza delle reti bibliotecarie sarde e di comprendere quali sono i limiti (culturali, politici e sociali)a cui devono far fronte i nostri bibliotecari. Il nostro lavoro è stato sempre accolto con entusiasmo dagli addetti ai lavori fino ad arrivare ai “semplici” lettori.
    Quello che più mi colpisce e il fervore e l’entusiasmo (anche istituzionale) visibile nei piccoli centri che, spesso, sono proprio quelli meglio gestiti, più dinamici e aperti alla contaminazione culturale e al confronto con la propria popolazione. Diventa dunque importante e necessario che i progetti di promozione della lettura perdano la loro etichetta snob (quella che ormai caratterizza i troppi festival letterari dedicati, per lo più, all’elite dei lettori forti)per dedicare passione e attenzione anche alla valorizzazione dei posti di pubblica lettura. È assolutamente necessario abbandonare l’intellettualismo elitario e ragionare con più concretezza e semplicità sulle azioni di coinvolgimento dei potenziali lettori. Purtroppo, in un mondo dove spesso la cultura veste gli abiti del becero business, questo tipo di lavoro non può essere svolto da associazioni e biblioteche senza il supporto e il sostegno politico che però non può (o meglio, non deve) essere meramente economico. Il tarlo principale di questo Paese, quello col quale è necessario fare i conti è l’ignoranza abissale delle nostre classi dirigenti. Se non riusciamo a sensibilizzare la politica e le amministrazioni ogni discorso sarà confinato all’astrazione e le biblioteche, ahimè, non avranno mai il ruolo istituzionale di presidi di cultura e socialità che dovrebbero avere in un paese con uno dei più alti tassi di analfabetismo di ritorno e uno dei minimi nei tassi di lettura.



indiani