Articolo precedenteComprendere la sorveglianza
Articolo successivoSostenere il manifesto

sette opere di misericordia

di Nicola Ingenito

«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (…) In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

Vangelo secondo Matteo

 

Bisogna che inizi questa recensione con un’esortazione, mascherata da invito neanche troppo gentile: “Andate a vedere Sette opere di misericordia di Gianluca e Massimiliano De Serio. È un film straordinario!”

Nel “Vangelo secondo Matteo”, Cristo elenca le sette opere di misericordia corporale che ha ricevuto. Queste procurano il perdono necessario per raggiungere il Regno dei cieli. E, quindi è lo stesso Cristo a invitare tutti gli uomini a compiere le stesse opere con questi suoi piccoli fratelli di grazia. Ora, nella Torino dei nostri giorni, fra periferie degradate e ospedali di funebre pallore, Antonio, interpretato da uno straordinario Roberto Herlizka, e Luminita, una commovente Olimpia Melinte, sono gli ultimi fratelli del corpo affamato, assetato, nudo, straniero, malato, carcerato, morto. Essi sono lì, davanti ai nostri occhi, per soccorrerlo e, quindi per soccorrersi.

Il corpo di Cristo, il soggetto del dolore e delle ingiustizie del mondo, è interpretato una volta da Antonio, un’altra da Luminitia. Questi due personaggi ai limiti della Società e del Mondo, due barbari senza eserciti, si incontrano nell’esercizio delle quotidiane pratiche di sopravvivenza e corruzione e senza raccontarsi, senza conoscere le proprie storie, si donano l’uno all’altro per vivere forse l’ultima possibilità di essere umani, di poter esercitare la grazia e la bellezza del contatto con un corpo che soffre di dolori fisici e/o spirituali.

Il film dei fratelli De Serio è antico, assoluto come un verso dei grandi libri anonimi e archetipici, ma è anche un film estremamente attuale: lo sguardo in soggettiva del bambino in metropolitana risveglia dentro le nostre coscienze la declinazione al proprio singolare, al proprio io della colpa di tutti.

“Sette opere” è un film necessario, che consiglierei di vedere a tutti gli uomini importanti delle Istituzioni, come Chiesa e Parlamento, perché riporta gli uomini, anche se dentro un generale pessimismo morale e politico, ai temi della fratellanza e della solidarietà, pur muovendosi in ambienti sordidi e lerci, in cui la grazia, però, sembra trovare la sua espressione più alta, sottile e assoluta. La grazia, vero tema di questo film, la possibilità della grazia o la piccola gioia di essere quasi salvi, come recitava la Rosselli, è una luce bianca e debole: il sole d’acqua che illumina le due assenze sui due sedili del bus che attraversa Torino.

P:S: Se vi ho solo affascinato rivedete pure il film e poi rileggete la recensione, di certo, capirete meglio cosa ho voluto dire. Io non sono un critico, ma ci sono un film per cui o si racconta la propria esperienza personale oppure si tace. E, in questo caso, tacere, magari, sarebbe stato meglio, ma credo sia giusto diffondere la voce.

3 Commenti

  1. Questo articolo è bellissimo .Non solo descrive il film in maniera sublime ,ma al pari di esso fa riflettere su quelle situazioni della vita che tutti noi preferiamo mettere da parte con l’indifferenza invece di affrontarle…..il bello di questo film è proprio lo scontro frontale con la cruda e nuda realtà ,quella realtà da cui scappiamo e da cui ci nascondiamo continuamente ,dietro un mondo fittizio fatto di illusioni.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

La matematica è politica

di Antonio Sparzani In generale sono contrario a fare di Nazione Indiana un blog prevalentemente di recensioni, ma qualche rara...

Non si dà vita vera se non nella falsa. Sulla tetralogia di Elena Ferrante.

di Sara Farris* “Non si dà vita vera, se non nella falsa”1. Con queste parole Franco Fortini capovolse una delle...

Amelia Rosselli, l’io, l’avanguardia

di Daniele Barbieri   Ho trovato in un aforisma di Nietzsche la chiave per capire il metodo compositivo di Amelia Rosselli,...

Marosia Castaldi

di Viviana Scarinci   Credevi davvero che la mia vita si svolgesse tutta sopra quella sedia insieme a mia madre alla...

Se me li sono persi: “Sonno” di Amelia Rosselli

di Eugenio Lucrezi AMELIA ROSSELLI, Sonno - Sleep (1953-1966), Rossi & Spera, Roma, 1989 Paradosso centrale di tutta la poesia di...

Unità brand new

di Chiara Valerio Sono una persona piuttosto frivola. Me ne accorgo, per esempio, quando valuto la possibilità che l’Unità, il...